Rosalinda Catalano aveva dodici anni quando perse il padre nella strage di via D’Amelio. Trentaquattro anni dopo quel 19 luglio 1992, ha deciso di raccontare per la prima volta la sua verità
L’ultima volta che è tornata in via D’Amelio, Rosalinda Catalano aveva 12 anni. Era passata circa una settimana dal 19 luglio 1992, giorno in cui suo padre, Agostino Catalano, caposcorta del giudice Paolo Borsellino, morì insieme al magistrato, alla collega Emanuela Loi e ai colleghi Eddie Walter Cosina, Vincenzo Fabio Li Muli e Claudio Traina. La strada era ancora tutta devastata. «La prima cosa che ho visto è stata la scarpa di mio padre», racconta Rosalinda Catalano che oggi di anni ne ha 46 e ha deciso di raccontare per la prima volta la sua storia nella docuserie I ragazzi delle Scorte, giunta all’ottavo episodio. «Vidi anche un brandello del suo spolverino rosso, ancora oggi so dov’erano entrambi gli oggetti ma da quel momento non sono più tornata in via D’Amelio perché mi fa troppo male». L’ultima immagina che Rosalinda custodisce del padre, invece, è un’altra. «Quella mattina avevamo deciso di andare a pranzo fuori Palermo perché lui non doveva essere di turno. Poi all’improvviso lo chiamarono e lo vidi uscire in tutta fretta, ricordo come fosse ieri la sua giacca rossa che svolazzava dietro di lui».
Rosalinda era seduta a terra, stava giocando: tra quella giacca rossa e quella scarpa rimasta sull’asfalto sventrato dal tritolo c’è una bambina che perde il padre e una donna che, trentaquattro anni dopo, trova la forza di raccontarlo. «Io ero innamorata di mio padre. Per me una roccia, mi piaceva guardarlo perché rideva con gli occhi. Una delle cose che amavamo di più fare insieme era passeggiare fino a Monte Pellegrino, il luogo che lui amava più di ogni altro. Da lassù osservavamo tutta Palermo in silenzio e poi, quasi come un rito, lui ripeteva la frase di Goethe: “Il promontorio più bello del mondo”». Rosalinda non ricorda più la voce di suo padre ricorda il suo fischiettare continuo, un suono che allora sembrava un’abitudine e che oggi è diventato il modo più semplice per sentirlo vicino. «Ancora oggi mi ritrovo a fischiettare: è come se mi parlasse».
Ma nel racconto di Rosalinda Catalano, che si alterna a quello di Salvatore Lopresti, agente della scorta del giudice Borsellino, ancora oggi in servizio a Palermo, non c’è solo dolore. C’è la restituzione di un uomo nella sua quotidianità. «Dopo la strage di Capaci, iniziò a portare me e i miei fratelli a fare sempre più spesso uscite insieme, era come se volesse inserire ricordi nella nostra mente, come se sapesse quello che rischiava ogni giorno. E lo sapeva». Dal 19 luglio 1992, quando ha trovato davanti la porta di casa così tante persone ad attenderla che non riusciva ad entrare, dopo avere trascorso la notte abbracciata alla bara di suo padre dentro al tribunale di Palermo, dov’era stata allestita la camera ardente, per Rosalinda è iniziata una vita fatta di assenze e dialoghi silenziosi. Ogni decisione importante, racconta, l’ha presa immaginando di chiedere consiglio a lui.
«Oggi ho deciso di raccontare perché mi sento più forte. Sento che quella porta che ho chiuso a chiave quando avevo dodici anni è arrivato il momento di aprirla. Ma non perdono chi ha ucciso mio padre, gli agenti della scorta e i giudici Falcone e Borsellino. Spero solo che un giorno si possano rendere conto di quanto male hanno provocato. Non ho mai perso fiducia nella giustizia perché sarebbe come tradire mio padre e il suo sacrificio, per questo sono certa che prima o poi la verità sarà stabilita nel suo complesso. Ho imparato a convivere col dolore ma ho imparato che ricordandola, una persona non muore mai».
La docuserie I Ragazzi delle Scorte, coprodotta dal Ministero dell’Interno – Dipartimento della Pubblica Sicurezza e dal Ministro per lo Sport e i Giovani, in collaborazione con 42° Parallelo, è disponibile su Raiplay.

