Como, in pensione il poliziotto Roberto Bolla. Il ricordo di quando si frammise fra Di Matteo e Brusca


SANTINO DI MATTEO – ROBERTO BOLLA – GIOVANNI BRUSCA

 

TRIBUNALE DI COMO 15 settembre 1998 

 

L’aula del tribunale è gremita. L’aria è pesante, non solo per il caldo di settembre, ma per ciò che sta per accadere.

Santino Di Matteo  entra scortato, il volto scavato, gli occhi fissi davanti a sé. Non guarda nessuno. Sa chi troverà dall’altra parte della stanza.
Giovanni Brusca è già seduto. Immobile. Lo sguardo basso, le mani intrecciate.

Quando Di Matteo lo vede, qualcosa si incrina immediatamente.  Il presidente della Corte apre l’udienza. Le voci sono formali, fredde, quasi stonate rispetto al dramma umano che sta per esplodere.
Brusca prende la parola per primo. La sua voce è piatta, priva di inflessioni.
Parla del sequestro, dell’ordine di uccidere Giuseppe. Lo fa come se stesse elencando fatti tecnici, come se non stesse parlando di un bambino di undici anni.
È in quel momento che Di Matteo si irrigidisce. Il suo respiro cambia. Le mani tremano.
Il momento più doloroso è quando Di Matteo ricorda che Brusca, anni prima, giocava con suo figlio Giuseppe nel giardino di casa, prima di diventare il suo carnefice.
Quando Brusca accenna al fatto che “non c’era altra scelta”, Di Matteo scatta in piedi. La voce gli esplode dalla gola, roca, spezzata: «Animale! Ti stacco la testa!»
“Stu figghiu e’ buttana”, grida Santino Di Matteo contro Giovanni Brusca. Afferra il microfono davanti a sé, lo strappa con un gesto secco, quasi istintivo, e lo scaglia verso Brusca.
Il metallo colpisce il banco, rimbalza, cade a terra con un rumore secco che rimbomba nell’aula.
Di Matteo prova ad avventarsi oltre il tavolo, ma viene bloccato. Tenta di sottrarre la pistola di ordinanza a ROBERTO BOLLA, ma per ragioni di sicurezza il poliziotto non l’ha con sé.

“L’ho placcato. Mentre lo tenevo, lui in un secondo con la mano sinistra mi ha perquisito: ha fatto il giro della cinta per cercare la pistola e prendermela per sparare a Brusca. Ma noi eravamo disarmati. Quando si è riseduto mi ha guardato e mi ha sorriso, quasi a dire: “Me l’hai fatta”.

Le cronache del tempo raccontano di un Di Matteo che si divincola, urla, piange. E’ un uomo che ha perso tutto, e che ora si trova davanti l’assassino di suo figlio.
Brusca rimane impassibile . Non reagisce.  Non dice una parola.
Il presidente della Corte sospende l’udienza.
Gli agenti trascinano via Di Matteo, ancora furibondo.  Nell’aula resta un silenzio irreale.
Non si é trattó solo di uno sfogo ma il punto di collisione tra: un padre che ha perso un figlio in uno dei crimini più atroci della storia di Cosa Nostra e l’uomo che quell’ordine l’ha impartito, seduto a pochi metri di distanza, protetto dallo Stato che entrambi hanno deciso di “servire” come collaboratori di giustizia.


GIOVANNI BRUSCA e l’uccisione del piccolo GIUSEPPE DI MATTEO

COMO, Di Matteo assale Brusca: “Animale ti stacco la testa Drammatico il faccia a faccia fra i due nel palazzo di giustizia di Como, dove la corte d’assise di Caltanissetta sta tenendo le udienze del processo bis per la strage di via D’Amelio, quella del 19 luglio 1992, nella quale persero la vita il giudice Paolo Borsellino e cinque uomini delle scorta. 

 

“Stu figghiu e’ buttana”, grida Santino Di Matteo contro Giovanni Brusca. Poi afferra il microfono che gli è davanti, lo strappa dal supporto e glielo lancia violentemente addosso. L’ira sale, Di Matteo si alza e gli si scaglia contro. Tenta di afferrarlo, ma è bloccato dagli agenti di polizia.  
I due sono l’uno di fronte all’altro. A sinistra della corte Santino Di Matteo, pentito di vecchia data, uno dei primi ad abbandonare i corleonesi di Totò Riina. A destra Giovanni Brusca da San Giuseppe Jato, cresciuto anche lui sotto l’ala protettiva di Totò u’ curtu, anche lui controverso collaboratore di giustizia. Giovanni Brusca, che si è macchiato di uno dei crimini più terribili della storia di Cosa nostra: lo scioglimento nell’acido di un bambino di dodici anni, con la sola colpa di essere figlio di “uno che aveva cantato”. Quel bambino, morto per strangolamento e poi gettato nel liquido corrosivo nel gennaio 1996 si chiamava Giuseppe Di Matteo, e suo padre è proprio Santino. 
Drammatico il faccia a faccia fra i due nel palazzo di giustizia di Como, dove la corte d’assise di Caltanissetta sta tenendo le udienze del processo bis per la strage di via D’Amelio, quella del 19 luglio 1992, nella quale persero la vita il giudice Paolo Borsellino e cinque uomini delle scorta. 
“Giocava con mio figlio”, urla Di Matteo
. E ricorda i giorni della loro carriera nelle fila Cosa Nostra.
Quando Brusca andava a casa sua e portava il figlio nel giardino di casa, per divertirlo.
Le invettive diventano sempre più pesanti, la rabbia cresce. “Animale, non sei degno di stare in questa aula. Parliamo di fronte ad un animale”, fa Di Matteo. E poi: “Ci dovrei staccare la testa, uno che ha ucciso una donna incinta e un bambino”. Il tono diventa di sfida. “Perché non lo mettiamo a un’incrocio.
All’ultimo magari, presidente, ci mette tutti e due in quella cella là…”. Brusca è impassibile, dice che Di Matteo è accecato dalla vendetta e che dice falsità. Santino non regge più, scoppia.
Il presidente Pietro Falcone, dopo l’aggressione, sospende l’udienza. Che riprende dopo pochi minuti.  “Faccia uno sforzo e si calmi”, dice il presidente rivolto a Santino Di Matteo.  
Ma non c’è verso. Gli insulti continuano. “Lei è padre di figli”, dice Di Matteo rivolto al giudice.
E aggiunge, di nuovo: “Ci dovrei staccare la testa a quello là”. Falcone cerca di mettere ordine: “Lei ha avviato una collaborazione con la giustizia”. “Garantisco che continuerò – risponde subito Di Matteo – ma almeno fatemelo guardare”. Brusca è ormai circondato da un cordone di poliziotti.
Le parole per lui sono ferocissime: “Solo questo ha fatto nella vita.
La sua carriera l’ha fatta con Salvatore Riina attraverso le tragedie, la sua carriera è stata solo di uccidere le persone buone. Lui è più animale di Salvatore Riina. Me lo deve far vedere.
Mi ha cercato per cinque anni, invece ha trovato un bambino. Me lo mangio vivo. Ha ucciso solo una donna incinta, solo perchè poteva sapere qualche cosa”.  
Odio, solo odio, fra i due. Appena placato il 20 maggio 1996 dalla notizia dell’arresto di Brusca. “Finalmente lu pigliaru a stu curnutu, e adesso mettetegli la testa nella merda”, disse in lacrime Santino Di Matteo.
Più volte i due si sono incontrati nelle aule di tribunale. E sempre lo scontro ha avuto toni drammatici.  Giovanni Brusca ha sempre ammesso l’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo.
Del pentimento, quello morale, per il gesto compiuto, appena l’ombra, nelle sue parole: “Se avessi avuto un momento in più di riflessione, più calma per poter pensare, come ho fatto in altri crimini, forse ci sarebbe stata una speranza su mille, su un milione, che il bambino fosse vivo. Oggi qualsiasi giustificazione sarebbe inutile. In quel momento non ho ragionato”.  (15 settembre 1998) La Repubblica

 

 

 

COMO, lo scontro DI MATTEO\BRUSCA – VIDEO

 

 

“AVEVA 13 ANNI, DOPO 779 GIORNI DI PRIGIONIA L’ABBIAMO STRANGOLATO E SCIOLTO NELL’ACIDO”

 

GIOVANNI BRUSCA e l’uccisione del piccolo GIUSEPPE DI MATTEO

 

 

COMO 15.9.1998 – Scarantino ritratta: ‘Su Borsellino ho mentito’.

 

 

L’ispettore  ROBERTO BOLLA lascia la polizia dopo quarant’anni di servizio tra indagini e rapporti con il territorio

Nei giorni scorsi la questura di Como ha salutato con riconoscenza due figure fondamentali della polizia di Stato che hanno raggiunto il traguardo della pensione dopo anni di servizio al fianco della comunità.

Si tratta del sostituto commissario coordinatore Luigi Gentile e dell’ispettore Roberto Bolla, protagonisti di percorsi professionali diversi ma accomunati da impegno, competenza e senso del dovere.

A entrambi, il questore di Como Ferri e tutto il personale della polizia di stato hanno rivolto un saluto affettuoso, augurando serenità e soddisfazioni per il nuovo percorso che li attende.