I fascicoli conservano una polvere speciale, dura e calcificata dall’umidità delle stanze d’archivio e dallo scorrere del tempo. Per trentaquattro anni le carte dell’informativa del Reparto Operativo Speciale, contrassegnate dalla sigla “Mafia e Appalti”, sono rimaste depositate nell’ombra, come un ordigno a scoppio ritardato di cui tutti conoscevano il potenziale ma pochissimi hanno avuto il coraggio di maneggiare i detonatori. Correva la primavera del 1991 quando gli uomini del ROS consegnarono quella mappa affaristica al Palazzo di Giustizia di Palermo: un compasso perfetto capace di tracciare i contorni esatti di una convergenza d’interessi tra i tavoli della politica nazionale, le grandi sigle dell’imprenditoria e le famiglie di Cosa Nostra. Giovanni Falcone ne intuì subito il respiro eversivo; Paolo Borsellino vi cercò disperatamente, nei cinquantasette giorni di solitudine seguiti alla strage di Capaci, il filo d’Arianna prima che l’inferno di via D’Amelio cancellasse per sempre la sua voce. Oggi, attraverso le seicentoquarantaquattro pagine firmate dal Giudice per le indagini preliminari di Caltanissetta, quelle righe tornano a pesare come macigni. Non per formulare nuove condanne impossibili da pronunciare a distanza di decenni, ma per mettere al nudo i cortocircuiti, le omissioni, i veleni e le contraddizioni di una stagione giudiziaria che ha segnato la nascita della Seconda Repubblica.
La convergenza d’interessi e l’innesco della stagione stragista
La decisione del Giudice per le indagini preliminari di Caltanissetta, Santi Bologna, di accogliere la richiesta di archiviazione formulata dal pool stragi guidato dal procuratore Salvatore De Luca, segna uno snodo fondamentale e drammatico nella ricostruzione giudiziaria dell’ingresso della Seconda Repubblica.
Il provvedimento, che si snoda attraverso un testo esauriente ed articolato in ben 644 pagine, pone un punto fermo di carattere procedurale sull’impossibilità di individuare, a trentaquattro anni dalla stagione del terrore del 1992, responsabilità penali soggettive ed esecutori perseguibili sotto il profilo personale per l’accelerazione dei massacri di Capaci e via D’Amelio.
Tuttavia, l’ordinanza del tribunale nisseno si discosta nettamente dall’idea di liquidare l’informativa presentata nel febbraio 1991 dal Reparto Operativo Speciale (ROS) dell’Arma dei Carabinieri come un elemento secondario. Al contrario, il giudice cristallizza in sede giudiziaria la validità storica della tesi secondo cui l’interesse costante e rigoroso mostrato prima da Giovanni Falcone e successivamente da Paolo Borsellino nei confronti degli intrighi del dossier “Mafia e Appalti” rappresentò un fattore scatenante.
Quella griglia d’indagine sugli intrecci tra alta finanza, politica e organizzazione criminale costituì una vera e propria concausa, condivisa e determinante sul piano preventivo, per la decisione dell’ala stragista di Cosa Nostra di accelerare i tempi dell’attacco diretto alle istituzioni.
L’informativa del ROS e la frammentazione nella Procura di Palermo
L’origine della vicenda affonda le sue radici nelle complesse attività investigative condotte nei primi anni Novanta dagli ufficiali del ROS, in particolare dall’allora colonnello Mario Mori e dal capitano Giuseppe De Donno. L’informativa puntava a svelare la struttura di un sistema sistemico e verticistico dedicato al controllo e alla spartizione dei grandi appalti pubblici in Sicilia. Un patto di ferro retto da un triangolo d’interessi perfetto: la criminalità organizzata locale che garantiva il controllo del territorio e la protezione, una cordata di imprenditori di rilievo nazionale che si aggiudicava le opere, e una rete di referenti politici d’ogni livello pronti a incassare tangenti e consenso elettorale.
Inoltrato alla Procura della Repubblica di Palermo guidata da Pietro Giammanco, il fascicolo andò incontro a un destino contorto, segnato da profonde spaccature interne, sospetti e frazionamenti. Mentre Giovanni Falcone aveva chiaramente compreso l’enorme potenziale eversivo di quella mappa affaristica, individuandovi il grimaldello per smantellare il livello di protezione borghese e politica della mafia, le dinamiche interne alla Procura ne rallentarono l’efficacia. Il gip di Caltanissetta usa espressioni severe per definire la gestione del dossier all’interno del palazzo di giustizia palermitano tra il 1990 e il 1992, parlando apertamente di un clima ostile e isolante attorno ai due magistrati simbolo ed evidenziando come Paolo Borsellino venne tenuto all’oscuro di passaggi cruciali decisi dal suo stesso ufficio, fino al formale deposito della richiesta di archiviazione per i filoni principali dell’inchiesta nel luglio del 1992.
Le contestazioni del gip a Roberto Scarpinato e le ombre sul passato
L’aspetto di maggiore rilievo e impatto istituzionale contenuto nelle 644 pagine del provvedimento riguarda l’analisi dettagliata e le pesanti critiche rivolte alla condotta e alle deposizioni rese negli anni da Roberto Scarpinato, all’epoca sostituto procuratore a Palermo e successivamente Procuratore Generale e senatore. Nel ripercorrere i passaggi chiave di quella complessa stagione, il giudice Santi Bologna evidenzia gravi incongruenze e contraddizioni tra i resoconti forniti da Scarpinato nel tempo e la reale cronologia degli eventi processuali dell’estate 1992.
Il magistrato nisseno individua nei comportamenti dell’ex pm una condotta qualificata nei fatti come “attività depistante” ed equivoca riguardo ai rapporti con la Procura dell’epoca e alla trattazione del dossier insieme ad altri colleghi, tra cui l’ex magistrato Guido Lo Forte e Gioacchino Natoli. Secondo la ricostruzione del gip, le differenti e mutevoli versioni offerte da Scarpinato nel corso delle sue audizioni storiche e recenti, in merito al numero di incontri avuti con Paolo Borsellino e al grado di conoscenza che quest’ultimo aveva della richiesta di archiviazione imminente, minano la piena attendibilità delle sue deposizioni. Il giudice sottolinea inoltre come alcuni passaggi informativi fondamentali sull’andamento delle indagini sugli appalti vennero celati o gestiti in modo opaco all’interno dell’ufficio, ostacolando di fatto una visione d’insieme coordinata da parte di chi, come Borsellino, stava cercando disperatamente di ricollegare i fili del massacro di Capaci prima di cadere in via D’Amelio.
Il cortocircuito istituzionale e le reazioni politiche ed editoriali
Le contestazioni mosse dal gip di Caltanissetta nell’ordinanza di archiviazione hanno generato un immediato e violento terremoto politico e giurisprudenziale, amplificato dal ruolo pubblico ricoperto da Roberto Scarpinato come parlamentare della Repubblica. Al centro delle polemiche è finita anche la gestione dei lavori della Commissione Parlamentare Antimafia, con riferimento alle interlocuzioni tra Scarpinato e l’ex collega Gioacchino Natoli prima che quest’ultimo venisse audito dall’organismo di Palazzo San Macuto.
I componenti della Commissione Antimafia appartenenti alla maggioranza di governo, in primis gli esponenti di Fratelli d’Italia, hanno reagito al provvedimento definendo “gravissime” le responsabilità messe a nudo dal tribunale di Caltanissetta e parlando di un quadro istituzionale irrimediabilmente compromesso. Da parte delle forze di maggioranza sono giunte richieste perentorie di dimissioni di Scarpinato dalla Commissione Antimafia, sostenendo la sussistenza di un palese ed eticamente insostenibile conflitto d’interessi tra il ruolo di parlamentare inquirente e quello di protagonista dell’epoca sottoposto al vaglio dei giudici.
Sul fronte oposto e negli ambiti vicini al Movimento 5 Stelle, le reazioni hanno invece puntato a ridimensionare la portata delle accuse del gip, definendo la ricostruzione come una lettura parziale orientata a colpire la figura di un magistrato che ha speso decenni nella lotta alla mafia e rimarcando come il provvedimento rimanga pur sempre un’archiviazione per l’impossibilità di trovare prove penali a carico di ignoti. Il dibattito editoriale, ripreso dalle principali testate nazionali, ha riaperto una frattura profonda tra chi interpreta le parole del gip come la definitiva demistificazione dei depistaggi interni alla magistratura palermitana del 1992 e chi denuncia un uso politico-giudiziario della storia per revisionare la memoria dell’Antimafia.
Il rigore del compendio probatorio e i confini del processo penale
L’accoglimento della richiesta di archiviazione da parte del gip risponde a criteri di stretta aderenza al codice di procedura penale e alle recenti riforme sulla sostenibilità dell’accusa in giudizio. Nonostante le ricostruzioni storiche offrano un quadro d’insieme chiaro sulle omissioni, sui contrasti personali e sulle manovre di isolamento subite dai magistrati simbolo dell’Antimafia, il quadro indiziario raccolto dopo più di trent’anni non consente di superare la soglia del dubbio ragionevole in sede processuale.
Il decesso dei principali interlocutori politici ed economici coinvolti negli accordi dei primi anni Novanta, unitamente alla sparizione o alla frammentazione di riscontri documentali diretti, rende impossibile trasformare l’evidenza storica e contestuale in una responsabilità penale specifica per reato di strage o concorso esterno a carico di singoli indagati identificabili. In questa prospettiva, la decisione del giudice Bologna traccia un solco netto tra il piano della valutazione giudiziaria penale e quello della ricostruzione storiografica, istituzionale e morale degli eventi.
I filoni che restano aperti: dai depistaggi alla ricerca dei complici
L’archiviazione del fascicolo “madre” sulla pista di Mafia e Appalti come concausa diretta delle stragi non equivale a una chiusura tombale delle indagini sulla stagione stragista del 1992-1993. La Procura di Caltanissetta mantiene infatti attivi e aperti molteplici rivoli investigativi collaterali, concentrati sulla complessa rete di depistaggi messi in atto subito dopo la bomba di via D’Amelio.
Le verifiche proseguono per identificare la catena di comando e le complicità istituzionali che consentirono la sottrazione della celebre Agenda Rossa di Paolo Borsellino dalla sua valigetta, la fabbricazione dei falsi pentiti come Vincenzo Scarantino, e i possibili ruoli omissivi e le condotte colpose sanzionabili addebitate ad ex esponenti della magistratura e degli apparati di sicurezza dello Stato. Se il capitolo penale sul nesso tra appalti e stragi trova la sua conclusione procedurale, la ricerca dei pezzi mancanti per completare la mappa delle complicità d’alto livello rimane un impegno giudiziario ed editoriale ancora drammaticamente aperto.
Roberto Greco LALTROPARLANTE 5.10.2026
