Scarpinato, i “depistaggi” e la polemica politica. Un riepilogo punto per punto

 

Il gip di Caltanissetta parla di “attività depistante” da parte del senatore dei 5s nei confronti dell’ex pm Natoli prima della sua audizione all’Antimafia. Dal dossier mafia-appalti alle stragi del ’92, fino allo scambio infuocato di lettere tra M5s e FdI, i nodi principali della vicenda

 
Il senatore del M5s Roberto Scarpinato è ritornato al centro della polemica, intrecciando politica e giustizia intorno a uno dei periodi più drammatici della storia italiana. Ma andiamo con ordine. Al centro di tutto c’è la “attività depistante” che Scarpinato (già magistrato) avrebbe posto in essere nei confronti dell’ex pm Gioacchino Natoli secondo il gip di Caltanissetta Santi Bologna, che sabato ha depositato il provvedimento di archiviazione del filone di indagine a carico di ignoti sulle stragi del ’92 (Il procedimento 2098 del 2022) relativo al cosiddetto dossier mafia-appalti.

Il riferimento è alle conversazioni, intercettate, avvenute tra Scarpinato e Natoli – per anni colleghi in Procura a Palermo – prima della audizione di quest’ultimo all’Antimafia, commissione di cui il senatore fa parte. La circostanza, già nota, sollevò molte polemiche e il parlamentare fu accusato di aver imbeccato l’ex magistrato. Il gip ha precisato “di non poter (e dover) prendere posizione sul fatto che un membro della commissione nazionale Antimafia (il senatore Scarpinato) possa concordare e/o anticipare a un soggetto che dovrà essere audito (Natoli) le domande che avrà intenzione di porgli e che “si tratta di un giudizio di opportunità squisitamente politico che è rimesso a sedi diverse da quella giurisdizionale. Quello che però qui è doveroso segnalare – ha concluso – è l’attività depistante posta in essere dal senatore Scarpinato nei confronti del dott. Natoli“. Chiarito il fatto più recente, è utile ora andare indietro nel tempo e osservare punto per punto i nodi dell’intera vicenda.

Il dossier mafia-appalti

Il punto di partenza è l’indagine denominata “mafia-appalti”, sviluppata a Palermo tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta a partire dal lavoro dei carabinieri del Ros. Il dossier riguardava i rapporti fra Cosa nostra, imprenditori, politici e grandi opere pubbliche, e interessava particolarmente Giovanni Falcone e, dopo la sua morte, Paolo Borsellino. Lo attestano il lavoro investigativo svolto e le numerose dichiarazioni pubbliche rilasciate dai due magistrati, entrambi operativi in un clima di ostilità e isolamento, lasciati ai margini anche dai colleghi.

È in questo contesto, secondo il gip di Caltanissetta, che maturarono le stragi nelle quali Falcone e Borsellino persero la vita. Tuttavia, il giudice ha deciso archiviare, accogliendo la richiesta dei pm, il filone contro ignoti dell’inchiesta sugli attentati ai due magistrati, nel quale il dossier mafia-appalti era stato indicato come possibile movente della loro eliminazione. Perchè? L’interesse dei due magistrati per mafia-appalti “costituisce concausa (non causa unica), ascrivibile al momento preventivo, comune a entrambe le stragi”. Tuttavia, nessun elemento consente di iscrivere magistrati o esponenti del mondo politicoimprenditoriale come concorrenti degli omicidi. 

La richiesta di archiviazione del 1992

Nonostante l’attenzione riposta da Borsellino all’indagine mafia-appalti, il 13 luglio 1992, con il magistrato ancora in vita, i sostituti procuratori Lo Forte e Scarpinato stilarono la richiesta di archiviazione, vistata dal procuratore Giammanco e depositata il 22 luglio, solamente tre giorni dopo l’assassinio di Borsellino. Come spieghiamo qui, l’indagine venne poi archiviata a tempo record, il 14 agosto, quindi in pieno periodo ferragostano, dal gip Sergio La Commare. Da allora nulla è stato chiarito, nonostante gli appelli avanzati da Fiammetta Borsellino, figlia del magistrato, soprattutto dopo la scoperta dell’epocale depistaggio: “Un tema che stava molto a cuore a mio padre era il rapporto tra la mafia e gli appalti. Infatti mi chiedo come mai il suo dossier fu archiviato il giorno dopo l’uccisione”.

Il nodo è proprio se Borsellino fosse stato informato di quella richiesta e del suo contenuto
. Il 14 luglio 1992 (cinque giorni prima dell’uccisione del pm palermitano), si tenne una riunione in Procura a Palermo su varie questioni di interesse generale, fra cui mafia-appalti, la ricerca dei latitanti e il racket delle estorsioni. Vi parteciparono diversi magistrati, tra cui proprio Borsellino, e Lo Forte fu chiamato a relazionare sull’indagine, ma dalle testimonianze dei presenti risulta che la parola “archiviazione” non venne mai pronunciata. Non solo. Emergono il forte interesse riposto da Borsellino all’indagine, il suo malcontento per le modalità con cui l’indagine era stata gestita, e la sua profonda fiducia nei confronti dell’operato dei carabinieri del Ros.

La ricostruzione del gip Santi Bologna è netta: il giudice Borsellino ”né prima né nel corso della riunione che si tenne il 14 luglio 1992 fu volutamente informato del fatto che il giorno precedente era stata firmata richiesta di archiviazione” dell’inchiesta su mafia-appalti. Per il gip il magistrato Lo Forte “ha mentito” al Csm quando disse che Falcone aveva ricevuto il dossier mafia-appalti solo due giorni prima di andar via da Palermo e non, molto prima, direttamente dal Ros dei Carabinieri che questa preziosa informativa avevano redatto. Così come ha detto il “falso” nel processo per il depistaggio di via D’Amelio quando disse che ignorava completamente le indagini del sostituto catanese Felice Lima sul pentito Giuseppe Li Pera, che a Palermo avevano completamente scelto di ignorare quando cominciò a parlare.

 

Il ruolo di Natoli

 

Gioacchino Natoli era un magistrato della Procura di Palermo e, all’epoca dei fatti, faceva parte del gruppo di colleghi che lavoravano sulle indagini di mafia. Nel 2024, è stato aperto un procedimento a carico suo e di un altro noto pm, Giuseppe Pignatone: sorprendentemente indagati per un presunto reato di favoreggiamento, aggravato per di più dal fine di agevolare la mafia, che sarebbe consistito nell’insabbiare (o comunque nell’omettere di svolgere sul serio) alcune indagini rientranti sempre nel filone mafia-appalti. 

In un’intercettazione del 18 gennaio 2024, il senatore Scarpinato (che, ricordiamo, è membro della Commissione antimafia), parla con Natoli, che dovrà essere audito. Secondo quanto ricostruito nel decreto, Scarpinato invitò Natoli a riferire in Commissione sulla riunione del 14 luglio 1992 e, in particolare, sul fatto che in quella sede Lo Forte avrebbe parlato della richiesta di archiviazione, illustrandone contenuti e caratteristiche.

Una delle frasi attribuite a Scarpinato è la seguente:

“Tu mi devi dire che ci fu un’esposizione anche del fatto che c’era stata la richiesta di archiviazione, con tutti i contenuti, eccetera eccetera”.

Il primo febbraio 2024, in Commissione, alla domanda se Borsellino conoscesse l’archiviazione, la risposta è stata: “Certo”. Il gip Bologna precisa di non poter né dover valutare se sia lecito che un commissario anticipi le domande a un audito. Si tratta di “un giudizio di opportunità squisitamente politico”, rimesso a sedi diverse da quella giurisdizionale. Si limita però a segnalare “l’attività depistante posta in essere dal senatore Scarpinato nei confronti del Dott. Natoli“. Per il gip si tratta dunque di “un’attività di inquinamento della ricostruzione dei fatti (in senso a sé favorevole)”, compiuta da chi aveva firmato quell’archiviazione e sedeva nella Commissione chiamata a fare chiarezza. E si è “in concreto verificata”.

 

La replica di Scarpinato

 

Il senatore ha respinto integralmente la ricostruzione del gip. Ha bollato l’accusa di attività depistante “gravemente falsa”, aggiungendo che, paradossalmente, sarebbe proprio quella formulazione a essere “depistante”.

Scarpinato ha inoltre contestato l’utilizzo delle intercettazioni. Ha detto di essere stato intercettato 33 volte nelle conversazioni con Natoli e ha sostenuto che tali conversazioni siano state utilizzate processualmente senza l’autorizzazione del Senato. “È evidente che tutti i mezzi sono buoni per tentare di chiudere la bocca e condannare al silenzio le voci critiche e scomode”, ha concluso. “Ma non si illudano di intimidirmi, non mi arrenderò mai e continuerò il mio impegno per la ricerca della verità, costi quel che costi”.

 

La reazione del centrodestra

 

Le parole del gip hanno provocato una reazione immediata del centrodestra, soprattutto dentro la Commissione Antimafia. “Quanto emerge dal provvedimento di archiviazione del gip di Caltanissetta sulla vicenda ‘Mafia e appalti’ è di una gravità che non può essere ignorata, soprattutto alla luce del ruolo che oggi Roberto Scarpinato ricopre all’interno della Commissione parlamentare Antimafia”,  ha dichiarato Raoul Russo, capogruppo di Fratelli d’Italia in Commissione parlamentare Antimafia. “Per questo – ha proseguito – riteniamo che dovrebbe fare un passo indietro dalla Commissione, così da poter essere finalmente audito e dare tutte le risposte necessarie agli italiani”. L’invito a fare chiarezza è arrivato anche da Maurizio Gasparri. “Il documento prodotto dal gip di Caltanissetta ha una valenza storica che non può essere assolutamente ignorata”, ha detto il senatore di Forza Italia e componente della commissione Antimafia. Ancora più dura Sara Kelany, deputata di Fratelli d’Italia: “Fuori Scarpinato dalla Commissione Antimafia – ha detto –. Liberi l’Antimafia da una presenza che ne mette in dubbio l’autorevolezza e la smetta una volta per tutte con i suoi teoremi e i suoi complotti”. 

Posizioni che sono confluite in una lettera con cui i capigruppo di FdI al Senato e alla Camera, Lucio Malan e Galeazzo Bignami, chiedono al Movimento 5 Stelle di sostituire il senatore nella commissione parlamentare Antimafia. La missiva è indirizzata ai colleghi pentastellati Luca Pirondini e Riccardo Ricciardi e, per conoscenza, alla presidente dell’Antimafia, Chiara Colosimo, e a tutti i componenti della commissione. “E’ del tutto evidente l’impossibilità di lavorare con serenità, oltre che di tutelare la piena attendibilità istituzionale” della commissione se tra i suoi componenti siede chi “un giudice della Repubblica ha indicato come autore di un’attività depistante proprio sui fatti che la commissione indaga”, sostengono i due esponenti di FdI, chiedendo di “sostituire il senatore con un altro esponente del vostro gruppo. Avete sempre dichiarato rispetto per le parole dei magistrati impegnati nella lotta alla mafia. Questa – si legge – è l’occasione per dimostrarlo coi fatti”.

 

 

La difesa del Movimento 5 Stelle

 

Il Movimento 5 Stelle ha reagito in senso opposto. “Pretendete di darci lezioni di rispetto delle istituzioni mentre la vostra maggioranza tiene sotto chiave le chat di Delmastro e un prestanome della Camorra come Caroccia. Qualsiasi persona di buon senso avrebbe utilizzato maggiore prudenza, evidentemente la vergogna non è un sentimento coltivato a via della Scrofa”, hanno scritto Pirondini e Ricciardi. “Veniamo al punto. Improvvisamente avete scoperto il ‘rispetto per i magistrati’. Gli stessi che attaccate ogni qualvolta vi fa comodo. Alla luce della vostra missiva attendiamo con impazienza un vostro sussulto di coerenza: le dimissioni di tutti gli esponenti di FdI dalla Commissione Antimafia che hanno votato per nascondere le chat tra Andrea Delmastro e Mauro Caroccia, condannato in via definitiva per intestazione fittizia di beni con l’aggravante di aver agevolato il clan Senese – si legge nella lettera – Caldeggiamo che quelle dimissioni riguardino in particolare la presidente Chiara Colosimo, anche alla luce dei rapporti pubblicamente documentati con l’ex terrorista nero Luigi Ciavardini”.

A rispondere è stato anche Giuseppe Conte. “Cari Fratelli d’Italia permettetemi di essere franco: siete proprio spudorati! Chiedete le dimissioni di Scarpinato perché la Procura di Caltanisetta ha origliato una trentina di sue conversazioni con il suo vecchio amico e collega Natoli, nel corso delle quali lo incitava a riferire in Commissione antimafia tutto quel che sapeva e che gli aveva già riferito in merito alla famosa riunione alla Procura di Palermo del 14 luglio 1992″- Così in una nota il leader del M5s. “Vi ricordo – ha aggiunto – che tutte quelle intercettazioni a un senatore sono state fatte senza autorizzazione di Palazzo Madama”. Conte ha posto poi a FdI una domanda: “Perché avete scudato le chat tra il vostro Delmastro e il prestanome del clan camorristico Senese? Perché state intralciando un’indagine contro un clan camorristico?”.

IL FOGLIO 5.10.2026