PAOLO BORSELLINO e i giovani

 

Paolo Borsellino dedicò molto tempo, specialmente nell’ultimo periodo della sua vita, al confronto diretto con i giovani, convinto che la lotta alla mafia fosse prima di tutto un fatto culturale.   
Non esiste un elenco ufficiale e completo di ogni singolo incontro scolastico, poiché si trattava spesso di iniziative spontanee o inviti diretti a cui il magistrato rispondeva con grande partecipazione. Tuttavia, è noto che questi momenti fossero una costante del suo impegno civile.  
Ecco alcuni dettagli significativi su come avvenivano questi incontri e sul loro contesto

• L’ultimo incontro (mancato): Uno degli episodi più noti riguarda proprio il giorno della sua morte, il 19 luglio 1992. Il giudice avrebbe dovuto incontrare gli studenti di un liceo di Padova. Borsellino aveva iniziato a scrivere una lettera per rispondere alle domande che i ragazzi gli avevano posto in preparazione all’evento, ma non riuscì a completarla a causa dell’attentato di via d’Amelio.  

• La natura del dialogo: Borsellino non teneva “lezioni” accademiche; preferiva rispondere alle domande dei ragazzi, parlando con parole semplici per spiegare cosa fosse la mafia e come il senso del dovere e la legalità fossero strumenti di libertà.  

• La continuità del messaggio: Oggi, il testimone di quegli incontri è passato ai suoi familiari, in particolare alla figlia Fiammetta Borsellino che continua ad incontrare regolarmente gli studenti di tutta Italia per trasmettere l’eredità di Paolo.  

Il 26 gennaio 1984, presso l’Aula Magna dell’Istituto Tecnico “Vittorio Emanuele III” di Palermo, Paolo Borsellino tenne uno dei suoi incontri più toccanti e significativi con gli studenti.
Davanti a circa duecento ragazzi e ragazze, il magistrato non si presentò come un’autorità distante, ma come un uomo che voleva dialogare con la “meglio gioventù” di una Sicilia ferita.

Il senso dell’incontro

Borsellino scelse di parlare nelle scuole perché credeva fermamente che la lotta alla mafia non fosse solo una questione di tribunali e manette, ma un processo culturale e pedagogico. Il suo obiettivo era scardinare l’indifferenza e la paura che spesso permeavano la società siciliana dell’epoca.

Nel suo discorso, i punti centrali furono:

• Il rifiuto dell’omertà: Spiegò ai giovani che la mafia non si combatte solo con la repressione, ma con la rottura del silenzio. Insegnò che l’omertà non è un segno di forza o di “rispetto”, ma la catena che impedisce la libertà individuale.

• La legalità come quotidianità: Borsellino sottolineò che essere onesti non significa fare gesti eroici, ma compiere il proprio dovere ogni giorno. “La lotta alla mafia deve essere un movimento culturale che coinvolga tutti, specialmente i giovani”, diceva, insistendo sul fatto che l’esempio dei genitori e degli insegnanti fosse fondamentale.

• Il dovere della memoria: Pur non sapendo ancora quale sarebbe stato il suo destino tragico pochi anni dopo (a soli otto anni di distanza da quel 1992), parlò spesso della necessità di ricordare chi aveva sacrificato la vita per la giustizia, affinché quel sacrificio non diventasse inutile.

L’eredità di quel momento

Quel giorno, Borsellino non parlò a un pubblico passivo. Sapeva che tra quei duecento ragazzi si nascondevano i futuri cittadini di una Palermo che doveva scegliere da che parte stare. Molti dei presenti raccontano ancora oggi di come quello sguardo fermo e quelle parole semplici, prive di retorica, abbiano cambiato per sempre la loro visione dello Stato e del proprio ruolo nella società.