29.6.2026 di Alessandro Cucciolla
Nel labirinto di misteri, omissioni e depistaggi che circondano i cinquantasette giorni tra la strage di Capaci e quella di via D’Amelio, emerge un frammento documentale di straordinaria e dolorosa nitidezza.
A riportarlo al centro del dibattito pubblico è l’avvocato Fabio Trizzino — legale dei figli di Paolo Borsellino e profondo conoscitore delle carte processuali — attraverso una riflessione che scuote la storiografia ufficiale della stagione delle stragi del 1992.
*Il punto di partenza è un verbale storico:* l’audizione davanti al Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) datata 30 luglio 1992.
A testimoniare, a soli undici giorni dalla strage di via D’Amelio, è la dottoressa Alessandra Sabatino. Le sue parole, incrociate con le successive risultanze processuali, fissano una data precisa: il 29 giugno 1992, il giorno dell’onomastico di Paolo Borsellino.
Un giorno apparentemente come tanti* , ma che si rivelerà un drammatico spartiacque emotivo e investigativo per il magistrato.
Il fatto:
“È stato col Capo”
Dalla testimonianza della dottoressa Sabatino emerge il resoconto di una mattinata convulsa.
Verso l’una del pomeriggio del 29 giugno, Borsellino si trova nell’ufficio del Procuratore Capo di Palermo, Pietro Giammanco.
Un colloquio lungo, blindato, dal quale il magistrato esce visibilmente occupato e indisponibile.
La svolta narrativa e drammatica avviene la sera stessa.
La dottoressa Sabatino riceve una telefonata di Borsellino sul cellulare della sorella. Ciò che la colpisce immediatamente, prima ancora delle parole, è il tono della voce: «Molto, molto abbattuto», un tono del tutto insolito per l’uomo e il magistrato che tutti conoscevano.
Borsellino telefona per scusarsi di non essere riuscito a parlarle in mattinata, spiegando che l’indomani sarebbe dovuto partire per Roma (viaggio poi storicamente accertato per il 1° luglio).
È a questo punto che la dottoressa Sabatino, nel tentativo di alleggerire la conversazione, fa una battuta:
«Piuttosto, Paolo, so che oggi sei stato in buona compagnia, col Capo».
La risposta di Borsellino gela l’interlocutrice, spezzando ogni ironia:
«Ah, oggi è stata una cosa brutta, e ci sono stati momenti in cui mi sembrava di essere tornato ai vecchi tempi, di quelli peggiori».
L’analisi: l’isolamento e lo scontro dentro la Procura
La frase di Borsellino — “i vecchi tempi, di quelli peggiori” — non è una semplice sfogo. È un preciso riferimento storico e professionale. Per un magistrato palermitano che aveva vissuto l’epopea del Pool Antimafia, i “tempi peggiori” erano quelli dello smantellamento del Pool stesso, degli ostacoli burocratici, della solitudine istituzionale e del clima di strisciante ostilità che aveva circondato Giovanni Falcone prima del suo addio a Palermo.
Cosa accadde in quella stanza “col Capo” Giammanco il 29 giugno 1992?
È noto che Borsellino vivesse con enorme frustrazione la gestione della Procura di Palermo da parte di Giammanco, caratterizzata da una centralizzazione del potere e, secondo diverse ricostruzioni, da una pervicace resistenza a condividere pienamente le informazioni investigative sulla mafia, in particolare quelle ostensibili sui filoni di indagine più delicati (come l’informativa “Mafia-Appalti“).
Quella “cosa brutta” avvenuta nell’ufficio del Procuratore Capo rappresenta la plastica dimostrazione di un Borsellino che, a un mese dalla morte di Falcone, si scontrava contro un muro di gomma istituzionale proprio dentro la sua stessa Procura.
Un muro che lo faceva sentire drammaticamente solo, costretto a rivivere l’incubo dell’isolamento che aveva già ucciso l’amico e collega.
La doverosa riflessione: oltre il mondo delle ombre e dei teoremi*
L’intervento dell’avvocato Fabio Trizzino impone una “riflessione doverosa”, che si rivela quanto mai necessaria in un Paese che per trent’anni ha preferito, spesso, la via dei teoremi astratti alla concretezza dei fatti processuali. Per anni la narrazione collettiva si è concentrata quasi esclusivamente su scenari macro-politici e trattative segrete, rischiando di opacizzare ciò che accadeva quotidianamente nei corridoi del Palazzo di Giustizia di Palermo.
Il post di Trizzino rimette i piedi per terra, ancorando la memoria alle carte e alle testimonianze dirette.
In un “mondo di ombre”, dove le verità di comodo e i depistaggi (si pensi al caso Scarantino) hanno cercato di seppellire i fatti, la testimonianza della dottoressa Sabatino brilla per purezza e drammaticità.
Ci restituisce non un’icona di cartone, ma un uomo in carne e ossa, un servitore dello Stato che, a meno di venti giorni dalla propria morte, consapevole del tritolo che lo attendeva, doveva combattere la battaglia più logorante: quella interna, contro l’inerzia e l’ostilità di chi avrebbe dovuto proteggerlo e sostenerlo.
Documentare e ricordare quel 29 giugno significa sottrarre Paolo Borsellino alla nebbia della retorica e restituirlo alla verità della sua storia e del suo sacrificio.
Dal verbale dell’audizione del 30 luglio 1992 della dr.ssa Vincenza Sabatino davanti al Csm
