La Consulta chiude la porta. Il caso Scarpinato si sgonfia

 

La Corte costituzionale ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dal senatore ed ex magistrato ROBERTO MARIA FERDINANDO SCARPINATO contro la Commissione parlamentare Antimafia, presieduta da Chiara Colosimo.
Il caso ruotava attorno all’utilizzo, da parte della Commissione, di alcune intercettazioni e messaggi in cui Scarpinato compariva, materiale che – secondo il senatore – sarebbe stato acquisito e messo a disposizione dei commissari senza la preventiva autorizzazione del Senato, come previsto dalla legge 140/2003 e dall’articolo 68 della Costituzione.

Il nodo del conflitto di attribuzione

 

 

Scarpinato aveva sollevato un conflitto di attribuzione sostenendo che la Commissione avesse violato le sue prerogative parlamentari individuali.
La Consulta, però, ha stabilito che un singolo parlamentare non può attivare questo tipo di ricorso contro un organo parlamentare: la tutela spetta all’intera Assemblea di appartenenza, non al singolo.
Secondo la Corte, il ricorso individuale è ammissibile solo quando la lesione riguarda prerogative direttamente attribuite dalla Costituzione e di gravità tale da colpire il ruolo parlamentare nella sua essenza. Non è questo il caso: il conflitto, ha spiegato la Consulta, era diretto contro un organo interno al Parlamento, e dunque avrebbe dovuto essere il Senato, non il singolo senatore, a valutare se attivare la procedura.

La posizione della Commissione

La Commissione Antimafia aveva sempre sostenuto la piena legittimità del proprio operato, rivendicando il diritto di accedere agli atti rilevanti per le proprie indagini conoscitive.
La decisione della Consulta chiude – almeno sul piano costituzionale – la contestazione sollevata da Scarpinato, lasciando però aperto il dibattito politico sulla gestione delle intercettazioni e sul perimetro dei poteri delle Commissioni d’inchiesta.

Un caso destinato a lasciare strascichi

La vicenda si inserisce in un clima già teso nei rapporti tra l’ex magistrato e la maggioranza parlamentare, con Scarpinato spesso al centro di polemiche per le sue posizioni critiche su mafia, Stato e depistaggi.
La decisione della Consulta, pur non entrando nel merito delle accuse, rappresenta un punto fermo: la difesa delle prerogative parlamentari non può essere esercitata individualmente quando il presunto conflitto nasce all’interno dello stesso Parlamento.