Di Pietro ricorda la morte di Falcone. “Borsellino mi si avvicinò e disse: Tonì facciamo presto, ci resta poco”
Il ricordo dell’ex magistrato di ‘Mani Pulite’ di una delle pagine più cruente e dolorose della storia italiana del Novecento. Quando ‘Cosa nostra’ cercava di smantellare lo Stato e gli eroi della legalità si battevano, anche a rischio della vita, per salvarne le fondamenta. Un racconto fatto agli studenti più di un anno fa, riproposto oggi da ‘isNews’, in occasione dell’anniversario della strage di Capaci
“Ero ai funerali di Giovanni Falcone, pochi giorni dopo la strage di Capaci del 23 maggio 1992. Paolo Borsellino mi si avvicinò e mi disse: Tonì, facciamo presto, abbiamo poco tempo”.
Anche Antonio Di Pietro doveva morire. Glielo aveva detto Borsellino, il giorno che, al funerale di Falcone, piangeva l’amico e il collega magistrato, ucciso dalla Mafia insieme alla moglie Francesca Morvillo e ai tre uomini della scorta, Vito Schifani, Antonio Montinaro e Rocco Dicillo.E glielo avevano detto i Ros. Due giorni prima della strage di via D’Amelio, il 19 luglio 1992, quando a perdere la vita furono proprio Borsellino e i cinque agenti della sua scorta: Vincenzo Li Muli, Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Emanuela Loi e Claudio Traina.
“Guardate che stanno ammazzando Borsellino – sempre le parole di Di Pietro – e anche io dovevo essere ammazzato”.
Uno dei racconti più vivi di una pagina drammatica della storia italiana del Novecento arriva dall’ex magistrato del pool di ‘Mani pulite’. Racconto fatto agli studenti dell’Istituto ‘Pilla’ di Campobasso più di un anno fa, in occasione di una delle iniziative per la ‘Giornata della legalità’, allora moderata da Giovanni Minicozzi, da ‘isNews’ riproposto oggi, in occasione dell’anniversario della strage di Capaci.
“Il tempo che era rimasto a Borsellino – il ricordo di Di Pietro – lo conoscete tutti. A me è andata meglio, a Milano ero più protetto, abitavo in una casetta di campagna, sorvegliato notte e giorno con quattro telecamere collegate alla questura. Dopo gli attentati mandai però la mia famiglia in America, in Costa Rica e in Ohio, con un falso passaporto e protetti dallo Stato. Io decisi di restare”.
La sua famiglia sapeva che rischio stava correndo ed era stata allontanata di proposito. Ma in Molise Di Pietro aveva ancora l’amata sorella. “Dopo la morte di Borsellino tornai a casa a Montenero. Non avevo più i genitori e mi rivolsi a mia sorella. “Concettì, che devo fare?” le chiesi. E lei mi disse: fai il tuo dovere e pagane le conseguenze”.
“Dopo gli omicidi di Falcone e Borsellino lo Stato ha rialzato la testa nei confronti della mafia, come aveva fatto con il terrorismo dopo l’omicidio di Aldo Moro. Allora, visto che non si è potuto più ammazzare, è stata utilizzare un’altra strategia. Quando vuoi fermare una persona puoi utilizzare due metodi: o ammazzarlo, o delegittimarlo, che è la morte civile, che è quello che hanno tentato di fare con me. Perciò‘Mani pulite’ è riuscita solo per metà”. Ma questa è un’altra storia. ISNEWS.IT di CARMEN SEPEDE 23.5.2020
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