In un anno la spesa italiana pro capite supera i 3 mila euro. In due anni le scommesse online sono cresciute del 180%
Gioco d’azzardo, affari per 165 miliardi di euro
SANDRA RICCIO
Centosessantacinque miliardi giocati nel 2025, una media di 3.340 euro a testa, con Comuni dove il conto per abitante sfiora i diecimila. Il gettito per lo Stato, invece, è fermo da quattro anni a poco più di undici miliardi.
In mezzo, un milione e mezzo di famiglie toccate dalla dipendenza e un costo sociale e sanitario che nessuno ha ancora messo in bilancio: «Abbiamo chiesto ad alcune concessionarie di studiarne l’impatto, per avere una fotografia più chiara.
Oggi non esiste». Sono i numeri attorno a cui ruota “Non è un gioco, è azzardo. Riflessioni, storie e numeri sull’azzardo (e non solo) in Italia”, il volume di Stefano Vaccari, deputato Pd e segretario di presidenza della Camera, pubblicato da Futura Editrice e curato da Marco Ciafaroni. La prefazione è del cardinale Matteo Zuppi, la postfazione di Luciano Gualzetti, presidente della Consulta nazionale antiusura.
Il ricavato va alla campagna “Mettiamoci in gioco”.
Il libro nasce da un’insoffe- renza. «Mi sono rotto le scatole dell’ipocrisia che da quattro anni avvolge questo settore», dice Vaccari. L’ipocrisia ha più facce. La prima e l’illusione del divieto di pubblicità, aggirato dalle squadre di calcio con arti-Centosessantacinque miliardi giocati nel 2025, una media di 3.340 euro a testa.
La seconda è il gioco responsabile, «una copertura», campagne affidate a calcia- tori e attori per raccontare una partecipazione che non fa danni.
La terza è la normalizzazione: l’azzardo che diventa quasi un titolo di merito. «Ricordiamo i giocatori di Serie A beccati con le mani nella marmellata a scommettere su piattaforme illegali.
Giustificati dalla maggior parte della stampa sportiva». Poi c’è la tesi più solida da smontare, quella secondo cui il gioco legale sarebbe l’argine al gioco illegale. «Era vero all’inizio della legalizzazione, nei primi anni Duemila. Adesso non lo è più. E non lo dice Stefano Vaccari: lo dice ogni anno la relazione della Direzione nazionale antimafia al Parlamento», che documenta la presenza della ‘Ndrangheta e di altri sodalizi dentro il circuito legale.
Il resto sono cifre che Vaccari snocciola a memoria. Cinquantacinque gratta e vinci giocati ogni secondo nel 2025, cinque milioni e mezzo al giorno.
Le lotterie istantanee sono il fronte su cui ha sbattuto il naso da amministratore, prima sindaco e assessore provincia- le, poi parlamentare. E l’onli- ne, cresciuto del 180 per cento in due anni dopo la riforma varata dal centrodestra. «Secondo me c’è qualcosa che è anda- to fuori controllo».
A pagare sono soprattutto i minori: İservizi di neuropsichiatria infantile dell’Emilia-Romagna registrano un aumento esponenziale degli accessi, con risorse sempre piú esigue.
I segnali di speranza, chiude Vaccari, stanno nella rete a cui ha destinato il ricavato: lacam- pagna «Mettiamoci in gioco», trentasei associazioni tra le più grandi del terzo settore nazionale – Caritas, Arci, Acli, Avvi- so pubblico, Papa Giovanni XXIII. «Tantissime associazioni che resistono a questa normalizzazione dell’azzardo e si occupano dell’impatto sociale che l’azzardo crea. É giusto provare a sostenerle, per costruire una rete almeno di sostegno della cura. Poi di resistenza culturale a questa tendenza». LA STAMPA 5.8.2026
Entrare in un bar e vedere persone ipnotizzate da un monitor o incollate a una slot che lampeggia è una delle immagini più crude della nostra epoca: la normalizzazione dell’azzardo. La scena racconta tre cose insieme: le dipendenza comportamentale non è “svago”, è un meccanismo che cattura l’attenzione e la ripetizione. Le slot e i gratta e vinci sono progettati per generare micro‑scariche di dopamina, anche quando si perde. Il risultato è un comportamento compulsivo che somiglia più a una prigione che a un passatempo.
Il bar dovrebbe essere un luogo di socialità, ma quando metà delle persone guarda uno schermo e l’altra metà schiaccia pulsanti, la socialità evapora. L’azzardo trasforma un luogo di incontro in un luogo di isolamento condiviso: si è vicini fisicamente, ma lontanissimi mentalmente.La tristezza nasce anche dal vedere persone (molti anziani) che inseguono una promessa che non esiste. Il “quasi” è parte del design: serve a far credere che la vittoria sia vicina, quando in realtà è matematicamente remota. È un inganno psicologico che si ripete all’infinito.Questa è una scena che colpisce perché mostra un bisogno umano — speranza, evasione, adrenalina — catturato e sfruttato da un sistema che non restituisce nulla. Non c’è crescita, non c’è relazione, non c’è gioco vero. Solo una macchina che prende soldi e una persona che perde tempo, attenzione, serenità. E sì, mette tristezza.Ma quella tristezza è anche una forma di resistenza: significa che non ci siamo abituati, che non lo consideriamo “normale”, che vediamo la ferita sociale che rappresenta
MAFIA E GIOCO D’AZZARDO

