🟥 CYBERSTALKING: quando la persecuzione corre on Line

 

Il cyberstalking è una violenza che non lascia lividi sulla pelle, ma incide in profondità sulla vita delle persone. E quando colpisce chi opera nella promozione della legalità, come nel caso del Centro Studi, assume un valore ancora più inquietante: non è solo un attacco alla persona, ma un tentativo di intimidire un presidio civile.
Il cyberstalking è la forma contemporanea di una vecchia ossessione: controllare, intimidire, annientare psicologicamente la vittima. Cambiano gli strumenti, non la logica del persecutore. Oggi non servono pedinamenti, appostamenti, biglietti lasciati sotto casa. Basta uno smartphone, una connessione, un profilo social. La violenza si fa istantanea, continua, invisibile. E proprio questa invisibilità la rende più insidiosa.
Dietro lo schermo, lo stalker agisce con una libertà che la realtà fisica non concede: moltiplica identità, aggira blocchi, diffonde contenuti privati, costruisce campagne d’odio, coinvolge terzi inconsapevoli. La vittima non ha tregua: ogni notifica può essere una minaccia, ogni messaggio un colpo inferto alla serenità quotidiana. La persecuzione digitale non conosce orari, confini, pause. È una presenza costante, una pressione psicologica che si insinua nella vita privata, nel lavoro, nelle relazioni.
L’anonimato, quando viene utilizzato, protegge il persecutore. La velocità amplifica il danno. La persistenza dei contenuti prolunga la violenza nel tempo. L’accessibilità rende la vittima raggiungibile ovunque.
Il risultato è una forma di violenza che non richiede coraggio, né espone a rischi immediati: chi perseguita può farlo senza esporsi, senza mostrarsi, senza assumersi responsabilità. È una violenza “a basso costo”, ma ad altissimo impatto.
In Italia, il cyberstalking rientra nel reato di atti persecutori (art. 612-bis c.p.). Le molestie digitali che generano ansia, paura o modificano le abitudini di vita sono perseguibili penalmente. Le vittime possono denunciare, raccogliere prove, chiedere misure di protezione. La legge riconosce la gravità del fenomeno, ma la prima difesa resta la consapevolezza: riconoscere la violenza, parlarne, non minimizzare.
Per noi, come Centro Studi, il cyberstalking non è stato un concetto astratto, ma un’esperienza concreta. Siamo stati bersaglio di messaggi ossessivi, intimidazioni, tentativi di delegittimazione. Una strategia chiara: provare a indebolire un presidio civile che lavora sulla memoria, sulla verità, sulla giustizia. Ma la violenza digitale, come quella fisica, si combatte con la trasparenza, con la denuncia, con la fermezza. E soprattutto con la comunità, perché nessuno deve affrontare da solo un persecutore che si nasconde dietro lo schermo.
Il cyberstalking non è un fenomeno marginale. È una minaccia reale alla libertà individuale, alla dignità, alla sicurezza psicologica. Contrastarlo significa difendere non solo le vittime, ma l’intero spazio pubblico digitale, che deve essere luogo di confronto, non di violenza. Riconoscerlo, denunciarlo, parlarne: è il primo passo. Il secondo è non arretrare.

 

 

 

La mitomania digitale, il caos comunicativo e la spirale dei minacciatori seriali

 

 

 

Naviganti, navigatori e naufraghi in Rete