MUSEO FALCONE BORSELLINO AL TRIBUNALE DI PALERMO

L’opera si propone l’obiettivo di offrire un luogo di memoria permanente indirizzato non solo agli addetti ai lavori, ma all’intera collettività ed in particolare alle giovani generazioni.
Per la realizzazione del Museo dedicato alla memoria dei due grandi magistrati si è rivelato determinante il contributo fornito da GIOVANNI PAPARCURI. Giovanni, già importante collaboratore di Falcone e Borsellino, fu infatti l’“inventore” dell’informatizzazione all’epoca rivoluzionaria del Maxiprocesso.
Il 29 luglio 1983 Paparcuri scampò miracolosamente all’attentato con autobomba in cui persero la vita il giudice Rocco Chinnici, il maresciallo Trapassi, l’appuntato Bartoletta e il portiere dello stabile Stefano Li Sacchi.
Dopo la “strage di via Pipitone” si maturò la consapevolezza dell’estrema esposizione al pericolo di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Entrambi già da alcuni anni si occupavano dei processi a carico degli appartenenti a Cosa nostra esercitando le loro funzioni in stanze ubicate a piano terra del Tribunale e, pertanto, facilmente accessibili da chiunque.
Si decise quindi il loro trasferimento in un’area più riservata del palazzo e vennero individuati, a tal fine, i locali del cosiddetto Bunkerino. È qui che oggi viene fatto rivivere questo fondamentale luogo di memoria.  PROGETTO SAN FRANCESCO

 


Nel bunker dei giudici Falcone e Borsellino, le loro stanze diventano un museo


Nel bunker dei giudici Falcone e Borsellino, le loro stanze diventano un museo

 

L’ultima scatola di toscani, i sigari preferiti di Giovanni Falcone, è tornata sulla scrivania del bunker. Accanto alle papere di legno e a una montagna di appunti sul primo maxiprocesso alla mafia. “Il pomeriggio che lasciò il tribunale di Palermo, il dottore Falcone mi chiese se avevo ancora un sigaro — racconta Giovanni Paparcuri, uno dei più stretti collaboratori del giudice — ne avevo mezzo. Lui lo fumò e andando via gettò la scatola nel cestino. Io, non so perché, la raccolsi”. Quella scatola è stata la prima cosa che Paparcuri ha riportato al Palazzo di giustizia quando gli hanno detto che l’Associazione nazionale magistrati voleva far rivivere le stanze bunker dove Falcone e Borsellino iniziarono la lotta alla mafia, all’inizio degli anni Ottanta. Da domani, quelle stanze saranno aperte al pubblico.
Paparcuri, che è ormai in pensione dal 2009, ha iniziato a girare per gli uffici e gli archivi: ha recuperato i mobili, le sedie, i computer, tutto quello che era dentro quel bunker ormai dimenticato. “È in queste tre camere che è iniziata la storia dell’antimafia, mi chiedo come avevano fatto a smantellare un luogo così significativo”, dice Paparcuri mentre cammina nel corridoio di quello che un tempo fu il fortino del primo assalto a Cosa nostra. Un budello al piano ammezzato del “Palazzaccio”. Dalle finestre, che danno su un pozzo di luce, non si vede neanche il cielo. “Fino a qualche settimana fa, erano stanze come tante, occupate da giudici e cancellieri. Ma questa è una trincea”.
Quasi sussurra le parole, Giovanni Paparcuri è un sopravvissuto. Il 29 luglio 1983, faceva da autista al consigliere istruttore Rocco Chinnici, solo per un caso non saltò in aria pure lui. Qualche tempo dopo, Borsellino gli disse che il pool aveva bisogno di un esperto di informatica per iniziare a microfilmare gli atti della maxi istruttoria. “Quei nastri li ho sempre conservati — spiega Paparcuri — ma purtroppo lo strumento per leggerli è ormai guasto. Ho la sensazione che il nostro Paese non voglia più ricordare. In quegli atti ci sono peraltro tanti spunti ancora utili per le indagini sulla mafia”.
Come trentatré anni fa, Paparcuri entra nel bunker e sistema sulle scrivanie dei giudici le borse blindate. “Il ministero li mandò negli anni più bui — racconta — dovevano servire come scudi in caso di sparatoria”. Su una poltrona verde, è tornato il portacenere di Borsellino: “Era sempre pieno di cicche”. Arriva il presidente dell’Anm di Palermo, il giudice Matteo Frasca: “Entrando in queste stanze, sembra che Giovanni e Paolo stiano per tornare da un momento all’altro. Li vogliamo ricordare così, ancora vivi”. Dice Paparcuri: “Mi sembra di sentire ancora Falcone che urla: “Paolo”. Borsellino gli nascondeva una delle papere della sua collezione preferita e lasciava un biglietto: “Se vuoi rivederla viva cinquemila lire mi devi dare”. Sento ancora le loro risate in quei giorni difficili”.
Adesso, nell’anniversario di Capaci, c’è un silenzio irreale in queste stanze. “Un pomeriggio, Falcone mi chiama: “Papa”. Era ancora al telefono, quasi disteso sulla poltrona. “Papa abbiamo vinto”, mi dice. E io penso: “Ma vinto cosa? Non abbiamo mica giocato una schedina”. Era felice: “Al maxiprocesso ci sono state tantissime condanne”. E non smetteva di sorridere”.  

 

 

Le stanze di Falcone e Borsellino