Como, in pensione il poliziotto Roberto Bolla. Il ricordo di quando si frammise fra Di Matteo e Brusca


SANTINO DI MATTEO – ROBERTO BOLLA – GIOVANNI BRUSCA

 

​L’ispettore  Roberto Bolla lascia la polizia dopo quarant’anni di servizio tra indagini e rapporti con il territorio

La questura di Como saluta con riconoscenza due figure fondamentali della polizia di Stato che hanno raggiunto il traguardo della pensione dopo anni di servizio al fianco della comunità.
Si tratta del sostituto commissario coordinatore Luigi Gentile e dell’ispettore Roberto Bolla, protagonisti di percorsi professionali diversi ma accomunati da impegno, competenza e senso del dovere.
Bolla, dopo una lunga esperienza alla squadra mobile, ha guidato l’ufficio relazioni esterne della questura.

 

A entrambi, il questore di Como Ferri e tutto il personale della polizia di stato hanno rivolto un saluto affettuoso, augurando serenità e soddisfazioni per il nuovo percorso che li attende.  

 

 

 

TRIBUNALE DI COMO 15 settembre 1998 

L’aula del tribunale è gremita. L’aria è pesante, non solo per il caldo di settembre, ma per ciò che sta per accadere.

Santino Di Matteo  entra scortato, il volto scavato, gli occhi fissi davanti a sé. Non guarda nessuno.
Sa chi troverà dall’altra parte della stanza.

Giovanni Brusca è già seduto. Immobile. Lo sguardo basso, le mani intrecciate.

Quando Di Matteo lo vede, qualcosa si incrina immediatamente.
Il presidente della Corte apre l’udienza. Le voci sono formali, fredde, quasi stonate rispetto al dramma umano che sta per esplodere.
Brusca prende la parola per primo. La sua voce è piatta, priva di inflessioni.
Parla del sequestro, dell’ordine di uccidere Giuseppe. Lo fa come se stesse elencando fatti tecnici, come se non stesse parlando di un bambino di undici anni.
È in quel momento che Di Matteo si irrigidisce. Il suo respiro cambia. Le mani tremano.
Il momento più doloroso emerse quando Di Matteo ricordò che Brusca, anni prima, giocava con suo figlio Giuseppe nel giardino di casa, prima di diventare il suo carnefice.
Quando Brusca accenna al fatto che “non c’era altra scelta”, Di Matteo scatta in piedi.
La voce gli esplode dalla gola, roca, spezzata: «Animale! Ti stacco la testa!»
Afferra il microfono davanti a sé, lo strappa con un gesto secco, quasi istintivo, e lo scaglia verso Brusca.
Il metallo colpisce il banco, rimbalza, cade a terra con un rumore secco che rimbomba nell’aula.
Di Matteo prova ad avventarsi oltre il tavolo, ma viene bloccato. Tenta di sottrarre la pistola di ordinanza a ROBERTO BOLLA, ma per ragioni di sicurezza il poliziotto non l’ha con sé.

“L’ho placcato. Mentre lo tenevo, lui in un secondo con la mano sinistra mi ha perquisito: ha fatto il giro della cinta per cercare la pistola e prendermela per sparare a Brusca. Ma noi eravamo disarmati. Quando si è riseduto mi ha guardato e mi ha sorriso, quasi a dire: “Me l’hai fatta”.

LE cronache del tempo raccontano di un Di Matteo che si divincola, urla, piange. E’ un uomo che ha perso tutto, e che ora si trova davanti l’assassino di suo figlio.
Brusca rimane immobile. Non reagisce.  Non dice una parola.
Il presidente della Corte sospende l’udienza.
Gli agenti trascinano via Di Matteo, ancora furioso, ancora distrutto. Nell’aula resta un silenzio irreale.
Non si é trattato solo di uno sfogo. È stato il punto di collisione tra:
un padre che ha perso un figlio in uno dei crimini più atroci della storia di Cosa Nostra
• e l’uomo che quell’ordine l’ha dato, seduto a pochi metri di distanza, protetto dallo Stato che entrambi hanno deciso di servire come collaboratori di giustizia
È un momento in cui la giustizia istituzionale e la giustizia emotiva.

 

 

COMO, lo scontro DI MATTEO\BRUSCA – VIDEO

 

 

“AVEVA 13 ANNI, DOPO 779 GIORNI DI PRIGIONIA L’ABBIAMO STRANGOLATO E SCIOLTO NELL’ACIDO”

 

 

 

 

COMO 15.9.1998 – Scarantino ritratta: ‘Su Borsellino ho mentito’.