
Caltanissetta — A più di trent’anni dalla strage di Capaci, il processo a carico dell’ex brigadiere dei Carabinieri Walter Giustini e di Maria Romeo, ex compagna del collaboratore di giustizia Alberto Lo Cicero, riporta al centro del dibattito giudiziario uno dei capitoli più controversi delle indagini: il presunto depistaggio della pista nera, la ricostruzione che negli anni ’90 tentò di attribuire l’attentato a gruppi dell’estrema destra eversiva.
Secondo la Procura di Caltanissetta, quella pista non solo era priva di fondamento, ma sarebbe stata costruita artificialmente, alimentata da dichiarazioni ritenute inattendibili e da iniziative investigative considerate “fuorvianti”.
Le accuse: depistaggio, calunnia e falsa testimonianza
Gli imputati devono rispondere, a vario titolo, di depistaggio, calunnia e falsa testimonianza.
Walter Giustini, ex brigadiere
Per l’accusa avrebbe contribuito a orientare le indagini verso la presenza di estremisti neofascisti accanto a Cosa nostra nella preparazione dell’attentato del 23 maggio 1992.
Alcune testimonianze in aula hanno descritto le sue iniziative come “interferenze” che avrebbero ostacolato altre linee investigative più solide.
Maria Romeo, testimone chiave degli anni ’90
Romeo è accusata di aver fornito dichiarazioni ritenute false su presunti incontri tra il leader neofascista Stefano Delle Chiaie e boss mafiosi palermitani, oltre a un sopralluogo dell’estremista nel tunnel dove fu collocato l’esplosivo.
La Procura sostiene che tali racconti fossero “costruiti a tavolino”.
Il nodo Lo Cicero: il “falso pentito” che orientò le indagini
Al centro del processo c’è la figura di Alberto Lo Cicero, collaboratore di giustizia morto nel 1997.
Negli anni successivi alla strage, Lo Cicero fornì dichiarazioni che sembravano collegare l’attentato a gruppi neofascisti.
Oggi la Procura lo definisce un “falso pentito”, paragonandolo a Vincenzo Scarantino, protagonista del noto depistaggio sulla strage di via D’Amelio.
Secondo l’accusa, le sue parole — e quelle di Romeo — avrebbero alimentato una narrazione priva di riscontri, ma capace di condizionare per anni l’opinione pubblica e parte degli apparati investigativi.
Le udienze: documenti, relazioni e testimonianze dal 1992
Il dibattimento ha riportato in aula documenti e relazioni di servizio del 1992, oltre ai verbali dei colloqui tra Lo Cicero e la Direzione Nazionale Antimafia.
La loro acquisizione è stata contestata dalla Procura, che teme possano contenere elementi non verificabili o non pertinenti.
Gli ufficiali dei Carabinieri ascoltati come testimoni hanno ricostruito il clima investigativo dell’epoca, segnato da pressioni, piste parallele e una forte competizione tra reparti.
Perché questo processo è importante
Il procedimento non riguarda solo la responsabilità individuale degli imputati, ma tocca un tema più ampio: la vulnerabilità delle indagini su stragi di mafia a interferenze, manipolazioni e narrazioni costruite.
La pista nera, oggi ritenuta infondata, per anni ha rappresentato una possibile chiave di lettura alternativa alla matrice esclusivamente mafiosa dell’attentato.
Dimostrare se e come quella pista sia stata costruita potrebbe contribuire a chiarire uno dei capitoli più opachi della storia giudiziaria italiana
Prossime tappe
Il processo proseguirà con nuove testimonianze e con la valutazione di ulteriori documenti richiesti dalle parti.
La sentenza è attesa nei prossimi mesi, ma il dibattito pubblico è già riacceso: il rischio di depistaggi nelle indagini sulle stragi resta una ferita aperta nella memoria del Paese.
Ecco una scheda sintetica sul processo Giustini–Romeo relativo al presunto depistaggio della pista nera nelle indagini sulla strage di Capaci.
1. Contesto
• Strage di Capaci: 23 maggio 1992, attentato mafioso che uccise Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e tre agenti della scorta.
• Indagini iniziali: oltre alla pista mafiosa, negli anni ’90 prese corpo una presunta pista eversiva di estrema destra, poi ritenuta infondata.
2. Oggetto del processo
Il procedimento, celebrato a Caltanissetta, mira a chiarire se la pista nera sia stata costruita artificialmente attraverso:
• dichiarazioni false o manipolate,
• iniziative investigative fuorvianti,
• tentativi di attribuire la strage a gruppi neofascisti anziché a Cosa nostra.
3. Gli imputati
Walter Giustini
• Ex brigadiere dei Carabinieri.
• Accuse: depistaggio, calunnia, falsa testimonianza.
• Contestazione principale: avrebbe sostenuto e alimentato la pista nera con atti e testimonianze ritenuti non veritieri, interferendo con altre indagini.
Maria Romeo
• Ex compagna del collaboratore di giustizia Alberto Lo Cicero.
• Accuse: falsa testimonianza, depistaggio.
• Contestazione principale: avrebbe riferito incontri mai avvenuti tra boss mafiosi e l’estremista Stefano Delle Chiaie, oltre a un presunto sopralluogo di quest’ultimo nel luogo dell’attentato.
4. Il ruolo di Alberto Lo Cicero
• Collaboratore di giustizia attivo negli anni ’90, deceduto nel 1997.
• Le sue dichiarazioni collegavano la strage a gruppi neofascisti.
• La Procura oggi lo definisce un “falso pentito”, figura centrale nella costruzione della pista nera.
5. Elementi emersi in aula
• Acquisizione di documenti e relazioni di servizio del 1992.
• Testimonianze di ufficiali dei Carabinieri sulle dinamiche investigative dell’epoca.
• Contestazioni della Procura su verbali e colloqui ritenuti non verificabili.
• Ricostruzione del clima investigativo segnato da pressioni, piste parallele e conflitti tra reparti.
6. Significato del processo
• Mira a chiarire come e perché una pista ritenuta infondata abbia influenzato per anni le indagini.
• Riapre il tema dei depistaggi nelle stragi di mafia, già emerso nel caso di via D’Amelio.
• Ha valore storico oltre che giudiziario: riguarda la trasparenza e l’affidabilità delle indagini su uno degli eventi più drammatici della Repubblica.
7. Stato attuale
• Il dibattimento è in corso con nuove testimonianze e acquisizioni documentali.
• La sentenza è attesa nei prossimi mesi.
19.5.2025 «Così seppi di Delle Chiaie in Sicilia», parla il brigadiere Giustini al processo depistaggio della strage di Capaci. Walter Giustini faceva parte del gruppo di militari dell’Arma impegnati a stanare Cosa nostra. Oggi è accusato di avere depistato le indagini sulla pista nera
Un brigadiere in servizio negli anni ‘90 a Palermo tra mafia, confidenze e ora i guai giudiziari con la pesante accusa di aver depistato le indagini per la ricostruzione giudiziaria sulla “pista nera” dietro alla strage di Capaci. Al centro del procedimento giudiziario c’è Walter Giustiniche faceva parte del gruppo di militari dell’Arma impegnati a stanare Cosa nostra e cercare nuove strade per portare all’arresto di Totò Riina e dei suoi fedelissimi.
Giustini, insieme a Michele Coscia all’inizio del 1992 (siamo prima delle stragi), sono riusciti ad avvicinare Maria Romeo (sorella di Domenico Romeo, storico collaboratore di Stefano Manicacci e difensore di Stefano Delle Chiaie) e Alberto Lo Cicero che ha rischiato la vita dopo essere stato colpito a colpi di pistola nel dicembre del 1991. Per quel tentato omicidio i due militari decidono di avviare un canale con i due che già stavano insieme.
Confidenze prima, registrazioni di nascosto per “sigillare” i racconti visto che Lo Cicero non voleva mettere la firma nei verbali. Racconti, nomi e nomignoli di coloro i quali frequentavano la casa di Mariano Tullio Troia, “u Mussolini” di Palermo. I racconti di Lo Cicero però non furono ritenuti veritieri dalla procura di Palermo perché il suo esordio da confidente avvenne per smentire il caso di lupara del boss Armando Bonanno, suo cugino. «Mi disse subito – ha raccontato Giustini in aula nel tentativo di sistemare il tiro, anche giudiziario, dopo il suo racconto a Report – che lo ha incontrato e ci ha anche parlato». Indirettamente avrebbe smentito insomma i collaboratori di giustizia «che non avevano mai fatto fino a quel momento i nomi degli esecutori».
Il brigadiere, che dopo le stragi venne trasferito da Palermo perché era in pericolo di vita, adesso vive a Roma. E nel Lazio ha dato al giornalista Paolo Mondani una delle informative a sua firma. «La mia intervista è stata lunga oltre un’ora – ha detto dinnanzi al tribunale collegiale – poi sono stati mandati in onda quattro minuti circa». Giustini poi ha parlato di Stefano Delle Chiaie. «Un giorno nel mio ufficio Maria Romeo mi disse che conosceva persone importanti e mi fece il nome di Stefano Delle Chiaie che era amico del fratello e spesso veniva in Sicilia e a Capaci». La stessa Romeo poi gli ha portato una foto dei due amici insieme «ma non ricordo in quale fascicolo l’ho messa».
Il brigadiere ha ricordato di aver saputo da Lo Cicero che a casa di Tullio Troia c’era un certoBiondino, «una persona incensurata e io stesso feci dei sopralluoghi sotto casa e vicino ad un’officina ma non potevamo fare il servizio di vigilanza perché ci avrebbero conosciuto». Dopo le stragi Lo Cicero decide di diventare collaboratore di giustizia, un semplice falegname che ha fatto il salto di qualità. La prossima udienza è fissata per il 15 giugno. di Laura Mendola 19 Maggio 2026 LA SICILIA
6.1.2026 – Scontro sulla pista nera. I ricordi grotteschi e il baciamano di Riina
Lo scontro di posizioni sulle stragi di mafia del ’92 è netto.Da una parte la Procura di Caltanissetta, dall’altro il giudice per le indagini preliminari.
I pm nisseni hanno presentato un ricorso in Cassazione per “l’abnormità del provvedimento” con cui il Gip Grazia Luparello ha rigettato, per la seconda volta, la richiesta di archiviazione dell’inchiesta sulla ‘pista nera’ nella strage di Capaci in cui morirono Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta.
“Zero tagliato”
La notizia è stata anticipata dalla trasmissione Rai “Report”. Il procuratore di Caltanissetta Salvatore De Luca, che coordina le indagini sulle stragi, durante la sua recente audizione in Commissione parlamentare antimafia, ha definito la pista nera “zero tagliato”, spiegando che comunque restano aperti più filoni d’indagine.
La pista nera è stata seguita sia per la strage di Capaci che per quella di via D’Amelio. Ci sono più fascicoli che si intrecciano. In un primo primo caso, ad aprile 2024, il giudice per le indagini preliminari di Caltanissetta Santi Bologna ha archiviato l’inchiesta, su richiesta della stessa Procura. Ne è scaturito un nuovo processo per depistaggio.
Le stragi e il fantasma di Delle Chiaie
Si è scandagliato il mondo di Stefano Delle Chiaie, un fantasma che aleggia da anni sulla strage di Capaci, alla luce dei ricordi fuori tempo massimo di un carabiniere in pensione, Walter Giustini, e di Maria Romeo, ex compagna del collaboratore di giustizia, Albero Lo Cicero. Il primo ora è imputato per depistaggio e la seconda per avere reso false dichiarazioni ai pm.
Giustini si è ricordato di Delle Chiaie all’improvviso. Prima non c’era traccia nei verbali di Lo Cicero, nel frattempo deceduto, alla cui redazione aveva partecipato lo stesso Giustini.
I fascicoli d’altra parte si riempiono di ricordi tardivi. Nel 2016, ad esempio, il neofascista Alberto Stefano Volo, che sarebbe deceduto quattro anni dopo, raccontò ai magistrati di aver incontrato Paolo Borsellino dopo la strage di Capaci. Lo aveva cercato disperatamente e alla fine ottenne un incontrò nel corso del quale il giudice gli avrebbe confidato che non c’era la mafia dietro la strage.
Scese nei dettagli: Borsellino la pensava alla stessa maniera di Volo. “Secondo me ripeto sarà presunzione, sarà pazzia – gli avrebbe detto – ma secondo me Giovanni è caduto su questa strada”.
I pubblici ministeri di Caltanissetta e il Gip Bologna smontarono questa versione: è impensabile credere che Borsellino fosse “un magistrato sprovveduto” che riferisce “le proprie impressioni in ordine alla responsabilità della strage di Capaci a un mitomane come Alberto Volo”.
Romeo riferì della sua relazione con Lo Cicero. Insieme, così mise a verbale, tra le tante cose avevano partecipato alla festa per la cresima del figlio del boss Mariano Tullio Troia. Cosa accadde? Che Totò Riina – la donna lo avrebbe riconosciuto dopo avere visto le foto il giorno dell’arresto – si inchinò per fare il baciamano a Troia.
Roba da “Ciprì e Maresco”
Un particolare “grottesco, degno di un’ambientazione cinematografica, di un film di Ciprì e Maresco“, lo definirono i magistrati. Maria Romeo disse di avere aspettato dietro la porta nel corso di un incontro fra Borsellino e Lo Cicero. Ai pm spiegò che era durato al massimo 10 minuti, in Tv ha parlato di cinque ore, dalle 19:00 a mezzanotte.
La prima richiesta di archiviazione rigettata da Luparello risale al maggio 2022 e riguardava il fascicolo senza indagati su possibili ’mandanti esterni’. Il Gip dispose nuove indagini, indicando verifiche su 32 punti, compresa la ’pista nera’ e su Stefano Delle Chiaie. Nel dicembre del 2024 la Procura di Caltanissetta ripresentò una nuova richiesta di archiviazione, ancora una volta rigettata. Bisognava approfondire l’interesse di Paolo Borsellino per le dichiarazioni del collaboratore Lo Cicero sul presunto ruolo di Delle Chiaie, mai indagato e deceduto nel 2019, nella strage di Capaci. Ne aveva parlato, il 5 giugno 2007, in un colloquio con il sostituto della Direzione nazionale antimafia Gianfranco Donadio dopo che il magistrato trovò nell’archivio della Dna un’informativa del capitano dei carabinieri Antonio Cavallo.
In precedenza il Gip aveva indicato altri filoni investigativi. Uno ruotava attorno alla figura di Paolo Bellini, ex di Avanguardia nazionale. Secondo la Procura, l’approdo è sempre lo stesso: niente prove. Meglio lavorare su altri argomenti: dossier mafia-appalti, la sparizione dell’agenda rossa di Borsellino e i rapporti tra esponenti dei servizi segreti e massoneria.
Il colloquio Donadio-Lo Cicero
Il colloquio fra Donadio e Lo Cicero – che risale a 8 anni fa – è stato trasmesso da Report. Lo Cicero raccontava di aver visto Delle Chiaie a Palermo nel 1992 e parlava di un incontro, sempre in quell’anno, tra il neofascista, fondatore di Avanguardia nazionale, e il boss Mariano Tullio Troia, deceduto nel 2010.
“Troia andava da Delle Chiaie?”, chiedeva il magistrato. “No, Delle Chiaie andava da Troia. Penso che direttamente la mano viene da lui”, diceva Lo Cicero, che ricordava di aver “visto la macchina blu più di una volta” sul luogo della strage di Capaci, “con dentro Delle Chiaie. Erano in tre”. Alla domanda se “il discorso di Capaci fu portato da Delle Chiaie”, Lo Cicero rispondeva che “fu portato dalla politica” e che “l’ultimo pezzo l’ha fatto Delle Chiaie”. A parlare di Delle Chiaie alla trasmissione televisiva in passato sono stati il brigadiere Giustini e la compagna di Lo Cicero. Nei primi verbali di Lo Cicero, però, non c’era traccia.
Il 25 agosto 1992 al pubblico ministero Vittorio Aliquò Lo Cicero disse che “poco prima dell’eccidio io avevo notato che c’era nell’aria qualcosa di strano”. Aggiunse che un giorno, mentre accompagnava un parente a casa di amici, “nella stradella che poi porta al luogo dell’attentato trovammo dei cavalletti posti di traverso con la scritta ‘lavori in corso’. Non c’erano scavi ma alcuni mucchi di terra che impedivano il passaggio. Tornammo indietro… non notai niente ad eccezione di un motociclista con un vespino rosso che sbucò alle mie spalle e che con il suo mezzo poté passare al di là dell’interruzione. Era vestito come un contadino e non mi diede motivo di sospetto” .
Neppure sulla organizzazione della strage conosceva dettagli. Circostanza che trova una spiegazione logica nelle stesse parole di Lo Cicero, il quale disse di essere stato “messo da parte” dal boss Troia sei anni prima della strage.
L’autista di Riina
Il 22 gennaio 1993 Lo Cicero era stato interrogato di nuovo dal pm Vittorio Teresi. Nel verbale parlava di Salvatore Biondino, l’autista di Totò Riina. Ed ecco un altro punto controverso. L’ex carabiniere Giustini, intervistato anni fa da Report, confermava: “Lo Cicero ci disse che come autista di Troia partecipava ad alcuni incontri e notava che Riina veniva accompagnato da Salvatore Biondino”. Quando? “Prima delle stragi”.
Eppure nel verbale del ’93 Lo Cicero aveva detto che Biondino era sì autista di un mafioso, ma solo dopo l’arresto di Riina “vedendo la sua immagine sui giornali e in televisione mi sono ricordato che quella persona l’ho vista qualche volte nella villa di Troia”. Quindi nel 1993, dopo la strage, Lo Cicero metteva a verbale che prima delle stragi non aveva idea che Biondino fosse l’autista del capo dei capi.
Di Delle Chiaie non si parlò neppure in un interrogatorio del febbraio 1993. I pubblici ministeri che sentirono Lo Cicero erano stati Aliquò, scomparso l’anno scorso, e Teresi. Si può anche ipotizzare che nulla sapessero delle confidenze fatte da Lo Cicero a Giustini. Una certezza c’è: in due dei tre interrogatori era sempre presente una terza persona, ed è proprio il carabiniere Walter Giustini e cioè colui che aveva raccolto le confidenze mai svelate prima. Riccardo Lo Verso LIVE SICILIA
14.7.2025 Depistaggio strage di Capaci, depone il vicecomandante generale dell’Arma
E’ ripreso questa mattina a Caltanissetta il processo a carico di Walter Giustini, ex carabiniere, e Maria Romeo, per depistaggio nell’ambito delle indagini sulla strage di Capaci.
Giustini è accusato di aver creato un depistaggio nelle indagini sulla “pista nera” relativa alla strage in cui morirono Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta.
Maria Romeo era la compagna dell’allora collaboratore di giustizia Alberto Lo Cicero (deceduto).
Stralciata in fase preliminare la posizione di Domenico Romeo, fratello di Maria e collaboratore dell’avvocato Stefano Menicacci, anche lui morto, difensore storico dell’eversore nero Stefano Delle Chiaie.
Il processo è entrato nel vivo con le testimonianze di alcuni ufficiali dei carabinieri, da anni in pensione, che hanno raccontato al tribunale di Caltanissetta la collaborazione di Alberto Lo Cicero, iniziata il 24 luglio del 1992, cioè qualche giorno dopo la strage di via d’Amelio.
Questa mattina sul banco dei testimoni anche il vicecomandante generale dell’Arma dei carabinieri, Marco Minicucci che ha ricordato il suo lavoro “dal ’91 al ’94 al comando del nucleo operativo di Palermo“.
Botta e risposta tra Minicucci e avvocati
“Non posso che essere perplessa nell’apprendere che le informazioni di un latitante non fossero state ritenute attendibili, tanto da non sviluppare un’attività minima di indagine“. Lo dice l’avvocato Sonia Battagliese, legale di Walter Giustini, a margine dell’udienza del processo a carico di quest’ultimo e di Maria Romeo, difesa dall’avvocato Emilio Buttigè, per depistaggio nelle indagini sulla strage di Capaci. Il riferimento è alla testimonianza del vicecomandante generale dei carabinieri Marco Minicucci il quale, durante l’udienza di oggi del processo che si svolge a Caltanissetta ha dichiarato che all’epoca non si diede particolare credito alle dichiarazioni di Alberto Lo Cicero su Totò Riina e in particolare al fatto che quest’ultimo, latitante da 23 anni, andasse a trovare Mariano Tullio Troia. “Mi colpiscono anche i tanti non ricordo di chi all’epoca era a capo di un nucleo che indagava sulla criminalità organizzata” aggiunge il legale.
“Non ricordo se Alberto Lo Cicero avesse fornito informazioni importanti sulla strage di Capaci, prima e dopo della stessa“. Lo ha detto il vicecomandante Marco Minicucci che ha anche aggiunto di non ricordare se Lo Cicero avesse fornito informazioni su Stefano Delle Chiaie e che qualora le avesse fatte “sono contenute negli atti“. Il generale Minicucci oggi è stato sentito come teste nell’ambito del processo sul depistaggio, nato dalla falsa pista nera, quella che ipotizzava la regia del terrorista neofascista Stefano Delle Chiaie, nella progettazione ed esecuzione della strage di Capaci, pista finita con l’archiviazione. Gli imputati sono un ex maresciallo dei carabinieri, Walter Giustini, e Maria Romeo, ex compagna del collaboratore di giustizia Alberto Lo Cicero, poi deceduto. Le accuse a vario titolo vanno dal depistaggio alla calunnia fino alla falsa testimonianza ai pm, quest’ultima accusa contestata a Maria Romeo. “In questo momento mi si sta chiedendo di ricordare cose che risalgono a 30 anni fa e se non ricordo è perché non lo ricordo” ha detto il generale Minicucci rispondendo alle domande a chiarimento dell’avvocato Sonia Battagliese che difende Giustini. “Lo Cicero vi aveva detto che Riina andava a trovare Mariano Tullo Troia e questo vi sembrò così strano da non fare indagini?” ha chiesto l’avvocato Battagliese. “Ci sembrò così strana una cosa del genere che non demmo molto peso” ha risposto il teste. E ancora l’avvocato ha chiesto: “Quindi alcune cose che Lo Cicero confidava sembravano così strane da non darvi peso?“. “Uno che non era considerato un personaggio di spicco che riceveva la visita da Riina, che era latitante, per noi era quasi impossibile“, ha risposto Minicucci. Battagliese ha contestato i tanti “non ricordo” del teste che ha replicato: “trovo questo molto offensivo, sono cose di 30 anni fa“. La prossima udienza è fissata per il 15 settembre alle 10.30 IL SICILIA
