Lucia Borsellino

 

 

 

Commissione Antimafia 27 settembre 2023 audizione in diretta di Lucia Borsellino e Fabio Trizzino

 

 

 

“IL DIRITTO ALLA VERITÀ É UN DIRITTO CHE APPARTIENE  ALL’INTERA COLLETTIVITÀ Lucia Borsellino

 


15.3.2024 LUCIA BORSELLINO a Schio al Liceo Tron Zanella 


LUCIA BORSELLINO: “L’agenda rossa era all’interno della borsa”


LUCIA BORSELLINO: “C’é una frase che papà ci ripeteva sempre…”

 

 

9.9.2023 A Trasacco con LUCIA BORSELLINO e FABIO TRIZZINO – News e video

 

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Alla luce di ciò che è accaduto dopo è facile pensare che non si sia fatto tutto il possibile, perché questa tragedia si evitasse. Noi lo gridiamo a gran voce da anni, perché sono note a tutti le molte istanze di mio padre che non riteneva chela scorta fosse il metodo più sicuro per poter tutelare la propria incolumità, anche perché si metteva a rischio quella di ragazzi che avevano la mia età, perché Emanuela Loi aveva la mia età, ma nonostante tutto mio padre invocò l’aiuto dello Stato perché venissero rafforzate le misure di protezione, in particolare per quanto riguarda i siti dove più spesso si recava, come quello dell’abitazione della madre. A parte questo episodio che racconto per far comprendere la nostra consapevolezza non solo di quei giorni, ma di quegli anni, mio padre ebbe la scorta in occasione dell’uccisione del capitano Basile e quindi nei primi anni’80, per cui tutta la mia infanzia e quelladei miei fratelli è stata vissuta con la costante presenza di persone che hanno fatto questo lavoro con onestà, con amore, con dedizione e con trasporto umano assolutamente ricambiato, per cui posso dire di aver avuto una famiglia allargata da questopunto di vista.” Estratto da un’audizione di Lucia Borsellino in commissione antimafia, 12 luglio 2016.


Maffia/Mafia – Lucia Borsellino e Rosaria Costa – Maffia Scenario – Lucia Borsellino (figlia di Paolo) e Rosaria Costa (moglie di Vito Schifani) Regia di Giuseppe Porcu  «Non si è nemmeno accorto che sono nello studio, seduta nella poltrona sistemata nell’angolo della stanza, mentre scrive questa lunga lettera (indirizzata alla Professoressa di Padova, n.d.r.). Mi chiede se mi piacerebbe trascorrere quel giorno al mare, a Villagrazia. “Magari riuscirò a vederti un po’ abbronzata, l’esame che avrai domani ti ha costretto finora a non fare neanche un bagno”. Fa il programma della giornata: subito Villagrazia, poi insieme io e lui a prendere la nonna in Via d’Amelio per portarla dal cardiologo, infine a casa: io a studiare, lui a lavorare. Rispondo di no: devo andare da una collega di università per l’ultimo approfondimento di studio, e poi è il giorno del suo compleanno, mi ha invitata a pranzo. “Ma quando li chiuderai, questi libri?”, protesta.  Scuoto la testa: “Papà, non posso venire con te”. È inutile dire che non mi sarei preoccupata dell’esame, se solo avessi sospettato che quel suo viso dolce e sereno l’avrei rivisto solo qualche ora più tardi, dopo aver sentito, mentre studiavo a casa della mia amica, un boato in lontananza». Da “Paolo Borsellino” di Umberto Lucentini


“Il 19 luglio del 1992, il giorno della sua morte, vidi mio padre mettere nella borsa, tra le altre cose, un’agenda rossa da cui non si separava mai. Dopo la strage, la borsa ci venne riconsegnata dal questore Arnaldo La Barbera, ma mancava l’agenda rossa. Mi lamentai subito della mancanza di quell’agenda rossa. Ho avuto una reazione scomposta. Me ne andai sbattendo la porta. Chiesi con vigore che fine avesse fatto la borsa e il questore Arnaldo La Barbera, rivolgendosi a mia madre, gli disse che probabilmente avevo bisogno di un supporto psicologico perché ero particolarmente provata. Mi fu detto che deliravo. La Barbera escludeva che l’agenda fosse nella borsa”.  Lucia Borsellino


Accadde verso il 10 agosto del 1985. Questo è il ricordo di Lucia Borsellino riportato sul libro di Umberto Lucentini

“PAOLO BORSELLINO 1992 – … La verità negata”
 
“Lucia li ricorda così, quei momenti: «È stato un periodo drammatico della mia vita, e papà ne ha sempre parlato nelle interviste o in pubblico: anche per lui è stato un trauma.
Alcuni hanno insinuato che mio padre ha ingigantito tutto per impietosire chissà chi: in realtà ha raccontato solo una parte dei nostri drammi.
Certo, adesso chi mi incontra si accorge che sto bene. Ma chiunque legga un libro di medicina scopre che dall’anoressia si può guarire solo se si trova la forza per farlo e che in seguito non ci si ricade più.
Ma se questa forza non la si trova, è una malattia che può durare per anni e portarti alla morte. I veri motivi che mi hanno indotto a non mangiare più li ho scoperti solo a vent’anni, dopo averne parlato tanto con mio padre. Mi sono resa conto che per me quell’estate appena iniziata è la prima da “donna”, e che la sto sacrificando perché la vita di mio padre è in pericolo. Sono sempre stata una ragazza timida,
riservata.
Quell’anno, invece, sento che sto cambiando, sto per diventare grande. Mi sono creata un gruppo di amici nuovi, ho tanti progetti di gite al mare e di feste.
Qualche giorno dopo il delitto Cassarà, invece, mio padre mi chiama in disparte: “Lucia, prepariamo le valigie: domani dobbiamo partire”.
All’inizio la prendo come una notizia tutto sommato bella. Da mesi mio padre fa la vita da recluso in ufficio, tutta la famiglia non va in viaggio ormai da troppo tempo.
Non mi pongo, non ancora, il problema di quale sia la meta. Gli domando, per istinto: “Lo hai deciso tu? La mamma e i fratellini lo sanno?”. “No, Lucia, forse è meglio se lo dici tu”.
Solo allora, quando realizzo che nessuno sa del viaggio, capisco che è una partenza forzata. Mi ci vuole poco, d’altra parte: so della morte di Cassarà, un nome che mio padre ha pronunciato spesso a casa parlando del suo lavoro; sono tornati da poco dal Brasile, per un’indagine legata al maxiprocesso. E così collego la partenza a un serio pericolo per l’incolumità di mio padre.
Il pomeriggio, a poche ore dalla partenza, con la massima ingenuità, gli chiedo: “Posso fare almeno una spaghettata a casa per salutare i miei amici e dire loro che parto?”. Mi guarda con un’occhiataccia, sento il desiderio di sprofondare, non riesco a capire del tutto perché reagisce in quel modo. “È una risposta che ti darò fra un paio d’ore”, fa lui.
Me lo spiega in seguito, perché ha preso tempo prima di darmi il permesso: deve chiedere l’autorizzazione a Roma, al ministero degli Interni, e al consigliere Caponnetto. Mentre io e lui parliamo della spaghettata, senza accorgercene, la casa di Villagrazia viene circondata da carabinieri e polizia in assetto di guerra.
Arriva anche un mezzo corazzato, sembra un carro armato. Resteranno lì anche dopo la nostra partenza. Certo, non è il giorno adatto per acconsentire a una festa, ma pur di non far pesare ancora di più i rischi del suo lavoro, mi dice di sì.
Lo slargo di fronte alla villa è zeppo di auto blindate, ogni ospite viene controllato, non è usuale per dei ragazzi che vanno a una festa. È tutto così strano anche per me: nella notte, dopo che i miei amici saranno andati a casa, partirò per una destinazione ignota, senza poter spiegare loro cosa mi sta succedendo.
Nemmeno mio padre, prima di partire, conosce la destinazione. Ho il sospetto che voglia tenermela nascosta, invece non mente: ci comunicano dove andremo solo quando siamo già in volo, partiti dall’aeroporto di Punta Raisi a bordo di un aereo dei servizi segreti verso l’Asinara.
Durante il viaggio papà spiega cos’è accaduto, rivela i timori legati all’esito dell’istruttoria del maxiprocesso, le minacce di morte contro di lui e contro noi familiari.
Su quell’aereo ci ritroviamo noi Borsellino, Giovanni Falcone con Francesca Morvillo e la madre».
L’isola al nord della Sardegna, un paradiso naturale, è immersa nel silenzio. La abitano le guardie carcerarie con le loro famiglie, gli impiegati dell’istituto penitenziario, i detenuti. E gli asini bianchi, una specie protetta e in via di estinzione, scorrazzano liberi. «Da Alghero raggiungiamo l’Asinara con un motoscafo della polizia penitenziaria.
La prima impressione è positiva – commenta Lucia –.
Il mare, il sole, la compagnia dei miei genitori, dei loro amici. La foresteria dove alloggiamo è accogliente. Ma, dopo una settimana, sento l’inquietudine crescere.
Voglio stare sola, mi ritrovo a piangere di nascosto e in continuazione. Sono l’unica ragazza dell’isola, ho sedici anni, e nessuna amica con cui parlare.
Il disagio resta latente ancora per qualche giorno».
Neanche Fiammetta ha dimenticato quel periodo di soggiorno obbligato. Ne parla così: «Le nostre giornate trascorrono facendo il bagno, prendendo il sole, mentre papà e Giovanni sono rinchiusi in uno sgabuzzino, coperti da carte, a scrivere, leggere. I momenti di relax, per loro, sono pochi anche lì.
L’unica persona che vedo veramente rilassata e divertita, come non è mai accaduto prima, è proprio Giovanni.
Quando non lavora vuole divertirsi ogni secondo, cerca di fare tutto ciò che le inchieste e la vita blindata gli impediscono.
È allegro, racconta in continuazione barzellette, pesca, scherza con tutti. Forse solo all’Asinara si è sentito finalmente libero. Per mio padre è tutto diverso.
Fosse stato solo, avrebbe potuto rilassarsi, divertirsi un po’ anche lui. 
Costringere altre quattro persone a fare quella vita lo opprime: si è sempre sottoposto serenamente a qualsiasi sacrificio che il lavoro gli ha imposto, ha cercato i lati positivi di ogni esperienza. Ma è consapevole che per noi non è lo stesso, lo vedo teso, nervoso, si sente in colpa».
«Sono lì da una settimana quando decido passeggiare, di esplorare un po’mquest’isola dove ci hanno spedito lontano dal pericolo di vendetta della mafia. È il momento in cui mi rendo conto che nemmeno all’Asinara possiamo stare tranquilli.
Quante volte in vita mia mi sono pentita di quella passeggiata: nell’attimo in cui metto un piede fuori del giardino che circonda la foresteria e mi incammino con mia sorella tra i campi, scorgo un corteo di persone
 che ci seguono, si nascondono dietro i cespugli, con i mitra spianati, cercando di non farsi vedere da noi. Mi crolla il mondo addosso, altro che rifugio sicuro.
Da quell’attimo mi passa la voglia di passeggiare, di fare qualsiasi cosa. Mi rinchiudo in camera per cinque giorni di fila. Non ho più fame, ogni giorno che passa è sempre peggio. Mio padre capisce subito cosa sta succedendo. Io no: quando mi chiede “perché non mangi?” non so dargli risposta. Gli dico che vorrei tornare a casa.
Papà sa che il rischio è altissimo, ma non sente ragioni: prende me e Fiammetta, ci infila in gran segreto in elicottero e ci accompagna fino a Palermo. Restiamo con i nonni a Villagrazia, lui torna all’Asinara dove rimane con mamma e Manfredi fino ai primi di ottobre. Ultimata la stesura della sentenza di rinvio a giudizio del maxiprocesso, l’emergenza sembra passata».” 

 

 

 

Mi invidiano molto, i miei amici, quando si accorgono quale confidenza, amicizia, complicità c’è tra lui e noi. Anche loro, mi confessano, desidererebbero avere un padre come il mio. Ma, non lo nascondo, ho paura di deluderlo. Quante volte gli chiedo: «Da laureata in farmacia, come posso rendere la mia vita significativa?». È un chiodo fisso, per mio padre, quello del significato della vita. E a ogni occasione: «Se muoio adesso, il mio compito l’ho svolto. Ho dato alla luce e fatto crescere tre figli come voi, l’educazione e gli insegnamenti che potevo darvi li ho trasmessi. Ho la fortuna di non essere una persona sconosciuta, se pronunci il mio nome la gente sa chi sono, cosa ho fatto. Ho svolto il mio lavoro onestamente, ho saputo dare tanto amore alla mia famiglia, sono contento perché credo di essere stato un buon figlio, un buon marito, un buon padre». E aggiungo io, anche una persona disponibile con chi ha bisogno. Riesce a occuparsi di tutti, siano essi parenti o estranei, talvolta chiede sacrifici anche a noi pur di aiutare gli altri. Siamo contenti che lui ci coinvolga: «Non è bene che un padre si chiuda nell’egoismo familiare. C’è tanta gente che ha bisogno di amore e di aiuto.»

 

 


24 giugno al Museo della Cantieristica di Monfalcone con Lucia Borsellino


DI STRAGE IN STRAGE – ATTILIO BOLZONI, 21 LUGLIO 1992  – La giovane figlia del giudice assassinato, Lucia Borsellino, intervistata dal Tg5 ‘ MORIRE PER CIO’ IN CUI SI CREDE’  – “C’ è una frase che papà ci ripeteva sempre e che ha influenzato tutto il mio stile di vita. Era: è bello morire per ciò in cui si crede”. Così Lucia Borsellino, figlia ventiduenne del magistrato assassinato, ha ricordato il padre – durante un’intervista rilasciata ieri sera al Tg5 – “un uomo e un padre fantastico, di una bontà infinita”. Lucia ha ricostruito con voce affaticata dall’ emozione il loro ultimo colloquio. “Domenica mattina mi aveva proposto di andare al mare con lui e con mio fratello Manfredi. Ma io gli dissi che non potevo, che dovevo andare a studiare a casa di una collega di università perchè avevo gli esami in vista. Lui c’ era rimasto male. Mi chiese il numero di telefono della casa dove dovevo andare. Glielo diedi, ma lo dimenticò sulla scrivania. Verso il pomeriggio, non mi ricordo che ora fosse, ho sentito da casa della mia collega un rumore, poi sono cominciate ad arrivare le prime notizie, e sono scappata via….”. La famiglia Borsellino era molto legata a quella Falcone (“Vissi la tragedia di Capaci come sto vivendo quella di mio padre”) alla quale era accomunata “oltre che dalla forte stima, anche da una sorte comune, facevamo una vita simile”. Tanto che dopo l’agguato a Falcone, il giudice Borsellino “aveva cominciato a cautelarsi di più, a stare attento a cose alle quali prima non dava peso, per far stare noi più tranquilli”. Sì, il magistrato sapeva che ci poteva essere un nuovo attentato, “se lo aspettava”; no, non lo diceva, “con noi non ne aveva mai parlato chiaramente”; sì, “mio fratello conosceva i ragazzi della scorta”; no, Lucia non li ha mai conosciuti personalmente. E poi arriva la volta del ricordo dell’isolamento all’ Asinara. “All’ inizio non mi sembravano momenti troppo difficili, il posto era bellissimo. Ma poi abbiamo cominciato ad avvertire, giorno dopo giorno, una grande solitudine. Percepivamo che quella che facevamo non era una vita normale e non vedevo l’ora di venir via, di tornare a casa mia”. Non si sottrae ad alcuna domanda Lucia Borsellino, ma con la forza di una figlia che per anni ha temuto la morte violenta del padre dice, quasi a rendergli un ultimo omaggio: “E’ sempre stato un uomo fiducioso, sempre. E infatti è morto per questo: credeva troppo in quel che faceva. Il futuro? Vivere normalmente, secondo i suoi insegnamenti”. ‘ Occorrono giudici senza ombre’ LA SORELLA DI FALCONE ‘ NON LI HANNO DIFESI’ PALERMO – In meno di due mesi le parti si sono invertite. Maria Falcone, sorella del giudice ucciso a Capaci e Lina Morvillo, mamma di Francesca, sono rimaste per tutta la mattina di ieri accanto ad Agnese Borsellino ed ai suoi figli. Chi ieri cercava di consolare, oggi riceve consolazione. “Quanto è avvenuto è terribile – ha detto la sorella di Falcone – toglie a questa città anche la possibilità di sperare”. Poi la signora Falcone è passata alle accuse: “Per quanto è dato a noi sapere nulla è avvenuto sul piano delle indagini dopo l’uccisione di mio fratello. Chi non ha saputo tutelare la vita di Giovanni, di Francesca e degli agenti morti a Capaci non è stato in grado di assicurare adeguata protezione neppure a Paolo Borsellino che non poteva non essere considerato come il nuovo naturale bersaglio della mafia. In questo paese è ora che qualcuno cominci a pagare per non avere saputo assolvere ai propri compiti”. “Ho appreso dalla tv – ha detto ancora la professoressa Falcone – che il procuratore della Repubblica Pietro Giammanco avrebbe manifestato l’intenzione di rassegnare le dimissioni… Ritengo che il proposito debba essere coltivato sino in fondo. Altri magistrati debbono prendere il suo posto. Alla procura di Palermo occorrono giudici sui quali tutti si debba essere certi e tranquilli, giudici non chiamati in causa da quei chiari appunti lasciati da mio fratello, già pubblicati dai giornali e che Borsellino aveva detto, quasi a futura memoria, di ben conoscere”. “E’ triste doverlo ammettere ma, sino ad oggi, credo proprio che la considerazione che la mafia abbia vinto sia incontestabile”. Questo l’amaro commento del sostituto procuratore della Repubblica Alfredo Morvillo, fratello di Francesca, mentre si allontanava dal palazzo di giustizia. “Non vedo assolutamente alcuna speranza – ha detto il magistrato – perchè, mancando Borsellino, allo stato non c’ è più alcuna persona in grado di coagulare in sè il consenso oltre che riunire tutti noi per il prosieguo delle indagini”. Antonino Vullo, l’unico scampato al massacro ‘ UNA GRANDE FIAMMATA E S’ E’ SCATENATO L’ INFERNO’ PALERMO – Antonino Vullo è l’unico superstite della strage. I medici dell’ospedale di Villa Sofia lo hanno tenuto sotto osservazione solo per 24 ore. Nel pomeriggio, l’agente era già a casa. Piange e scuote la testa l’agente Vullo: “Non erano ancora le 17. Io ero alla guida della Croma blindata del dottor Borsellino. Il giudice e i miei colleghi erano già scesi dalle auto, io ero rimasto alla guida, stavo facendo manovra, stavo parcheggiando l’auto che era alla testa del corteo. Non ho sentito alcun rumore, niente di sospetto, assolutamente nulla. Improvvisamente è stato l’inferno. Ho visto una grossa fiammata, ho sentito sobbalzare la blindata. L’ onda d’ urto mi ha sbalzato dal sedile. Non so come ho fatto a scendere dalla macchina”. Con l’orrore negli occhi e la voce roca, Vullo mormora: “Attorno a me c’ erano brandelli di carne umana sparsi dappertutto”. Trentadue anni, all’ ufficio scorte dal febbraio scorso, Vullo è sposato e padre di 2 figli. “Non bisogna mollare – afferma -. Purtroppo era un attentato annunciato, era prevedibile, si è ripetuta la stessa cosa a distanza di due mesi. Ma non si può continuare a morire così”. Antonino Vullo, domenica, era alla guida della Croma per caso. Il giudice aveva l’abitudine, nei giorni festivi, di lasciare a casa il suo abituale autista, Salvatore Didato. ‘ Debbo al dottor Borsellino la vita, non voleva mai che lavorassi la domenica’, ha detto piangendo.

 

 

Lucia Borsellino è in pericolo. Scorta e auto blindata per la figlia di Paolo Il ministero dell’Interno ha imposto all’ex assessore l’uso di un’auto blindata e la tutela di due agenti. Non sono ancora note le motivazioni. Ma la decisione riporta Lucia agli anni terribili che anticiparono le stragi.

Lucia Borsellino è sotto scorta. L’ex assessore da pochi giorni è costretto a viaggiare su un’auto blindata di grossa cilindrata, accompagnata da due agenti. La decisione è stata presa dal Comitato di ordine e sicurezza del Ministero dell’Interno. La figlia di Paolo, secondo le forze dell’ordine e il governo nazionale, è in pericolo.
Una decisione, quella dell’attribuzione della scorta che ovviamente porta con sé dubbi, ipotesi e anche suggestioni legate alla storia recente. Lucia Borsellino, infatti, avrebbe accolto la notizia con sgomento. L’ex assessore, del resto, aveva vissuto per anni circondata dagli agenti che seguivano il padre, ucciso in via D’Amelio.
Ma il pericolo è reale. E il livello di sicurezza richiesto sarebbe tra i più elevati. Al momento, ovviamente, non è facile conoscere la motivazione alla base del provvedimento. Che potrebbe legarsi, però, a inchieste in corso e coperte dal naturale riserbo.
Verosimile, però, che questa misura sia legata all’attività della Borsellino nel campo della Sanità regionale. Il settore nel quale, prima da dirigente (e capodipartimento), quindi da assessore ha operato quasi esclusivamente. Un’attività che potrebbe aver toccato interessi inconfessabili e progetti illeciti.
Non va dimenticato, infatti, che il settore della Sanità ha un peso economico pari alla metà dell’intero bilancio regionale. Una “fetta economica” enorme che in passato ha fatto rima con malaffare e inchieste giudiziarie eccellenti.
Il provvedimento, però, arriva in un momento in cui Lucia Borsellino non è più un assessore. Un addio, quello alla giunta Crocetta, fortemente polemico. Soprattutto in riferimento alle motivazioni di ordine “etico e morale” che avrebbero reso incompatibile l’attività di Lucia con la permanenza all’interno dell’esecutivo regionale.
Un addio che aveva scatenato una polemica politica in qualche modo placata grazie all’ingresso in giunta dell’ex capogruppo del Pd Baldo Gucciardi. 
Ma subito riaccesa dalle rivelazioni de l’Espresso relative alla presunta intercettazione (finora smentita dalle Procure siciliane, ma confermata dal settimanale) tra il primario Matteo Tutino e il governatore Crocetta. Dialogo dal quale sarebbe emersa la terribile frase, pronunciata dal medico secondo il giornale, “va fatta saltare, come suo padre”. Rivelazioni che portarono a una valanga di attestati di solidarietà nei confronti di Lucia Borsellino, compresi quelli del presidente della Repubblica Sergio Mattarella e delle più alte cariche dello Stato.
Frasi, come detto, smentite dai magistrati che hanno anche aperto una inchiesta per vederci chiaro. Di sicuro c’è che gli organi che sono deputati a valutare queste situazioni, e che fanno capo al Ministero dell’Interno, sono convinti che Lucia Borsellino, oggi, è in pericolo. Per lei quindi ecco una blindata e gli agenti di scorta. A tanti anni di distanza da quando la giovane Lucia osservava la scorta seguire come un’ombra i passi del padre Paolo. LIVE SICILIA 17.8.2015


LUCIA BORSELLINO, FIGLIA DI PAOLO/ Dopo la strage sostenne un esame universitario

 Lucia Borsellino, la figlia di Paolo Borsellino chiede che venga fatta luce sui depistaggi che caratterizzarono le indagini sulla morte del padre. 
C
ontinua a sperare come i suoi fratelli Manfredi e Fiammetta che prima o poi venga fatta piena luce sui fatti di via D’Amelio che portarono alla morte del padre in un attentato ordito dalla mafia.
Pochi giorni fa, alla vigilia dell’anniversario della strage, Lucia Borsellino ha a tal proposito deciso di rompere il silenzio per ringraziare pubblicamente le Procure di Caltanissetta e di Messina “per il lavoro complesso e difficile” che i magistrati dei due uffici stanno portando avanti.
Intervistata in esclusiva dall’AdnKronos, Lucia ha dichiarato: ”Da parte nostra c’è piena fiducia nel lavoro che sta compiendo la Procura di Caltanissetta, e anche nel lavoro che sta facendo da alcuni mesi la Procura di Messina“.
Nel ricordare che il marito, Fabio Trizzino, e la sorella minore, Fiammetta Borsellino, “sono sempre presenti alle udienze” del processo sul depistaggio che si celebra davanti al Tribunale di Caltanissetta, Lucia ha voluto rimarcare:”Io lavoro fuori dalla Sicilia e non posso essere presente, la presenza della mia famiglia ha un significato per il fatto stesso che c’è. E non certo perché non abbiamo fiducia, anzi tutt’altro.
Ci tengo molto a sottolinearlo, perché i magistrati stanno facendo un lavoro molto, molto complesso, reso ancora più difficile sia dal tempo trascorso ma soprattutto dalle evidenze emerse su uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana. Perché non è sicuramente facile ricostruire i pezzi della storia dopo tutto quello che è accaduto
“.

LUCIA BORSELLINO, “MIO PADRE MORÌ COL SORRISO”. 

Sulla storia personale di Lucia Borsellino è noto un aneddoto che dà la perfetta descrizione dell’educazione impartita da Paolo Borsellino e dalla moglie Agnese ai propri figli. Un’educazione intesa non soltanto come buone maniere e gentilezza, ma anche come capacità di rispondere “presente” quando il senso del dovere lo impone. Pure nelle situazioni umanamente più complesse: un po’ come Paolo Borsellino, che andò incontro alla morte pur di restare fedele alla sua onestà. Così Lucia, come racconta il fratello Manfredi, decise di compiere nell’immediato della tragedia dei gesti fortissimi:”Seppi successivamente che mia sorella Lucia non solo volle vedere ciò che era rimasto di mio padre, ma lo volle anche ricomporre e vestire all’interno della camera mortuaria. Mia sorella Lucia, la stessa che poche ore dopo la morte del padre avrebbe sostenuto un esame universitario lasciando incredula la commissione, ci riferì che nostro padre è morto sorridendo, sotto i suoi baffi affumicati dalla fuliggine dell’esplosione ha intravisto il suo solito ghigno, il suo sorriso di sempreSUSSIDIARIO 19.07.2019 – Dario D’Angelo


Lucia Borsellino trasferita a Roma. Per lei minacce mafiose: “Forse una ritorsione di Messina Denaro”  Lucia Borsellino trasferita a Roma. L’ex assessore alla Sanità siciliana  lavorerà per l’Agenas per 2 anni dal prossimo 1 settembre.
Su indicazioni del direttore generale Francesco Bevere – annuncia l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali – la Borsellino si occuperà delle attività derivanti dal Protocollo di intesa stipulato tra l’Agenas e l’Autorità nazionale anticorruzione (Anac), e dell’implementazione di alcune delle misure previste dal Patto per la Salute 2014-2016 affidate all’Agenzia. Tra le altre, l’avvio del sistema nazionale di monitoraggio e controllo previsto dal comma 7 dell’articolo 12 del Patto. “Oltre a essere impegnati sul fronte Patto per la Salute – dichiara Bevere – tenuto conto delle preoccupanti dimensioni assunte dai fenomeni di corruzione e conflitto di interessi in ambito sanitario, su indicazione del ministro Lorenzin, Agenas ha avviato in collaborazione con l’Autorità nazionale anticorruzione un percorso strategico sui temi della trasparenza, dell’etica e della legalità in sanità e sulla sperimentazione di nuovi modelli di gestione dei rischi nel sistema di governance delle aziende sanitarie”. “Ho ritenuto di affidare questa rilevante area di intervento a Lucia Borsellino – sottolinea Bevere – convinto che il Tavolo di lavoro nazionale Agenas-Anac-ministero della Salute potrà giovarsi del suo contributo per l’individuazione, la sperimentazione e la realizzazione, in collaborazione delle Regioni, di progetti ed azioni concrete, finalizzate alla prevenzione dei fenomeni correttivi”.
Al termine di un iter cominciato diverse settimane fa – prosegue la nota – la Regione Siciliana ha concesso nei giorni scorsi l’assegnazione temporanea del suo dirigente presso l’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali. L’Agenas potrà così contare sulla preziosa collaborazione dell’ex assessore siciliano o per 2 anni, a partire dal 1 settembre 2015. “Conosco Lucia Borsellino da anni – evidenzia Bevere – Abbiamo già collaborato in più occasioni, non ultima quella della stesura del nuovo Patto per la Salute e del Regolamento sugli standard ospedalieri”. “Poter contare sulla professionalità, l’esperienza, i valori, l’onestà intellettuale e l’etica professionale che la contraddistinguono – conclude il Dg – è un indiscusso valore aggiunto per l’Agenzia e per i suoi interlocutori”.

Un epilogo atteso, quello del trasferimento, dopo che il Viminale, d’urgenza, ha deciso di assegnare una tutela all’ex assessore. Una fonte confidenziale avrebbe rivelato a un funzionario di polizia in servizio in Germania di presunte ritorsioni nei confronti della donna che sarebbe stata colpita a titolo dimostrativo dopo le ultime indagini antimafia della Procura di Palermo e che hanno decimato il clan di Matteo Messina Denaro, soprattutto nel giro di fedelissimi.  Notizie tutte da capire su cui il procuratore Francesco Lo Voi ha aperto un fascicolo di atti relativi, procedimento che in genere precede l’avvio di una inchiesta.

Il piano contro la figlia del giudice, dunque, non sarebbe legato alla sua attività nella Giunta Crocetta, nè tantomeno alla presunta intercettazione, la cui esistenza è stata più volte smentita dalla Procura, tra Tutino e Crocetta. Intercettazione nel corso della quale il medico avrebbe pronunciato la frase: «quella deve saltare in aria come suo padre». Della conversazione, ha ribadito il capo dei pm non c’è traccia però agli atti delle indagini palermitane sul medico. Racconta La Repubblica:

Chi ha incontrato Lucia Borsellino in queste ore racconta della sua amarezza per quello che continua ad accadere attorno a lei. Amarezza, ma anche tanta determinazione a impegnarsi per la Sicilia. Però, adesso, Lucia Borsellino medita di fare un’altra esperienza professionale, lontano da Palermo. Una scelta maturata da qualche tempo. E ci sarebbe già una prospettiva precisa, a Roma, al ministero della Sanità. Di sicuro, adesso, Lucia Borsellino vive con disagio la sua nuova vita blindata. Quando un funzionario della questura l’ha informata della decisione che la riguardava, ha chiesto: “Cosa posso fare per evitarla?”. Le è stato spiegato che per il momento è una misura ritenuta necessaria. Dunque, vacanze blindate per Lucia, in questi giorni in vacanza nella zona di Cefalù. Dove lavora suo fratello Manfredi, il dirigente del commissariato di polizia. Per i Borsellino, un’estate difficile. IL MATTINO DI SICILIA 


 La verità di Lucia Borsellino: così Crocetta mi ha tradito  Intervista alla figlia del magistrato ucciso nel ’92 dalla mafia, bersaglio della frase schock del medico Tutino, amico del governatore: “Va fatta fuori come il padre”. “Il presidente ha minimizzato”. “Tramavano sulla sanità, io isolata dal primo giorno, ecco perché lascio”. L’ex asessore: ho trovato un coacervo di interessi, fallito il fronte comune che serviva per sconfiggerlo Il trolley preparato in fretta per quella che non era una fuga ma un ritiro per pensare è di nuovo pronto. Torna a Palermo, all’indomani di quell’anniversario, il 19 luglio, il giorno in cui le uccisero il padre. E parla, Lucia Borsellino. Del clima di “diffidenza e ostilità” che l’ha circondata. Del “coacervo di interessi” intorno alla sanità, delle trame di un “governo parallelo”. Accusa il presidente di averle taciuto quel che accadeva “alle sue spalle”. Di aver “minimizzato” l’arresto di Tutino”. Risponde alla quantità di voci, ipotesi, congetture e false notizie circolate non dopo le sue dimissioni del 2 luglio, passate quasi sotto silenzio, ma alla pubblicazione, giovedì scorso, dell’intercettazione che ha dato corpo ai sospetti. Tiene a dire che fino all’ultimo ha svolto appieno il suo “ruolo di assessore”, tra mille insidie e difficoltà.

Partiamo dalle insidie? “No, partiamo da quello che nonostante tutto siamo riusciti a fare”.
È importante? “Lo è, eccome”.
Allora cosa intende con quel che siete riusciti a fare? Pensa di aver avuto dei successi? “No, guardi, non sono successi miei, ma dati di fatto inoppugnabili. Sono in atti pubblici consegnati all’Assemblea regionale. Sono dati avallati dalla Corte dei conti e riconosciuti anche dalla Banca d’Italia: stiamo proseguendo nel programma di riqualificazione della spesa sanitaria. E per la seconda volta il bilancio si è chiuso in equilibrio, anzi con un avanzo di gestione”.
Insomma la prima industria dell’Isola, la sanità, con i suoi 9 miliardi di spesa, più della metà dell’intero bilancio, e con 7 decimi che finiscono in stipendi, non è più un disastro inarrestabile? “Non lo è, siamo riusciti a ridurre i ricoveri impropri e a mettere in piedi la rimodulazione della rete sanitaria con il sì di tutti i sindaci ad eccezione di quelli della provincia di Enna. Abbiamo ridotto la spesa farmaceutica con indici più marcati rispetto alla media nazionale. Certo c’è molto ancora da fare in termini di miglioramento dei servizi e degli standard qualitativi”.
Sì, però lei ha dovuto gettare la spugna, perché? “Per oppormi a quel coacervo di interessi che c’è dietro alla sanità era necessario un solido fronte comune che nei fatti non c’è stato”.
Non lascia per quell’intercettazione pubblicata da l’Espresso nella quale il dottore Tutino auspica una brutta fine per lei, analogamente a quella riservata a suo padre? “No, ho cominciato a maturare questa decisione da alcuni mesi”.
Sapeva di quella intercettazione? “No, assolutamente. Quello che avevo da dire sul clima di diffidenza e ostilità l’ho già riferito agli organi inquirenti”.
Quindi la percezione di un clima di ostilità non è una scoperta recente? “Fin dal primo giorno ho avuto ben chiaro che nei miei confronti c’era un clima di ostilità e di diffidenza”.
Diffidenza perché? “Io ho lavorato da dirigente generale, capo del dipartimento attività sanitaria, con il precedente governo. E poi nel novembre 2012 sono diventata assessore. Ecco: sembrava che dovessi dimostrare sempre una qualche forma di lealtà a questo esecutivo. Sembrava di essere continuamente sotto esame “.
Superava le prove? “Le prove le superavo, ma la lealtà non è cieca. Va guadagnata giorno per giorno sul campo con i fatti e i comportamenti. La lealtà al governo e al Parlamento siciliano, istituzionalmente, l’ho garantita fino all’ultimo, ma cieca non sono mai stata”. E quando ha tenuto gli occhi aperti che è successo?
“Forse non mi sono spiegata bene: io gli occhi non li ho mai chiusi. Per esempio ho bloccato l’affidamento a un privato della Banca dei tessuti proposta dall’ospedale Villa Sofia (quello in cui era primario il dottor Tutino, ndr). Una procedura che andava contro le norme: bisognava fare un bando di evidenza pubblica come prevede lo Stato e l’Unione europea”.
E questo è alla base dei giudizi, diciamo così, poco lusinghieri sul suo conto del dottor Tutino? “Su questo ci sono indagini, lasci che siano altri a occuparsene, non io e non lei”.
Sì, ma lei se ne è andata, perché? “La mia lettera di dimissioni è chiara ed esaustiva. Ho lavorato con entusiasmo, valorizzando gente che come me crede nella possibilità di rilancio della sanità siciliana. Tanta gente, accanto ad altri che non fanno nulla o guardano al passato”.
Ecco, parliamo di questi? “Ho deciso di interrompere definitivamente questa esperienza quando ho avvertito la grande distanza che vi era tra me e le reazioni pubblicamente rese dal presidente di fronte all’arresto del dottor Tutino, volte a minimizzare quanto accaduto”.
C’è la questione delle nomine dei dirigenti delle Asp, Tutino aveva un elenco che sottopose al presidente a sua insaputa? “Diciamo che c’erano cose di cui io, l’assessore, non ero a conoscenza”.
Un governo parallelo della sanità siciliana? “Non posso spingermi a tanto, ma quel che viene fuori non mi pare smentisca questa affermazione”.
Lei con il presidente parlava di tutto e non di questo? “La domanda può essere ribaltata: diciamo che, alla luce di quanto emerge, era il presidente che non mi parlava di tutto “.
Gli disse che avrebbe voluto lasciare? “Glielo comunicai la sera prima”.
Molti le rimproverano di avere accettato. Proprio per quei rischi di cui si è resa conto. “Ho accettato di fare l’assessore perché sentivo di volere dare il mio contributo al servizio esclusivo della collettività pur sapendo che il mio cognome poteva essere oggetto di speculazioni. È tutto qui”.
Era prevedibile, non crede? “Io ho dato il mio tempo e le mie competenze. Poi ho visto altro. Le dirò, anzi, che questa vicenda insegna che fin quando la Sicilia non si emanciperà dai simboli non potrà avere un futuro roseo davanti a sé”.
Eppure Tutino dice di essere stato suo amico. “Io gli amici li conto sulla punta delle dita, do un valore all’amicizia. Nel mio ambito professionale ho conosciuto quasi per intero il mondo della sanità. No, con lui amici proprio no”.
E il presidente? “Io sono stata leale con lui”.
E lui? “Lui non mi ha detto tutto”.
Eppure vi incontravate spesso. Parlaste anche di Tutino e delle sue dichiarazioni alla Procura? “No, di quello non potevo certo parlargli. C’era un’indagine in corso. Ma sotto il profilo istituzionale non gli ho taciuto proprio nulla. Al contrario ho appreso dai giornali che lui sapeva che il dottor Tutino parlava male di me e questo lui non me lo ha mai detto”.
Crocetta sembra uno che prende di petto le questioni. Lei invece sostiene che tergiversava, prendeva tempo, eludeva il problema? “Lui, è vero, prende di petto le situazioni. Ma certe cose, ho l’impressione che con me non le abbia discusse”.
C’erano degli argomenti off limit, c’erano intoccabili? “Io mi confrontavo con il presidente, con la giunta e con il Parlamento per ciò che non potevo risolvere nell’ambito della mia autonomia di delega. Ho avuto l’impressione che anche altro avvenisse dietro le mie spalle”.
Insisto, le nomine? “Anche su questo credo ci siano indagini, non ne parlo”.
Il suo entusiasmo pare ormai spento. Davvero la sanità e la Sicilia sono irredimibili? “No, è un torto a tanta gente che lavora onestamente e con impegno, pensarla così”.
Cosa manca allora per governare e bene questa sanità? “Basterebbe governare senza tenere conto degli interessi personali e del consenso a tutti i costi. Tenendo a mente non la visione di pochi ma della collettività”.
Ha mai temuto per la sua incolumità? “No, e non mi interessa”.
Dicono già che qualcuno pensa di candidarla alla Regione. Ne ha sentito parlare?
“No e non mi interessa”.
La sua esperienza politica si chiude qui? “Io ero già un tecnico, sì la mia esperienza politica si chiude qui”.
Lei però è un dirigente della Sanità. Comunque di quello dovrà occuparsi. Cosa farà? “Non lo so e non ci ho ancora pensato. Ho preso dei giorni di ferie da dipendente regionale. Penserò anche a quello, al mio futuro. Adesso è ora di tornare”.  Enrico Bellavia ,  Emanuele Lauria LA REPUBBLICA  19 agosto 2015 –


4.7.2015 – Lucia e il requiem per l’antimafia | nel silenzio del partito dei moralisti

L’ultimo velo di ipocrisia lo ha scostato Lucia Borsellino. Che con le sue dimissioni dalla giunta “della rivoluzione” di Rosario Crocetta ha cantato il più autorevole e definitivo de profundis per l’antimafia delle carriere e degli affari. “Oggi torno a essere la figlia di Paolo. E, in nome dei suoi semplici insegnamenti, chiedo a tutti di non invitarmi, il 19 luglio, alla commemorazione di via D’Amelio. Non capisco l’antimafia come categoria, come sovrastruttura sociale. Sembra quasi un modo per cristallizzare la funzione di alcune persone, magari per costruire carriere”. Parole che suonano come un requiem quelle consegnate dalla figlia di Paolo Borsellino a Repubblica nel giorno del suo addio all’assessorato alla Sanità. Un’uscita di scena motivata, in una lettera sobria e affilata, da ragioni di carattere “etico”. Proprio lei che sin dalla campagna elettorale aveva svolto l’ideale ruolo di garante etico dell’avventura di governo del funambolico governatore gelese.

La retorica dell’antimafia e della legalità non attacca più da un pezzo in Sicilia. È caduta sotto i colpi degli scandali, sgretolata da due anni e mezzo di malgoverno e disastri firmati dai paladini di quel grande inganno che ha edificato un sistema di potere saldamente in mano a una conventicola di amici. Amici troppo esuberanti, a volte. Come il chirurgo e medico personale di Crocetta, Matteo Tutino, la cui ascesa nella sanità siciliana ha impressionato per rapidità, fino all’arresto disposto lunedì dalla procura di Palermo.

Una vicenda, quella del medico che a ogni piè sospinto rivendicava il suo specialissimo rapporto col presidente, che ha rappresentato l’ultima goccia per Lucia la mite. “Oggi mi chiedo: sotto cosa ho messo la faccia?”, confida la Borsellino parlando di un governo “che ha ormai scarsa credibilità”. Così come il gran côté dell’antimafia e della legalità a tanto al chilo.

Incommentabile, di fronte ai giudizi tranchant della figlia del magistrato ucciso in via D’Amelio, l’omertoso silenzio del partito dei moralisti in servizio permanente effettivo. Tace il potente senatore Beppe Lumia, governatore ombra e regista dei patti di Palazzo nonché principe dell’antimafia politicizzata. Non si sente la voce di Antonio Ingroia, accasato nel sottogoverno crocettiano, lontani i fasti guatemaltechi e le ambizioni di premierato. Lucia chi?, sembrano dire quei silenzi imbarazzati, mentre Crocetta lesto, con una mano saluta balbettante e contrito il suo ex assessore-vessillo e con l’altra più rapida mette le mani direttamente sulle potenti stanze dell’assessorato che gestisce i milioni della sanità isolana, della quale s’è subito intestato l’interim.

Tramonta così il grande inganno dell’antimafia dei pennacchi, che continua a perdere pezzi e bandiere sotto i colpi delle procure, fino a ieri meta prediletta delle sue passerelle per questa o quella denuncia. Del grande circo legalitario resta poco o nulla. Toccherà consolarsi, magari, con qualche patacca di Massimo Ciancimino, ricordando i bei tempi che furono. Salvo Toscano

 

“Respingo questo identikit   L’antimafia è condotta di vita” “Ho accettato questo incarico di assessore per puro spirito di servizio, con enormi sacrifici personali e familiari”.

di Lucia Borsellino

Leggo l’articolo di oggi di Francesco Foresta e non posso fare a meno di tradire la mia riservatezza, che fu anche di mia madre, se non fossi chiamata in causa dallo stesso articolo dal titolo “L’antimafia dei tradimenti e delle carriere”.
Se lo stimatissimo e illuminato Leonardo Sciascia potesse oggi usare la sua penna, sarebbe lui a tracciare l’identikit di chi dell’antimafia ne fa una professione invece di un’intrinseca condotta di vita e sono convinta, avendo io avuto il privilegio di conoscerne la profonda onestà intellettuale, che non avrei mancato di continuare a tacere.
Ma visto che mi ritrovo citata sotto l’epiteto dell’antimafia dei tradimenti e delle carriere”, non posso che respingere un identikit che non mi appartiene per il semplice fatto che non ho bisogno di infilarmi un abito di qualcun’altro quando invece ho sempre vissuto e vivo nel costante tentativo di difendere con forza che non venga lacerato il mio.
Ho accettato, lo ripeto, questo incarico di assessore alla salute per puro spirito di servizio, con enormi sacrifici personali e familiari.
Non ho rinnegato alcuno che, di contro, non ha esitato a giudicare il mio operato a mezzo stampa e senza averne titolo se non al pari di qualunque cittadino.
Non sono pronta a subire gli strali di nessuno, foss’anche di un mio parente o di chi, in nome di una presunta conoscenza di una verita’ che grida ancora vendetta, pensa di avere il diritto di fare di una eredita’ una rendita di posizione.
Sono pronta si, invece, a lasciare in qualunque momento, laddove il mio lavoro non sara’ piu’ ritenuto utile e adeguato alle attese della collettivita’ e di tutti coloro che mi hanno onorato e onerato della loro fiducia.

L’assessore Borsellino, persona che stimo e apprezzo, non ha bisogno di riconoscersi in identikit ben delineati e tratteggiati. Continui, se la lasceranno libera di decidere, nella sua opera di pulizia nell’infernale girone della sanita’ siciliana. E si guardi bene, e’ l’unico consiglio, dai pescecani della politica (ff)


25.8.2014 – Stanca di chiedere scusa  – Il mio futuro lontano dalla Sicilia  Lucia Borsellino scrive a LiveSicilia. Risponde a un editoriale del direttore. Dice la sua sul caso Humanitas. Ma soprattutto rivela la sua profonda delusione per questa terra. Che è pronta a lasciare. La lettera

di Lucia Borsellino

Era inevitabile che in questa terra che ama piangersi addosso, il caso del click day desse lo spunto per rievocare il caso Humanitas. Ma siccome il prezzo che sto pagando per assolvere a questo incarico è, sul piano personale, troppo alto, ho deciso di non tacere. Mi sia consentito di rievocarlo io, adesso, il caso Humanitas, avvalendomi del diritto di replica e rivolgendomi, ancora una volta, da una “giufà ” di questo governo ad un interlocutore intelligente, onesto e soprattutto disinteressato.
La vicenda della casa di cura ad indirizzo oncologico è stata immotivatamente oggetto di strumentalizzazione politica e mediatica, quando già avevo assunto anzitempo la determinazione, comunicata formalmente al Presidente e alla Segreteria di Giunta, che ogni modificazione all’assetto dei posti letto privati e accreditati con il servizio sanitario regionale sarebbe stata effettuata solo ed esclusivamente in sede di revisione della rete ospedaliera regionale, senza alterare l’equilibrio pubblico/privato e senza alcun aggravio di costi a carico della spesa pubblica. Che è esattamente ciò che la stessa Giunta ha assentito alla prima seduta utile dopo la mia formale proposta di atto di indirizzo per la rimodulazione dei posti letto della rete regionale, che nulla ha innovato in termini di incremento di posti letto per acuti, non sussistendone i presupposti introdotti dalla sopraggiunta normativa di settore.
Ma ogni chiarimento tecnico sulla questione, appare perfino oggi anacronistico e privo di rilievo, essendo stati peraltro i miei atti, ancorchè interni all’amministrazione, inusualmente oggetto di pubblicazione da parte anche di codesta stessa redazione e a tutti ostensibili al pari del resoconto dell’audizione della sottoscritta da parte della competente Commissione Legislativa. Prendo spunto da questa occasione, tuttavia, per esprimere il profondo rammarico di chi ha solo l’interesse di lavorare per il bene collettivo e di chi ha solo la colpa di essersi imbattuta in una strada che non è consentito attraversare da chi non ha né padrini né interessi particolari da tutelare, ma solo un cognome per il quale devo chiedere anche scusa.
Comunque non si preoccupi, perché la mia esperienza, come ho già detto è a tempo e il mio futuro lontano da questa terra, perchè sono convinta sempre di più che per le ragioni sopra esposte, non c’è spazio in questa Sicilia per chi decidesse di lavorare per puro spirito di servizio e nell’interesse esclusivo della collettività. Questo, ovviamente, senza nulla togliere al lecito diritto di critica e di controllo che spetta anche a voi giornalisti.


Le pagine di “CIÒ CHE INFERNO NON È” dedicate a PAOLO BORSELLINO e sua figlia LUCIA

 

Ciò che inferno non è” dedicate a Paolo Borsellino e sua figlia Lucia.  Nel tardo pomeriggio Roberto, un professore, collega e amico di don Pino, legge il discorso che hanno preparato insieme: «Sono le sette di mattina di un giorno di luglio come questo, il 19 dell’anno scorso. Benché sia domenica, Paolo Borsellino si è svegliato presto come sempre. Nella stanza in cui sta lavorando alla luce ancora fresca del mattino, sua figlia Lucia è seduta sulla poltrona.
Non se ne accorge tanto è preso da quella lettera, l’ulti- ma pagina del magistrato. È la risposta a un’insegnante che lo ha invitato a partecipare a un incontro con dei ragazzi. Per una serie di disguidi, il giudice non è riuscito a intervenire né a scrivere, così la docente gli ha inviato un’altra lettera, lamentandosi del suo silenzio. Mortificato, Borsellino si scusa per la mancata presenza all’incontro e risponde ad alcune domande che la professoressa gli poneva.

Il lavoro di quei mesi non gli ha consentito di trascorrere del tempo con i suoi figli: dormono quando esce di casa e al rientro è così tardi che sono già a letto.
Quella domenica si è imposto di passarla con la famiglia, ecco perché all’alba è già al tavolo. Lucia racconta che il padre viene interrotto da una telefonata e solo allora si rende conto della sua presenza sulla poltrona nell’angolo dello studio. Le chiede se quel giorno ha voglia di andare al mare: la preparazione di un esame universitario le ha impedito fino a quel momento di prendere il sole. “Magari riuscirò a vederti un po’ abbronzata.”
Le propone di fare un tuffo a mare, poi di andare insieme a trovare la nonna e poi di nuovo a casa: lui a lavorare, lei a studiare.
Lucia rifiuta perché è il compleanno di un’amica che l’ha invitata a pranzo e con la quale farà il ripasso finale per l’esame. Dalla stanza di quell’amica, mentre studiano, Lucia sentirà l’esplosione della bomba sotto casa della nonna.
La bomba che uccide suo padre e avrebbe ucciso anche lei.
Era una domenica in cui si era imposto di non lavorare e aveva portato sua moglie al mare. Poi era sparito con un amico per una gita in barca, senza avvertire la scorta, che lo aspettava a riva con apprensione. Avrà osservato per l’ultima volta la sua città, il suo immenso porto, dal mare.
Quello stesso mare dal quale oggi spira quest’aria fresca e pulita.
Oggi tocca a noi ricordare quest’uomo che diceva a sua moglie: “Come sarebbe bella l’Italia se ciascuno realizzasse un suo piccolo sogno e lo offrisse agli altri”, e dimenticare invece la parola scritta nell’ultima riga della sua ultima lettera alla professoressa: “consenso”. “La forza della mafia è nel consenso” scriveva Borsellino. 
Oggi noi siamo qui per ricordare un uomo che ha cercato di cancellare questa parola e ha pagato con la vita.
Ecco perché il comitato inter condominiale, con l’appoggio del centro Padre Nostro, ha richiesto ufficialmente che via Brancaccio venga re intitolata via Falcone e Borsellino.
Perché, come dice sempre 3P, è dalle piccole cose che comincia ogni grande cambiamento
.»
Il pubblico è numeroso. Una giornalista prende appunti. L’articolo le costerà il posto nel giornale per cui lavora. E non sarà l’ultima a commettere un simile errore: dire la verità.
Quando il professore finisce di leggere, il silenzio riempie per qualche secondo la piazza e i balconi e le finestre e il cielo. Poi un applauso porta via quel silenzio, scacciandolo insieme alla paura. Alessandro D’Avenia, “Ciò che inferno non è“, (pp.221-3)

 
 
 

“Oggi torno a essere la figlia di Paolo. E, in nome dei suoi semplici insegnamenti, chiedo a tutti di non invitarmi, il 19 luglio, alla commemorazione di via D’Amelio, non capisco l’antimafia come categoria, come sovrastruttura sociale.
Sembra quasi un modo per cristallizzare la funzione di alcune persone, magari per costruire carriere. La legalità, per me, non è facciata, è una precondizione di qualsiasi attività.
Questa è stata la mia prima esperienza politica, sarà anche l’ultima”.
Lucia Borsellino – La Repubblica luglio 2015
 
 

27.1.2023 Humanitas, 10 anni di misteri e veleni incrociati a partire da una delibera “autoprodotta”


17.5.2023 Quando Lumia voleva Tutino primario


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