02/12/1997. PALERMO – Giovanni Falcone diventò un pericolo imminente per i boss siciliani e per gli interessi di alcuni gruppi imprenditoriali italiani quando scoprì – e lo denunciò anche pubblicamente – che la mafia era entrata in Borsa. Così parla Angelo Siino, il pentito che sta svelando ai procuratori di Caltanissetta i personaggi di quel “sistema” che voleva morto il magistrato palermitano che all’ epoca era appena stato nominato direttore generale degli Affari penali al ministero di Grazia e Giustizia. Negli interrogatori di venerdì e sabato a Roma, il collaboratore ha descritto uno scenario, relativo alla vigilia delle stragi siciliane, popolato da mafiosi terrorizzati dalle inchieste giudiziarie, indagini che puntavano a svelare nuove alleanze tra Cosa Nostra e grandi imprese del Nord, in particolare tra i corleonesi di Totò Riina e società collegate a Raul Gardini.
Ecco quali sono le prime rivelazioni di Angelo Siino finite nell’ inchiesta-bis sull’ uccisione di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, quella sui cosiddetti “mandanti esterni” delle stragi del 1992. II pentito racconta che Cosa Nostra aveva intuito quali erano gli obiettivi di Falcone e di Borsellino. I capi delle “famiglie” – aggiunge – si erano allarmati quando capirono che i due magistrati, uno a Roma e l’ altro a Palermo, puntavano al cuore dell’ organizzazione: ai grandi affari. E il primo passo verso la scoperta di quel fiume di denaro di illecita provenienza fu proprio quando si cominciò ad indagare sugli appalti pubblici, sulla miliardaria spartizione di lavori e di tangenti. Così Siino ricostruisce un patto tra i clan e “pezzi” del Psi e parla di come il gruppo Ferruzzi-Gardini sarebbe “entrato” in alcune società gestite dai boss. In proposito ieri l’ avvocato Marco De Luca, che fu a lungo legale dell’ imprenditore ravennate morto suicida nel luglio ’93, ha detto che “per tutto il tempo in cui sono stato vicino al dottor Gardini non ho mai avuto la benchè minima impressione che ci fosse qualcunque tipo di collusione con ambienti di questo genere”. Siino, in particolare, parla del ruolo dell’ agrigentino Filippo Salamone, riporta le infami frasi di Salvo Lima su Falcone e Borsellino, riferisce le parole dell’ ex ministro Aristide Gunnella che lo avvertiva di stare attento alle indagini del pool antimafia, indica quali erano i canali politici “attivati” dai boss per tentare di schivare le inchieste giudiziarie e “aggiustare” processi. Queste sono le prime confessioni del cosiddetto “ministro dei lavori pubblici” di Totò Riina su quel “sistema criminale” che – secondo i procuratori di Palermo e Caltanissetta – sarebbe arrivato a condizionare scelte politiche e ordinare stragi.
LA REPUBBLICA – Attilio Bolzoni Francesco Viviano