VIDEO 10.2.2026
TRASCRIZIONE 10.2.2026
Commissione parlamentare di inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere
RESOCONTO STENOGRAFICO Seduta n. 102 di Martedì 10 febbraio 2026 – Bozza non corretta
Seguito dell’audizione di Salvatore De Luca, procuratore della Repubblica presso il tribunale di Caltanissetta:
Colosimo Chiara , Presidente
De Luca Salvatore , procuratore della Repubblica presso il tribunale di Caltanissetta …
La seduta comincia alle 12.05.
PRESIDENTE. L’ordine del giorno reca il seguito dell’audizione, nell’ambito del filone di inchiesta sulla strage di via D’Amelio, di Salvatore De Luca, procuratore della Repubblica presso il tribunale di Caltanissetta, accompagnato dal procuratore aggiunto Pasquale Pacifico e dal sostituto procuratore Nadia Caruso.
Il procuratore ha anticipato, con una nota pervenuta in data 9 febbraio 2026, che approfondirà, nell’odierna audizione, alcuni aspetti riguardanti anche la cosiddetta «pista nera», con riferimento al procedimento penale n. 830/2022, modello 44, definito con decreto di archiviazione del 23 aprile 2024.
Ricordo che la seduta odierna si svolge nelle forme dell’audizione libera ed è aperta alla partecipazione da remoto dei componenti della Commissione. I lavori potranno proseguire in forma segreta a richiesta dell’audito o dei colleghi. In tal caso non sarà più consentita la partecipazione da remoto e verrà interrotta la trasmissione via streaming sulla web-tv della Camera dei deputati.
Prima di dare la parola al procuratore De Luca, ringraziando i nostri ospiti della loro disponibilità, ricordo a tutti che abbiamo un timing fino alle ore 14, perché a quell’ora è convocata l’Aula della Camera per le votazioni.
Prego, procuratore De Luca.
SALVATORE DE LUCA, procuratore della Repubblica presso il tribunale di Caltanissetta. Rinnovo il ringraziamento a codesta Commissione per darci l’opportunità di parlare. Anche i miei due colleghi qui presenti fanno parte del gruppo stragi della procura di Caltanissetta.
Ho sentito la necessità di approfondire quanto detto con un flash nella precedente audizione circa la «pista nera», intesa esclusivamente con riferimento alle propalazioni di Romeo Maria e del luogotenente Giustini Walter, eventualmente con le spiegazioni di Lo Cicero Alberto, perché per mia ingenuità ho pensato che vi fosse ben poco da dire, tenuto conto della chiarezza del materiale che avevamo a disposizione.
Tuttavia, una successiva trasmissione televisiva ha portato degli elementi che è necessario approfondire, perché è inutile nascondere che in una materia come quella che trattiamo gli elementi nuovi o seminuovi che vengono portati dai mass media poi entrano a far parte del materiale procedimentale e bisogna tenerne conto.
Ribadisco che sento al massimo livello il dovere di assicurare la completezza e la correttezza dell’informazione, perché questo mi impone la legge, ovviamente nei limiti delle mie capacità e salvo errori, che sono sempre possibili.
Ritengo necessario sottolineare, sebbene lo abbia già detto chiaramente nella precedente audizione, ma forse ad alcuno è sfuggito, che faccio riferimento solamente al procedimento che riguarda le propalazioni di Romeo Maria e Giustini Walter e quelle eventuali – ora vedremo in quali termini – di Lo Cicero Alberto. La «pista nera» da tutto questo non rimane totalmente esclusa, anzi – a scanso di equivoci lo ripeto – ci sono delle vicende, come l’omicidio Mattarella e la vicenda di Paolo Bellini, che meritano sicuramente ampia riflessione e approfondimento.
Proprio in relazione alla vicenda dell’omicidio Mattarella, sul quale non abbiamo competenza, ma incidenter tantum ho fatto parte anche della procura di Palermo come procuratore aggiunto e coordinatore della direzione distrettuale antimafia di Palermo, devo dire che certamente è una tragica vicenda che merita tutti gli sforzi che sono stati profusi in tanti anni dalla procura di Palermo, non foss’altro che per la tragica e coraggiosa deposizione della signora vedova Mattarella e tutti gli altri elementi. Si tratta di materiale magmatico, in relazione al quale è necessario ogni sforzo della magistratura, ogni approfondimento. Si tratta di questione seria, molto seria. Lo stesso dicasi per le vicende di Paolo Bellini, di cui parleremo in un’altra occasione. Abbiamo avanzato richiesta di archiviazione, ma ciò non significa che anche questo argomento non meriti, eventualmente al sopraggiungere di nuovi elementi, ben possibili, ulteriori approfondimenti e valutazioni. Come emerge dalla dottrina Falcone, come Falcone ha più volte spiegato, il problema è che non si va a processo con elementi che sono fragili, perché le assoluzioni diventano irrevocabili, ma si archivia e poi, al sopravvenire di nuovi elementi, si riaprono le indagini con nuovi termini.
Voglio ribadire che il gruppo stragi della procura di Caltanissetta adotta un metodo, che credo sia condiviso da tutti gli uffici, che è quello di seguire gli elementi probatori (lo dico in senso atecnico), gli elementi delle indagini. Non siamo certamente pilotati da pregiudizi ideologici o politici, massimalismo o altre patologie, che potrebbero teoricamente affliggere un ufficio, non foss’altro perché il gruppo stragi della procura di Caltanissetta è composto da magistrati che hanno tutti gli orientamenti culturali che sono presenti nell’Associazione nazionale magistrati. Per cui, se, putacaso ed erroneamente, qualcuno di noi si facesse pilotare o suggestionare, anche inconsciamente, da pregiudizi, verrebbe subito smentito dagli altri. In ogni caso, senza un metodo rigoroso e scientifico, il gruppo si spaccherebbe e potremmo dichiarare fallito il gruppo stragi di Caltanissetta nel giro di due settimane. Come ho già detto, tutte le nostre decisioni vengono prese all’unanimità.
Del resto, che il gruppo stragi si muova a 360 gradi, come si suol dire con locuzione ormai logora, è testimoniato dal procedimento che riguarda le propalazioni di Avola Maurizio, dal procedimento a carico dell’avvocato Menicacci e altro, dove la procura di Caltanissetta ha chiesto e ottenuto misura cautelare detentiva, dalla misura cautelare a carico di Bellini Paolo, che, nonostante condannato in primo grado all’ergastolo per la strage di Bologna, era ancora a piede libero. A seguito dell’invio dell’esito delle nostre intercettazioni, è stata subito applicata la misura cautelare e detentiva al Bellini Paolo stesso.
La vicenda di cui ci occuperemo riguarda Lo Cicero Alberto. Sarò estremamente sintetico sul punto perché il tempo è davvero poco. A dicembre 1991 subisce un tentato omicidio particolarmente violento. Subito dopo la sua convivente – aveva una relazione sentimentale con Romeo Maria – inizia un rapporto confidenziale con i carabinieri.
Lo Cicero viene convinto a collaborare e vi è un incontro fra Lo Cicero e il dottor Vittorio Teresi e probabilmente anche con il dottor Aliquò il 1° giugno 1992.
Il 15 giugno 1992 vi è una riunione di coordinamento fra l’ufficio di Caltanissetta e quello di Palermo. Il 24 luglio 1992 inizia ufficialmente la collaborazione di Lo Cicero Alberto.
Il 5 ottobre 1992 vi è l’ormai celeberrima nota trasmessa dall’allora capitano, oggi generale Cavallo Gianfranco. Da maggio a luglio 2007 vi è una serie di colloqui investigativi svolti dal sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia Gianfranco Donadio.
L’11 novembre 2007 muore Alberto Lo Cicero, già gravemente malato, quando aveva reso i colloqui investigativi.
Il 18 novembre 2021 vi è un atto d’impulso a firma del procuratore Cafiero de Raho, a cui seguono le indagini della procura generale di Palermo, che peraltro il 23 agosto 2021 aveva sollecitato la Direzione nazionale antimafia ad approfondire il tema oggi oggetto della relazione.
Seguiranno le nostre indagini, la nostra richiesta di archiviazione del 15 marzo 2024 e l’archiviazione da parte del giudice per le indagini preliminari Bologna del 23 aprile 2024. Faccio il nome del giudice anche se solitamente non sarebbe neanche opportuno farlo, perché si potrebbe creare confusione fra le persone fisiche che fanno parte dell’ufficio del giudice per le indagini preliminari di Caltanissetta. Ritorno a bomba sul metodo che l’ufficio adotta, tentando e ritengo riuscendo a rimanere al di fuori, a non essere condizionato da pregiudizi ideologici. La gestione dei collaboratori di giustizia è l’atto più delicato che viene affidato a un pubblico ministero prima, poi chiaramente ci sarà l’esame del giudice delle parti.
I principali disastri giudiziari sin qui registrati sono stati causati da una inesperta o non adeguata trattazione dei collaboratori di giustizia. Mi riferisco al caso Tortora e al depistaggio ad opera di Scarantino, che molto probabilmente con una migliore gestione dei collaboratori si sarebbero potuti evitare.
Il collaboratore di giustizia è uno strumento fondamentale, ma molto pericoloso se non gestito adeguatamente. Fortunatamente la maggior parte dei collaboratori, con piccole imprecisioni ed errori o con piccole menzogne, rende adeguatamente la situazione di cui parla. Vi sono collaboratori che tendono a parlare solo dei loro nemici e non dei loro amici e questi vanno stimolati, pungolati, messi alle strette, da un punto di vista giuridico ovviamente.
Vi sono collaboratori che – fortunatamente molto rari – sono come un jukebox: tu digiti quello che vuoi sentire, insisti e prima o poi ti dirà quello che vuoi sentire. Sono quelli che tendono a compiacere il pubblico ministero. Questi sono pericolosissimi. Qui sta proprio la professionalità del pubblico ministero, che deve bloccare questa spirale perversa e fare in modo che il collaboratore non vada avanti in una progressione accusatoria, perché pensa così di accreditarsi meglio, di compiacere il pubblico ministero. Ovviamente tutto questo avviene in perfetta buonafede da parte del pubblico ministero o di altri.
Il caso Scarantino è stato clamoroso per il presunto depistaggio. Vale ancora la presunzione di innocenza. Abbiamo due doppie conformi di declaratoria di prescrizione, il procedimento non è irrevocabile, quindi vale anche in questo caso la presunzione di innocenza. Che questo sia l’orientamento assolutamente pacifico della Cassazione, cioè di un’analisi assolutamente rigorosa delle propalazioni dei collaboratori, emerge anche recentemente dalla sentenza della Cassazione, I Sezione penale, che ha annullato la sentenza di condanna nei confronti di Madonia Antonino per l’omicidio Agostino, vicenda veramente tragica. La sentenza della Cassazione sottolinea innanzitutto che delineare un ampio contesto o addirittura delineare una causale specifica costituisce un elemento che deve seguire e confermare gli elementi individualizzanti gravi, univoci e concordanti che vi sono a carico dell’imputato. Quindi, prima determinare gli elementi che individualizzano la responsabilità dell’imputato, poi si potrà parlare di ampio contorno, di contesto della situazione e di eventuale causale. Senza gli elementi individualizzanti, contorno e causale per la Cassazione, orientamento costante, valgono ben poco.
Incidenter tantum rilevo che anche dalla sentenza di Cassazione emerge palesemente che servirsi di collaboratori inaffidabili – Lo Forte viene indicato specificamente – in realtà è un danno non solo per la giustizia, ma per la stessa pubblica accusa, serve solo a inquinare il materiale probatorio e indebolirlo.
Andiamo, ora, necessariamente alla vicenda che stiamo trattando, con un’altra brevissima premessa. Il decreto di archiviazione e l’ordinanza di custodia cautelare, di cui parleremo a breve, sono a firma del GIP Santi Bologna. Sarebbe quasi ultroneo, quasi superfluo sottolinearlo, ma non si tratta certamente di GIP, ove ve ne siano, appiattito sulle posizioni della procura. Anzi, se vogliamo fare una battuta, ogni tanto è la procura che si appiattisce sulle posizioni del GIP. Vi è stata, e probabilmente vi sarà, un’ampia dialettica procedimentale con il GIP Bologna, ove è capitato – si tratta, a parere nostro, di un giudice molto preparato e molto attento – che noi, tirando le somme e leggendo le motivazioni, abbiamo ritenuto «sì, il giudice ha ragione, dobbiamo confluire sulle motivazioni del giudice». Altre volte è capitato, fortunatamente, di avere ragione.
Ad esempio, per la vicenda Giustini il GIP aveva ritenuto che vi fosse stata lesione del diritto di difesa perché avrebbe dovuto essere iscritto come indagato fin dall’audizione della procura generale di Palermo, quindi prima della nostra audizione. Tutte le sommarie informazioni erano inutilizzabili per lesione del diritto di difesa, avrebbe dovuto essere sentito come indagato, e la competenza sarebbe stata della procura di Palermo. Questo nell’ambito della richiesta di misura cautelare nei confronti di Menicacci e Romeo e anche di Giustini Walter.
Il tribunale del riesame ci ha dato ragione, addirittura disponendo la misura cautelare nei confronti del Giustini. Con la Cassazione abbiamo fatto quasi una «pari e patta». La Cassazione ha ritenuto che la nostra procedura fosse perfettamente corretta e legittima, potevamo e dovevamo sentirlo a sommarie informazioni, quindi nessuna lesione del diritto di difesa, però vi era una carenza della motivazione nella parte dell’elemento soggettivo riguardante il Giustini, quindi ha annullato nella parte cautelare riguardante esclusivamente il Giustini.
Vi sono, però, dei punti in cui, onestamente, rivalutando la materia, che riguardano proprio la fattispecie odierna, abbiamo dovuto dare ragione al GIP.
Voglio precisare che le indagini sono state condotte non solo dal gruppo stragi della procura di Caltanissetta, ma vi erano anche due sostituti della Procura nazionale antimafia applicati a tale procedimento.
Quindi, era particolarmente ampia la rosa dei pubblici ministeri. In relazione al rapporto Borsellino-Alberto Volo, secondo il quale in un primo momento avevamo ritenuto che Paolo Borsellino effettivamente seguisse la «pista nera», siamo stati smentiti da un’ampia motivazione del GIP, che ha ritenuto del tutto inattendibili le dichiarazioni di Alberto Volo, richiamandosi anche a numerose sentenze, altre prese di posizione in altri procedimenti.
In un primo momento noi, come ufficio di procura, abbiamo affermato che effettivamente era ben possibile, anzi probabile che Paolo Borsellino, secondo le dichiarazioni Alberto Volo, seguisse la «pista nera». Siamo stati smentiti dal GIP, abbiamo trovato le sue motivazioni ottime e abbiamo aderito, alla fine, alla sua impostazione.
Lo stesso dicasi per l’attendibilità di Romeo Maria, praticamente l’unica persona informata che abbia parlato di Stefano Delle Chiaie. Probabilmente per erroneo buonismo o per sottovalutazione di tutti gli elementi, abbiamo ritenuto che l’attendibilità della Romeo Maria fosse molto precaria, ma non abbiamo affondato il coltello. Il GIP Bologna, con serrata motivazione, ha detto che la credibilità di Romeo Maria era da valutare in termini del tutto negativi, ha ritenuto assolutamente negativa la valutazione dell’attendibilità di Romeo Maria, scavalcandoci. Le motivazioni, effettivamente, le abbiamo trovate molto buone, quindi sono state esaminate in una prima parte nella nostra richiesta di misura cautelare di cui ho parlato. Quindi nella richiesta di archiviazione abbiamo aderito alla posizione del GIP e abbiamo trasformato le dichiarazioni da «inattendibili» ad «assolutamente inattendibili». Quello «zero tagliato» di cui ho parlato nella precedente audizione. Vogliamo cambiare terminologia? Purissima aria fritta, ma la sostanza non cambia.
Sotto certi punti di vista, potremmo essere anche lusingati dal fatto che alcuni non vedano nel panorama giudiziario altro che la procura di Caltanissetta. Siamo esseri umani: parlane, parlane anche male, l’importante è che ne parli. Sembra che alcuni ritengano o abbiano una visione procuro-centrica, procura di Caltanissetta. Non esiste altro. Noi, tenendo i piedi ben ancorati al suolo, riteniamo che quando le nostre richieste, le nostre valutazioni sono state seguite da un provvedimento del giudice non impugnato e non più impugnabile, ciò che conta è il provvedimento del giudice.
Ringraziamo per tutta l’attenzione che viene posta nei confronti delle nostre valutazioni, ma in molti campi vi sono già sentenze o provvedimenti del giudice. Ciò vale per la pista mafia-appalti, di cui abbiamo già parlato. Non c’è questo improvviso botto della procura di Caltanissetta, che la ritiene concausa. Ci sono quattro sentenze che lo dicono apertamente. Per cui, sotto questo punto di vista, nulla di nuovo. Sono state le indagini, gli approfondimenti della procura di Caltanissetta un quid novi, ma ne hanno già parlato le sentenze ampiamente.
Qui abbiamo un provvedimento del competente GIP e, come vedremo, abbiamo anche una valutazione della Procura nazionale antimafia nella persona del Procuratore Grasso, nonché dell’allora sostituto della DNA, Gianfranco Donadio.
Quindi non siamo soli in queste valutazioni, che ora porteremo avanti.
Gran parte delle dichiarazioni della Romeo, che hanno costituito il fulcro di tutte le indagini, sono rese de relato, cioè è un’altra la fonte. La fonte è Alberto Lo Cicero che nel corso degli atti formali, quelli che contano perché utilizzabili, sommarie informazioni e interrogatori, non ha mai menzionato Stefano Delle Chiaie.
Accenno subito che a noi piacerebbe tantissimo utilizzare i colloqui investigativi di Alberto Lo Cicero, probabilmente i nostri discorsi sarebbero più brevi e sarebbe troncante la situazione, ma non possiamo, perché la legge dice che sono assolutamente inutilizzabili, perché vi è una direttiva, una circolare del Procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo e perché, al di là del dato formale, che purtroppo in questa vicenda è stato violato a destra e a manca, vi è un motivo sostanziale che ci spinge, oltre alla stima che portiamo al Procuratore Melillo, ad adottare questa posizione.
Il motivo sostanziale è il seguente, ed è grave violarlo: solitamente si tratta di un detenuto o, nel caso in cui fosse a piede libero, indagato o già condannato per gravissimi reati di criminalità organizzata, il quale deve essere sicuro che quello che dirà nel corso del colloquio investigativo rimarrà nel colloquio investigativo.
Possono derivare anche gravi pericoli per l’incolumità fisica del dichiarante – non è un collaboratore – in quella sede. L’audito, in sede di colloquio investigativo, deve avere questa certezza, per cui può anche, nelle sue strategie, che possono essere anche perverse, mollare qualche elemento di particolare rilevanza su un latitante, su un deposito di armi, pur senza collaborare. Quelle cose dette a mezza voce, quasi in un rapporto confidenziale.
Tutto questo sarebbe messo gravemente in pericolo ove si incominciassero a utilizzare i colloqui investigativi come se fossero atti giudiziari utilizzabili.
Se si trattasse solo di un dato formale, vi dico la verità, mi assumerei le mie responsabilità, come sono solito fare, e senza particolari timori violerei un feticcio solamente formale, ma privo di offensività. In questo caso, come ho già detto, c’è una ragione sostanziale che ci induce a tutelare il segreto del contenuto del colloquio investigativo, qua attenuato perché si tratta di un soggetto, ohimè, deceduto, ma che vale come regola generale, ovverosia i futuri soggetti che sosterranno un colloquio investigativo devono sapere che questo colloquio investigativo non verrà sbandierato a destra e a sinistra, anche perché da un punto di vista mediatico potrà essere utile, da un punto di vista procedimentale è assolutamente inutile.
Andiamo ora alla valutazione dell’attendibilità e della credibilità di Lo Cicero. Questo rende possibile un’analogia fra la posizione di Lo Cicero e quella di Scarantino, ossia la mancanza totale di credibilità. A costo di essere tedioso, devo spiegare che la suprema Corte ritiene – ormai in modo categorico e sempre costante – che vi siano tre step per quel che riguarda la valutazione del collaboratore.
Il primo è la credibilità, lo step più importante, perché in mancanza di quella viene meno quasi tutto a cascata. La credibilità è dovuta alla personalità, alle funzioni e al lavoro svolto dal collaboratore. La domanda è: per la sua posizione, per la sua caratura criminale, per il lavoro che svolgeva, era astrattamente in grado di conoscere le notizie che ci viene a riferire? Risposta: no. Chiaramente sto facendo un esempio generico. Questo perché era uno «scassapagghiaru», non poteva parlare direttamente con Totò Riina, ad esempio.
Il secondo step è l’attendibilità delle dichiarazioni. Spesso facciamo un «fritto misto» per sintesi e diciamo che è assolutamente inattendibile, ma in realtà da un punto di vista di scienza giuridica, secondo la giurisprudenza dovremmo separare. Poi si parla di inattendibilità generica e specifica, ma siamo là, è la stessa cosa. L’attendibilità delle dichiarazioni è che siano verosimili, prive di vizi logici e di evidente inverosimiglianza.
Il terzo step, altrettanto fondamentale, riguarda i riscontri oggettivi individualizzanti sulla responsabilità dei soggetti chiamati in correità.
Finito questo, come abbiamo visto nella precedente sentenza della Corte di cassazione, si può e si deve esaminare il contesto storico, il quadro in cui si inserisce la condotta criminosa e la causale. Ma se questi tre passaggi non sono stati superati, è assolutamente inutile, per quel che riguarda le responsabilità penali, andare a tracciare solo contesti e causali.
La valutazione dell’attendibilità di Lo Cicero è stata fatta nella sentenza del 27 luglio 1995 del tribunale di Palermo, sezione quinta. Qui si pone subito un parallelo con Scarantino. Afferma il tribunale di Palermo – poi diventerà irrevocabile nella sentenza Biondino Girolamo + 23 – che Lo Cicero ha certamente mentito circa la sua qualifica di uomo d’onore di cosa nostra. Si potrebbe dire: non è che ha mentito su un omicidio o su un grosso traffico di droga. No, è un elemento devastante per la credibilità di un collaboratore perché, come ormai acquisito da tutta l’esperienza giudiziaria, certe notizie possono essere apprese, posso essere conosciute dal collaboratore solo se uomo d’onore. Per questo, il tribunale di Palermo ha detto che tutte le dichiarazioni in cui Lo Cicero afferma essergli stato ritualmente presentato un altro soggetto come uomo d’onore sono praticamente carta straccia. Aver mentito sulla sua qualifica di uomo d’onore mina totalmente la credibilità del collaboratore. Tutto ciò che riferisce in quanto uomo d’onore diventa carta straccia.
Il tribunale si dilunga dicendo che le menzogne di Lo Cicero sono reiterate su tanti altri aspetti: ha mentito circa l’omicidio Cassarà; non ha la più pallida idea della geografia, della terminologia e del «bon tonistituzionale» di cosa nostra; non distingue i mandamenti di Resuttana e di Tommaso Natale-San Lorenzo, che sono fra l’altro contigui e dovrebbe conoscere; porta avanti delle valutazioni circa la potentissima famiglia Madonia, come se fossero dei gregari del Mariano Tullio Troia. Questo ben si capisce. Se tu sei un soggetto non uomo d’onore che per motivi di lavoro ha frequentato in epoca datata – esamineremo pure questo – Mariano Tullio Troia, ti rendi conto che si tratta di un uomo potente, vedi entrare e uscire persone, pensi che il centro dell’universo mafioso sia Mariano Tullio Troia, sbagliando clamorosamente.
Il tribunale conclude che Lo Cicero è assolutamente non credibile e inattendibile e può essere utilizzato per quelle parti che sono riscontrate a tal punto che le dichiarazioni diventano quasi accessorie.
La stessa posizione adotta il giudice per le indagini preliminari Bologna in relazione alla posizione di Lo Cicero. Il giudice per le indagini preliminari Bologna non esamina le dichiarazioni rese nel colloquio investigativo, esamina l’attendibilità di Lo Cicero in quanto sarebbe la fonte di tutte le dichiarazioni di Romeo Maria. Nel suo decreto di archiviazione, il giudice per le indagini preliminari afferma: «La tendenza al mendacio di Lo Cicero condiziona irreversibilmente la possibilità di valorizzare le sue dichiarazioni, rispetto alle quali è improponibile pensare di poter estrarre con la certezza che richiede l’odierna sede elementi di verità, salvi i casi in cui quanto riferito non sia sorretto da riscontri talmente forti e omnicomprensivi e si badi rispetto e a ogni singolo punto della propalazione, da rendere le dichiarazioni di Lo Cicero quasi accessorie». Sempre il giudice per le indagini preliminari afferma: «Non vi è neanche la prova che Lo Cicero conoscesse Stefano Delle Chiaie, né tale prova si può desumere dalle dichiarazioni del collaboratore Onorato Francesco, per quanto attendibile».
La stessa posizione, forse addirittura ancora più forte, il giudice per le indagini preliminari Bologna ha nei confronti delle propalazioni della Romeo Maria, rispetto alle quali – lo ripeto – siamo stati scavalcati in sede di richiesta di misura cautelare da parte del giudice per le indagini preliminari e in sede di archiviazione abbiamo poi aderito. Il giudice per le indagini preliminari sul punto è particolarmente caustico, ma secondo noi effettivamente centra l’obiettivo. Basta una frase: «Il racconto della Romeo che consegna l’istantanea del “capo dei capi” impegnato nel baciamano di un capo mandamento – sarebbe Mariano Tullio Troia – in un contesto nel quale erano presenti una pluralità di persone affiliate all’organizzazione appare davvero grottesco e degno di una ambientazione cinematografica di un film di Ciprì e Maresco». Non sono parole nostre, sono parole del giudice per le indagini preliminari.
Per mera completezza devo dire che noi aderiamo in toto a questa valutazione più rigorosa, più severa dell’attendibilità di Romeo Maria che ha operato il giudice per le indagini preliminari Bologna, tranne per un singolo particolare, che per noi non è del tutto convincente, ma che non cambia nulla circa l’inattendibilità palese di Romeo Maria. Giustamente il giudice per le indagini preliminari – noi non l’avevamo sottolineato nella nostra richiesta – rileva che Giustini Walter ha reso dichiarazioni circa delle profferte sentimentali e sessuali di Romeo Maria nei suoi confronti e da ciò trae la conseguenza, ma si trae da numerosi altri elementi, che è un personaggio disponibile a tutto pur di ottenere un programma di protezione e di ricongiungersi a Lo Cicero Alberto, che intanto è già stato portato in località protetta. Secondo noi questa affermazione, legittima in sede penale – quando hanno rilevanza penale, anche questi fatti devono essere purtroppo valutati – non è pienamente provata, questa profferta di Romeo Maria, perché ci siamo chiesti: quante volte capita che un uomo valuti in modo assolutamente erroneo una manifestazione di simpatia, un gioco? Diciamo che facilmente si può equivocare. Forse gli uomini meno prudenti con facilità ritengono di avere fatto nuove conquiste o che vi siano state profferte sentimentali o sessuali. Per cui, questo a noi onestamente non pare provato. È un’ulteriore dimostrazione della dialettica intensa che c’è tra noi e il giudice per le indagini preliminari Bologna.
Non vi è bisogno di questo. A sommarie informazioni, Romeo Maria ci dice chiaramente che cosa la spinge: «Io ho fatto la confidente, io ho fatto collaborare Alberto Lo Cicero. Alberto Lo Cicero è stato portato in località protetta e io sono stata abbandonata». Vi è questa rincorsa di questa donna, comprensibile dal punto di vista umano – forse sto ricadendo nel buonismo – ma ingiustificabile dal punto di vista giudiziario, una rincorsa ad accreditarsi dando sempre nuove notizie, sempre più eclatanti.
Non si tratta – andiamo alla nota del 5 ottobre 1992 – dell’indignazione di Romeo Maria perché non si era fatto nulla sulle grandi dichiarazioni di Lo Cicero su Stefano Delle Chiaie, che non esistevano. Si tratta di una donna che si è sentita separata dal suo compagno, che tenta in qualunque modo di ricongiungersi allo stesso.
All’epoca ancora credevamo che ci fosse qualcosa da salvare in tutto questo. Io le ho detto: «Signora, c’è anche un problema di giustizia?». Dopo tre o quattro domande mi ha detto: «Sì, anche questo». Quello che le è venuto spontaneo è stato questo. Che sia questa la pista seguita lo dimostra il fatto che poi spara a zero, contraddicendosi anche su questo, contro tutto e contro tutti, procuratore Aliquò, sostituto Vittorio Teresi, procuratore Caselli. Mette pure il procuratore Caselli nel novero dello Stato che l’ha abbandonata perché gli ha chiesto di essere sentita con lettera e non è mai stata ricevuta, non ha mai avuto nessun riscontro.
Nomina il procuratore Caselli, Giustini, Coscia, Arcangioli, tutti. Poi, a tratti, in certe dichiarazioni si contraddice e dice: «Vittorio Teresi è una brava persona, mi fido; di Giustini mi fidavo». Poi, in un’altra dichiarazione ancora ritorna sulla posizione precedente. Si tratta di persona informata che su ogni argomento si lancia in una girandola di dichiarazioni in cui poi alla fine è quasi impossibile trovare non la verità, ma una dichiarazione definitiva. Se la sentissimo oggi probabilmente ci sarebbe un’ulteriore versione su tutto quanto. C’erano delle presunte audiocassette, numerose, sulle quali vi era registrato di tutto: i colloqui di Stefano Delle Chiaie con Menicacci e Romeo Domenico, fratello di Romeo Maria; i colloqui fra Romeo Maria e Lo Cicero. Penso che le sommarie informazioni siano a disposizione di codesta Commissione, quelle rese dalla trascrizione di Romeo Maria. Non si è capito niente. Chi le ha duplicate, perché poi la teste di riferimento chiamata ha smentito dicendo: «non le ho duplicate». Quante erano? Chi le ha distrutte? Dove si trovano? C’è di tutto. Non mi dilungo. Questo è un ulteriore argomento che sarà adottato anche dal Procuratore Grasso e dal sostituto Donadio in relazione alla mancanza di spessore di tutto quanto per dare luogo a un atto d’impulso.
Onestamente, dilungarsi sull’attendibilità di Romeo Maria mi sembra inutile. Un argomento che è particolarmente importante riguarda i colloqui Lo Cicero/Borsellino. Come vedremo, ne parla esclusivamente Romeo Maria per quel che ci è dato di sapere, cioè secondo lo spezzone trasmesso da Report non ne parla neanche Lo Cicero. Questo lo valuteremo. Ne parla solo Romeo Maria. Nella sua prima versione alla procura generale di Palermo: «Lo Cicero era sentito da un magistrato» – presumibilmente Aliquò o Vittorio Teresi – «Nell’occasione c’ero pure io, c’era Borsellino che si fermò a parlare per una decina di minuti con Lo Cicero. Dopo questo colloquio Borsellino è uscito e mi ha salutato. Lo Cicero non mi ha mai riferito quello che ha detto al dottore Borsellino». Ma poi vi sono le dichiarazioni a Report. Non è che mi interessino i mass media di per sé, mi interessano i mass media quando vengono a incidere sul materiale probatorio.
Nelle dichiarazioni a Report abbiamo una significativa progressione non dopo trent’anni, ma dopo pochi mesi rispetto a quanto dichiarato alla procura generale di Palermo. In buona parte poi le dichiarazioni rese a Report saranno in qualche misura confermate, con piccoli particolari diversi, anche alla procura che io rappresento.
Secondo questa nuova versione del fatto: «Lo Cicero fu convocato personalmente e in modo segreto da Paolo Borsellino» – quindi non perché doveva essere sentito da altro magistrato come dichiarato alla procura in precedenza – «Si appartarono nella stanza di Borsellino. C’erano solo gli uomini della scorta di Borsellino e nessun altro. Era un palazzo deserto. Ci hanno fatto entrare da un ingresso secondario, nella massima segretezza, perché Paolo Borsellino non si fidava di nessuno. Lo Cicero e Borsellino hanno avuto un colloquio che è durato dalle 19 a mezzanotte». – dai dieci minuti iniziali riferiti alla procura generale di Palermo – «Uscendo dal colloquio Lo Cicero mi raccontò tutto quello che aveva detto a Paolo Borsellino, fra cui che era andato a fare un sopralluogo con Stefano Delle Chiaie sul luogo, al tunnel dove verrà messo l’esplosivo per l’attentato di Capaci a Giovanni Falcone, alla sua scorta e a Francesca Morvillo».
Se si tratta di piccole differenze, non ho capito nulla io. È completamente stravolto l’incontro presunto fra Borsellino e Lo Cicero, su cui prima era una cosa en passant, di dieci minuti, dopodiché diventa un colloquio formidabile che dura ore, ore e ore in piena notte e del quale la Romeo viene a sapere il contenuto, in buona parte riguardante Delle Chiaie. Ce n’è più che a sufficienza. Sempre per quel che riguarda l’attendibilità di Lo Cicero, forse è meglio fare riferimento, perché forse alcuni potrebbero da ciò trarre una attendibilità di Lo Cicero, al fatto che un collaboratore successivamente parla di un progetto omicidiario, ovviamente successivo al tentato omicidio effettivo a carico di Alberto Lo Cicero. È segnatamente Scarano che afferma nel 1996 che negli anni 1993-1994 era stato progettato l’omicidio di Alberto Lo Cicero chiamando in causa Gaspare Spatuzza.
Gaspare Spatuzza, a parere dell’ufficio, non solo il nostro, ma credo di tutte le procure d’Italia, è il collaboratore di giustizia più attendibile che ci sia mai stato. Per Gaspare Spatuzza non parliamo solo di collaborazione, addirittura parliamo di pentimento etico, autentico pentimento, cosa che la legge peraltro non prevede come condicio sine qua non, ma è anche abbastanza rassicurante quando, oltre al patto do ut des Stato-collaboratore di giustizia, che è quello previsto dalla legge, sopravviene anche un pentimento reale, etico, per gli orrori che si sono causati.
Gaspare Spatuzza smentisce totalmente Scarano circa questo progetto omicidiario.
Quindi, già in base a questo si potrebbe smentire l’assunto: «diceva la verità, tanto è vero che lo volevano uccidere. Probabilmente aveva cose importanti da dire, quindi gli volevano tappare la bocca prima».
Ma a prescindere dall’azzeramento del presunto progetto omicidiario di Gaspare Spatuzza, vi è un’argomentazione logica che riteniamo abbastanza forte in base anche alle regole, alla mentalità di cosa nostra ancora in quel periodo. Siamo ancora nel periodo in cui cosa nostra non perdona nulla a chi denuncia, a chi collabora, a chi apre la bocca. Vale la regola allora che chi fa una cosa del genere è un uomo morto, prima o poi dovrà essere ucciso.
Quindi, nulla di strano se, oltre a tutto quanto era stato fatto ad altri collaboratori, si volesse aggiungere l’omicidio di Lo Cicero che, attenzione, una sua utilità l’aveva avuta perché per primo aveva indicato, pur nel mendacio di essere uomo d’onore, dei soggetti (e qui bisogna dirlo) che non erano mai stati attenzionati. Li aveva visti che entravano e uscivano dalla stanza di Mariano Tullio Troia e li avete indicati. Non glieli avevano presentati come uomini d’onore, ma questo è un altro discorso.
Vi è di più. Quando una persona è scomoda per cosa nostra, perché fa pienamente il suo dovere, perché adempie ai suoi doveri di cittadino, come si suol dire, è un business, lo devi ammazzare perché è scomodo. Se cosa nostra o qualunque altra organizzazione criminale – non c’è bisogno di andare alle regole di cosa nostra, è un fatto anche umano – ritiene che il collaboratore, il denunciante, sia «scorretto» e cioè li voglia incastrare con falsità, come nel caso di Lo Cicero, non è più business, diventa fatto personale. Gli va il sangue agli occhi. Se tu sei uomo d’onore e dici la verità: «mi è stato presentato come un uomo d’onore Tizio», bene, ma se Tizio si sente chiamato in correità pur essendo effettivamente uomo d’onore, ma scorrettamente perché Tizio che non è uomo d’onore sostiene che gli è stato ritualmente presentato, non c’è bisogno di ricorrere alle regole di cosa nostra. È chiaro che la rabbia monta ed è evidente che la rappresaglia che in ogni caso vi sarebbe nei confronti dei soggetti corretti che fanno danni a cosa nostra diventa ancora più certa, più impetuosa e più ineluttabile nei confronti di magistrati, giornalisti, collaboratori che cosa nostra realmente o presuntivamente ritiene scorretti.
C’è anche un altro elemento – risulta sempre dall’intervista di Report – che ha una rilevanza probatoria nel procedimento e per questo ne parlo. Walter Giustini, medio tempore, dopo l’audizione della procura generale di Palermo e prima dell’audizione della procura nissena, e noi non avevamo nessuna conoscenza del contenuto di questa intervista, non era stata trasmessa, dichiara a Report che Lo Cicero gli aveva riferito di aver visto un paio di volte Stefano Delle Chiaie a Capaci.
Quando io ho sentito questa intervista alla televisione ho detto: interessante, sentiamo il resto. Fine. Come «fine»? Da giovanissimo una volta vidi un film in bianco e nero – non ricordo altro – in cui si affermavano due cose: il cane che morde l’uomo non fa notizia, l’uomo che morde il cane fa notizia, e questo non c’entra con l’odierna audizione, ma il parametro del giornalista è «chi, come, dove, quando». Io non so se questi parametri siano cognizioni filmiche, non so se questi parametri debbano essere adottati da un giornalista sempre e comunque, ma sicuramente debbono sempre essere adottati dall’autorità giudiziaria.
È un’interessante notizia di partenza, ma può avere un rilievo eclatante oppure diluirsi in poca roba. Tanto per essere chiari: una cosa che, a domanda, il Giustini riferiva: «sì, mi ha detto di averlo visto alla fine del 1991, inizi del 1992, nel lungomare di Capaci che si pigliava il gelato con sua moglie e con Romeo Domenico, che era il suo autista» o da solo, quel che si voglia, oppure: «sì, mi ha detto di averlo visto proprio davanti all’imbocco del tunnel di Capaci che stava mettendo una cassetta di tritolo nel tunnel». È evidente che si tratta di due dichiarazioni completamente diverse. Sarebbe stato interessante che si fosse scavato sul punto.
Sentito a sommarie informazioni, il giornalista Mondani – nota di colore – mi ha detto che questo faceva parte del segreto professionale e non avrebbe dovuto dirmelo, ma visto che io ero collaborativo (non lo so, mi ero comportato bene, mancava solo un buffetto sulla guancia, in questo caso) me lo diceva. Insomma, uno strappo alla regola. E aggiungeva che non c’era altro. Ripeto, il fatto è singolare, tant’è che il GIP Bologna dubita, non abbiamo la prova, che il giornalista Mondani abbia detto sul punto la verità. È un concreto dubbio, nulla di più, non abbiamo la prova di falsità.
Dal punto di vista giudiziario, vi dico solamente che se io avessi fatto delle sommarie informazioni di Walter Giustini, che mi riferiva un fatto del genere, e poi non gli avessi fatto nessuna domanda e avessi presentato ai miei colleghi queste sommarie informazioni, avrebbero detto: «dopo che ha detto?»; «non gli ho fatto altre domande»; «come ti senti, Salvo, come stai?» mi avrebbero detto. Questo dal punto di vista giudiziario.
Dal punto di vista giornalistico non so che cosa presupponga la deontologia professionale, non è il mio campo, non mi posso permettere di esprimermi.
C’è un dato molto preoccupante su questo e può riguardare in via generale i rapporti tra autorità giudiziaria e giornalista. Mondani – non so se esprimendo la posizione di tutto il servizio pubblico, di RAI 3, di Report o la sua personale, ma ne parlava come se fosse un’impostazione generale di Report – ci dice: «tutto il girato fa parte del segreto professionale». Eh no! Poi mi ha risposto, per cui il problema di approfondire non c’è stato. Questo è molto preoccupante: come «fa parte del segreto professionale»? Secondo la Corte EDU, la Corte europea, ai fini della tutela della libertà di informazione il giornalista deve tutelare la fonte. Qua la fonte non era da tutelare, era bello stampato in televisione che rendeva dichiarazioni. C’era ben poco da tutelare la fonte, ha reso dichiarazioni su un fatto.
Tutto quello che il soggetto intervistato dice quantomeno su quel fatto non può essere, secondo la nostra valutazione, coperto da segreto professionale. Faccio due esempi evidenti. Se il Giustini a successiva domanda avesse detto: «no, mi ha detto che l’aveva visto che passeggiava a Capaci e si mangiava il gelato» o qualunque altra risposta sarebbe andata bene. No, non mi ha voluto rispondere: «Non voglio rispondere» oppure «Ora che ci penso, non sono più tanto certo di quello che ho detto, anzi propendo per il “no”, non mi ha mai detto cose del genere». Questo è il segreto professionale? A parer mio no. Sarebbe, ma io non metto assolutamente in dubbio la buonafede senza prove concrete, un utilissimo strumento per occultare una manipolazione evidente del fatto.
Voglio dire anche delle cose ovvie, perché è bene chiarirle. Ovvio che la libertà di opinione, la libertà di stampa e di informazione devono essere tutelate al massimo grado e devono essere ben accette da parte di chiunque valutazioni, anche drastiche e ostili. È il sale della democrazia. Il fatto, però, da cui devono partire tali valutazioni deve essere delineato con quello che si ha a disposizione, in modo certo. Quindi, che una eventuale successiva smentita o modifica di precedenti dichiarazioni nel corso dell’intervista faccia parte del segreto professionale noi, come ufficio di Caltanissetta, lo escludiamo nel modo più categorico. Ripeto: poi ha risposto alla domanda perché sono stato collaborativo, quindi il problema giuridico non si è posto.
Il punto è rimasto irrisolto perché, una volta appresa la notizia giornalistica, noi abbiamo invitato il Giustini a rendere interrogatorio e si è avvalso della facoltà di non rispondere, ma prima di ciò – l’ho già accennato – il Giustini aveva reso delle sommarie informazioni. Si tratta di persona che ha un certo umorismo e ama anche i paradossi.
Quando gli abbiamo chiesto: «ma perché non avete fatto indagini su Stefano Delle Chiaie?» ci ha detto: «Maria Romeo ci ha riferito che tramite il fratello conosceva Stefano Delle Chiaie. Se ci avesse detto “conosco Pippo Baudo” avremmo dovuto fare indagini su Pippo Baudo?». Lo dice il luogotenente Walter Giustini. Non devo difendere, qui, Walter Giustini, ma è evidente che si tratta di una risposta paradossale, proprio per far capire all’interlocutore che non c’era alcun motivo per fare indagini su Stefano Delle Chiaie, sennò il binomio Stefano Delle Chiaie-Pippo Baudo sarebbe un po’ azzardato.
Ha negato che la Romeo avesse dato ulteriori indicazioni su Stefano Delle Chiaie e la Romeo, per la verità, sul punto conferma. Ha negato che il Lo Cicero avesse parlato di Stefano Delle Chiaie.
Io non mi voglio appigliare a dati formali. Davanti al giornalista non aveva alcun obbligo di dire la verità, ma dinanzi a noi ha l’obbligo di dire la verità, a pena di essere incriminato, ma non è solo questo problema evidente. Il problema è che quando lo abbiamo sentito sul punto…
MAURIZIO GASPARRI. La data, scusi?
SALVATORE DE LUCA, procuratore della Repubblica presso il tribunale di Caltanissetta. Delle sommarie informazioni? Il 09.05.2022, sommarie informazioni Walter Giustini. Ci ha quasi presi in giro sulle domande che gli facevamo: «ma che mi state chiedendo, Pippo Baudo?».
Andiamo a un altro punto essenziale, sempre sulla erroneità di una visione nisseno-centrica, cioè di questa primazia, priorità assoluta in tutti i campi delle affermazioni della procura di Caltanissetta, in positivo o in negativo. Che le dichiarazioni della Romeo Maria e anche le dichiarazioni rese in colloquio investigativo da Alberto Lo Cicero siano «zero tagliato» emerge chiaramente dalla mancanza di un atto d’impulso nel 2007, dopo i colloqui investigativi, nonché dalle dichiarazioni rese prima a sommarie informazioni e poi a dibattimento dal Procuratore Grasso e dal sostituto della Procura nazionale antimafia Gianfranco Donadio.
Giova premettere che l’atto d’impulso è un atto importante, ma rimesso all’assoluta discrezionalità del Procuratore nazionale antimafia. Non è impugnabile.
Il presupposto per l’atto di impulso non è che ci sia la prova di nuovi elementi, ma che vi sia la probabilità di nuovi elementi significativi sui quali è utile svolgere indagini. È una valutazione probabilistica molto ampia, ampiamente discrezionale e – ripeto – non impugnabile.
Lo stesso Donadio a dibattimento ha affermato che in alcuni casi era talmente urgente che hanno fatto atti di impulsi ad horas e, nel caso di un collaboratore di giustizia che si sentiva male, in piena notte.
Il Lo Cicero, e questo emerge palesemente da tantissimi atti, quando è stato oggetto di due colloqui investigativi era un moribondo, infatti dopo pochi mesi morirà. Se avesse avuto un minimo di rilievo approfondire quello che aveva detto Alberto Lo Cicero nel colloquio investigativo, il Procuratore Grasso, che non è certamente il primo che passa, con la sua esperienza, si sarebbe precipitato a trasmettere gli atti (non a noi, non c’eravamo allora alla procura di Caltanissetta, siamo nel 2007), si sarebbe precipitato a fare un atto di impulso e magari a fare anche una telefonata («sentitelo subito, perché sta malissimo»).
Dal punto di vista della valutazione discrezionale, concordemente, ciò hanno dichiarato a dibattimento sia il Procuratore Grasso sia il sostituto Donadio, hanno ritenuto che non vi fosse materiale non per fare un processo, ma per fare un atto d’impulso, che – ripeto – significa: «cara procura di Caltanissetta, c’è questa roba, vedi tu; secondo noi, è molto opportuno approfondire; l’esito non si può sapere, però approfondisci perché potrebbe essere utile». Questo è, detto in soldoni e con parole non tecniche, l’essenza dell’atto di impulso.
Il fatto che sia mancato addirittura un atto di impulso in relazione a un collaboratore di giustizia moribondo significa che – giustamente, diciamo noi – il Procuratore Grasso e il sostituto Donadio abbiano ritenuto che non c’era «trippa per gatti», altrimenti sarebbe assolutamente incomprensibile. Il fatto che abbiamo perso appresso a queste fonti dichiarative due anni, secondo noi assolutamente inutilmente, dà pienamente ragione alla valutazione fatta dal Procuratore Grasso e dal sostituto Donadio.
Ci troviamo, poi, di fronte a delle dichiarazioni un po’ strane dello stesso dottor Donadio, rese sempre a Report (potenza delle telecamere), in cui il dottor Donadio, ora in pensione, ritiene che il colloquio tra Borsellino e Lo Cicero ci sia stato. Premessa del narratore di Report: «La procura di Caltanissetta ritiene inattendibile Romeo Maria» già abbiamo detto che c’è tanto di provvedimento del giudice «ma il dottor Donadio ritiene, invece».
Questa affermazione è strana, non ha motivato circa tale convincimento, ma, a meno che non si tratti di un dogma di fede, di un assioma o di metafisica o di palla di vetro, l’unica fonte è la Romeo Maria, che ufficialmente il Donadio ha detto che non costituiva materiale sufficiente neanche per fare un atto di impulso. Probabilmente anche noi magistrati a volte ci facciamo suggestionare dalle telecamere, è una debolezza umana, altrimenti non si capirebbe bene il senso di un’affermazione del genere posto in relazione alla mancanza di elementi, di fare un atto di impulso sulle dichiarazioni di Romeo Maria.
Molto più interessante è l’intervista rilasciata dal dottor Vittorio Teresi a Report. Premessa: noi valutiamo il dottor Teresi come persona perfettamente attendibile, al di sopra di ogni sospetto, quindi quello che dirò è dovuto semplicemente a perfetta buonafede all’esito del lambiccarsi sempre le stesse idee. Il dottor Teresi dice a Report che, leggendo la sua relazione di servizio, non ricorda di aver parlato con Borsellino, ma ne deduce, in termini più o meno di certezza, che, tenuto conto del contenuto della relazione di servizio, ha parlato con Paolo Borsellino. Nella relazione di servizio, tra gli altri argomenti, si parlava dell’allora onorevole Guido Lo Porto, del Movimento sociale italiano.
Potrei dire che sono tardive, perché è stato sentito a sommarie informazioni ed è stato sentito a dibattimento, e questa deduzione – attenzione – dal punto di vista giudiziario, la mera valutazione-deduzione conta molto meno del dire: «sì, mi ricordo che». È un po’ tardiva tenuto conto anche che nel corso delle sommarie informazioni questa relazione di servizio gli è stata mostrata, ha avuto modo di leggerla, per cui non è un quid novi. Avrebbe avuto, quantomeno a dibattimento, tutto il tempo di affermare ciò.
In realtà, e qua questa intervista potrebbe aver portato un elemento di chiarezza, ragioniamo su un punto, sempre riportato nel corso della trasmissione.
I colleghi Russo e Camassa ci hanno detto a sommarie informazioni – non a noi, sono dichiarazioni datate – che, a un certo punto, c’era un rapporto confidenziale, videro Paolo Borsellino piangere, affermando che era stato tradito da un amico. Non c’è perfetta coincidenza sulle date: Massimo Russo credo lo collochi il 12 giugno 1992 e la Camassa più verso il 22 giugno 1992, ma siamo lì. Il tradimento di un amico aveva avuto un effetto devastante – ed è ben comprensibile – su Paolo Borsellino. Niente di peggio del tradimento di un amico.
Vittorio Teresi potrebbe non ricordare un normale colloquio di lavoro in cui parla con Borsellino e gli dice: «Riferisce che il capo mandamento è Tizio, che comanda quest’altro, e poi ci dà degli elementi che potrebbero essere utili sulla strage di Capaci, perché ha visto movimenti strani, poco prima della strage, di Tizio, di Caio e di Sempronio» non di Delle Chiaie. Lo Cicero, fino a quel momento e anche oltre, non ha mai dichiarato qualcosa su Delle Chiaie. Dopo trent’anni si può anche scordare, ma se a Borsellino, che tutto era tranne un uomo di ghiaccio, era un uomo di cervello, ma anche di cuore e di coraggio, non era un iceberg, non era un uomo di ghiaccio, era un uomo che sentiva le passioni, avesse detto all’improvviso: «guarda che il tuo amico Guido Lo Porto frequenta Mariano Tullio Troia» è ragionevole presumere che Paolo Borsellino una reazione l’avrebbe avuta, e questo sarebbe stato un fatto indimenticabile.
Io mi posso scordare di aver detto a Pasquale Pacifico: «sai, c’è questo nuovo potenziale» allora non era neanche collaboratore ufficialmente «che potrebbe riferire cose utili sulla strage»; «sì, va bene». Dopo trent’anni ce lo siamo scordato tutti e due, e buonanotte. Se, però, gli riferisco un fatto che lo tocca personalmente ed è per lui devastante, tranne che si tratti di una persona che ha un controllo totale sulle sue emozioni, l’uomo di ghiaccio, sempre impassibile, qualunque cosa succeda, e Borsellino, secondo le nostre valutazioni, da tutto quello che emerge, dalle carte, dalle conoscenze personali, non era così, questa reazione Vittorio Teresi se la sarebbe dovuta ricordare. Non era un normale colloquio di lavoro, ma un fatto che toccava sul privato i sentimenti di Paolo Borsellino. Nessuna reazione ricorda. Addirittura non ricorda nemmeno di avergli parlato.
Da ciò si trae non la prova, ma un elemento sul fatto che probabilmente l’amico traditore non fosse il Lo Porto, non lo considerasse proprio questo amico fraterno. Non vi è la prova. È un indizio, secondo noi, abbastanza valido. Rimane, purtroppo, il mistero – e quello che dice Teresi non ci aiuta a risolverlo – dell’identità dell’amico che aveva tradito Paolo Borsellino.
Devo anche dire che come premessa dell’intervista di Vittorio Teresi, per dare un colore e maggiore veridicità alle sue dichiarazioni (non ce n’era bisogno, secondo noi), il narratore della trasmissione Report adombra che questi documenti siano nuovi (li abbiamo sottoposti sia a sommarie informazioni e sono stati ricordati a dibattimento) e adombra: «Vittorio Teresi oggi ricorda meglio i dettagli delle indagini sulla strage di Capaci del 23 maggio 1992 perché, nascosti in archivio, sono riemersi documenti decisivi per ricostruire le prime mosse di Paolo Borsellino».
E poi: «abbiamo un documento di importanza fenomenale, ossia una relazione di servizio fatta dal dottor Teresi». Ora, «nascosti in archivio» è falso. Vado sul tenore letterale: se la lingua italiana ha un significato, «nascosti in archivio» presupporrebbe che la procura di Palermo questa relazione di servizio l’abbia voluta occultare in qualche modo perché non doveva essere trovata. Poche volte abbiamo avuto la documentazione di Palermo con tale velocità e semplicità. La relazione di servizio era pure nell’indice del fascicolo, non bisognava neanche sfogliarlo tutto. A volte non sono indicizzati. Si guardava l’indice e già si poteva trovare.
Se l’italiano ha un significato, «nascosti in archivio» allora si dovrebbe riferire a tutti i procedimenti di tutte le procure d’Italia già definiti, perché i procedimenti definiti vanno in archivio. Quindi, abbiamo decine di migliaia, centinaia di migliaia, non so quanti procedimenti nascosti negli archivi. Sono riemerse, come se a un tratto cominciassero a levitare queste relazioni di servizio fuori dal fascicolo. Le abbiamo chieste, le abbiamo trovate noi, le abbiamo inserite nel nostro fascicolo, sono state utilizzate in sede di sommarie informazioni, le ha lette Vittorio Teresi e sono state utilizzate anche a dibattimento.
A parte che si parla di «archivio», quindi noi non c’entriamo, perché in archivio non le abbiamo mai messe, voglio qui difendere la procura di Palermo. Che cosa si pretende per non nasconderle in archivio? Che questa relazione di servizio fosse incorniciata e messa nella stanza del procuratore, al centro tra la bandiera italiana e quella europea? «Nascosto in archivio» è inaccettabile, ammanta tutto di complotto, che in questo caso non c’è. Alcuni elementi di opacità emergeranno dalle indagini della procura di Caltanissetta. Non è questa l’opacità che è emersa dalle indagini. Sono altre e sono emerse dalle nostre indagini.
Facciamo, per un attimo, una sorta di simulazione, perché serve anche a noi, con metodo popperiano, verificare le nostre valutazioni. Le dichiarazioni di Lo Cicero trasmesse da un soggetto anonimo in cassetta a Report io non le posso né smentire né confermare. Spero che Report abbia fatto delle verifiche circa la mancata manomissione, alterazione o altro di queste audiocassette, che sono state trasmesse da anonimo, quindi non c’è una fonte che le confermi. Io non posso, proprio per quel vincolo che ho, né confermare né smentire.
Partiamo da queste dichiarazioni trasmesse a Report. A parte che si tratta di una estrapolazione di ore e ore di colloqui investigativi, io non so che cosa c’è nella restante parte, ma forse sarebbe utile averle sottomano tutte. A noi sarebbe molto piaciuto, lo dico espressamente, utilizzare i colloqui investigativi di Lo Cicero, molti scalpitavano pur di poterle utilizzare, perché avrebbe facilitato il lavoro enormemente, ma non lo possiamo fare per i motivi che vi ho già detto. Senza né ammettere né smentire il contenuto di queste dichiarazioni, mi limito a dire che la situazione peggiora enormemente: non solo, come in partenza, la Romeo Maria è inattendibile e Lo Cicero è inattendibile, ma si smentiscono pure tra di loro.
Andiamo a vedere il contenuto di queste dichiarazioni, l’elemento essenziale riguardante Delle Chiaie. Lo Cicero dice: «Nel mio andare e venire da casa mia a casa della Romeo Maria, andata e ritorno, più volte ho visto un’autovettura blu di servizio, come quelle che usate voi» parlava al magistrato «nei pressi del tunnel dell’autostrada Capaci-Palermo, dove è stato fatto l’attentato. L’ho visto più volte». Poi valuteremo anche l’intrinseca attendibilità di una dichiarazione del genere, ma intanto verifichiamo che cosa ci ha detto. Quello che dice Lo Cicero, se si potesse utilizzare e fosse vero, ma io non lo posso confermare, spazzerebbe via tutto quello che ha dichiarato Romeo Maria de relato. Romeo Maria ha dichiarato che Stefano Delle Chiaie doveva procurare l’esplosivo presso la cava del Sensale (lo chiama in un altro modo, lo chiama «Sarzana»). Una cosa folle: cosa nostra avrebbe bisogno di Delle Chiaie per andare a pigliare il tritolo in una cava di un soggetto vicinissimo a cosa nostra. Quando mai per queste cose c’è stato bisogno di un ideologo di Avanguardia Nazionale. Ci mandavano uno «spicciafaccende» di cosa nostra a prendere il tritolo.
Cosa ancora più devastante, è stato un paradigma di sciocchezze dette, il sopralluogo di Delle Chiaie con Lo Cicero, che si spaventava perché già aveva subìto un tentato omicidio, che non era uomo d’onore e che avrebbe avuto affidato Stefano Delle Chiaie, che concorreva nella strage di Capaci, cioè il massimo di segretezza di cosa nostra. Secondo me non ci sono molte parole da spendere. Con tanti uomini di fiducia che hai, tu ti vai a pigliare uno che hai tentato di ammazzare da poco, che non è uomo d’onore e che magari potrebbe collaborare da un momento all’altro. Il tutto non per andare a fare un’estorsione, ma per andare a fare la strage di Capaci. Si può sostenere di tutto.
Fonte di queste dichiarazioni di Romeo Maria è Alberto Lo Cicero. Ma Alberto Lo Cicero dice questo? No, dice una cosa assolutamente diversa: per caso, passando da lì, ha visto un’autovettura con tre persone a bordo, di cui uno era Delle Chiaie, più volte. Se ci fosse stato nel colloquio Report avrebbe trasmesso anche le dichiarazioni di Lo Cicero sui suoi eventuali incontri con Paolo Borsellino. Non c’è traccia di questo. Una presunzione: visto che l’argomento era importante, l’incontro con Borsellino… Non vi è traccia di questo. Quindi, anche su questo la Romeo Maria rimane smentita.
Viene a sua volta smentito Lo Cicero, perché Romeo Maria non dice… Tra l’altro, non si capisce bene, perché Report non trasmette la parte in cui Lo Cicero parla funditus di questo incontro con l’autovettura con a bordo Delle Chiaie. È una parte in cui dice: «già le ho detto di avere visto più volte questa autovettura». Non sappiamo che cosa ha detto nella prima parte e non si capisce bene – non lo sappiamo – se almeno una di queste volte la Romeo Maria fosse a bordo con Lo Cicero o meno. La Romeo Maria non dice né di avere visto direttamente una cosa del genere né che Alberto Lo Cicero glielo abbia riferito. Alberto Lo Cicero ha ripetuto sempre: «mi ha riferito di aver fatto il sopralluogo con Stefano Delle Chiaie sul luogo dell’omicidio». È evidente che tra vedere per caso più volte una autovettura nei pressi e andare a fare un sopralluogo perché comandato da Mariano Tullio Troia sul luogo della strage io qualche piccola differenza la vedo.
Passiamo, adesso, al fatto che si smentiscono a vicenda, non si confermano a vicenda. Abbiamo due soggetti che sono già palesemente inattendibili, che si smentiscono pure a vicenda. Andiamo, adesso, alla intrinseca attendibilità di questa dichiarazione, quanto sia verosimile questa dichiarazione. Abbiamo Lo Cicero che, ogni volta che passava da lì, trova Delle Chiaie con l’autovettura blu. Sembra quasi che Totò Riina o Mariano Tullio Troia gli abbiano fatto un contratto di guardiania sul tunnel. Maria Tullio Troia diceva a Stefano Delle Chiaie: «vatti a mettere là e controlla in quel cunicolo chi passa». Delle Chiaie è ai massimi livelli della destra eversiva, è un ideologo, è un capo, è un soggetto che parlava con Pinochet, non è uno «spicciafaccende» che sta lì a controllare il tunnel. Scherziamo? Era come dire, per equivalente, che Stefano Delle Chiaie, Totò Riina e il capo dei servizi segreti stavano lì davanti al tunnel di Capaci e controllavano per giorni e giorni questo tunnel. A noi pare sinceramente che non abbia alcuna verosimiglianza. Ci mancavano solo, su questa autovettura blu, la bandierina di Avanguardia Nazionale e quella dei servizi segreti, tanto per essere più riservati.
Sinceramente, non credo si possa tirare fuori nulla da questo. Il buonsenso imporrebbe di dire: passiamo avanti e occupiamoci di piste più serie, come quelle che ho indicato, che vale la pena di approfondire in un modo o nell’altro. Qualcosa di serio c’è. Non è che voglia fare Cicero pro domo sua, ma emerge proprio dalle indagini di Caltanissetta.
Il tempo stringe, non posso dilungarmi più di tanto. La nota del capitano Cavallo del 5 ottobre 1992 fu inviata al Gruppo 1 dei carabinieri, al ROS dei carabinieri, alla procura di Palermo, alla procura di Caltanissetta, alla procura presso la pretura di Palermo. Allora c’erano due procure in tutti gli uffici giudiziari.
Siamo andati di persona presso gli archivi dei carabinieri e non abbiamo rinvenuto nulla. Il procuratore Tinebra, con tutta una serie di stranezze, manda una delega praticamente in bianco al Gruppo 1 carabinieri di Palermo, e l’ha pure sollecitata due volte. Il fatto che si siano perse è statisticamente improbabile, ma non impossibile perché sono state spedite per posta ordinaria.
Al di là della stranezza del dato, prova che siano pervenute ai carabinieri, in particolare del Gruppo 1, non ne abbiamo.
Abbiamo la prova dell’opacità, grave opacità la chiama il GIP Bologna, della condotta del procuratore Tinebra, sul quale – come è noto – stiamo svolgendo delle indagini nell’ambito della massoneria deviata. Grave opacità del procuratore Tinebra che, di fronte a una nota di questo tipo, che potenzialmente poteva essere molto importante, manda una delega assolutamente generica, come se si trattasse di un furto Enel: vi mando questa nota, fate le indagini che volete. Dopodiché, fa due solleciti, poi la acchiappa e la mette nel fascicolo «mandanti esterni», che poi avrà tanti altri titolari.
È singolare per quanto riguarda le prassi delle procure e quello che è ragionevole. Quando, dopo il secondo sollecito, non ti arriva niente, tu sollevi il telefono (il procuratore di Caltanissetta che si occupa delle stragi): «caro comandante, rispondetemi subito». La risposta sarebbe arrivata immediatamente e avrebbe spiegato che «qua non è arrivato nulla»; «va bene, ve lo mando per fax». Il GIP ritiene gravemente opaca questa condotta.
Altresì, sempre dalle nostre indagini, ed è per questo che abbiamo chiesto e ottenuto misura cautelare, emerge un grave depistaggio, in senso atecnico, perché non è un pubblico ufficiale, dell’avvocato Menicacci e del Romeo Domenico, fratello di Romeo Maria. Il GIP ha preso atto di queste anomalie, concreti dubbi, nubi, ma ha affermato chiaramente che né l’uno né l’altro – lo afferma in un caso nella sua ordinanza di custodia cautelare e nell’altro nel suo decreto di archiviazione – possono avere un valore individualizzante circa una eventuale responsabilità di Delle Chiaie in ordine alla strage di Capaci. Si tratta, al più, di labile indizio. Rifacciamoci all’orientamento costante della Cassazione, come già abbiamo detto. Può far parte del contesto, può far parte del contorno, ma non è, secondo il GIP, secondo la Cassazione, e noi condividiamo, un elemento individualizzante dal quale si possa trarre qualcosa di positivo in ordine alla vicenda della partecipazione del Delle Chiaie alla strage di Capaci.
Ammirevole, per carità, lo sforzo del giornalista Mondani di trovare nuovi elementi. In particolare, parlo dell’intervista a un giornalista che ha lavorato al Giornale di Sicilia nell’ambito della quale Martorana dice che nel febbraio-marzo 1992 Delle Chiaie si presentò con una persona, che forse era l’avvocato Menicacci, al Giornale di Sicilia per motivi pienamente leciti. Però, la testimonianza raccolta da Report non conferma la parte più delicata delle rivelazioni di Maria Romeo: gli incontri di Delle Chiaie con il boss Troia o quelli per reperire esplosivo a Capaci. L’indagine, più giornalistica che giudiziaria, sul punto continua. Non è una valutazione del nostro ufficio, lo scrive Marco Lillo su il Fatto Quotidiano. Indagine giornalistica, non giudiziaria.
Marco Lillo è una delle firme di punta in materia giudiziaria de il Fatto Quotidiano, almeno secondo la nostra valutazione, giornalista che cura moltissimo, per quel che ho verificato dalla rassegna stampa, lo studio degli atti e di tutte le vicende, uno studio molto accurato, molto lodevole sotto questo punto di vista, ma in genere porta avanti valutazioni che sono molto divergenti da quelli della procura di Caltanissetta. Una volta tanto che le valutazioni de il Fatto Quotidiano e della procura di Caltanissetta siano convergenti quantomeno su Martorana ci pare molto soddisfacente.
Desidero concludere – prendetelo come uno sfogo personale o come un Cicero pro domo sua – dicendo che le indagini in generale sulle stragi sono difficilissime, non foss’altro perché si fanno a trentatré anni dalle stragi.
Il tempo incomincia a scadere, l’orologio ticchetta, molti dei protagonisti sono deceduti, altri sono molto anziani, i ricordi si affievoliscono. Noi valutiamo sempre con attenzione tutte le voci divergenti, da qualunque settore provengano. È chiaro che, se le riteniamo irragionevoli o infondate, ci lasciano del tutto indifferenti. Non è un’affermazione di arroganza o di spocchia. Lo diciamo perché pensiamo di stare facendo solo ed esclusivamente il nostro dovere.
In questo siamo confortati, abbiamo la migliore gratificazione, il miglior premio che si possa immaginare: i figli di Paolo Borsellino ci hanno manifestato, anche in atti pubblici, la loro fiducia, la fiducia nel nostro operato. È chiaro che anche senza questa manifestazione di fiducia noi come magistrati proseguiremmo il nostro lavoro come se niente fosse. Ma certamente ci conforta, ci dà maggiore forza morale, ci convince a fare ancora di più e meglio il nostro lavoro. Non ambiamo a migliore gratificazione. Noi stiamo lavorando per i figli di Borsellino e per tutte le altre persone offese, barbaramente trucidate, e i loro prossimi congiunti. Sono tutti meritevoli del massimo sforzo della giustizia, dal primo all’ultimo. Non solo Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, tutte le vittime delle stragi.
È per questa ragione che, nell’ambito di quel mio dovere di corretta informazione nei confronti delle persone offese e dei prossimi congiunti, nonché dell’opinione pubblica, perché stiamo parlando di stragi, desidero, ove codesta Commissione me lo consenta, andare avanti nelle audizioni, pensando di fare il mio dovere, ma assolutamente disponibile a pagare un prezzo personale, anche elevato, perché il bene da raggiungere è superiore all’eventuale nocumento nel quale io possa incorrere ove avessi valutato erroneamente alcuni aspetti formali della vicenda.
Vi ringrazio.
PRESIDENTE. Grazie a lei, procuratore. Ovviamente è interesse di questa Commissione proseguire questo lavoro fino alla fine.
Dichiaro conclusa l’audizione.
La seduta termina alle 14.



