Mori querela Report: «Un processo televisivo costruito sulle omissioni». I documenti che smentiscono la “pista nera”. Nel mirino non soltanto le presunte falsità, ma il metodo: fatti decisivi lasciati fuori dal racconto.
Non c’è che dire.
Chi, senza alcuna conoscenza di fatti, documenti e processi, ha assistito alla puntata di Report del 24 maggio scorso sarebbe portato a complimentarsi per l’ennesima inchiesta di Ranucci&co. No se si sposa il dubbio metodico di Cartesio.
Di chi sa che bene che la ricerca della verità è un percorso tortuoso e fatto di dettagli. Ed al Generale Mario Mori, 87 anni appena compiuti che non ha a disposizione un servizio televisivo pubblico, non resta che continuare la sua battaglia nelle sedi dei tribunali, supportato da un giovane avvocato Basilio Milio, un romantico don Chisciotte 5.0, figlio dell’illustre giurista palermitano e amico di Giovanni Falcone, l’avv. Pietro Milio che per primo aveva difeso Mori. E così, con un corposo esposto di 18 pagine, ed una decina di allegati, depositato alcuni giorni fa, Mori porta ancora una volta Report in Procura, smentendo punto per punto il contenuto di quella puntata intitolata suggestivamente “la pista nera”, e tutti coloro che, intervistati, hanno aggiunto pezzi suggestivi a quel mosaico storto costruito ad arte dal buon Sigfrido Ranucci.
C’era da aspettarselo.
In quelle pagine depositate il 15 luglio alla Procura della Repubblica di Roma, l’ex comandante del Ros contesta, sequenza dopo sequenza, il servizio di Paolo Mondani, analiticamente e documenti alla mano, le parole pronunciate dal conduttore Sigfrido Ranucci, dall’autore e dagli intervistati Michele Riccio, Nino Di Matteo, Attilio Bolzoni, Giancarlo Caselli, Heiner Koenig e Gaetano Paci.
Ed il cuore dell’atto di accusa, non sono solo le falsità di singole affermazioni. Sul banco degli imputati anche un “metodo” giornalistico. Una trama costruita da fatti che, anche se veri, può diventare diffamatoria quando vengono taciuti particolari in grado di modificarne completamente il senso ed il loro collegamento logico. Si chiama arte mistificatoria. Ed è esattamente ciò che, secondo il generale, avrebbe fatto Report.
Chi, senza alcuna conoscenza di fatti, documenti e processi, ha assistito alla puntata di Report del 24 maggio scorso sarebbe portato a complimentarsi per l’ennesima inchiesta di Ranucci&co. No se si sposa il dubbio metodico di Cartesio.
Di chi sa che bene che la ricerca della verità è un percorso tortuoso e fatto di dettagli. Ed al Generale Mario Mori, 87 anni appena compiuti che non ha a disposizione un servizio televisivo pubblico, non resta che continuare la sua battaglia nelle sedi dei tribunali, supportato da un giovane avvocato Basilio Milio, un romantico don Chisciotte 5.0, figlio dell’illustre giurista palermitano e amico di Giovanni Falcone, l’avv. Pietro Milio che per primo aveva difeso Mori. E così, con un corposo esposto di 18 pagine, ed una decina di allegati, depositato alcuni giorni fa, Mori porta ancora una volta Report in Procura, smentendo punto per punto il contenuto di quella puntata intitolata suggestivamente “la pista nera”, e tutti coloro che, intervistati, hanno aggiunto pezzi suggestivi a quel mosaico storto costruito ad arte dal buon Sigfrido Ranucci.
C’era da aspettarselo.
In quelle pagine depositate il 15 luglio alla Procura della Repubblica di Roma, l’ex comandante del Ros contesta, sequenza dopo sequenza, il servizio di Paolo Mondani, analiticamente e documenti alla mano, le parole pronunciate dal conduttore Sigfrido Ranucci, dall’autore e dagli intervistati Michele Riccio, Nino Di Matteo, Attilio Bolzoni, Giancarlo Caselli, Heiner Koenig e Gaetano Paci.
Ed il cuore dell’atto di accusa, non sono solo le falsità di singole affermazioni. Sul banco degli imputati anche un “metodo” giornalistico. Una trama costruita da fatti che, anche se veri, può diventare diffamatoria quando vengono taciuti particolari in grado di modificarne completamente il senso ed il loro collegamento logico. Si chiama arte mistificatoria. Ed è esattamente ciò che, secondo il generale, avrebbe fatto Report.
A cominciare dal suggestivo racconto sulla banda della Uno Bianca.
L’introduzione con la biografia di alcuni dei protagonisti sanguinari in cui inserire il colonnello Michele Riccio. Secondo Riccio, storico accusatore di Mori, sconfessato dalle sentenze assolutorie, Alberto Savi, capo della banda criminale, avrebbe manifestato, nel 1996, l’intenzione di raccontare le coperture istituzionali, tra cui quella di Arnaldo La Barbera. Un sottinteso “guarda caso”: il poliziotto artefice di quell’imponente depistaggio sulla strage di Via D’Amelio. E Riccio parla di “direttive” provenienti dal generale Antonio Subranni, legatissimo a Mori.
L’introduzione con la biografia di alcuni dei protagonisti sanguinari in cui inserire il colonnello Michele Riccio. Secondo Riccio, storico accusatore di Mori, sconfessato dalle sentenze assolutorie, Alberto Savi, capo della banda criminale, avrebbe manifestato, nel 1996, l’intenzione di raccontare le coperture istituzionali, tra cui quella di Arnaldo La Barbera. Un sottinteso “guarda caso”: il poliziotto artefice di quell’imponente depistaggio sulla strage di Via D’Amelio. E Riccio parla di “direttive” provenienti dal generale Antonio Subranni, legatissimo a Mori.
Mondani, autore del servizio chiude: «Il Ros del generale Subranni e di Mario Mori non volle capire», non volle indagare su La Barbera e per chissà quali trame oscure. Perchè mai Riccio, si chiede Mori, suo principale accusatore nel processo sulla mancata cattura di Provenzano e testimone nel processo trattativa, racconta solo ora questa storia?
Una domanda posta anche dai giudici del caso di Mezzojuso, quando scrivevano di “rivisitazioni postume” di Riccio, influenzate dal risentimento personale per le sue successive traversie giudiziarie.
Quelle traversie che erano costate a Riccio una condanna a 9 anni e 6 mesi di reclusione ed in via definitiva nel 2011 a 4 anni e 10 mesi, per una serie di operazioni antidroga molto borderline. Ma torniamo a Report. 1975. Con un apparente filo logico, Paolo Mondani, si domanda perché mai Mori avrebbe dovuto proteggere La Barbera? E così introduce le parole del Pubblico Ministero della c.d. Trattativa Stato-mafia, Nino Di Matteo.
Insieme riesumano il passato di Mario Mori, all’allora servizio segreto interno, il SID. «Fatto sta che improvvisamente nel 1975 Mori viene allontanato repentinamente dal SID.
Quel suo trasferimento era collegato proprio al fatto che, dalle indagini padovane, poi confluite nelle indagini sul Golpe Borghese, Mori era stato in qualche modo coinvolto».
Totalmente falso. Un allontanamento voluto dal numero due del SID, il Gen. Gianadelio Maletti, ex piduista, arrestato, condannato per i depistaggi della strage di piazza Fontana, scomparso nel 2021. «Poco prima di morire», aggiungerà Mondani dopo le parole pesanti di Di Matteo, «con una mail ci aveva spiegato che quella decisione fu presa perché il Capitano Mori era sospettato di contatti con la destra eversiva». E qui una risata basterebbe, visto il mittente di quella mail. Ma Mori documenta.
Il SID lo ha restituito all’Arma, dopo che aveva osato criticare apertamente proprio il potente Generale Maletti per i suoi legami con il fallito Golpe Borghese. La prova? Nelle parole scolpite nel giudizio su Mori che Maletti esprimerà il 26 febbraio 1975.
Mori cacciato da Maletti perchè aveva espresso “..giudizi non richiesti, sulla figura e sull’operato dei suoi superiori di grado elevato.” Un Mori, dunque, “non allineato” a quel vertice deviato del servizio segreto che proprio le indagini sul terrorismo di estrema destra in Veneto e sulla strage di Piazza Fontana, ne avrebbero determinato l’arresto un anno dopo, il 28 febbraio del 1976. Una denuncia documentata in ogni dettaglio quella di Mori.
Anche sul passaggio riguardante, Paolo Bellini, l’ex neo fascista di avanguardia nazionale. Secondo Ranucci infiltrato per conto del Ros in Cosa Nostra non per impedire le stragi, ma – insinua – un Bellini infiltrato per ispirare le bombe del 93: «e il ruolo di Bellini qual è stato poi alla fine? Quello di suggerire, di mettere le bombe al patrimonio artistico del nostro Paese, ha avuto un ruolo simile a quello della strage di Bologna?» Si domanda il conduttore di Report. Ma è agevole per Mori confutare questa tesi astrusa.
A partire dalle dichiarazioni del maresciallo Tempesta del Nucleo Tutela Patrimonio Artistico, di cui Bellini era confidente. Mori lo aveva incontrato una sola volta il 25 agosto del 1992 per pochi minuti. Ma il secondo paradosso è ancora più clamoroso: nella requisitoria del processo trattativa proprio la Procura di Palermo contestò a Mori l’esatto contrario: non avere voluto infiltrare Bellini. Una vera schizofrenia.
Una domanda posta anche dai giudici del caso di Mezzojuso, quando scrivevano di “rivisitazioni postume” di Riccio, influenzate dal risentimento personale per le sue successive traversie giudiziarie.
Quelle traversie che erano costate a Riccio una condanna a 9 anni e 6 mesi di reclusione ed in via definitiva nel 2011 a 4 anni e 10 mesi, per una serie di operazioni antidroga molto borderline. Ma torniamo a Report. 1975. Con un apparente filo logico, Paolo Mondani, si domanda perché mai Mori avrebbe dovuto proteggere La Barbera? E così introduce le parole del Pubblico Ministero della c.d. Trattativa Stato-mafia, Nino Di Matteo.
Insieme riesumano il passato di Mario Mori, all’allora servizio segreto interno, il SID. «Fatto sta che improvvisamente nel 1975 Mori viene allontanato repentinamente dal SID.
Quel suo trasferimento era collegato proprio al fatto che, dalle indagini padovane, poi confluite nelle indagini sul Golpe Borghese, Mori era stato in qualche modo coinvolto».
Totalmente falso. Un allontanamento voluto dal numero due del SID, il Gen. Gianadelio Maletti, ex piduista, arrestato, condannato per i depistaggi della strage di piazza Fontana, scomparso nel 2021. «Poco prima di morire», aggiungerà Mondani dopo le parole pesanti di Di Matteo, «con una mail ci aveva spiegato che quella decisione fu presa perché il Capitano Mori era sospettato di contatti con la destra eversiva». E qui una risata basterebbe, visto il mittente di quella mail. Ma Mori documenta.
Il SID lo ha restituito all’Arma, dopo che aveva osato criticare apertamente proprio il potente Generale Maletti per i suoi legami con il fallito Golpe Borghese. La prova? Nelle parole scolpite nel giudizio su Mori che Maletti esprimerà il 26 febbraio 1975.
Mori cacciato da Maletti perchè aveva espresso “..giudizi non richiesti, sulla figura e sull’operato dei suoi superiori di grado elevato.” Un Mori, dunque, “non allineato” a quel vertice deviato del servizio segreto che proprio le indagini sul terrorismo di estrema destra in Veneto e sulla strage di Piazza Fontana, ne avrebbero determinato l’arresto un anno dopo, il 28 febbraio del 1976. Una denuncia documentata in ogni dettaglio quella di Mori.
Anche sul passaggio riguardante, Paolo Bellini, l’ex neo fascista di avanguardia nazionale. Secondo Ranucci infiltrato per conto del Ros in Cosa Nostra non per impedire le stragi, ma – insinua – un Bellini infiltrato per ispirare le bombe del 93: «e il ruolo di Bellini qual è stato poi alla fine? Quello di suggerire, di mettere le bombe al patrimonio artistico del nostro Paese, ha avuto un ruolo simile a quello della strage di Bologna?» Si domanda il conduttore di Report. Ma è agevole per Mori confutare questa tesi astrusa.
A partire dalle dichiarazioni del maresciallo Tempesta del Nucleo Tutela Patrimonio Artistico, di cui Bellini era confidente. Mori lo aveva incontrato una sola volta il 25 agosto del 1992 per pochi minuti. Ma il secondo paradosso è ancora più clamoroso: nella requisitoria del processo trattativa proprio la Procura di Palermo contestò a Mori l’esatto contrario: non avere voluto infiltrare Bellini. Una vera schizofrenia.
Un sillogismo perverso.
Condito dal giudizio finale di Nino Di Matteo sull’ex comandante del Ros: «spregiudicato uomo dei Servizi» che non rispetta il codice di procedura. Per cosa? Per aver incontrato Vito Ciancimino. Insinuando il dubbio di un rapporto ambiguo, mentre come magistrato, anche Di Matteo, dovrebbe ben sapere che i rapporti con le fonti, sono previsti proprio da quel codice (art.203) che Mori non avrebbe rispettato.
Un servizio di Report che pare una colata di fango, una sorta di enorme area ecologica, a giudicare dai documenti prodotti da Mori. Si sosteneva la teoria che le informative su Mafia – Appalti fossero due.
La prima del 1991, epurata dei nomi di politici e delle coop rosse. Ma sarebbe bastato all’abile Mondani, leggerle quelle informative, anziché scomodare i ricordi confusi di intervistati illustri.
Nel rapporto consegnato a Giovanni Falcone il 16 febbraio 1991 figuravano tutti. Da quelli che vengono considerati pesci piccoli, i Buscemi ed i Bonura, ossia coloro che avrebbero dispensato case scontate ad alcuni magistrati della Procura di Palermo, i loro rapporti con il gruppo Ferruzzi, ma anche le Cooperative Rosse.
Quelle che secondo un altro magistrato intervistato da Mondani, Gaetano Paci, non c’erano. Dalla Cooperativa C.M.C. di Ravenna, alla Coop. Costruttori di Ferrara, la stessa di cui avrebbe parlato qualche anno dopo anche il boss cosentino Franco Pino, al Consorzio Cooperative Costruzioni di Bologna, sino alla Cooperativa Comunista di Comiso.
Tutte trascurate dai Pubblici Ministeri che ereditarono quel rapporto consegnato a Falcone. E a sostenere la tesi della doppia informativa, con l’omissione dei nomi dei politici nella prima, arriva in soccorso a Report anche Giancarlo Caselli, intervistato da Mondani, ma smentito dalla denuncia di Mori: in alcune informative preliminari consegnate a Falcone e a Lo Forte già nel luglio e nell’agosto 1990, erano contenute le intercettazioni nelle quali emergevano chiari riferimenti a uomini politici tra cui Riggio, Pumilia, D’Acquisto, Gorgone, Lombardo, De Michelis, Sciangula, Capitummino, Folena, Lima, Gunnella, Lauricella e Occhetto. Una tesi che anche l’ ordinanza di archiviazione del GIP di Caltanissetta del marzo del 2000, afferma che “non può ritenersi affatto provata”.
Condito dal giudizio finale di Nino Di Matteo sull’ex comandante del Ros: «spregiudicato uomo dei Servizi» che non rispetta il codice di procedura. Per cosa? Per aver incontrato Vito Ciancimino. Insinuando il dubbio di un rapporto ambiguo, mentre come magistrato, anche Di Matteo, dovrebbe ben sapere che i rapporti con le fonti, sono previsti proprio da quel codice (art.203) che Mori non avrebbe rispettato.
Un servizio di Report che pare una colata di fango, una sorta di enorme area ecologica, a giudicare dai documenti prodotti da Mori. Si sosteneva la teoria che le informative su Mafia – Appalti fossero due.
La prima del 1991, epurata dei nomi di politici e delle coop rosse. Ma sarebbe bastato all’abile Mondani, leggerle quelle informative, anziché scomodare i ricordi confusi di intervistati illustri.
Nel rapporto consegnato a Giovanni Falcone il 16 febbraio 1991 figuravano tutti. Da quelli che vengono considerati pesci piccoli, i Buscemi ed i Bonura, ossia coloro che avrebbero dispensato case scontate ad alcuni magistrati della Procura di Palermo, i loro rapporti con il gruppo Ferruzzi, ma anche le Cooperative Rosse.
Quelle che secondo un altro magistrato intervistato da Mondani, Gaetano Paci, non c’erano. Dalla Cooperativa C.M.C. di Ravenna, alla Coop. Costruttori di Ferrara, la stessa di cui avrebbe parlato qualche anno dopo anche il boss cosentino Franco Pino, al Consorzio Cooperative Costruzioni di Bologna, sino alla Cooperativa Comunista di Comiso.
Tutte trascurate dai Pubblici Ministeri che ereditarono quel rapporto consegnato a Falcone. E a sostenere la tesi della doppia informativa, con l’omissione dei nomi dei politici nella prima, arriva in soccorso a Report anche Giancarlo Caselli, intervistato da Mondani, ma smentito dalla denuncia di Mori: in alcune informative preliminari consegnate a Falcone e a Lo Forte già nel luglio e nell’agosto 1990, erano contenute le intercettazioni nelle quali emergevano chiari riferimenti a uomini politici tra cui Riggio, Pumilia, D’Acquisto, Gorgone, Lombardo, De Michelis, Sciangula, Capitummino, Folena, Lima, Gunnella, Lauricella e Occhetto. Una tesi che anche l’ ordinanza di archiviazione del GIP di Caltanissetta del marzo del 2000, afferma che “non può ritenersi affatto provata”.
E Mori ricorda anche le parole del magistrato catanese Felice Lima, che avrebbe pagato poi a caro prezzo, l’aver trattato in parallelo la vicenda mafia appalti, dopo che il Geometra Giuseppe Lipera dal carcere aveva chiesto di essere ascoltato da lui, visto il silenzio della Procura di Palermo: «io avevo le stesse carte dei colleghi palermitani, ma mentre sul mio tavolo queste carte portarono i frutti … a Palermo non era praticamente successo niente, anzi, c’era stata una dolorosa, dal mio punto di vista, richiesta di archiviazione», aveva affermato davanti alla Commissione Parlamentare Antimafia Siciliana.
Voci e documenti autorevoli, che sconfessano il film di Mondani e Ranucci che nel loro servizio, parlano di un «vero e proprio depistaggio» del Ros.
Adesso spetterà alla Procura di Roma distinguere il diritto di critica, anche aspra e radicale, dall’attribuzione di fatti falsi o dalla costruzione di una rappresentazione deformata attraverso omissioni decisive. E chissà se anche questa una volta Ranucci, urlerà al bavaglio contro chi da anni si difende, non solo da accuse infamanti, su cui sentenze definitive hanno posto la parola fine, ma anche da un giornalismo d’inchiesta che pare volersi ergere ad una giurisdizione alternativa, nella quale sentenze, testimonianze e documenti scomodi non contano nulla.
Voci e documenti autorevoli, che sconfessano il film di Mondani e Ranucci che nel loro servizio, parlano di un «vero e proprio depistaggio» del Ros.
Adesso spetterà alla Procura di Roma distinguere il diritto di critica, anche aspra e radicale, dall’attribuzione di fatti falsi o dalla costruzione di una rappresentazione deformata attraverso omissioni decisive. E chissà se anche questa una volta Ranucci, urlerà al bavaglio contro chi da anni si difende, non solo da accuse infamanti, su cui sentenze definitive hanno posto la parola fine, ma anche da un giornalismo d’inchiesta che pare volersi ergere ad una giurisdizione alternativa, nella quale sentenze, testimonianze e documenti scomodi non contano nulla.
© Angelo Jannone IL TEMPO 21.7.2026

