VIA D’AMELIO E PISTA NERA: per il CSM va archiviato l’esposto contro il Procuratore De Luca

 
 
22.7.2026 IL DUBBIO – di Damiano Aliprandi 

La Prima commissione del Consiglio superiore della magistratura ha proposto di archiviare l’esposto presentato dall’avvocato Luigi Li Gotti contro Salvatore De Luca
, procuratore della Repubblica di Caltanissetta. Al centro ci sono le dichiarazioni che il magistrato ha reso davanti alla Commissione parlamentare Antimafia nelle sedute del 9 dicembre 2025, del 10 febbraio e del 14 aprile 2026, dentro il filone d’indagine sulla strage di via D’Amelio.
La proposta, firmata dalla relatrice Maria Luisa Mazzola e approvata con il solo voto contrario del consigliere Tullio Morello, arriverà ora in plenum, dove togati e laici dovranno discuterla e votarla.
L’avvocato Li Gotti contestava questo.
Secondo l’esponente, il procuratore De Luca, parlando della cosiddetta “pista nera” legata alle stragi del 1992, avrebbe definito prive di consistenza alcune risultanze investigative e avrebbe taciuto un fatto: la richiesta di rinvio a giudizio depositata il 20 giugno 2024 nei confronti di Domenico Romeo, in concorso con Stefano Menicacci. Quel silenzio, sostiene l’avvocato, avrebbe reso incompleta l’informazione fornita alla Commissione, fino a integrare una falsità per omissione ai sensi dell’articolo 372 del codice penale.
La Prima commissione del Consiglio superiore della magistratura smonta la costruzione su due piani.
Il primo è che lo stesso avvocato Li Gotti, dopo aver spedito l’esposto a palazzo dei Marescialli, ha già presentato una denuncia alla Procura di Roma contro il procuratore De Luca, come riferito da Il Fatto Quotidiano il 2 luglio scorso. Avendo l’esponente già portato il fatto davanti all’autorità giudiziaria, il Consiglio non deve fare alcuna segnalazione.
Il secondo piano riguarda il merito. Le lamentele investono il contenuto e la completezza di dichiarazioni rese in una interlocuzione con il Parlamento, e chiederebbero al Csm di sindacare le valutazioni investigative di un magistrato, cosa che esula dalle sue competenze.
La sola strada che il Consiglio superiore della magistratura poteva imboccare era quella dell’articolo 2 del regio decreto legislativo del 1946, cioè il trasferimento d’ufficio per incompatibilità ambientale o funzionale. Per aprirla servono fatti che rendano impossibile a un magistrato lavorare con serenità in quella sede.
 
L’esposto, si legge, non indica alcun elemento concreto da cui dedurre che De Luca non possa più svolgere le sue funzioni con imparzialità e indipendenza.
Da qui la proposta di archiviazione.
 
Fin qui gli atti. Conviene però guardare a cosa serviva quell’esposto presentato dall’avvocato Li Gotti: di fatto a delegittimare una procura che non ha assecondato le narrazioni dietrologiche e ha scelto di guardare i fatti concreti.
Il procuratore De Luca ha approfondito fino in fondo il dossier mafia-appalti come concausa delle stragi, occupandosi anche della condotta di quel procedimento. È una lettura che tutte le sentenze su Capaci e via D’Amelio hanno certificato. Solo che a qualcuno la Storia non piace, e allora la si vuole riscrivere.
La colpa di De Luca sarebbe duplice: aver definito «aria fritta» la pista nera costruita sulle dichiarazioni di Alberto Lo Cicero e di Maria Romeo, e aver taciuto quel rinvio a giudizio del giugno 2024. Andiamo a vederlo, visto che dovrebbe essere la prova decisiva. Imputati sono Domenico Romeo, fratello di Maria Romeo, e l’ex parlamentare del Msi Stefano Menicacci, che di Stefano Delle Chiaie era stato l’avvocato.
L’accusa è di essersi messi d’accordo su cosa Domenico avrebbe dovuto raccontare ai magistrati: che non era mai stato in Sicilia con Stefano Delle Chiaie, che non era mai andato a Ragusa con lui. L’avvocato Menicacci gli suggeriva le risposte. Un processo per una presunta bugia, non la prova che Delle Chiaie abbia messo il tritolo a Capaci.
Ed è qui il nodo. Contestare a un uomo di aver mentito sui suoi rapporti con Delle Chiaie non equivale ad aver stabilito che Delle Chiaie sia tra gli esecutori delle stragi. Il procuratore De Luca può chiedere il processo a chi mente e al tempo stesso considerare «aria fritta» il racconto secondo cui quella conoscenza spiegherebbe le stragi.
Il rinvio a giudizio non riguarda la strage di Capaci. E allora cosa avrebbe nascosto il procuratore? Per giunta parliamo di atti pubblici, che la stessa commissione Antimafia possiede insieme al resto del fascicolo, nessun documento escluso.
Che la vicenda Lo Cicero-Romeo sia priva di fondamento non lo dice De Luca, lo stabilisce un giudice.
C’è persino un processo in corso per depistaggio a carico dei soggetti rilanciati da Report, accusati di aver spinto verso la pista nera.
Alberto Lo Cicero, del resto, è stato paragonato a Vincenzo Scarantino, il falso pentito da cui nacque il più grande depistaggio su via D’Amelio. È a quel modello che una certa antimafia, più vicina al pensiero new age che alla scientificità dei fatti, vorrebbe tornare? Va avanti così da decenni. E tutto ciò accade mentre emergono nuove carte di Paolo Borsellino pronte a essere desecretate dalla presidente dell’Antimafia Chiara Colosimo. Carte che dimostrerebbero l’ulteriore interesse del giudice sull’indagine che avrebbe voluto coordinare con Antonio Di Pietro. Ovvero unire mafia-appalti con tangentopoli e dargli il respiro nazionale che meritava in quel periodo ben preciso.
 
 

SALVATORE DE LUCA