Era stato Giovanni Falcone a dire pubblicamente che “la mafia era entrata in borsa” riferendosi alla “quotazione in borsa di società come quelle del gruppo Ferruzzi”.
Non solo il Giudice Falcone il 22 giugno del 1990 in Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia e sulle altre associazioni criminali similari aveva detto: “Allo stato, purtroppo o per fortuna le cose accadono tutte in una volta, stanno venendo a maturazione in questo momento i risultati di indagini svolte in almeno un biennio dai carabinieri di Palermo, con encomiabile professionalità, e sta venendo fuori un quadro della situazione che non esiterei a definire preoccupante. Possiamo ritenere abbastanza fondato che c’è almeno nella Sicilia occidentale una centrale unica di natura sicuramente mafiosa che dirige l’assegnazione degli appalti e soprattutto l’esecuzione degli appalti medesimi, con inevitabili coinvolgimenti delle amministrazioni locali sia a livello di strutture burocratiche sia a livello di alcuni amministratori”.
Per capire l’interesse di Paolo Borsellino nella questione mafia-appalti basta citare la sentenza del 1999 relativa al processo “Borsellino ter”. Eccola: “Non v’è dubbio sul fatto che l’interesse di Borsellino era incentrato sul tentativo di comprendere le scelte strategiche che avevano indotto quella consorteria mafiosa a porre in essere, dopo l’esito sfavorevole del Maxiprocesso, prima l’omicidio di Salvo Lima e poi la strage di Capaci”.
Era chiaro che l’omicidio di Lima “segnava la rottura – si legge nella sentenza – di una perversa alleanza tra il sodalizio mafioso ed uno dei più potenti esponenti politici siciliani”.
Per quanto riguarda invece l’attentato a Falcone, voleva occuparsene personalmente tanto da essere pronto a testimoniare riferendo fatti, episodi, circostanze, gli ultimi colloqui avuti con il suo fidato collega.
Ed è proprio in una commemorazione del 25 giugno 1992 sulla morte di Giovanni Falcone che Borsellino aveva detto: “In questo momento inoltre, oltre a magistrato, io sono testimone, sono testimone perché, avendo vissuto a lungo la mia esperienza di lavoro accanto a Giovanni Falcone, avendo raccolto degli elementi probatori che porto dentro di me, io debbo per prima cosa rappresentarli all’autorità giudiziaria che è l’unica in grado di valutare quanto queste cose che io so, non che io penso, che io so, possono essere utili alla ricostruzione dell’evento che pose fine alla vita di Giovanni Falcone”.
Alcune dichiarazioni dei collaboratori di giustizia avevano dimostrato che Borsellino aveva mostrato particolare interesse dopo la morte di Falcone alle inchieste riguardanti il coinvolgimento di cosa nostra nel settore degli appalti e “ciò non solo perché lo riteneva di fondamentale importanza per quella organizzazione ma anche perché convinto che potesse lì rinvenirsi una delle principali ragioni della strage di Capaci”. Nelle recenti carte della Procura di Caltanissetta si legge anche che la volontà di Borsellino, resa da lui pubblica in quell’evento, di rivolgersi all’autorità giudiziaria che indagava su Capaci avrebbe potuto spingere cosa nostra ad agire in fretta con il secondo attentato.
Inoltre Agnese Borsellino, moglie di Paolo, il 17 marzo 1998 davanti all’autorità giudiziaria di Caltanissetta, aveva riferito: “Dopo la morte di Giovanni Falcone mio marito, in più occasioni, mi ha manifestato il convincimento che potesse essere prossima anche la sua eliminazione. Non mi ha specificato i motivi di tale sua preoccupazione, anche se, più volte, seppure per accenni, soleva ripetere che cosa nostra lo avrebbe potuto uccidere non per vendette e solo quando altri lo avrebbero consentito. Più volte, ribadendo tale concetto, mi ha espresso il convincimento che l’attività di indagine più pericolosa, che poteva portare alla sua eliminazione, era quella che toccava gli interessi economici dell’organizzazione e di coloro che con l’organizzazione colludevano”. Ecco quindi che a far paura a cosa nostra poteva essere quanto scoperto da Falcone e Borsellino dietro le indagini di mafia-appalti.
Potrebbe non essere un caso che il giorno prima della strage di via D’Amelio, Borsellino aveva fatto prelevare dall’archivio del suo Ufficio il fascicolo che riguardava la morte di Luigi Ranieri e che era stato da poco archiviato. Dell’omicidio Ranieri, pochi giorni prima, aveva parlato con Borsellino il collaboratore di giustizia Leonardo Messina che aveva collegato il fatto di sangue al sistema di spartizione degli appalti presidiato da Angelo Siino. Ranieri infatti si era opposto al sistema degli appalti gestito da Totò Riina. E infine, in una riunione in Procura del 14 luglio 1992 Borsellino aveva fatto riferimento al procedimento mafia-appalti.
FONTE https://www.fanpage.it/ 19.7.2026

