Come trasmettere ai ragazzi i valori dell’antimafia e della legalità

 

 

I ragazzi vivono in un mondo dove la parola “mafia” sembra lontana, quasi cinematografica. Non percepiscono il rischio, non vedono il fenomeno, non sentono la minaccia. Eppure la mafia oggi è silenziosa, economica, digitale, si infiltra nei bar, nelle scommesse, nelle aziende, nei social.
Per questo serve un racconto nuovo: vicino, concreto, contemporaneo.
Il modo più efficace per trasmettere ai ragazzi i valori dell’antimafia è farli sentire protagonisti, non spettatori.
La legalità non si insegna con le prediche, ma con esperienze concrete, storie vere, responsabilità condivise e un linguaggio che parla alla loro vita quotidiana.
La mafia contemporanea non si presenta più con i simboli tradizionali della violenza: niente coppole, niente lupare. Oggi preferisce infiltrarsi nell’economia legale, nei bar, nei locali, nelle imprese di logistica, nei cantieri, nei servizi digitali. Questo la rende meno riconoscibile e più difficile da spiegare ai ragazzi, che associano la criminalità organizzata a immagini cinematografiche ormai lontane dalla realtà.
La criminalità organizzata oggi punta a non disturbare, a non creare allarme sociale. Meno conflitti, più affari. Questo produce un effetto pericoloso: i giovani non percepiscono la mafia come una minaccia diretta, ma come un fenomeno distante, quasi astratto.
In un mondo dominato da social, contenuti brevi e narrazioni semplificate, spiegare la complessità della mafia richiede tempo, attenzione e strumenti adeguati. La disinformazione, o peggio la spettacolarizzazione del fenomeno, crea un immaginario distorto: la mafia appare come un brand, non come un sistema criminale che distrugge diritti, economia e futuro.

 


REALTÀ e PERCORSI


Partire dalle storie, non dalle definizioni
  • Storie di vittime innocenti – ragazzi, imprenditori, studenti, persone comuni.
  • Storie di ribellione civile – chi ha denunciato, chi ha resistito, chi ha ricostruito.
  • Storie di vittime simbolo – Falcone, Borsellino, Impastato, Atria, Dalla Chiesa, Cassarà, ma anche figure meno note.

Le storie creano empatia. L’empatia crea valori. Mostrare come questi fenomeni toccano la loro vita: il bar sotto casa, la squadra di calcio, la discoteca, il quartiere.

Il modello dell’onore e della virilità

La mafia costruisce un immaginario basato su forza, controllo, rispetto e virilità dominante. Questo modello culturale si manifesta attraverso:

  • Codici di comportamento che esaltano la durezza e la capacità di intimidire.
  • Rituali di appartenenza che trasformano la violenza in identità.
  • Gerarchie patriarcali che legittimano il dominio maschile e la subordinazione femminile.

È un modello che seduce perché offre un senso di appartenenza e di potere immediato, soprattutto in contesti sociali fragili.

Il modello del favore e della protezione

La mafia si presenta come soluzione alternativa allo Stato. Il suo potere culturale nasce dalla capacità di offrire:

  • Lavoro
  • Sicurezza
  • Prestiti
  • Mediazioni
  • “Giustizia” rapida

Questo crea una cultura del debito personale, dove il favore non è mai gratuito. Il giovane che riceve un aiuto entra in una rete di obblighi che diventa identità.

Il modello dell’omertà. L’omertà non è solo silenzio: è un valore culturale. Si basa su tre pilastri:
  • Loyalty: chi parla tradisce la “famiglia”.
  • Diffidenza verso lo Stato: percepito come lontano o inefficace.
  • Paura interiorizzata: la minaccia non deve essere esplicita per funzionare.

L’omertà crea una comunità chiusa, impermeabile alla critica e alla legalità.

Il modello dell’arricchimento rapido La mafia alimenta una cultura del successo immediato:
  • Soldi veloci
  • Status sociale
  • Lusso ostentato
  • Potere senza merito

Questo modello è particolarmente attraente per i giovani che vivono precarietà economica. La mafia diventa così un brand del successo, un immaginario che sostituisce la fatica, lo studio e la legalità.

Il modello della normalizzazione La mafia oggi si mimetizza:
  • Nelle imprese
  • Nei locali
  • Nelle costruzioni
  • Nella logistica
  • Nei servizi digitali

La sua presenza diventa normale, quasi invisibile. La cultura mafiosa si diffonde attraverso comportamenti quotidiani:

  • “Conosco uno che ti sistema la pratica.”
  • “Ti faccio avere un prestito senza problemi.”
  • “Non ti preoccupare, ci penso io.”

La mafia entra nella vita comune senza apparire criminale.

Il modello mediatico e cinematografico Film, serie e social spesso:
  • Romantizzano il mafioso
  • Lo rendono carismatico
  • Lo trasformano in un antieroe
  • Esaltano la violenza come stile di vita

Questo crea una fascinazione culturale che distorce la realtà: la mafia non appare come un sistema che distrugge diritti, economia e futuro, ma come un mondo “cool”.

Perché questi modelli funzionano ancora? Perché rispondono a bisogni profondi:
  • Identità
  • Appartenenza
  • Sicurezza
  • Riconoscimento
  • Opportunità economiche
  • Narrazioni semplici in un mondo complesso

La mafia non vince con le armi: vince con la cultura.

L’economia del controllo territoriale. La mafia non vende solo beni o servizi: vende ordine, protezione e accesso. Il territorio è la sua prima risorsa economica.

  • Estorsione — il “pizzo” è una tassa privata che garantisce entrate stabili.
  • Protezione forzata — la mafia crea il problema e offre la soluzione.
  • Monopolio dei servizi locali — sicurezza, parcheggi, guardiania, trasporti.

Il territorio diventa un mercato chiuso dove la concorrenza non esiste.

L’infiltrazione nell’economia legale Oggi la mafia preferisce investire piuttosto che sparare. Entra nelle imprese per:
  • Riciclare denaro
  • Ottenere appalti
  • Controllare filiere produttive
  • Influenzare decisioni politiche ed economiche

Settori più vulnerabili:

  • Edilizia
  • Ristorazione
  • Logistica
  • Smaltimento rifiuti
  • Trasporti
  • Agricoltura
  • Servizi digitali e fintech

La mafia non crea economia: la distorce, eliminando concorrenza e qualità.

Il riciclaggio del denaro è il cuore del sistema economico mafioso. Funziona in tre fasi:
  • Placement — inserire denaro sporco nel circuito legale.
  • Layering — frammentare e spostare fondi per renderli irrintracciabili.
  • Integration — reinvestire in attività apparentemente pulite.

Strumenti usati:

  • Società di comodo
  • Fatture false
  • Prestiti fittizi
  • Casinò, sale scommesse
  • Criptovalute e fintech opachi

Il risultato: denaro criminale che diventa capitale “normale”.

L’economia del favore. La mafia genera valore attraverso relazioni, non solo attraverso denaro.

  • Accesso a lavoro
  • Prestiti immediati
  • Mediazioni
  • Risoluzione di controversie
  • Appoggi politici

Ogni favore crea debito sociale, che diventa potere economico. È un sistema di welfare criminale che sostituisce lo Stato dove lo Stato è debole.

Le filiere criminali globali. La mafia opera come una multinazionale:
  • Narcotraffico
  • Traffico di armi
  • Contraffazione
  • Traffico di esseri umani
  • Cybercrime
  • Scommesse illegali

Queste filiere generano profitti miliardari e si intrecciano con mercati legali attraverso intermediari, broker e società offshore.

La corruzione non è un costo: è un investimento strategico.
  • Acquisto di funzionari
  • Manipolazione di gare pubbliche
  • Accesso privilegiato a informazioni
  • Impunità operativa

La mafia investe in corruzione per ottenere rendite garantite e ridurre i rischi giudiziari.

La presenza mafiosa produce danni enormi sull’economia reale
  • Riduzione della concorrenza
  • Aumento dei costi per imprese sane
  • Fuga di investimenti
  • Distorsione dei prezzi
  • Perdita di qualità dei servizi
  • Erosione della fiducia nelle istituzioni

La mafia non è solo un problema criminale: è un freno strutturale allo sviluppo economico.

Spiegare allora che la mafia non è solo violenza. La mafia oggi è:
  • Riciclaggio
  • Usura
  • Azzardo patologico
  • Corruzione
  • Infiltrazione economica

Usare linguaggi che i ragazzi riconoscono

  • Video brevi
  • Podcast
  • Serie TV analizzate criticamente
  • Social media
  • Testimonianze dirette

La legalità deve entrare nei loro codici comunicativi, non restare confinata nelle aule.

Portare la realtà dentro la scuola
  • Incontri con magistrati, giornalisti, imprenditori che hanno denunciato
  • Laboratori di giornalismo civico
  • Simulazioni di processi
  • Progetti con associazioni che operano nel campo della legalità senza scopo di lucro

La scuola deve diventare un luogo dove si sperimenta la cittadinanza, non solo dove la si studia.

Farli sentire parte di una comunità attraverso attività utili:
  • volontariato
  • cura degli spazi pubblici
  • progetti di quartiere
  • gruppi di peer education

Ogni gesto di responsabilità collettiva è un vaccino contro la cultura mafiosa.

Dare ai ragazzi un ruolo attivo.  Devono diventare produttori di legalità, non consumatori passivi. Esempi:

  • creare campagne social
  • realizzare reportage
  • organizzare eventi
  • monitorare fenomeni locali
  • partecipare a consigli comunali dei giovani

La legalità diventa identità quando diventa azione.

Collegare antimafia e vita quotidiana. La mafia non è un tema “da adulti”, è un tema che riguarda:

  • il rispetto delle regole
  • la responsabilità online
  • il rifiuto del bullismo
  • la gestione del denaro
  • la capacità di dire “no”

La legalità è un modo di stare al mondo, non un capitolo di educazione civica.

Sponsor: opportunità, regole e rischi

Per finanziare le attività gli sponsor privati rappresentano una risorsa preziosa per molte attività educative, culturali e sportive. Tuttavia, la collaborazione con tali soggetti richiede molta attenzione. Soprattutto quando intervengono nel campo delle attività connesse all’antimafia.
È fondamentale che sia individuabile chi sponsorizza, con quali importi e per quali finalità.
La trasparenza sugli sponsor tutela principalmente l’associazione o l’ente beneficiario del contributo evitando zone d’ombra che potrebbero generare dubbi o sospetti.
Un ente/associazione che seleziona gli sponsor/sostenitori delle specifiche iniziative e pone particolare attenzione alle condizioni dei relativi contratti/accordi dimostra di operare con correttezza e di non dipendere da influenze esterne che potrebbero condizionare le scelte educative o gestionali.
Le attività di educazione alla legalità funzionano quando sono concrete. Mostrare ai ragazzi un bilancio reale, spiegare come si registra una sponsorizzazione, analizzare una voce di spesa, discutere su come allocare un fondo: tutto questo puó positivamente trasformare la legalità da concetto astratto a pratica quotidiana. La legalità, infatti, non si insegna solo con le parole, ma con la coerenza delle azioni e con la trasparenza dei processi.
Una scuola, un’associazione o un ente che adotta procedure trasparenti crea una cultura interna basata su: responsabilità, correttezza, partecipazione, controllo condiviso.
La trasparenza non è un adempimento burocratico, ma un modo di essere. Quando diventa parte della routine, rafforza la credibilità dell’istituzione e diventa un modello educativo per tutti.
Non sono stati pochi, inoltre,  i casi documentati di speculazione, arricchimento personale, utilizzo improprio dei fondi pubblici e privati raccolti.

Trasmettere ai ragazzi i valori dell’antimafia significa educarli alla libertà, non alla paura.
Significa far capire che la legalità non è un obbligo, ma una forma di dignità. E che la mafia non si combatte solo con le leggi, ma con le scelte quotidiane di ciascuno.

FIAMMETTA BORSELLINO – L’Italia e le sue stragi: la lezione che arriva da una figlia

 

L’Italia non ha ancora fatto pace con le sue stragi. Non ha fatto pace con le omissioni, con i depistaggi, con le verità mancate. E non ha fatto pace con una realtà che brucia: Paolo Borsellino è stato tradito in vita e dopo la morte.Tradito da chi avrebbe dovuto proteggerlo, da chi avrebbe dovuto cercare la verità, da chi avrebbe dovuto impedirne la solitudine.
Da questa ferita nasce la voce di Fiammetta Borsellino. Una voce che non cerca applausi, non cerca platee, non cerca consolazioni. Cerca risposte. E pretende responsabilità.
Entra nelle scuole senza retorica. Non vende eroi, non santifica martiri, non distribuisce icone civili. Racconta ingiustizie, omissioni, depistaggi. Racconta un Paese che ha lasciato solo suo padre prima, e la sua verità dopo. Racconta una memoria che rischia di trasformarsi in un rito comodo, un esercizio di ipocrisia nazionale.
Da anni le sue giornate scorrono tra la famiglia e i viaggi in tutta Italia, dove incontra studenti e insegnanti che ancora cercano ciò che lo Stato non ha saputo dare: parole chiare.

 

Manfredi e Lucia Borsellino 

 

E in questo cammino non è sola: condivide con Lucia e Manfredi, i suoi fratelli, gli insegnamenti ereditati da papà Paolo e dalla mamma Agnese, un patrimonio morale che li tiene uniti. È da qui che nasce il legame indissolubile che li unisce, un legame che non si è mai incrinato.
Ma c’era anche un’altra famiglia nella vita di Paolo Borsellino, una famiglia scelta, non di sangue ma di destino: i ragazzi della scorta. Li conosceva uno per uno, ne sapeva paure, speranze, storie. Non li considerava “agenti”, ma figli da proteggere mentre loro proteggevano lui. Condividevano il caffè del mattino, le corse contro il tempo, le attese silenziose nei corridoi dei tribunali. Condividevano soprattutto la consapevolezza di essere parte della stessa battaglia, combattuta senza clamore e senza garanzie. Paolo Borsellino li trattava con un rispetto quasi paterno, e loro gli restituivano una dedizione che andava oltre il dovere. Per questo la loro morte lo avrebbe devastato. Per questo la loro memoria, per Fiammetta, non è un dettaglio della storia: è una verità da trasferire ai ragazzi che la ascoltano.
Fiammetta ai ragazzi parla come nessuno. Li spiazza, li scuote, li costringe a guardare ciò che gli adulti evitano.
Ha una capacità rara di entrare immediatamente in sintonia con chi la ascolta: una sintonia istantanea, quasi fisica, che nasce dalla verità nuda delle sue parole e dalla credibilità che porta addosso come una cicatrice. Non li blandisce, non li illude. Li tratta da cittadini, non da spettatori. E loro, per questo, la ascoltano.
Perché la legalità, dice, non è una parola da convegno: è una scelta quotidiana. È non cercare scorciatoie. È non chiedere favori. È non voltarsi dall’altra parte. È rispettare ciò che è di tutti. È assumersi la responsabilità delle proprie azioni anche quando nessuno guarda. La legalità non è un valore astratto: è un’abitudine. E chi non la pratica ogni giorno non ha il diritto di pronunciarla.
Fiammetta non chiede di ricordare suo padre. Chiede di capire perché è stato ucciso. Chiede di capire perché la verità è stata ostacolata. Chiede di capire perché chi ha depistato non ha pagato. Chiede di capire che Paese siamo diventati, se chi cerca giustizia deve mettere in conto la solitudine.
Il suo impegno nelle scuole è un atto politico nel senso più alto e più scomodo del termine:non di partito, ma di responsabilità collettiva. È un’accusa implicita a un Paese che spesso preferisce la retorica alla verità, la celebrazione al coraggio, il ricordo alla giustizia.
E allora la domanda che ci pone è brutale, inevitabile, inaggirabile: che cosa siamo disposti a fare, noi, per meritare il sacrificio di chi ha pagato con la vita?
Finché ci saranno tante Fiammetta Borsellino che continueranno a parlare ai ragazzi, l’Italia avrà ancora una possibilità.
La possibilità di crescere una generazione che non si accontenta delle mezze verità, che non si lascia intimidire, che non si volta dall’altra parte. Una generazione che, forse, sarà più libera di quella che l’ha preceduta.
Ma quella possibilità non durerà per sempre. Perché la memoria, se non diventa scelta, si spegne. E allora la vera domanda non è se ascolteranno Fiammetta: è se avranno il coraggio di seguirla.


PAOLO BORSELLINO