Dal male al bene: la sfida della confisca dei beni alle mafie

 

 

Il sistema italiano di confisca dei beni alla criminalità organizzata rappresenta uno degli strumenti giuridici più avanzati d’Europa. Frutto dell’evoluzione normativa ispirata all’insegnamento di Giovanni Falcone, si fonda sulla consapevolezza che colpire il patrimonio delle mafie significa aggredire la loro vera fonte di potere. Eppure, nonostante i progressi compiuti, il percorso che trasforma questi beni da simbolo del dominio criminale a risorsa per la collettività resta ancora troppo lento, frammentato e gravato da criticità strutturali. Secondo l’ultima indagine Eurispes, il valore complessivo stimato del patrimonio immobiliare confiscato in Italia raggiunge i 4,66 miliardi di euro, una cifra che restituisce l’immensità del potenziale inespresso e la portata delle sfide ancora aperte.

Il quadro generale è quello di un fenomeno di dimensioni ragguardevoli: oltre 47.000 beni tra immobili e aziende sono stati oggetto di confisca, ma solo poco più della metà ha completato l’iter di destinazione, fermandosi al 52,2 per cento. Al 2025, gli immobili in amministrazione sono 21.623, mentre quelli già destinati ammontano a 21.664. Sul fronte aziendale, 3.113 imprese sono in gestione e 1.723 sono state definitivamente destinate. Numeri che raccontano di un sistema che funziona solo in parte, dove la sottrazione dei beni alla criminalità non riesce ancora a tradursi sistematicamente in una loro effettiva valorizzazione sociale ed economica.

La geografia della confisca: un fenomeno a macchia di leopardo

La distribuzione territoriale dei beni confiscati riflette fedelmente la storica presenza delle organizzazioni mafiose, ma con significative novità. La Sicilia detiene il primato assoluto con il 38 per cento degli immobili confiscati, seguita da Campania e Calabria. Queste tre regioni da sole concentrano circa il 70 per cento di tutti i beni destinati a livello nazionale. La concentrazione è confermata dal fatto che Sicilia, Campania e Lazio sommano 14.189 immobili, pari al 65,6 per cento del totale.

Ma emergono segnali significativi anche al Nord, dove la Lombardia si attesta come prima regione settentrionale per numero di beni confiscati, con 1.324 immobili in amministrazione. Questo dato conferma che il fenomeno mafioso ha ormai superato i confini tradizionali del Mezzogiorno, radicandosi in territori un tempo considerati immuni. Particolarmente emblematico è il caso del Lazio, che pur presentando un’alta concentrazione di beni in amministrazione, paragonabile a quella della Campania, mostra invece un numero relativamente basso di beni destinati, probabilmente a causa di criticità procedurali, scarsa attrattività dei cespiti e vincoli legati ai creditori di buona fede che rallentano l’intero processo.

Guardando alle aree geografiche, la quota maggiore di immobili amministrati si colloca nelle Isole, con il 40,22 per cento, e nel Sud, con il 27,44 per cento. Il Centro raggiunge il 15,84 per cento, quasi interamente trainato dal Lazio, mentre il Nord nel complesso arriva al 16,49 per cento. Uno squilibrio che pone seri interrogativi sulla capacità del sistema di garantire equità ed efficienza su tutto il territorio nazionale.

Il cuore giuridico del sistema: la confisca di prevenzione

Il sistema della confisca di prevenzione, disciplinato dal Codice Antimafia, si basa sul principio del follow the money, ovvero sulla necessità di colpire il patrimonio per prosciugare le risorse della criminalità. Un meccanismo che non richiede una condanna definitiva, ma si fonda sulla sproporzione tra redditi dichiarati e patrimonio posseduto, e sulla presenza di elementi concreti che rendano plausibile l’illegittima provenienza dei beni. Questo approccio patrimoniale si è affermato come pilastro del contrasto alle economie illegali, perché consente di intervenire anche senza una sentenza penale definitiva, sulla base di un giudizio di pericolosità qualificata del soggetto.

I numeri dell’economia illegale aiutano a comprendere l’importanza strategica di questo strumento. Secondo le stime di Transcrime, le attività criminali incidono per circa l’1,7 per cento del PIL, pari a 25,7 miliardi di euro, di cui tra 8 e 13 miliardi riconducibili direttamente alle mafie. Una stima più ampia della Banca d’Italia arriva al 10,9 per cento del PIL, tra 138 e 150 miliardi di euro. Queste cifre spiegano perché l’aggressione ai patrimoni non sia un dettaglio tecnico, ma un asse strategico della lotta alla criminalità.

Il procedimento di applicazione della confisca si articola in fasi distinte e coinvolge una pluralità di soggetti istituzionali. La proposta può provenire dal procuratore della Repubblica, dal procuratore nazionale antimafia, dal questore o dal direttore della DIA, che operano di concerto per evitare duplicazioni. A supporto della proposta si svolgono indagini patrimoniali estese, condotte con l’ausilio della Guardia di finanza, che possono riguardare non solo il soggetto attenzionato ma anche familiari e conviventi degli ultimi cinque anni. Sulla base di questi elementi, il tribunale può disporre il sequestro dei beni quando il loro valore risulta sproporzionato rispetto al reddito dichiarato o quando vi siano sufficienti indizi di provenienza illecita. La confisca scatta infine quando la persona non riesce a giustificarne la legittima provenienza.

Questo meccanismo, pur efficace, solleva delicate questioni di garanzia costituzionale. La Cassazione ha più volte ribadito la natura preventiva e non penale della misura, legittimando così il suo utilizzo anche senza condanna definitiva. Tuttavia, la Corte europea dei diritti dell’uomo insiste sul rispetto di garanzie robuste in termini di proporzionalità, motivazione e possibilità di difesa effettiva, specie quando l’effetto patrimoniale è definitivo e di grande impatto.

Le criticità: tempi lunghi, degrado e perdita di valore

Nonostante i progressi normativi, il sistema presenta criticità rilevanti che ne rallentano l’efficacia. I tempi eccessivamente lunghi che intercorrono tra sequestro, confisca definitiva e destinazione dei beni rappresentano uno degli ostacoli principali. Questa dilatazione temporale produce conseguenze drammatiche: il deterioramento fisico degli immobili, l’aggravarsi di irregolarità urbanistiche, l’insorgere di occupazioni abusive e, più in generale, una perdita di valore economico e simbolico spesso irreversibile.

L’ANBSC impiega mediamente almeno diciotto mesi per la verifica dei creditori di buona fede, un procedimento necessario ma che allunga ulteriormente i tempi di attesa. A ciò si aggiunge il fatto che circa la metà dei beni presenta problematiche tecniche o giuridiche che complicano ulteriormente la destinazione. L’anzianità media del portafoglio immobiliare, pari a 13,1 anni, comporta un depauperamento del patrimonio stimato in circa 254 milioni di euro complessivi per obsolescenza strutturale e funzionale, pari a circa 19,5 milioni di euro annui. A queste perdite si sommano gli oneri di manutenzione, stimati in circa 5 milioni di euro l’anno, portando il costo economico complessivo della mancata o ritardata valorizzazione a oltre 24 milioni di euro annui.

Il caso dei terreni agricoli è emblematico di queste difficoltà. Pur essendo numerosi e rappresentando una grande opportunità per il rilancio delle aree interne, essi restano i beni più difficili da destinare. Spesso percepiti dagli Enti territoriali come oneri gestionali piuttosto che come opportunità di sviluppo, richiedono investimenti di recupero e manutenzione che molti Comuni non sono in grado di sostenere. In nessuna delle regioni analizzate risultano manifestazioni d’interesse per questa tipologia di beni, nonostante i valori economici non trascurabili.

Lo “shock di legalità”: il dramma delle aziende confiscate

Particolarmente drammatica appare la situazione delle aziende confiscate, che costituiscono il segmento più fragile del patrimonio sottratto alla criminalità organizzata. Circa il 95 per cento di esse non riesce a sopravvivere sul mercato legale, subendo quello che è stato definito “shock di legalità”. Il venir meno delle prassi illecite che ne garantivano la competitività, unito alla perdita di accesso al credito e all’aumento dei costi di gestione, rende estremamente difficile la continuità aziendale in assenza di un sostegno pubblico strutturato.

Dei 3.422 imprese confiscate definitivamente, solo il 35,35 per cento risulta attivo, mentre il 33 per cento è già cessato e il 23,32 per cento è sottoposto a procedure concorsuali. La conseguenza è una diffusissima liquidazione che riduce drasticamente l’impatto economico e occupazionale potenzialmente generabile. Solo in Sicilia si registra una prevalenza significativa di imprese attive rispetto a quelle cessate; nelle altre regioni, sia del Nord sia del Sud, il numero delle imprese cessate tende a superare quello delle attive.

Dal punto di vista settoriale, le aziende confiscate si concentrano in pochi comparti: costruzioni, commercio e riparazione di veicoli, immobiliare, alloggio e ristorazione. Questi quattro settori da soli rappresentano oltre due terzi del totale, coerentemente con la letteratura che individua in tali ambiti i principali canali di riciclaggio della criminalità organizzata. In termini occupazionali, dalle 300 aziende attive attuali si potrebbe arrivare, con un adeguato sostegno, a circa 31.000 occupati, con un recupero economico di oltre 45 milioni di euro di fatturato annuo aggiuntivo se solo un ulteriore 20 per cento delle imprese amministrate venisse reinserito nel mercato.

L’ANBSC tra responsabilità e limiti strutturali

Il ruolo dell’Agenzia nazionale per l’amministrazione e la destinazione dei beni sequestrati e confiscati si rivela cruciale ma al tempo stesso fortemente problematico. L’Agenzia è chiamata a svolgere funzioni complesse e multidimensionali, amministrative, tecniche, giuridiche e di coordinamento, senza disporre di risorse, competenze e strumenti adeguati alla vastità del compito. La carenza di personale specializzato, la dipendenza da altre Amministrazioni e la limitata autonomia operativa incidono negativamente sull’efficacia dell’intero sistema.

Le spese di gestione annue si attestano intorno ai 7,6 milioni di euro, con gli immobili che assorbono oltre il 60 per cento del totale a causa degli elevati costi di custodia, manutenzione e gestione tecnica. I beni mobili incidono per circa il 13 per cento, mentre le aziende confiscate rappresentano circa il 22 per cento dei costi complessivi, legati prevalentemente alle spese per coadiutori, gestione finanziaria e procedure di liquidazione.

Anche sul versante degli Enti locali emergono limiti strutturali significativi. Pur essendo i principali destinatari dei beni immobili confiscati, molti Comuni non dispongono delle competenze tecniche, delle risorse finanziarie e delle capacità progettuali necessarie per attivare percorsi di riutilizzo efficaci. La gestione dei beni confiscati richiede competenze multidisciplinari che spaziano dalla progettazione sociale alla gestione economica, dalla rendicontazione al monitoraggio degli impatti, ambiti in cui spesso le Amministrazioni locali risultano carenti.

Le buone prassi: quando la legalità diventa opportunità

Non mancano tuttavia esperienze virtuose che dimostrano come una corretta valorizzazione possa trasformare i beni confiscati in reali strumenti di rigenerazione sociale ed economica. In Sicilia, la Regione ha definito una Strategia regionale per la valorizzazione dei beni confiscati e ha stanziato oltre 5 milioni di euro dal PNRR per la riqualificazione della Masseria Verbumcaudo a Polizzi Generosa, un bene confiscato e acquisito dalla Regione che dal 2019 è gestito dalla cooperativa sociale Verbumcaudo, con l’obiettivo di restituire dignità, funzioni e lavoro in un’area segnata dalla presenza mafiosa.

In Campania, la Regione ha siglato un accordo con l’ANBSC per rendere più efficace la politica di riuso e rigenerazione urbana, includendo anche la possibilità di collocare nei beni confiscati presidi delle Forze di Polizia e dei Vigili del Fuoco. La Fondazione Pol.iS ha contribuito a consolidare la governance del riutilizzo, promuovendo progetti come la Bottega dei Sapori e dei Saperi della legalità e il progetto sipuòfare, che mette in rete produzioni e servizi realizzati in beni sottratti alla criminalità, rendendoli visibili e riconoscibili per la comunità.

In Puglia, la Giunta regionale ha stanziato 11 milioni di euro per il bando Puglia Beni Comuni, finalizzato a sostenere iniziative orientate all’inclusione sociale e allo sviluppo locale, con contributi che vanno da 250.000 a 1.000.000 di euro per progetto. Le attività possono includere produzione di beni o servizi senza scopo di lucro per fasce fragili, fino a iniziative come orti urbani e didattici.

In Lombardia, la Regione ha promosso lo Sportello di assistenza Beni Confiscati in collaborazione con ANCI Lombardia, stanziando circa 5 milioni di euro per il triennio 2025-2027 per accompagnare Enti locali e non profit lungo tutto il percorso, dalle richieste di assegnazione fino al monitoraggio successivo, offrendo assistenza gratuita su tre livelli di complessità.

A livello nazionale, l’accordo tra ANBSC e MASAF del 2024 rappresenta un passo avanti significativo, finalizzato al riutilizzo produttivo e sociale dei terreni agricoli confiscati destinandoli in particolare a giovani imprenditori agricoli under 40. Sono stati coinvolti 1.410 terreni inoptati in 16 regioni, concessi con canone agevolato a giovani agricoltori, startupper e società agricole selezionati mediante bandi pubblici. I ricavi derivanti dalle concessioni confluiscono nel bilancio del MASAF e sono destinati all’acquisto di derrate alimentari per soggetti indigenti, rafforzando così la finalità redistributiva dell’intervento. L’accordo integra esplicitamente obiettivi sociali e formativi, prevedendo che sui terreni assegnati debbano essere promosse iniziative di inclusione, divulgazione e partecipazione comunitaria.

Prospettive di riforma: un cambio di paradigma necessario

Guardando al futuro, la ricerca Eurispes individua tre direttrici di riforma prioritarie per superare l’attuale frammentazione del sistema. La prima riguarda il rafforzamento istituzionale dell’ANBSC, con la possibilità di trasformarla in ente pubblico economico per introdurre logiche di programmazione strategica, economie di scala e maggiore capacità di attrarre risorse pubbliche e private. Ciò implicherebbe una reingegnerizzazione dei processi di ablazione e destinazione, introducendo strumenti innovativi come l’affidamento anticipato per prevenire il degrado e partenariati con Enti locali, Terzo settore e imprese sociali.

La seconda direttrice concerne la creazione di un sistema strutturale di accompagnamento per le aziende confiscate, in grado di compensare il costo della legalità e di sostenere la fase di transizione verso il mercato legale, tutelando i livelli occupazionali e affrontando consapevolmente i cosiddetti costi della legalità. Ciò richiede una maggiore integrazione tra politiche di legalità e politiche del lavoro, nonché un potenziamento degli strumenti di sostegno economico, come i finanziamenti a tasso zero già introdotti dallo Stato con uno stanziamento di circa 48 milioni di euro.

La terza direttrice riguarda il potenziamento degli Enti locali attraverso supporti tecnici, finanziari e formativi, condizione imprescindibile per rendere effettivo il riutilizzo dei beni. Il successo di tale approccio dipende da una partecipazione attiva e coordinata di tutti gli stakeholder istituzionali, incluso il legislatore, accompagnata da una visione strategica condivisa e da un’adeguata mobilitazione delle risorse, attingendo a una pluralità di fonti: risorse ordinarie dei bilanci statali e territoriali, fondi strutturali europei, Fondo Sviluppo e Coesione, FEASR, programmi complementari e contributi di fondazioni, associazioni e soggetti privati.

Una risorsa per il futuro: dalla confisca alla rigenerazione sociale

In ultima analisi, come sottolineato nel rapporto, il riuso dei beni confiscatinon può essere ridotto a un adempimento amministrativo, ma deve essere inteso come un processo di rigenerazione sociale e territoriale. Ogni bene restituito alla collettività assume un valore simbolico che va oltre la sua funzione economica, diventando testimonianza concreta della presenza dello Stato e della possibilità di trasformare un passato di illegalità in un futuro di sviluppo e coesione sociale.

Il patrimonio confiscato rappresenta una risorsa straordinaria ancora in larga parte inespressa, una leva di futuro che richiede un cambio di paradigma fondato su una visione sistemica, su strumenti di governance moderni e su un coinvolgimento attivo delle comunità. Solo così la confisca potrà tradursi da atto repressivo a politica pubblica generativa, capace di produrre legalità, lavoro e fiducia nei territori che per troppo tempo hanno subito il peso oppressivo delle organizzazioni criminali. Il messaggio finale è chiaro: il crimine non paga, e la legalità può diventare una concreta opportunità per i territori, a patto che istituzioni, società civile e mondo economico sappiano lavorare insieme per trasformare i beni sottratti alle mafie in motori di sviluppo sostenibile e inclusivo.

Roberto Greco

SEQUESTRI e CONFISCHE alla CRIMINALITÀ ORGANIZZATA – Cosa non funziona