di Alessandro Cucciolla
C’è un’antimafia che si nutre di dolore, dignità e aule di tribunale, e ce n’è un’altra che preferisce i riflettori dei talk-show, i teoremi suggestivi e la comoda narrazione da salotto. La prima cerca la verità, quella vera, faticosa e documentata; la seconda cerca il consenso, la rendita di posizione e, troppo spesso, il bersaglio politico da abbattere.
Il recente attacco strumentale contro le mie analisi tecniche — colpevoli unicamente di difendere le posizioni dell’avvocato Fabio Trizzino e di accogliere con favore la nomina dell’avvocato Stefano Giordano a consulente della Commissione parlamentare antimafia — svela esattamente questo cortocircuito.
Assistere al tentativo di delegittimare queste figure, e con esse chi ne sostiene il rigore professionale, è uno spettacolo desolante.
Parliamo del legale dei figli di Paolo Borsellino — Lucia, Fiammetta, Manfredi — che da anni combattono una battaglia solitaria, titanica e straziante contro i depistaggi di Stato e le ricostruzioni di comodo.
Accostare un’analisi tecnica e rigorosa, radicata nel rispetto del dolore di quella famiglia, a ricostruzioni fantasiose e teoremi strampalati non è solo un’operazione intellettualmente disonesta.
È un’offesa diretta all’intelligenza dei lettori.
𝗜 𝗽𝗿𝗼𝗳𝗲𝘀𝘀𝗶𝗼𝗻𝗶𝘀𝘁𝗶 𝗱𝗲𝗹 “𝗕𝗿𝗮𝗻𝗱” 𝗲 𝗶𝗹 𝗴𝗶𝗼𝗿𝗻𝗮𝗹𝗶𝘀𝗺𝗼 𝗱𝗲𝗹 𝗳𝗮𝗻𝗴𝗼
Chi scrive non ha padrini, non ha padroni e non risponde a correnti politiche o parrocchie editoriali. La mia antimafia non è nata ieri su una tastiera o in una rassegna stampa: è nata nel dolore, nel fumo e nella rabbia del 1992. Da trentaquattro anni continuo a scrivere, a denunciare e a documentare, senza fare sconti a nessuno e senza accettare censure.
In questi decenni ho visto sfilare una quantità industriale di quelli che Leonardo Sciascia, con intuito profetico, definì i “professionisti dell’antimafia”
Parolai da salotto che vivono di rendita sul “brand” della legalità, ma che improvvisamente si dileguano — o, peggio, diventano aggressivi — quando si tratta di analizzare i fatti e le carte processuali senza i paraocchi dell’ideologia.
La tecnica utilizzata dai professionisti del fango è sempre la stessa, vecchia come il mondo: la colpevolezza per associazione. Si confondono i temi, si sovrappongono epoche diverse, si uniscono puntini geometricamente impossibili pur di arrivare a una conclusione scritta a tavolino: colpire la credibilità delle istituzioni attraverso la delegittimazione personale di chi esprime un pensiero libero e fuori dal coro.
𝗟𝗮 𝘃𝗲𝗿𝗶𝘁𝗮̀ 𝗻𝗼𝗻 𝘀𝗶 𝗹𝗮𝘀𝗰𝗶𝗮 𝗶𝗻𝘁𝗶𝗺𝗶𝗱𝗶𝗿𝗲
Se qualcuno pensa di intimidirmi, di silenziare la mia voce o di censurare la mia libertà di pensiero con questo genere di dossieraggio mediatico, ha clamorosamente sbagliato bersaglio.
Significa non conoscere nulla della mia storia, né della tempra di chi scrive.
I cittadini e l’opinione pubblica meritano un’informazione degna di questo nome, capace di distinguere nettamente la ricostruzione storica e giudiziaria dalla propaganda farneticante.
L’antimafia salottiera, complottista e autoreferenziale — quella che preferisce inseguire fantomatici “grandi vecchi” e suggestioni fantasiose pur di ignorare le verità che emergono faticosamente nei tribunali — ha fatto il suo tempo.
Noi continueremo a stare lì dove siamo sempre stati: dalla parte dei fatti, del diritto e di chi cerca la verità senza piegarla all’opportunismo politico del momento. Con buona pace dei cospirazionisti della domenica e dei loro mandanti mediatici.

