Nella sua querela l’ex generale del Ros contesta la ricostruzione che è stata fatta su “Uno,Bianca”, Trattativa Stato-Mafia e dossier Mafia- Appalti
Come reso noto da Il Dubbio, l’ex Ros Mario Mori ha depositato alla Procura di Roma un esposto querela contro la puntata di Report del 24 maggio, il servizio “Le piste nere” di Paolo Mondani rilanciato in studio da Sigfrido Ranucci. L’ex numero due del Ros, oggi indagato a Firenze, parla di un «attacco a 360 gradi» e chiede ai pm romani di valutare se ci sia diffamazione. L’atto è del 15 luglio, lo firma l’avvocato Basilio Milio.
Il primo blocco è sulla Uno Bianca, e riguarda il colonnello Michele Riccio: nel 1996, racconta, il Ros seppe da lui che Alberto Savi voleva collaborare e avrebbe parlato di altri omicidi, armi, connivenze con i servizi. Francesco Obinu lo incontrò e ne uscì «euforico»: tra i funzionari collusi, Savi avrebbe fatto il nome di Arnaldo La Barbera, «molto amico di Mario Mori». Secondo il colonnello Riccio il Ros lasciò cadere tutto per «delle direttive» di Antonio Subranni, legatissimo a Mori e amico di Calogero Mannino, Francesco Cossiga e Silvio Berlusconi. E Mondani chiude: il Ros di Subranni e Mori «non volle capire, nel 1996, se dietro la banda della Uno Bianca c’era il questore Arnaldo La Barbera».
In quel «non volle», Mori si sente accusato di averlo coperto: con La Barbera, dice, non ebbe mai rapporti. E Riccio, suo accusatore sulla mancata cattura di Bernardo Provenzano, non l’aveva mai detto prima.
Paolo Mondani ricorda le tre assoluzioni palermitane e torna al Sid. Di Matteo dice che nel 1975 l’ufficiale «viene allontanato repentinamente» perché nelle indagini padovane sul Golpe Borghese «era stato in qualche modo coinvolto». Il trasferimento lo firmò il generale Gianadelio Maletti, «ex piduista, condannato per i depistaggi di piazza Fontana», che prima di morire nel 2021 scrisse a Report: «Il capitano Mori era sospettato di contatti con la destra eversiva». Mori allega la nota caratteristica di Maletti del febbraio 1975: di destra eversiva non c’è traccia, Mario Mori viene allontanato perché accusato di aver espresso «giudizi non richiesti» sui superiori. Da giovane capitano gli aveva detto in faccia cosa pensava del suo ruolo nella Rosa dei Venti e nel Golpe Borghese, e la pagò cara.
Quel coinvolgimento, per la difesa, è falso: Masimo Giraudo ha spiegato che il dottor Tamburino cercava un capitano del Sid che aveva servito a Conegliano Veneto, indicato da Amos Spiazzi per il Golpe Borghese. Ottenne la foto di Mori, ma non era lui: Spiazzi lo conosceva di persona, Mori divenne capitano solo nel 1972 e a Conegliano non servì mai. Fu Mauro Venturi a servire in quel posto, suo superiore al Sid. Venturi torna nella puntata: per Di Matteo dalle sue dichiarazioni esce un proselitismo per affiliazioni in «una sorta di lista riservata della P2». Mori ragiona: negli elenchi di Castiglion Fibocchi c’erano Michele Sindona, Roberto Calvi, i capi dei servizi Vito Miceli e Maletti, ministri, magistrati. Se i nomi più pesanti d’Italia stavano lì, per chi erano le liste protette? Tra i carabinieri ci sono dodici capitani e Mori non c’è: c’è un Carlo Mori, omonimo.
Ciancimino e il caso Bellini
Delle dichiarazioni rese a Firenze nel 1997 Di Matteo parla come della «confessione» sull’avvio della trattativa, e descrive un comportamento da «spregiudicato uomo dei servizi» più che da ufficiale di polizia giudiziaria. Si tace, obietta la difesa, che Vito Ciancimino era una fonte confidenziale, con le prerogative dell’articolo 203.
Il servizio arriva all’inchiesta fiorentina, dove Mori è indagato per non aver impedito le stragi del 1993, e la aggancia a Luigi Baratiri, sedicente collaboratore del Sismi: vicenda che non lo riguarda, scrive Mori. Baratiri viene legato al capitano Labruna del Sid, che avrebbe reclutato Gianfranco Ghiron: lui e il fratello Giorgio, avvocato di Ciancimino, sarebbero «entrambi legati all’agente segreto Giancarlo Amici, nome di copertura di Mario Mori». Mori replica: Gianfranco glielo presentò il fratello Alberto, carabiniere, per la cattura di Gianni Nardi, e riferì tutto al giudice Arcai; Giorgio lo cercò nel 1993 perché Ciancimino voleva parlare con lui e con De Donno, colloquio autorizzato dal ministero e annunciato all’allora procuratore capo Giancarlo Caselli.
Baratiri dice di aver conosciuto un maresciallo Oronzi, alias di Paolo Bellini secondo un documento del Ros del 1992 agli atti a Firenze. Ranucci cita un atto del 2024 della Procura di Firenze, coperto da segreto istruttorio annota Mori, dove Bellini risulterebbe un riferimento del Sismi. E si torna al 1975, ai «contatti
troppo stretti con l’Ordine nuovo» emersi sulla Rosa dei Venti: passaggio smentito, ripete la querela, dallo stesso Giraudo, ospite di Report.
Poi l’accusa più pesante: nel 1991 Mori avrebbe infiltrato Bellini in Cosa nostra per recuperare opere d’arte, senza recuperarne nessuna. Nel servizio incriminato, voce di Paolo Mondani: «Cosa nostra stava cercando di trattare con lo Stato tramite il generale Mario Mori». E Bellini in video: «Siccome l’ok del colonnello Mori mi era stato dato di infiltrarmi, che cosa dovevo fare io, dire di no?».
La difesa risponde con la deposizione del maresciallo Roberto Tempesta. Gli disse subito che non poteva garantirgli nessuna infiltrazione, e Bellini insistette con gli attentati ai monumenti, le siringhe infette sulle spiagge, perfino la Torre di Pisa: «non sei legittimato tu a farlo?». Per il maresciallo era «un espediente di scarso spessore», e disse no. Poi andò da Mario Mori, di cui era stato autista nel 1979: un solo incontro, il 25 agosto 1992, un quarto d’ora. Mori «disse subito che la cosa era impraticabile, che i nomi rappresentavano il gotha dell’organizzazione mafiosa».
E nella requisitoria, la Procura di Palermo stessa escluse l’infiltrazione: «Da Bellini non c’andò nessuno».
Mafia e appalti, la doppia informativa
Attilio Bolzoni ricorda che i nomi dei politici «dentro il rapporto non c’erano» e che sarebbero usciti solo con il deposito della delega Sirap, nel settembre 92.
Caselli conferma le due informative, una senza i nomi e una con, e dice che la Procura non vide mai quello che pubblicavano i giornali. Mori risponde con l’archiviazione della gip nissena del 2000, dove quella teoria è stata fatta a pezzi, anche con le informative del 1990 date a Falcone e Lo Forte, con intercettazioni sui nomi di Lima, D’Acquisto, De Michelis. Quello di Mannino sta a pagina 824 di mafia appalti dato a Falcone nel febbraio 1991.
C’è poi l’archiviazione del luglio 1992 di Lo Forte e Scarpinato, che per Mondani riguardava «posizioni minori». Caselli legge la deposizione di Lo Forte del 2021: era «una tranche residuale priva di contenuti probatori» e Paolo Borsellino ne fu informato il 14 luglio.
Mori replica che nelle audizioni al Csm di quel luglio nessun magistrato lo disse, e che tra le posizioni «minori» c’erano i mafiosi dal calibro di Pino Lipari e Antonino Buscemi, sui quali il gip nisseno scrisse che l’archiviazione trascurava la rilevanza indiziaria delle partecipazioni societarie.
Senza parlare delle imprese di rilievo nazionale.
Sul geometra Li Pera, che per Mondani a Palermo «si era cucito la bocca» mentre a Catania escludeva la mafia negli appalti, Mori cita gli interrogatori: Li Pera disse ai pm etnei che i suoi avvocati avevano chiesto invano di farlo sentire a Palermo, ma che i pm palermitani non erano interessati.
Restano le cooperative rosse, che per il procuratore Paci nel rapporto del 1991 non c’erano.
Falso: la querela indica le pagine con Cmc di Ravenna, il Consorzio cooperative di Bologna e la «cooperativa comunista di Comiso».
Mori non ci sta alle ricostruzioni fuorvianti di Report. Chiede di essere convocato.
18.7.2026 IL DUBBIO Damiano Aliprandi

