Le dichiarazioni del reporter Franco Lannino: “A 30 anni esatti dalla sua morte mi vergogno”
11 luglio 2022 – Sono trascorsi trent’anni dalle stragi del ’92. La memoria di chi c’era è ancora nitida. Una cicatrice che non andrà mai via. Cinquantasette giorni dopo la strage di Capaci, in cui persero la vita il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo, sulla città di Palermo s’innalza un’altra nube di fumo che distrugge le abitazioni, fa esplodere le auto parcheggiate e dilania i corpi riducendoli in brandelli. Un rumore di sirene incessante che interrompe quello che avrebbe dovuto essere un tranquillo pomeriggio d’estate. Alle 16:58 del 19 luglio 1992 una Fiat 126, imbottita con 90 chilogrammi di esplosivo, viene fatta saltare in aria in Via Mariano D’Amelio, tramite un telecomando. Perdono la vita il giudice Paolo Borsellino, che era andato a trovare la madre, e gli agenti della scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. “Che poi noi, nell’ambiente dei fotoreporter e dei giornalisti che si occupavano di mafia, pensavamo che il giudice Falcone non lo ammazzassero più perché ormai era lontano dalle ‘cose’ palermitane, dagli ‘affari’ siciliani. Lui si era trasferito a Roma agli Affari penali. Invece lo ammazzarono eccome. E lo ammazzarono mentre veniva proprio a Palermo. Giorni tremendi, vissuti in apnea, scatti in quantità industriali. La strage, i funerali, il dare fondo all’archivio del giudice da ‘vivo’. Quante foto, quanto lavoro”, racconta in esclusiva Franco Lannino, giornalista e fotoreporter palermitano.
“Poi, dopo i funerali e dopo che tutto fu compiuto, la domanda fatidica: ora chi si fotografa? I nostri capo redattori e i nostri direttori non ebbero dubbi. Borsellino! E noi, cinicamente, a pensare: ‘adesso sarà lui il prossimo obiettivo?’ Sì, sarà lui.Lo sapevamo noi, lo sapevano tutti. Raccogliemmo più scatti di Paolo Borsellino in quei 57 giorni che in tutti gli anni precedenti. Fu una vera e propria caccia, culminata alla biblioteca comunale, ultima apparizione pubblica del giudice prima del suo estremo sacrificio”. “Adesso a trent’anni esatti dalla sua morte mi vergogno E mi sento un po’ colpevole. Io lo sapevo, lo sapevo che lo avrebbero ucciso. E che ho fatto? Ho scattato delle foto, scavando tra le sue espressioni.
Mi sento colpevole anche se di una infinitesima parte rispetto a chi, politico, o grosso funzionario di Stato, ugualmente sapeva e non fece nulla per evitarlo. E a volte dormo male. E penso. Ma come riescono a fare sonni tranquilli ancora quei, ormai pochi rimasti vivi, responsabili ai vertici che sapevano e che non fecero nulla per bloccare quella tragica deriva? Mi sento poco, poco colpevole di fronte a questi burocrati scellerati e pavidi, ma mi sento tanto colpevole agli occhi di chi a quel tempo neppure lo conosceva il giudice Paolo Borsellino”. Angelo Barraco UNIONE SARDA
“Scattavo e scattavo con la mia Nikon, come in trance. C’era puzza di bruciato, di cherosene, di morte”.
di FRANCO LANNINO
C’era caldo a Palermo quel pomeriggio del 19 luglio del 1992. Caldo e Afa. A Palermo, per difenderci da ciò, si va a prendere un gelato nel boschetto del villaggio montano di San Martino alle porte della città. Li ci sono almeno tre-quattro gradi in meno data l’altezza sul livello del mare. Io, mia moglie e mio figlio, che allora aveva otto anni, non arrivammo mai a San Martino. Sui tornanti di Baida il piccolo Corrado che era seduto dietro mi fece notare la colonna di fumo nero e denso che, come il pennacchio di un vulcano, saliva verso il cielo dalle parti dei cantieri navali.
Erano le 16,58 in punto. In via D’Amelio era appena esplosa l’auto bomba che si portò via sei persone – il giudice Paolo Borsellino e i suoi cinque agenti di scorta Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Eddie Walter Cosina e Claudio Traina – e ne ferì 24.
Da quel momento per me fu una cavalcata a briglia sciolta che durò cinque giorni e cinque notti. Tornai indietro a tutta velocità e mi diressi verso il luogo dell’esplosione. Arrivato vicino via dell’Autonomia siciliana non si poté andare oltre. Un vigile urbano mi disse che c’era stato un attentato dove era coinvolto un magistrato. “Borsellino” dissi io ad alta voce! “Borsellino!”. Abbandonai auto e famiglia in mezzo al traffico – mia moglie non sapeva guidare – le dissi “arrangiati”. Andai di corsa a rotta di collo con la mia fedele Nikon a tracolla verso il luogo dell’attentato.
Arrivai in via D’Amelio che ero come in trance. Scattavo, vedevo quella scena di guerra attraverso il mirino della fotocamera e non credevo ai miei occhi. Ero stato testimone due mesi prima, il 23 maggio di un’altra strage, quella di Capaci dove trovò la morte il giudice Falcone, la moglie e tre agenti di scorta, ma qui era peggio. Molto peggio. Non ci credevo! Camminavo su detriti, pezzi di carne e oggetti indefiniti. Ricordo ancora la puzza di bruciato, di cherosene e di morte.
Mi ci volle un po’ per focalizzare dove fosse il soggetto migliore da fotografare e da proporre alle redazioni dei giornali. Si perché un fotoreporter di razza deve mettere da parte il “contorno” e concentrarsi sulla “sostanza”. E la sostanza in quel caso era la ricerca di quel che rimaneva dei poveri corpi dilaniati del giudice Paolo Borsellino e dei cinque agenti di scorta caduti (o meglio volati) con lui. Volati perché pezzi di corpi di questi poveretti furono scagliati fino al terzo piano degli edifici adiacenti. E rimasi lì. Otto lunghe ore a documentare tutto quello che c’era da documentare, senza pensare, solo a concentrarsi sul da farsi. Poi fu tutto un susseguirsi di decine di investigatori, centinaia di curiosi e le solite passerelle della autorità civili, politiche e militari, locali e nazionali, a constatare coi propri occhi come lo stato stava perdendo la guerra contro la mafia. Si leggeva negli occhi di tutti lo sgomento e l’incredulità di come i mafiosi avessero puntato in alto. Era già buio quando tornai in agenzia a sviluppare le pellicole e stampare le fotografie che la mattina dopo dovevano già essere pronte per essere proposte alle redazioni del centro nazionale dell’editoria, Milano. E fu così che senza chiudere occhio e aspettando l’alba tornai sul luogo dell’eccidio con la ventiquattrore piena di materiale fotografico e a fotografare la devastazione dall’alto. Un taxi mi accompagnò in aeroporto che era ancora mattino presto, alle sette e mezza volai per Milano.
Li mi attendeva uno dei miei agenti e insieme girammo per le redazioni di tutti i rotocalchi nazionali ed internazionali a far visionare le foto nella speranza che le acquistassero.
Tornai dopo 24 ore a Palermo, giusto in tempo per i funerali, separati stavolta. Gli agenti della scorta alla cattedrale il 21 luglio e il magistrato nella chiesa di nella chiesa di Santa Maria di Marillac tre giorni dopo.
Solo allora realizzai di aver “abbandonato” mia moglie e mio figlio per strada in auto in mezzo al traffico. Tornando a casa seppi che la mia famiglia era stata “salvata da un collega e amico, Benvenuto Caminiti, che aveva pensato bene di riaccompagnare a casa mia moglie e mio figlio.
Franco Lannino, la macchina fotografica sua compagna di vita
“La fotografia? È un mondo bellissimo, uno stato d’essere del nostro cervello – spiega Lannino -. Sono davvero felice di poter partecipare a questa iniziativa realizzata per sensibilizzare i ragazzi sulla legalità e dare loro l’opportunità di avvicinarsi a una professione e a una passione che ha segnato la mia vita. La fotografia è curiosità, uno stato d’animo, un battito di ciglia. Il mio consiglio? Una bella foto è quella in cui il superfluo viene eliminato e ci si concentra sulla vera essenza del soggetto che vogliamo rappresentare”
I social e gli smartphone? “Sono un’opportunità – sottolinea -. Ai miei tempi eravamo in pochi ad avere questa passione. Bisognava conoscere delle tecniche precise. Oggi la tecnologia ha allargato la platea. Tutti, con un cellulare e un social network, possono raccontare un fatto di cronaca. Ed è un bene. Sono dell’idea che più ci sia la possibilità di essere informati più il malaffare e l’illegalità possano essere combattuti. Non è un caso che nei regimi dittatoriali le prime piattaforme a essere chiuse e controllate siano i social network”. Il lavoro? “Per me e tanti miei colleghi la nostra era una missione. Volevamo raccontare al mondo cosa accadeva in Sicilia. Testimoniavamo ogni giorno una guerra. L’uccisione di Falcone e Borsellino sono state uno spartiacque. Tutti noi abbiamo capito che dovevamo ribellarci con maggiore forza alla mafia perché il suo obiettivo era conquistare lo Stato”. “Cosa dico ai giovani? Che la mafia è un modo di approcciarsi al prossimo calpestandone i diritti. Il bullismo è la base della mafia. La mafia è un atteggiamento, è sopraffazione. Se tutti ci rispettassimo non esisterebbe. Oggi c’è più coscienza. I ragazzi sono più consapevoli. L’opinione pubblica, la società civile, la scuola sono più coinvolte in questo senso. La mafia morirà prima o poi e saranno proprio i giovani, con i loro comportamenti quotidiani, il suo carnefice”. La Lanterna di Diogene Coop. Sociale Onlus 20.5.2021
19 luglio 1992, i ricordi del fotoreporter Lannino. Il primo a giungere in Via D’Amelio
Domenica 19 luglio di 32 anni fa, verso le 17 e 20, camminavo su pezzi di cadavere e lamiere contorte. Fotografavo una scena di guerra e di orrore che la mano mafiosa aveva voluto. A Palermo avevano appena fatto una strage, avevano ucciso con un’autobomba il giudice Paolo Borsellino e i suoi cinque agenti di scorta. Il 20 luglio dopo un paio d’ore di “stacco” serviti a sviluppare le pellicole e a stampare le foto, tornai in via D’Amelio e all’alba presi delle panoramiche del luogo della strage. Le presi dall’alto, dall’ottavo piano salendo rampe di scale e di macerie del palazzo di fronte. Subito dopo volai a Milano dove il mio agente mi aspettava per “piazzare” il mio materiale fotografico ai maggiori rotocalchi dell’epoca. La sera stessa tornai a Palermo. Non avevo dormito nè mangiato e non mi ero fermato neppure dieci minuti. Il 21 luglio tornai sul luogo dell’eccidio per fotografare gli sfollati che furono costretti a lasciare le loro abitazioni dichiarate inagibili. Questa fu la prima coppia che fotografai, erano circa le nove del mattino. Io non avevo idea di chi fossero. Seppi poi dalle redazioni dei giornali a cui le avevo proposte che erano la sorella del magistrato ucciso, Rita, e suo marito. Loro vivevano nella stessa casa delle vecchia madre di Borsellino e vissero quel dramma in diretta attaccati al citofono. Paolo Borsellino quella maledetta domenica andava a trovare proprio la sua mamma. Non ci è riuscito, non ha mai potuto salutarla. La mafia non glielo ha consentito. Ricordo le prime immagini in TV, il suono continuo, quasi la colonna sonora di un film dell’orrore, degli antifurto delle auto e dei palazzi, che non la smettevano di “urlare”. Poi il frastuono degli elicotteri, le sirene delle ambulanze e delle auto delle forze dell’ordine. Il getto d’acqua degli idranti dei vigili del fuoco.
Quello che poteva sembrare l’esplosione di una bombola del gas era invece l’attentato che aveva trasformato Palermo in Beirut nuovamente.
Ma quanto si sentiva era nulla rispetto a ciò che si vedeva. Il corpo di Paolo Borsellino era nel giardino dell’abitazione della madre. Gonfio per l’esplosione, quasi nero per la combustione. Poco distante, sul muro del palazzo, c’era l’impronta lasciata dal corpo di Emanuela Loi prima di scivolare giù a terra. Il cadavere carbonizzato di un agente della scorta, probabilmente Agostino Catalano: era praticamente seduto, appoggiato a un palo della luce. L’unica cosa che aveva resistito al fuoco era una collanina d’oro che l’uomo portava al collo.
Antonino Vullo, l’agente sopravvissuto, si aggirava spaesato e in stato confusionale tra le auto in fiamme prima che di lui si prendessero cura i medici e gli infermieri di un’ambulanza.
A poco a poco uscirono anche gli abitanti del palazzo di via D’Amelio. In lacrime, sconvolti. Sembravano le vittime di un bombardamento. Abbandonavano le case sventrate. Tra loro, in barella, l’anziana madre di Paolo Borsellino.
Il corpo del magistrato, nel frattempo, era stato coperto da un lenzuolo. Stessa cosa per quelli delle altre vittime. Tutto intorno l’odore nauseante di carne bruciata, misto a quello del carburante e dell’acido delle batterie degli scheletri delle auto di scorta e delle altre vetture posteggiate nella strada. Franco Lannino
19 luglio 1992 Il racconto di FRANCO LANNINO, il primo fotoreporter arrivato sul posto
L’esplosione io l’ho vista: mi trovavo nelle alture sopra Palermo esattamente all’altezza di Baida, il quartiere che si trova in collina nella Conca d’Oro. Me lo fece notare mio figlio. Era una giornata molto calda tanto che stavo andando con la mia famiglia, mia moglie e allora il mio unico figlio, a San Martino a prendere un gelato. Vicino Baida, come dicevo, mio figlio mi fece notare una colonna di fumo che si alzava dalla parti del Cantiere navale, per intenderci per grandi linee. Ho capito che stava succedendo qualcosa di grave, perché la colonna era molto alta tanto da farmi pensare che c’era stato quantomeno un incendio o una esplosione. Essendo noi fotoreporter attivi 24 ore su 24, ho fatto inversione con la macchina e sono andato verso il luogo. Quando sono arrivato nelle vicinanze mi sono reso conto che si trattava di qualcosa di grave, tant’è che da un certo punto iniziavano le cinturazioni dei poliziotti e dei vigili urbani che mi hanno fermato in macchina e mi hanno detto cos’era successo, un’esplosione. A quel punto ho lasciato lì la macchina con la mia famiglia e a piedi mi sono diretto sul luogo. Una scena da guerra. È esattamente la prima cosa che mi venne in mente. Io sono stato il primo ad arrivare sul posto. C’era una devastazione totale: macchine ancora in fiamme, il fuoco altissimo. Sono arrivati i vigili del fuoco, i carabinieri, la guardia di finanza. La scena era proprio terrificante ed era quella di una guerra. Noi fotoreporter abbiamo fatto il callo davanti a certi fatti, agli omicidi, ma queste stragi ci hanno segnato più degli altri omicidi anche perché la maggior parte di quelli nelle guerre di mafia coinvolgevano mafiosi o quantomeno delinquenti. Dal giudice Chinnici in poi le cose sono cambiate e rimane l’amaro in bocca, ti rendi conto che il livello è troppo alto, il tiro si è alzato e ci doveva essere una risposta forte da parte dello Stato. (Testimonianza 2018)
In questa foto scattata in via D’Amelio all’alba del 20 luglio 1992 sono ben visibili 128 imposte dei due palazzi raffigurati. Li era dove abitava la vecchia madre, la sorella e il cognato del giudice Paolo Borsellino. Come potete vedere non c’è una imposta integra, sono state tutte sventrate. E tenete conto che guardando la foto, a destra ci sono altri due stabili e di fronte, alle mie spalle rispetto alla fotografia che vedete ci sono altri quattro palazzi. Approssimativamante parliamo di circa 600 imposte. Ecco nessuna di esse rimase integra. Pensate che pure tutte le porte di ingresso degli appartamenti, circa 400, corazzate e non, erano state abbattute, nessuna è rimasta sui cardini. Nel raggio di 700 metri non è rimasto un vetro integro, tutti frantumati, a pezzi. Ancora oggi mi chiedo se la strage non fosse avvenuta un afoso pomeriggio domenicale di luglio, quando tutti sono al mare o a crecare un po’ di refrigerio, quanti morti avremmo contato in quel tratto di via D’Amelio oltre ai sette martiri falciati dalla maledetta mano mafiosa?
La mostra fotografica ”Macelleria Palermo” di Franco Lannino e Michele Naccari
Il racconto delle STRAGI attraverso l’obiettivo di FRANCO LANNINO. Un fotoreporter d’altri tempi.
Quel giorno, era il 21 luglio del 1992, c’erano più di quattromila uomini tra poliziotti, carabinieri e finanzieri, armati e disposti a cerchi concentrici in un raggio di un chilometro intorno alla cattedrale di Palermo.
Non bastò filtrare severamente gli ingressi alla cattedrale. Il popolo spezzò quella cintura e come un fiume in piena che rompe gli argini, riempì come un uovo la grande chiesa per assistere ai funerali dei cinque agenti di polizia che scortavano il giudice Borsellino. I funerali del magistrato si tennero tre giorni dopo, in forma privata per protesta contro quello Stato che non aveva fatto nulla per proteggere il giudice. Alla fine della Messa in memoria dei cinque agenti massacrati dalla bomba di via D’ Amelio, un minuto dopo la benedizione delle bare da parte del cardinale Pappalardo, esplose la rabbia degli uomini delle scorte. “Li avete uccisi voi”. E giù calci, schiaffi e sputi contro il capo della polizia Parisi, contro il primo ministro Amato e contro lo stesso Scalfaro, nominato appena due mesi prima Capo dello Stato. Tra l’abside e la navata centrale echeggiarono cori da brivido. “Assassini”. “Fuori la mafia da qui”.
“Venduti”. Dall’altare maggiore qualcuno fece volare un pesante sgabello in legno verde con le insegne del Vaticano all’indirizzo del capo della polizia che era sconvolto. Solo un gesto da cestista dell’NBA di Ayala evitò che Parisi si spaccasse la testa. Dai banchi vennero scagliate un paio di bottiglie d’acqua minerale. Poi tutto finì con una fuga codarda e precipitosa attraverso un’uscita laterale delle più alte cariche dello Stato. Fu il giorno della rivolta a Palermo. Da quel momento partì l’insurrezione contro un governo “che è stato sempre complice delle cosche”. La Sicilia era stremata, esasperata, rabbiosa.
Franco Lannino, il fotoreporter che per primo mandò un’immagine da Capaci Il ricordo: “Non capivo che stavo fotografando”
Le foto realizzate da Franco Lannino, 63 anni, il primo fotoreporter dell’ANSA giunto sul luogo della strage dove morirono il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, anche lei magistrato e gli agenti di scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro e dove rimasero ferite 23 persone, fra le quali gli agenti Paolo Capuzza, Angelo Corbo, Gaspare Cervello e l’autista giudiziario Giuseppe Costanza. ANSA/FRANCO LANNINO
A Capaci nel 1992 i soccorritori portano via i resti dei corpi straziati degli agenti di scorta di Giovanni Falcone
Sempre con la sua inseparabile reflex al collo ha iniziato a scattare con l’agenzia Publifoto nel 1981 che aveva un rapporto privilegiato con il quotidiano L’Ora. Poi il grande salto avviene nel 1989: mettersi in proprio con un altro formidabile «cacciatore» di scoop fotografici Michele Naccari conosciuto nella stessa agenzia. Così nacque lo Studio Camera he ha raccontato uno spaccato di Sicilia attraverso carrellate di immagini «forti», spesso raccapriccianti, finite non solo in tutte le prime pagine dei giornali italiani ma anche sul New York Times, Der Spiegel, Stern, Clarin e Time. Per arrivare per primi sulle scene del crimine hanno vissuto per decenni attaccati a uno «scanner» radio (illegale ma tollerato all’epoca) da un lato e qualche imbeccata dalle forze dell’Ordine che gli consentiva di ascoltare le comunicazioni di polizia, carabinieri e vigili del fuoco.«Quando sentivamo agitazione o numeri in codice – racconta Lannino – partivamo a razzo con qualsiasi mezzo potesse portarci più velocemente possibile con il cuore in gola e l’adrenalina alle stelle. Alle volte chiamavamo noi i cronisti per avvertirli e poi garantirci la vendita del nostro servizio perché in questo mestiere il primo fotografo che arriva “mangia”, il resto digiuna». In un’epoca fatta di cellulari e social è tutto impensabile il metodo di lavoro di allora. «La foto del cadavere doveva essere scattata in pochi secondi – prosegue – perché poi si doveva correva indietro a sviluppare il rullino e a stampare il fotogramma. Una corsa contro l’orologio tale che alle volte neanche aspettavamo che la carta si asciugasse e la portavano ancora bagnata nelle redazioni. Doveva soddisfare il direttore e il giorno dopo il lettore che aveva diritto di vedere ed essere informato. Se a tutto questo aggiungevi la tua vena artistica anche per queste tristi occasioni, potevi considerarti un buon fotoreporter e un valido professionista». Subito dopo l’attentato a Falcone si capì subito che il suo collega, amico ed erede Paolo Borsellino era nel mirino dei Corleonesi di Riina. «Il giorno della strage di via D’Amelio ero lì – spiega Lannino – e il chilometro che mi separava dal luogo dove avevo lasciato l’auto lo feci tutto di corsa. Anche in quel caso fui il primo fotografo ad arrivare sul luogo di quella strage e misi subito l’occhio nel mirino della mia fotocamera ero abituato a scene raccapriccianti e sapevo come fare per mantenere il sangue freddo, la mente lucida. Camminavo fra macerie in fumo e brandelli di corpo di Paolo Borsellino e dei suoi agenti di scorta Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. Quasi subito però nel mirino vidi un ufficiale dei carabinieri che conoscevo bene, Giovanni Arcangioli, allontanarsi dal luogo dell’esplosione. Ci conoscevamo perché spesso ci vedevamo nei luoghi dei tanti omicidi di mafia che in quegli anni insanguinavano le strade di Palermo. Ci rispettavamo ognuno nei rispettivi suoi ruoli. Lo fotografai più che altro perché mi colpì quel “fratino” (uno smanicato) azzurro. Mi sembrò troppo sgargiante in quella scena da guerra libanese e volevo regalargliela qualche giorno dopo per poterlo un po’ prendere in giro e dirgli: “perché indossavi quel fratino di quello strano colore così fuori contesto?”. Però fui subito rapito dalla realtà infernale che mi circondava. Il tanfo di morte si mischiava a quello pungente di bruciato e di gasolio. Mi scordai di quel capitano e mi gettai in apnea in quello che doveva essere un servizio fotografico molto professionale da offrire alle redazioni dei giornali. Quello feci, e lo feci meccanicamente ma lucidamente. Fotografare, registrare e documentare quell’orrore». Foto vendute a tutti i giornali del mondo: «Poi vennero gli anni duemila, cominciava a prendere piede la rivoluzione digitale. Si cominciava a scannerizzare tutti gli avvenimenti importanti degli anni precedenti e noi abbiamo tre milioni di scatti in archivio – spiega Lannino – e toccò anche ai fotogrammi più interessanti della strage di via d’Amelio. Con il lentino di ingrandimento guardavo quei vecchi fotogrammi, e lo vidi, anzi lo rividi quel capitano con quel fratino azzurro. Mi accorsi di un dettaglio: stringeva nella mano sinistra una borsa. Tutti in quegli anni cercavano l’agenda rossa che quella borsa avrebbe contenuto. Io avevo davanti un fotogramma che mi diceva chiaramente chi aveva preso quella borsa. “Arcangioli!” mi dissi. Lui prese la borsa. Bingo! Avevo uno scoop. Feci vedere quello scatto al mio socio, Michele Naccari, che rimase esterrefatto!». Da qui l’idea di vendere la foto: «Tramite colleghi fidati contattammo varie redazioni e proponemmo quello scoop a l’Espresso e Panorama ma la voce arrivò alla procura della Repubblica e cinque agenti della Direzione investigativa antimafia bussarono alla porta di Studio Camera e gli consegnammo subito lo scatto». L’ufficiale, poi diventato generale, fu indagato ma fu assolto in tutti i gradi di giudizio perché il fatto non sussiste: «A oggi dell’agenda rossa non c’è nessuna traccia ma io attendo ancora di poter regalare a quell’ufficiale dei carabinieri quello scatto, e di consigliargli la prossima volta che deve andare per servizio sul luogo di una strage, di vestire in maniera più consona e discreta. Chissà, forse un giorno…». CORRIERE DELLA SERA 17 maggio 2024
30.4.2024 FRANCO LANNINO – Scavando tra i negativi del nostro archivio, l’archivio di Studio Camera, per preparare altri progetti, mi imbatto in vecchie immagini e affiorano ricordi. Ricordi come questo. Questo è quello che rimase dei ragazzi che viaggiavano sulla “Quarto Savona 15”. Quell’auto che apriva il corteo del convoglio che portava il giudice Giovanni Falcone e sua moglie Francesca Morvillo, verso Palermo, quel maledetto 23 maggio del 1992. La Quarto Savona 15 è stata presa in pieno dall’esplosione ed è stata lanciata via dalla potenza devastante dei 400 chili di esplosivo che i mafiosi piazzarono sotto l’autostrada Mazara Palermo. La loro Fiat Croma marrone fu sbalzata via ad una sessantina metri lato mare. Fecero un un volo mortale e terribile. Non si accorsero di nulla quei ragazzi. Questa foto è uno dei primissimi scatti che io ho fatto quando arrivai sul luogo della strage. Ero sotto la complanare dell’autostrada ed ero arrivato aggrappato al sedile posteriore della Moto Guzzi 35 V del mio collega ed amico dell’Ansa Franco Nuccio. Dopo questo scatto sono salito incespicando su per il terrapieno e li ho visto il cratere. Un cratere largo almeno 30 metri e profondo almeno sei. Sembrava che fosse stato creato da una bomba d’aereo. La realtà invece era che i mafiosi piazzarono sotto l’autostrada, dentro un canale di scolo, il tritolo. La foto è drammatica mostra il momento in cui i soccorritori portano via quel che resta di quei poveri corpi dei poliziotti dalla scorta, Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo.
9.5.2023 FRANCO LANNINOCon Antonio Montinaro ci conoscevamo bene, lui era molto gentile nei miei confronti. Antonio aveva profondo rispetto per il lavoro degli altri ed era cosciente che posizionandosi davanti al giudice Falcone – come da protocollo – mi impediva una buona visuale, ed allora ogni volta che mi vedeva con l’obiettivo puntato, si spostava un passo di lato facendomi l’occhiolino ed un sorriso, servendomi così, su un piatto d’argento, delle belle foto. Come questa, scattata in aeroporto pochi mesi prima che saltasse in aria con la sua Croma blindata e morisse assieme al giudice Giovanni Falcone a Francesca Morvillo e ai suoi due colleghi Rocco Dicillo e Vito Schifani. In questa foto a destra c’è Giuseppe Sammarco, nome in codice Indio, un altro caposcorta di quella squadra. Quel 23 maggio del 1992 lui non era in servizio a causa di un infortunio sul lavoro occorsogli un mese prima. Me lo ricordo quel maledetto pomeriggio in autostrada a Capaci disperarsi e piangere come un bambino alla ricerca di quello che restava dei suoi compagni.
“Franco Lannino: il fotogiornalista che ha documentato le stragi di mafia
La storia di Franco Lannino photo reporter di altri tempi quando questa nobile professione era svolta nelle strade camminando per la vie del capoluogo siciliano cercando di trovare come diceva il celebre Enzo Biagi “La libertà dell’informazione che è come la poesia: non deve avere aggettivi, è libertà!”. Lannino che con la sua immancabile macchina fotografica (compagna di una vita) ha raccontato per diversi anni la “guerra di mafia palermitana” ed ha esposto a Palermo nell’ultima mostra dal titolo “Macelleria Palermo” insieme a scatti del collega e socio – amico Naccari delle immagini che hanno fatto la storia del fotogiornalismo siciliano facendo conoscere all’opinione pubblica italiana e internazionale le storie di mafia che hanno offuscato negativamente le vere bellezze della società siciliana. Per gli amici Franco (Francesco Paolo all’anagrafe) nasce a Palermo nel 1959, si diploma da perito elettronico nel 1977 e dopo il secondo anno di Geologia molla tutto per seguire la sua passione: la fotografia. Va in bottega presso una Agenzia fotografica, la Publifoto di Palermo, lascia e si mette in proprio fondando assieme a Michele Naccari e Salvo Fundarotto (che lascerà dopo nove mesi) la propria agenzia nel 1989, Studio Camera. Comincia in esclusiva a lavorare per conto del glorioso Giornale “L’Ora” di Palermo. Dopo la chiusura definitiva de “L’Ora” che avvenne nel maggio del 1992, lavora per il Giornale di Sicilia, per La Sicilia, per La Repubblica e per l’Ansa nazionale. Fa accordi di collaborazione con una importante agenzia di distribuzione milanese, la “Giacominofoto” e sulla piazza di Roma con “l’Olympia”. Ha pubblicato migliaia di fotografie di qualsiasi genere su famose testate quotidiane (Corsera, La Repubblica, La Stampa) e rotocalchi nazionali (Epoca, Panorama, l’Espresso, ecc.) ed internazionali (Der Spiegel, Stern, Clarin, Time, New York Times ecc.). Ha documentato dal 1981 due guerre di mafia e tutte le stragi volute da “Cosa Nostra”e capillarmente sin dagli albori il fenomeno dell’immigrazione clandestina dall’Africa attraverso quella “porta d’Europa” che è l’isola di Lampedusa. Attualmente la sua agenzia possiede l’archivio visivo di mafia più fornito del mondo, avendo negli anni acquisito i diritti di altri fotografi ed agenzie che prima di lui si sono occupati di mafia in Sicilia. Da 27 anni svolge l’attività di fotografo di scena del Teatro Massimo di Palermo e continua la sua attività di denuncia ed informazione fotografica su altre piattaforme che non siano prettamente quelle giornalistiche, cercando nuovi spazi per star al passo con l’evolversi della fotografia applicata al fotogiornalismo. Da dieci anni dirige un rifugio per gatti abbandonati. di Giacomo Palermo La Discussione
Oltre 1000 visitatori a “Macelleria Palermo”: la mostra che racconta le guerre di mafia in città
PALERMO. Macelleria Palermo fa storia. Alle pareti dello studio Pbaa Prestileo Bianco Architetti in via del Fervore le foto sono in bianco e nero. A rimbalzare agli occhi dei visitatori sono le pose dei protagonisti e le loro espressioni. Franco Lannino le ha scelte tra quelle, a centinaia, del suo archivio e a racconto di un’altra Palermo, quella degli anni novanta, le ha infilate una dopo l’altra.
Il capoluogo siciliano, nelle sue vie di quartiere e di mercati, resta come sfondo. Sono solo residui quelli del vetro della Citroen Ax da cui si affaccia, nella tarda sera del 23 novembre 1989 in via De Spuches a Bagheria, il volto di Leonarda Costantino. Con lei anche Lucia Costantino e Vincenza Mannoia. Era la prima volta che la mafia ordinava la morte di tre donne, che morivano perché sorella, madre e zia di Francesco Marino Mannoia. A debito c’erano otto chili di cocaina sottratti ai corleonesi.
Nello stesso anno, Giovanni Lo Castro, consigliere di circoscrizione del quartiere Borgo Nuovo, restava seduto sotto i portici del viale Piazza Armerina, col volto coperto da una maglietta. Le braccia abbandonate lungo il corpo. A suo conto l’impegno per il ritorno del commissariato di polizia che negli anni precedenti era stato smantellato. Era l’1 settembre. E’ un plaid quello che Isidoro Cesareassassinato tra le bancarelle dei mercati generali: alcuni fermi ad osservarlo, altri al lavoro trasportando su un carretto le cassette piene di frutta.
Nel 1993, il 18 febbraio, spettatori di un’altra “ammazzatina” sono gli alunni dellascuola elementare Luigi Capuana: Rosario Alaimo a terra incaprettato e con la testa nascosta dentro ad un sacchetto della spesa.
2 Marzo 1995. “Tranquillo, Marcello, adesso ti alzi e ce ne torniamo a casa”: così diceva piegata sul figlio coperto da un lenzuolo, come in una Pietà di strada, la madre di Marcello Grado, detto “occhi celesti”. Nel mercato rionale di via Palmerino alle 9.30 del mattino i proiettili di una pistola calibro 38 assassinavano il giovane figlio di Gaetano Grado e l’amico che a lui si accompagnava, Luigi Vullo.
Questi sono solo alcuni degli scatti che ritraggono una città che è stata scena di morti violente a terrore per la gran parte dei suoi abitanti, uomini, donne o bambini. Indifferentemente. Quarantaquattro foto, dal contenuto per ciascuna di esse più che sensibile, quarantaquattro foto per una storia in bianco e nero che è stata raccontata ai visitatori.
“Sono stati, soprattutto, i giovani a visitare la mostra – dice Franco Lannino, che negli anni insieme a Michele Naccari ha documentato le guerre di mafia e tutte le stragi volute da Cosa Nostra – a soffermarsi con attenzione su ogni scatto e a sentirne la narrazione. Alcuni sono rimasti a lungo, anche per qualche ora e hanno voluto che raccontassi loro le circostanze di ciascuna immagine”.
Non una curiosità appiccicaticcia ma un reale interesse. A darne conto è Federico Valenza, liceale di 17 anni. Con lui altri compagni di classe. “Abbiamo voluto saperne di più di quegli anni. Non immaginavamo una tale violenza a qualunque ora del giorno e in qualunque strada. Come un pugno allo stomaco ma vedere queste foto permette di conoscere una città che non vorremmo decisamente abitare. E’ veramente cambiata Palermo dalle stragi di Capaci e di via D’Amelio”.
Ancora Edoardo. “La mostra – dice – sembra quasi dire di una città maledetta che, per fortuna, non ho conosciuto. Per questo mi sembra di potere dire che davvero non è stata vana la morte di quanti hanno lavorato senza sconti, credendoci fino in fondo, anche al di là di quello che vedevano e che è davvero terribile”.
VIDEO – Le tante cose, lucidamente narrate in oltre due ore di sostenuto monologo, hanno figurativamente anche costituito lo scorrere di un film di lungometraggio che è riuscito a collegare felicemente le dinamiche di tanti accadimenti. Retroscena, stratagemmi confessati e sagaci commenti, hanno sonoramente arricchito il quadro di ogni fotogramma completando eficacemente il tutto. Indistintamente, chi era fra i presenti ha potuto così rivivere la storia di quasi mezzo secolo della città di Palermo, dagli anni settanta fino ai giorni d’oggi, focalizzandone – fotograficamente parlando per l’appunto – i bianchi, i neri e tutte le sfumature visibili in ogni gradazione di grigio. L’incontro ha fortemente coinvolto i presenti, che sono pure intervenuti con dei quesiti (in parte inglobati nel video) che hanno dimostrato l’interesse e il livello d’attenzione suscitato dal Lannino fotoreporter, testimone del tempo, opinionista e non solamente questo. A dimostrazione della sua disponibilità, ci ha in ultimo confessato che, mentre ci stava intrattenendo, erano intanto in corso al Teatro Massimo le prove generali dell’opera “Tristano e Isotta” di Ricchard Wagner (la prima prevista per il 19 maggio, cioè solo due giorni dopo), cui avrebbe dovuto professionalmente presiedere e alle quali aveva rinunciato (con il subentro di un sostituto) per non venire meno all’impegno che aveva preso con noi dell’ARVIS (e direi che anche questo non era la dimostrazione di un comportamento infrequente, specie per chi si ritrova a ricoprire certi ruoli di prestigio). Aggiungere dell’altro appare superfluo, specie se si ha intenzione di visionare la registrazione che risulta postata ed è disponibile su You Tube. I contenuti del video, oltre a documentare l’avvenimento in questione, può costituire fonte di spunto per tanti addetti al settore, anche per giornalisti affermati dediti ad approfondimenti sui fatti di mafia o per gli studenti e laureati che si accingono ad intraprendere attività mediatiche e di comunicazione in genere. Durante la registrazione non potevano mancare le questioni e i tanti dubbi inerenti all’ormai famosa e mitica agenda rossa di Paolo Borsellino, con la borsa che la conteneva, “con prestidigitazione” scomparsa e ricormparsa nel luogo dell’attentato. (Articolo completo su: https://laquartadimensionescritti.blo…) Riprese filmate e montaggio: Toti Clemente (https://angolinodelfotoamatore.blogsp…)
La mostra fotografica “Macelleria Palermo” di Franco Lannino e Michele Naccari “offre uno sguardo crudo e realistico sulla violenza mafiosa che ha segnato Palermo negli anni Ottanta e Novanta”. Attraverso 44 scatti in bianco e nero, la mostra documenta scene di delitti mafiosi, “rappresentando un viaggio visivo e testuale nella sanguinosa storia della città. Macelleria Palermo sarà allestita presso il Castello di Carini dal 18 luglio al 18 agosto 2024, e sarà arricchita da effetti multimediali per un’esperienza immersiva altamente coinvolgente”. “L’esposizione non è solo un tributo ai tragici eventi del nostro recente passato, ma anche un richiamo alla memoria collettiva siciliana più dolorosa e profonda, affinché le nuove generazioni comprendano l’entità degli orrori che Palermo ha vissuto nel recente passato- spiegano gli organizzatori – Le fotografie, crude, forti, brutali mostrano l’immediato dei più clamorosi omicidi avvenuti a Palermo, catturando momenti di delirio e di sangue, ma anche di tenerezza e umanità”.
Valentina Mignano, promotrice dell’esposizione a Carini insieme all’Associazione Jonathan Livingston Odv, descrive le immagini come un ritratto senza filtri dei metodi propri della criminalità organizzata, un percorso visivo che scende nei dettagli “operativi” di cosa nostra (dall’incaprettamento alle esecuzioni più atroci). Un documento che mostra Palermo, nelle parole di Franco Lannino, come una “macelleria” segnata da violenza e omertà. La mostra offre anche un’audioguida gratuita, che fornisce ulteriori dettagli sui momenti rappresentati. Particolare rilievo verrà dato alla fotografia che mostra un carabiniere che reca in mano verso l’ignoto la borsa di Paolo Borsellino (che conteneva l’agenda rossa del magistrato) scattata dal fotoreporter Lannino in via D’Amelio esattamente 32 anni orsono.
La mostra è stata allestita negli ultimi tempi in varie regioni italiane, dal Friuli alla Lombardia, passando per la Calabria, e suscitando il vivo interesse dei visitatori della penisola. Il Castello di Carini si pone adesso come sede d’eccezione per gli scatti di Lannino e Naccari, non solo per la bellezza e la struggente storia che lo segna da secoli, ma anche come luogo che crea continuità con il tema dell’esposizione, infatti il maniero arabo-normanno contiene al proprio interno un’ala in cui sono custoditi i “Pupi antimafia” del puparo Angelo Sicilia (da Pio La Torre a Peppino Impastato, passando per il giudice Livatino). “Macelleria Palermo” è un’importante occasione per mantenere viva la memoria storica, e rappresenta un potente strumento educativo e di sensibilizzazione per la comunità contro questa piaga sociale (si consiglia la visione a un solo pubblico adulto). Al vernissage, che avrà luogo il 18 luglio 2024 alle ore 17.30, oltre al fotoreporter Franco Lannino, saranno presenti per dialogare in una tavola rotonda il prof. Michele Cometa, docente di Storia della cultura e Cultura visuale all’Università di Palermo, il presidente della Commissione Antimafia Antonello Cracolici, la prof. Alessandra Dino: studiosa dei fenomeni della criminalità organizzata (Università di Palermo), la scrittrice Gemma Mannino Contin e il Sindaco della Città di Carini, prof. Giuseppe Monteleone. Durante l’inaugurazione la cantante Linda Armetta si esibirà con alcuni brani musicali, accompagnata dal chitarrista Gianni La Rosa”. Grazie al lavoro dell’Associazione Jonathan Livingston, in occasione del vernissage sarà restituito alla città di Carini un nuovo spazio: la sala Meeting sita nell’atrio del Castello, rimodernata, ampliata e pronta per un rilancio culturale, un nuovo spazio per eventi espositivi di alto profilo culturale.(ADNKRONOS 12 luglio 2024)
Lannino, mia prima foto mostrò al mondo strage di Capaci
Reporter ricorda quel pomeriggio di 30 anni fa
Le automobili coperte dalla pietre e dai detriti, causati dall’esplosione del tritolo che sventrò l’autostrada e sullo sfondo i cartelli con le scritte Palermo Capaci, sotto i primi investigatori giunti sul posto che vagavano come fantasmi in una zona di guerra dopo un bombardamento. Un fermo immagine che conquistò 30 anni fa le prime pagine e le copertine di tutti i giornali del mondo. Era il l 23 maggio 1992, il tempo era grigio, piovigginava e faceva caldo. “Quello fu lo scatto iconico che mostrò all’intero pianeta cosa fosse stata capace di organizzare la mafia sulla A-29 quel dannato pomeriggio”, ricorda Franco Lannino, 63 anni, il primo fotoreporter dell’ANSA giunto sul luogo della strage dove morirono il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, anche lei magistrato e gli agenti di scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro e dove rimasero ferite 23 persone, fra le quali gli agenti Paolo Capuzza, Angelo Corbo, Gaspare Cervello e l’autista giudiziario Giuseppe Costanza. Arrivare lì, dove i boss mafiosi misero in atto quello che chiamarono “l’attentatuni” non fu facile. Una vera e propria odissea con una serie di ostacoli che Lannino ricorda “come se fosse oggi”. “Quel giorno ero all’inaugurazione della Fiera del Mediterraneo. racconta, carezzandosi la barba – Il giornale L’Ora aveva cessato le pubblicazioni, pochi giorni prima, il 9 maggio ed io, che ci avevo lavorato dal 1998, prendendo il posto di Letizia Battaglia, dovevo reinventarmi. Ad un tratto un poliziotto mi avvicinò e mi disse: ‘Franco cosa fai ancora qui? Vai ad Isola delle Femmine, c’è stata un’esplosione sembra alla cementeria, pare ci siano dei morti’. Non me lo feci dire due volte, mollai tutto e scappai via. Ero in automobile, una della rare volte, perché in genere giravo in Vespa. Doveva essere un sabato tranquillo…”. “Come un fulmine mi diressi verso la circonvallazione per raggiungere l’autostrada in direzione Trapani. – prosegue – All’altezza di Tommaso Natale l’amara sorpresa, Un posto di blocco dei Vigili Urbani. Non si passa! Vidi e sentii le sirene di due ambulanze sfrecciare verso Palermo. Non sapevo cosa fare. Mi convinsi che a piedi sarei comunque arrivato. ‘Che saranno cinque chilometri a piedi’, mentre pensavo a questo, come in un film d’azione vidi un mio collega, il giornalista Franco Nuccio, allora giovane cronista dell’ANSA, che a bordo della sua motocicletta, una Guzzi modello California, si faceva strada per andare a Capaci. Sì Capaci, così uno degli agenti della municipale ci disse. Li’ è saltato per aria un pezzo di autostrada. Un attentato ad un giudice e ad alcuni uomini di scorta. Le notizie diventavano sempre più precise. Saltai sulla moto dietro Franco e lo spronai a lasciare l’autostrada e a prendere la bretella laterale”, rammenta ogni secondo di quelle ore Lannino. Parla come un fiume in piena. “Fu così che in pochi minuti arrivammo. Eravamo sotto il luogo dove i 500 chili di tritolo squassarono quelle due strisce di asfalto, creando una voragine gigantesca. Le auto sembravano bombardate. Già perché tutti noi che eravamo lì cercavamo mentalmente di capire cosa fosse successo. Chi credeva che fossero state sganciate delle bombe di aereo, chi pensava che fosse stata un auto imbottita di esplosivo. Pian piano la verità emerse. E comprendemmo che era stato un grossissimo ordigno seppellito sotto terra a creare l’inferno”. “La scena era da guerra, non puoi scordare quelle immagini e soprattutto quelle sensazioni – dice Lannino guardando nel vuoto – . C’era sgomento ma c’era anche adrenalina, c’era tristezza e c’era rabbia. ‘E che ci hanno messo una bomba atomica?’ Urlò un poliziotto. Scattavo velocemente con la mia Nikon Fm analogica come se il mio cervello fosse un computer”. Frammenti di storia in bianco e nero, pellicola Ilford Hp5 “tirata a 1600” e a colori, con Kodak Jpm e diapositive pellicola Ektachrome 400, “quasi come una dea Calì, le mie mani afferravano le fotocamere e riprendevo. Ma non rimasi molto sul posto, perché dovevo inviare le foto”, spiega Lannino. “In quegli anni il digitale, gli smartphone e Whatsapp erano parole astratte – afferma – Quindi ritornai, a Palermo dietro allo scomodo sellino di un motorino, questa volta un piccolo “Ciao” della Piaggio di un ragazzino che mi diede un passaggio. Nel mio studio sviluppai i negativi, e feci le stampe. Poi andai trafelato, in via Emerico Amari, nella sede siciliana dell’ANSA, al quarto piano, ad infilare le istantanee ancora bagnate nell’apparecchio delle telefoto e trasmettere a tutti gli organi di stampa in abbonamento quell’immagine che il giorno dopo sarebbe stata sulle prime pagine di tutti i giornali del mondo”. (ANSA).
“Quando Brusca venne arrestato, io c’ero”. La testimonianza di Franco Lannino
Il fotoreporter palermitano racconta cosa accadde il giorno dell’arresto di Brusca. “La tensione era palpabile…”
Fare il fotoreporter è raccontare la realtà senza mistificazioni e Franco Lannino, lo sa bene. Ha raccontato cosa nostra palermitana e non solo, come pochi. Sono suoi la maggior parte degli scatti che ritraggono i morti ammazzati negli anni ’80 durante la mattanza palermitana, di quei corpi crivellati di proiettili e lunghe scie di sangue sull’asfalto. Lannino è’ stato fra i primi ad arrivare sui luoghi delle stragi del ’92, quella di Capaci e quella di via D’Amelio e con mestiere ha scattato le foto “storiche” che hanno immortalato quei momenti.
Il noto fotoreporter palermitano, c’era anche quando arrestarono Giovanni Brusca, il mostruoso boss di San Giuseppe Jato e il fratello Enzo Salvatore,anch’esso colpevole di orridi misfatti come lo scioglimento del piccolo Giuseppe Di Matteo, nell’acido. Lannino ha ripercorso insieme a noi quel lungo giorno di Primavera del ’96 in cui Giovanni Brusca, uno dei più spietati killer di cosa nostra, venne arrestato in una villetta nelle campagne intorno ad Agrigento dagli agenti della catturandi che lo portarono “come un trofeo” a Palermo. Il “verro” (questa la sua ‘nciuria) è uscito dal carcere qualche giorno fa dopo 25 anni di detenzione.
Lannino, ripercorriamo insieme quel 20 maggio del ’96, giorno dell’arresto del latitante Giovanni Brusca.
“Ricordo che era un giorno tranquillo e che a Palermo, faceva molto caldo. Io e il mio socio, Michele Naccari, eravamo in agenzia, in cerca di qualche notizia. In quel tempo fornivamo di foto molti giornali, 4 quotidiani ( GdS, Repubblica, La Sicilia, e un paio di agenzie di stampa una romana e l’altra milanese oltre all’Ansa). Ricordo che in quegli anni Internet non c’era e i cellulari li usavamo solo per trovarci a distanza”.
Come facevate a scovare le notizie? “La prima fonte era lo scanner delle Forze dell’ordine. Il nostro lavoro consisteva nell’ascoltare i movimenti delle volanti e delle auto dei carabinieri per recarci sul posto in caso di arresti, omicidi. Quel giorno, fino alla tarda mattinata, non c’era stata nessuna novità ma poi iniziammo a sentire le voci concitate dei poliziotti. Michele bloccò il canale per ascoltare meglio: presto ci rendemmo conto che erano urla di gioia. A quel punto Michele scese in strada, prese la vespa ed andò in Questura”.
Lui era di casa, lì, giusto? “In un certo senso era stato adottato dalla catturandi perché era sempre il primo fotografo ad arrivare in caso di arresti importanti. Dopo poco mi telefonò per dirmi che avevano arrestato Brusca. Ero pronto per raggiungere il covo ma lui mi fermò dicendo che Brusca era ad Agrigento. L’unica cosa da fare era attendere che arrivasse il corteo delle auto con il latitante catturato”.
Quando arrivarono? “L’attesa fu estenuante. Passavano le ore e non arrivava nessuno. I poliziotti ci raccontarono che Brusca era stato catturato in una villetta. Non dissero niente però anche dell’arresto di Enzo Salvatore, il fratello di Giovanni, anch’esso mafioso e latitante. Dissero che stavano facendo dei rilievi e che perdevano tempo per questo. Nel frattempo si fece buio. In Piazza della Vittoria, dove ci trovavamo, non si sentiva volare una mosca. All’improvviso sentimmo in lontananza lo strombazzare di clacson e di sirene. Stava per arrivare la squadra catturandi e con loro il boss di San Giuseppe Jato. Ricordo anche un altro particolare “curioso”.
Ce lo racconti. “Il corteo della catturandi passò prima sotto le finestre della Caserma dei carabinieri, in Piazza delle Stimmate, una sorta di rivincita perché i poliziotti erano rimasti molto scossi dal successo dell’operazione messa a segno da Capitano Ultimo che portò all’arresto del numero uno, Totò Riina. Una goliardata ripetuta anche con altri arrestati eccellenti”. (ride).
Ci parli di quegli attimi, Lannino. “Il corteo entrò in controsenso da via Matteo Bonello, la stradina che c’è accanto la Curia e la Cattedrale, velocissimamente. Ricordo i poliziotti con i passamontagna sul volto e seduti per metà fuori dai finestrini con le armi in pugno agitate in segno di vittoria. Rischiammo di essere “arruotati”, dalle auto che ci sfrecciarono davanti. Il primo passaggio fotografico fu questo”.
Quando le passarono davanti le auto con i fratelli Brusca, cosa colpì la sua attenzione? “Ricordo che uno dei poliziotti era seduto su Enzo Salvatore che indossava una vistosa maglietta a righe rossa, beige e nera. Credo che tutto il viaggio, i Brusca se lo fecero sotto il deretano dei poliziotti. Dopo il passaggio delle Fiat Uno, il pesante cancello della Questura venne chiuso e ufficialmente non si seppe più nulla”.
Invece cosa accadde? “Michele Naccari sparì e si intrufolò all’interno della Squadra Mobile. Io tornai in agenzia e con l’aiuto dei miei collaboratori iniziai a stampare le foto da inviare ai vari giornali. Mancava ancora la foto più importante però”.
Quale? “La foto più importante, dopo la cattura di un latitante, è la testina segnaletica. Tutti vogliono sapere che faccia abbia chi è sfuggito alla cattura per tanti, troppi anni. Di Brusca non si avevano foto recenti. Le uniche risalivano alla sua adolescenza”.
Come fece ad avere la foto segnaletica di Brusca? “Dopo aver sviluppato le foto, tornai in Questura e parlai con un ispettore che conoscevo bene. Gli chiesi di farmi avere la foto e lui mi rispose che non mi poteva accontentare perché si era rotta la Polaroid della Questura e non ne avevano un’altra. Ricordo che a quei tempi i cellulari non scattavano foto. Non persi tempo e tornai allo studio per prenderne una. Era una Polaroid 600. La portai all’ispettore e gli dissi che gliela avrei regalata a patto che mi scattasse una foto di Brusca e che, per il momento, la desse soltanto a me”.
E come andò? “Tornò dopo 14 minuti con la foto e senza la Polaroid. Senza dire nulla ai colleghi che oramai erano in tanti, tornai allo studio. Era quasi mezzanotte ma avevo ottenuto quello che volevo. Con la macchina delle Telefoto (non c’era ancora watsapp) la trasmisi a Roma”.
Come le sembrò Brusca? “Aveva il volto tumefatto. Era sicuramente stato picchiato. Ufficialmente dissero che aveva opposto resistenza e che c’era stata una colluttazione”.
Lei sa chi mise le manette a Brusca? “Il fratello di Claudio Traina, il poliziotto trucidato in via D’Amelio. Anche lui fa il poliziotto. Ricordo che gli strinse talmente forte i polsi fino a serrarglieli. Di queste manette però si perse la chiave. Credo che qualcuno le buttò via. Per poterle riaprire, arrivò un pompiere che le spezzò con una grossa cesoia”.
Insomma gettarono via la chiave nel vero senso della parola? “Sì, è il caso di dirlo. Un gesto simbolico per sottolineare che non sarebbe più uscito dal carcere”.
Ed invece Brusca è uscito. “Sì, infatti”.
Torniamo al suo socio. Era riuscito ad entrare in Questura. “Il suo obiettivo era di fare una foto “unica”, esclusiva. Era l’unico reporter presente”.
Ci riuscì? “Sì, certo. Intorno alle 4 del mattino riuscì a scattare la celeberrima foto che ritrae Brusca accanto a Falcone e Borsellino immortalati, mentre ridono, dal fotografo Tony Gentile. Michele mi chiamò intorno alle 6. Mi disse che era certo di aver fatto una foto straordinaria. Andai in Questura, presi il rullino e lo sviluppai. Lì mi resi conto che era una foto simbolo”.
Come fece a scattarla? “Si era piazzato di notte davanti l’ufficio di un dirigente dove c’era la foto di Falcone e Borsellino appesa alla parete. A Naccari bastò una manciata di secondi. La foto scattata al carnefice ammanettato “accanto” ai 2 giudici trucidati rappresenta l’emblema della vittoria dello Stato su chi materialmente aveva premuto il telecomando il 23 Maggio del ’92 a Capaci”.
A chi avete venduto la foto? “Al momento dello sviluppo capii subito che era una foto “pesante”. Non era il caso di darla all’ANSA che l’avrebbe divulgata a tutti. La tenemmo per venderla ad un prezzo maggiorato come esclusiva”.
Quella stessa mattinata però Brusca esce dalla Questura per essere “tradotto” in carcere. Cosa accadde?
Ovvero? “Iniziarono gli insulti liberatori del tipo “Mafioso, bastardo, bestia, devi marcire in galera”!.
E lei cosa fece? “Ero preso dalla frenesia fotografica, in verità tutti eravamo frastornati e si lavorava gomito a gomito con i colleghi. La passerella non durò comunque più di 40 secondi.”
Come le sembrò Brusca? “Era stordito come un pugile messo KO. Venne caricato in macchina e portato via, direzione Ucciardone. Stessa cosa con il fratello che forse si prese persino più insulti”.
Più del “verro”? “Sì. Lui è quello che fisicamente sciolse il piccolo Di Matteo nell’acido. Giovanni diede l’ordine ma a squagliarlo fu Enzo Salvatore”.
Cosa la colpì maggiormente dei 2 fratelli? “La fisiognomica. Entrambi avevano gli occhi da assassini e se possibile Enzo Salvatore li aveva ancora più cattivi e con quella barba sembrava un uomo primitivo. In termini lombrosiani diremmo che aveva un aspetto spaventoso. Emanava un’aria da bestia”.
Eppure, Giovanni Brusca, è anche padre. Lei, in un suo articolo, ha scritto che in Questura arrivarono la compagna e il figlioletto di 4 anni. A Brusca, i poliziotti, dissero : guardalo bene perché prima dei 40 anni non lo rivedrai. “Sì è così. Credo che il desiderio di vedere il figlio sia stata una delle cause che hanno fatto maturare in lui la scelta di collaborare con la giustizia. In una sua intervista dal carcere lui ha detto che era stata una decisione sofferta perché doveva rendere conto e ragione al padre Bernardo, uno dei più influenti boss di cosa nostra”.
Dunque anche i mostri hanno un cuore? “A quanto pare, si”.
Sto pensando a quella povera donna di 23 anni, incinta, trucidata a Castellammare del Golfo da un commando mafioso di cui faceva parte anche Brusca. “La Bonomo venne uccisa dai corleonesi in quanto moglie di Vincenzo Milazzo, (boss di Alcamo, i corpi dei 2 vennero ritrovati dopo le dichiarazioni di un pentito ndr). Venne strangolata nonostante avesse implorato gli assassini di risparmiare la sua vita e quella del bimbo che portava nel grembo. I killer non ebbero pietà”.
La famosa foto di Brusca e i giudici siete riusciti a venderla bene? “Con Michele, nel pomeriggio, in agenzia, ragionammo davanti la foto per decidere cosa fare”.
Cosa decideste? “Era necessario andare a Milano, la piazza editoriale per eccellenza, e vendere lì la foto. Nel pomeriggio stampai le foto “esclusive” a colori e l’indomani quasi all’alba andai all’aeroporto. Il primo volo utile era alle 7. Atterrai a Malpensa e poi con un taxi mi recai, insieme ad un agente, nei vari giornali. L’esclusiva fu venduta al settimanale “Gente”.
Brusca, pochi giorni fa, è stato scarcerato. I pareri sono discordanti, la dicotomia c’è tutta. C’è chi è furente e parla di vergogna e di assassinio reiterato e chi, sebbene a malincuore, fa riferimento alla legge dello Stato che consente questo beneficio sulla pena. Lei cosa ne pensa? “Se Buscetta fosse stato ripagato a schiaffoni, nessuno avrebbe più collaborato. Il cortocircuito mentale a cui stiamo assistendo è provocato dal fatto che la vittima ha contribuito a fare delle leggi che sono andate a beneficio del carnefice. Per fortuna, però, le leggi si possono cambiare. Secondo me, il legislatore dovrebbe pensare a qualcosa di meno premiante per chi ha commesso omicidi di questo tipo e dovrebbe scontare la pena in carcere e il vantaggio dovrebbero essere le comodità della cella, penso alla TV alla musica, ai permessi frequenti e più elastici ma senza mai ottenere la scarcerazione fino alla fine dei suoi giorni. La gente non comprende e ha ragione: vede il carnefice libero e pure pagato dallo Stato”.
Il pericolo è che il messaggio recepito dalle nuove generazioni è che esista una certa impunibilità? “In America, uno come Brusca, non sarebbe mai più uscito dal carcere. Avrebbe avuto un ergastolo per ogni omicidio commesso. Qui il rischio è che passi l’idea dell’impunibilità è forte. Brusca, con più di 100 omicidiconfessati, se avesse ottenuto come premio per la sua collaborazione, più comodità in cella, già sarebbe stata una buona cosa ma doveva restare in carcere. Comunque, se modifica deve esserci della legge, è questo il momento per farlo”.
Brusca è perdonabile? “La Montinaro, moglie di uno degli agenti saltati in aria a Capaci, in TV ha dichiarato che non può essere perdonato uno così. Brusca è libero mentre lei porterà per sempre i segni della strage nel cuore”.
Tiziana Sferruggia PRIMA PAGINA MARSALA 4.6.2021
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