PRESIDENZA CHIARA COLOSIMO
La seduta comincia alle 11.40.
Sulla pubblicità dei lavori.
PRESIDENTE. Avverto che, se non vi sono obiezioni, la pubblicità dei lavori della seduta odierna sarà assicurata anche tramite impianto audiovisivo a circuito chiuso, nonché via streaming sulla web tv della Camera.
Audizione di Sigfrido Ranucci, giornalista.
PRESIDENTE. L’ordine del giorno reca l’audizione di Sigfrido Ranucci in relazione all’attentato avvenuto nella notte tra il 16 e il 17 ottobre scorsi.
Ricordo che la seduta odierna si svolge nelle forme dell’audizione libera ed è aperta alla partecipazione da remoto dei componenti della Commissione.
I lavori potranno proseguire in forma segreta a richiesta dell’audito o dei colleghi. In tal caso, non sarà più consentita la partecipazione da remoto e verrà interrotta la trasmissione via streaming sulla web tv.
Prima di dare la parola a Sigfrido Ranucci, anche in questa sede, a nome di tutti i membri di questa Commissione, la nostra più sincera solidarietà e la più ferma condanna per quanto avvenuto.
La sua presenza qui dimostra che intendiamo stare al suo fianco di fronte a tentativi di intimidazione tanto gravi che non possono mai essere sottovalutati.
Grazie per la disponibilità. Le do la parola.
SIGFRIDO RANUCCI, giornalista. Grazie, presidente. Grazie a voi tutti per questa possibilità. Elenco brevemente quello che è successo dal 2010 in poi a causa del lavoro che svolgo per la RAI. Sono stato sotto forma di tutela a partire dal 18 maggio del 2010 fino al maggio del 2011 e poi ancora dal 18 novembre del 2018 fino al febbraio del 2019.
Finisco sotto tutela per una serie di inchieste che sono legate alla denuncia sulle attività della criminalità organizzata. La prima riguardava la fornitura di sabbia da parte di una cava che era legata alla famiglia Ercolano, famiglia legata a un boss condannato per le stragi, che lavorava con il silenzio-assenso della prefettura e forniva la sabbia al general contractor Pizzarotti all’epoca nella costruzione della Catania-Siracusa.
Vengo a sapere di questa situazione, denunciamo questa cosa in una trasmissione di Report ed Ercolano viene ascoltato dai magistrati. Vincenzo Ercolano era sotto intercettazione in quel momento e parlava della mia visita presso la cava con un signore che gestiva una squadra di killer. Vengo avvisato direttamente dalla procura di Catania, motivo per cui finisco sotto tutela dinamica questa volta per diversi anni. Dopodiché, il 5 gennaio del 2021 il collaboratore Francesco Pennino, che mi viene a relazionare in una vicenda che riguardava la strage in Francia del Bataclan, rivelandomi alcune cose, che io ho tenuto segrete per cinque anni, che riguardavano il rifugio dove si nascondeva Salah, l’unico terrorista che all’epoca non si era fatto esplodere. Mi diceva di aver assistito materialmente alla trattativa per l’acquisto dell’esplosivo, informazioni che io ho girato direttamente poi all’autorità giudiziaria. Non so neanche se fossero vere o meno. Alla domanda del perché lui si fosse rivolto a me e non alle istituzioni per denunciare questa cosa all’epoca, erano passate 48 ore dalla strage, lui mi disse che sostanzialmente si ricordava di me perché quando era in carcere a L’Aquila, nel carcere di massima sicurezza, nel reparto infermeria, aveva ascoltato l’ordine di uccidermi da parte dei Madonia e dei Santapaola, che erano in carcere in quel momento.
Era il 2010 ed era il periodo in cui era uscito il mio primo libro Il patto: La trattativa tra Stato e mafia nel racconto inedito di un infiltrato, cioè Luigi Ilardo.
Questa cosa me la dice nel 2015, quindi cinque anni dopo. Io fui anche ascoltato in questa Commissione per questa vicenda. Seppi, per via informale, dell’effettiva presenza di Pennino in quel carcere in quel momento, nel reparto infermeria e la coincidente presenza dei Santapaola e Madonia, ma non mi risulta sia mai stata fatta un’inchiesta successivamente per verificare la verità di quelle minacce.
Poi, nell’agosto del 2021, invece, finisco sotto scorta, vengo avvisato dall’attuale Ministro dell’interno, dottor Piantedosi, all’epoca prefetto di Roma, che ebbe l’accortezza di avvisarmi che nel carcere di Padova un narcotrafficante legato ad ambienti dell’estrema destra e della ‘ndrangheta aveva manifestato l’intenzione di rivolgersi a dei killer albanesi per uccidermi. Era stato oggetto di una nostra inchiesta.
Ci sono una serie di episodi legati a pedinamenti nel momento in cui incontro delle fonti, che sono stati documentati in questi anni dalla mia scorta e segnalati alla DIGOS, fino a che nel febbraio del 2022 vengo a conoscenza, dal collaboratore di giustizia Bonaventura, che io avevo intervistato per una inchiesta che riguardava l’infiltrazione della ‘ndrangheta nell’amministrazione veronese, una denuncia che è finita poi nella nostra inchiesta quando nel 2015 rilevammo la presenza della famiglia Giardino per la prima volta nell’amministrazione veronese che condizionava le elezioni e gestiva gli appalti, presenza della ‘ndrangheta che è stata negata per anni dall’amministrazione veronese, salvo poi essere stata invece confermata lo scorso anno dalla Corte di cassazione che ha sancito la presenza di una locale di ‘ndrangheta riferita proprio alla famiglia Giardino di cui noi parlavamo.
Bonaventura mi ha raccontato di minacce di morte di natura ‘ndranghetista raccolte nelle carceri che lui aveva frequentato, fatto di cui poi credo abbia informato anche la procura, il dottor Cascini, che credo abbia svolto delle indagini.
Ci sono state poi altre vicende di cui non vi tedio, perché sono state giudicate sempre minacce normali che possono accadere a chi fa un lavoro come il nostro.
Gli episodi più salienti, invece, risalgono al 2 giugno del 2024 quando, in seguito a una puntata dove abbiamo parlato delle stragi e ci siamo soffermati sul caso dell’uccisione dell’onorevole Moro e di Piersanti Mattarella, ricevo una e-mail da un indirizzo Proton Mail, quindi criptato, una minaccia: «Se dai altre informazioni sul caso Moro ti ammazziamo». Di questa lettera ho parlato poi con la DIGOS, so che è stata oggetto di approfondimento, ma non credo che ci siano stati degli esiti. Il particolare non trascurabile è che appena pochi giorni dopo, cinque giorni dopo, ricevo una telefonata. Scusate, prima troviamo dei proiettili della P38. Li trova il responsabile della mia scorta davanti casa, dietro a un cespuglio, sostanzialmente. Anche lì si usano delle modalità che ricordano molto la vicenda dell’ordigno del 16 ottobre, perché questo ritrovamento viene fatto la mattina successiva al mio rientro, mancavo da diversi giorni a casa. Vengono trovati dietro un cespuglio, in giardino, su cui viene fatta costantemente manutenzione, quindi è possibilissimo che siano stati posti la sera stessa o che siano addirittura caduti. Su questi proiettili non sono state trovate impronte.
Poi, il 7 giugno del 2024, al termine di una puntata di Report sull’Albania, sull’accordo del Governo Meloni con Rama sui centri dei migranti – nell’ambito di questa inchiesta avevamo parlato degli interessi dei narcotrafficanti albanesi che, insieme al cartello messicano di Sinaloa, avevano dato vita a una forma di riciclaggio che riguardava la presenza di resort e di concessioni in alcune località albanesi – alle 5 Pag. 4del mattino ricevo dei messaggi da un avvocato, Alexandro Tirelli, che era stato già legale del narcotrafficante Pablo Escobar. Questo avvocato, alle 5 del mattino, mi gira dei messaggi con alcuni legali rappresentanti del cartello di Sinaloa messicano, che gli chiedevano sostanzialmente di avviare un’attività di diffamazione, di dossieraggio nei miei confronti e che se non si fosse conclusa positivamente, per quello che riguardava ovviamente il loro punto di vista, ipotizzavano delle azioni repressive di natura fisica. Su questo ha indagato il pubblico ministero Cascini. So che è stato anche ascoltato questo avvocato, che è un avvocato anche abbastanza controverso.
Magari aspetto le domande della Commissione.
PRESIDENTE. Do la parola ai colleghi che intendono intervenire per porre quesiti o formulare osservazioni.
🟧 ROBERTO MARIA FERDINANDO SCARPINATO. Lei ha già fatto riferimento a una minaccia subito dopo la puntata di Report che riguardava il caso Moro. Le volevo chiedere una cosa. Dopo quella puntata, voi avete fatto altre puntate che riguardavano il collegamento tra il caso Moro e il caso Mattarella e vi siete occupati anche di piste investigative sulla eventuale partecipazione di soggetti esterni alle stragi del 1992 e del 1993.
Le chiedo se lei ritiene che ci possa essere una connessione tra l’attentato da lei subito e queste piste, tenuto conto che negli stessi giorni si è verificato un incendio nella casa produttrice di Magma, 42° Parallelo, un docu-film sull’omicidio Mattarella che sostiene la tesi della partecipazione di soggetti esterni.
Passo a una seconda domanda, e qui finisco. Se non ricordo male, mi corregga se sbaglio, dopo una puntata di Report che riguardava la Presidente del Consiglio Meloni in qualche modo, lei ha dichiarato di essere stato pedinato su richiesta del sottosegretario Fazzolari. Se ricordo male, mi corregga. Ci vuole raccontare meglio questo episodio e farci capire se ci può essere una connessione con quello che le è accaduto? Grazie.
SIGFRIDO RANUCCI, giornalista. Posso chiedere di andare in segreta e di allontanare i consulenti? Mi spiace non è per mancanza di rispetto.
PRESIDENTE. Propongo di passare in seduta segreta e prego cortesemente i consulenti di uscire dall’aula.
(Così rimane stabilito. I lavori proseguono in seduta segreta, indi riprendono in seduta pubblica).
PRESIDENTE. Ho iscritto il senatore Gasparri.
MAURIZIO GASPARRI. Più che una domanda, voglio leggere – gli sviluppi giudiziari sono sempre tanti in questo nostro Paese – l’agenzia ANSA del 22 maggio 2025, quindi relativamente recente, dal titolo «Strage di Capaci. Archiviata l’inchiesta sulla pista nera»: «Ci sono voluti» dice l’ANSA, non Gasparri «due anni per sviluppare l’ultimo capitolo d’indagine sulla bomba di Capaci e adesso la procura di Caltanissetta è arrivata a una conclusione ben precisa: “Nella fase ideativa ed esecutiva della strage del 23 maggio 1992 non ci fu il coinvolgimento di soggetti collegati ad ambienti della destra eversiva, tra cui il noto Stefano Delle Chiaie, uno dei fondatori della formazione politica Avanguardia Nazionale, della cui presenza a Palermo in epoca antecedente alle stragi del 1992 erano emerse tracce. Il GIP di Caltanissetta Santi Bologna ha condiviso le considerazioni del pool coordinato dal procuratore Salvatore De Luca e dall’aggiunto Pasquale Pacifico, archiviando il fascicolo”».
Lo scrive l’edizione di Palermo di Repubblica, cita l’ANSA a sua volta: «È certo, ha scritto il giudice nel provvedimento depositato il 23 aprile scorso» di quest’anno «che nessun elemento utile a ricostruire un ruolo di Delle Chiaie nella strage di Capaci possa trarsi dalle dichiarazioni dei testimoni ascoltati. A chiamare in causa Stefano Delle Chiaie era stato l’ex brigadiere dei carabinieri Walter Giustini, che sosteneva di aver saputo dell’estremista di destra dal mafioso Alberto Lo Cicero.Pag. 5
Anche la moglie di Lo Cicero, Maria Romeo, aveva sostenuto di avere ricevuto dichiarazioni importanti a proposito di incontri tra Delle Chiaie e il boss Mariano Tullio Troia nella primavera del 1992.
La donna aveva addirittura parlato di un sopralluogo di Delle Chiaie e di Alberto Lo Cicero a Capaci. Maria Romeo ha parlato anche di un colloquio tra Lo Cicero e Paolo Borsellino a Palazzo di Giustizia di Palermo dopo la strage di Falcone: “Lo Cicero mi disse di aver riferito a Borsellino che aveva accompagnato Delle Chiaie per un sopralluogo a Capaci, insieme a un altro soggetto”. Nei mesi scorsi Maria Romeo aveva pure rilasciato un’intervista a Report su questi temi, ma adesso la procura di Caltanissetta bolla come inattendibili le dichiarazioni della donna e anche quelle dell’ex brigadiere Giustini». Poi ci saranno altri sviluppi. Questo è un fatto che voglio che resti agli atti, come ne sono rimasti altri. Questa è la verità che finora si afferma. Spero che audiremo la procura.
Per quanto riguarda la ribadita e rinnovata solidarietà, mi auguro che si individuino i colpevoli e che l’audizione di oggi ci offra e offra agli inquirenti – noi non siamo in grado di fare indagini – elementi, e la ringrazio, perché le cose che ha detto possono essere utili.
Per quanto riguarda il riferimento che ha fatto a me, non so quanto sia il numero delle denunce. Feci un’interrogazione per sapere perché giacevano nei cassetti, dormono nei cassetti.
SIGFRIDO RANUCCI, giornalista. Le posso assicurare che non dormono nei cassetti e che l’interrogazione l’ha posta male, se mi consente, con tutto il rispetto, perché, come ben sa, da giornalista e da politico, la competenza territoriale delle cause per diffamazione che riguardano la televisione è di competenza della residenza del diffamato. Può chiedere al suo collega Flavio Tosi: solo dalla sua ne sono scaturite diciannove a Verona. Tutte archiviate, mentre lui è stato imputato di diffamazione nei miei confronti e condannato in primo grado.
MAURIZIO GASPARRI. Ci sono anche indagini in corso su altre vicende che la riguardano.
SIGFRIDO RANUCCI, giornalista. Meno male, non mi annoio.
PRESIDENTE. Torniamo sull’argomento dell’audizione.
SIGFRIDO RANUCCI, giornalista. Vorrei dire che, in merito a quello che ha detto l’onorevole Gasparri sulla vicenda di Borsellino e Stefano Delle Chiaie…
PRESIDENTE. Colleghi, il silenzio in aula è dovuto.
SIGFRIDO RANUCCI, giornalista. …devo dire che successivamente sono emersi nuovi elementi. Do l’appuntamento alla prossima puntata di Report.
MAURIZIO GASPARRI. Ciò che ho detto è vero o è falso, secondo lei? Io ho letto una dichiarazione ANSA.
SIGFRIDO RANUCCI, giornalista. Guardi una delle prossime puntate di Report.
MAURIZIO GASPARRI. Quella è la procura, io ho citato la procura, vale almeno quanto Report.
SIGFRIDO RANUCCI, giornalista. Si sbagliano i giornalisti o sono incomplete alcune indagini giornalistiche o delle procure.
MAURIZIO GASPARRI. Io ho citato l’ANSA e la procura. Ne prendiamo atto.
PRESIDENTE. Ci sono domande in pubblica, a parte quelle che vuole fare il presidente? Perché do la priorità ai membri, se ci sono. Prego, onorevole Serracchiani.
DEBORA SERRACCHIANI. Grazie, presidente.
Sull’ordine dei lavori, per stigmatizzare una certa allusione minacciosa che ci è parso di ascoltare da questa parte.
PRESIDENTE. Io non l’ho colta, sennò sarei intervenuta. Non credo fosse una minaccia. Vero, senatore Gasparri?
Non sono assolutamente tollerate allusioni di alcun tipo.
L’avviso di garanzia non lo può dare il senatore Gasparri. Non penso che questo sia il tema.
Vista l’importanza di questa audizione, rimarrei sulla serietà che fin qui l’ha contraddistinta, sia per rispetto di chi ha subìto…
Onorevole Serracchiani, mi faccia parlare.
DEBORA SERRACCHIANI. Se un commissario parla sull’ordine dei lavori…
PRESIDENTE. Ho già detto che non sono tollerate minacce.
DEBORA SERRACCHIANI. Benissimo.
PRESIDENTE. Non potete interpretare.
DEBORA SERRACCHIANI. Però non interpreti neanche l’intervento che abbiamo fatto noi.
PRESIDENTE. Infatti, non ho interpretato. Ho chiesto specificatamente…
DEBORA SERRACCHIANI. Abbiamo detto che ci sono state delle allusioni che ci sono parse minacciose. La serietà sta da una parte e, indubbiamente, anche dall’altra.
PRESIDENTE. Senza dubbio, onorevole, ma la devo garantire io questa serietà, quindi ho voluto appurare che non vi fossero alcun intento e alcuna allusione. Una volta appurato, voglio tornare su un’audizione che deve rimanere seria, perché parliamo di un fatto grave che non può essere in alcun modo sottovalutato o deviato su altri argomenti, a mio avviso.
Prima di andare oltre, se ci sono altre domande, vorrei porne una io. Nell’elenco dei gravi episodi che l’hanno vista, purtroppo, protagonista di intimidazioni, non abbiamo parlato del dopo il 16 ottobre. La domanda è: da quel momento non ha più ricevuto intimidazioni, al netto del fatto che sotto casa era impossibile, perché per fortuna è ben tutelato, ma anche a proposito di messaggi mandati, e-mail, tutto quello che lei fin qui ha citato? Da quel giorno lei non ha più ricevuto minacce?
SIGFRIDO RANUCCI, giornalista. Nessun episodio particolare da segnalare.
PRESIDENTE. Questo, ovviamente, rispetto alle indagini in corso, poteva essere un motivo di approfondimento.
In riferimento alla zona in cui lei abita, a cui ha fatto riferimento prima, che può essere legata a fibrillazioni di Ostia, dove peraltro la Commissione è da poco andata, si è fatto riferimento alla polvere dei fuochi d’artificio relativamente all’ordigno che le è stato posto sotto casa. Al netto del materiale, che poi ci dirà la procura, perché non spetta ai giornali ricostruire questo, lei ritiene che sia legato evidentemente ad alcuni lavori che ha fatto, probabilmente, ma ritiene anche che possa avere dei mandanti? Nel senso, chi è stato mandato sotto casa poteva anche essere un singolo esagitato, ma spinto da qualcun altro? Questo fa molto la differenza.
SIGFRIDO RANUCCI, giornalista. A differenza di tutti gli altri episodi che ho citato, che sono legati a inchieste ben particolari o, comunque, sono accaduti successivamente, su questo contesto non so veramente che cosa pensare e a che cosa attribuirlo. Da quello che mi risulta, stiamo parlando di qualcosa di diverso dai fuochi d’artificio, come qualche giornalista ha tentato di far passare questa vicenda. Addirittura ho letto che qualcuno ha detto che la bomba non era diretta a me, forse a mia figlia. Non so che cosa pensare. So che anche nella chat di un giornale, anche abbastanza serio, qualcuno ha ipotizzato che mi fossi fatto l’attentato da solo. Sarei stato talmente scemo da piazzarlo nell’unica macchina che non era assicurata per incendio e atti vandalici.
Al di là di tutto questo, sta emergendo che l’ordigno, invece, era qualcosa di un po’ Pag. 7più rudimentale. Poi vedremo la natura della polvere pirica, ma si parla di un quantitativo di esplosivo abbastanza importante. Sottolineo ancora una volta il fatto che non si è evidenziato abbastanza che quelle erano delle macchine a gas che, se esplose, abbiamo visto quello che è successo, purtroppo, nel caso dei carabinieri a Verona, avrebbero buttato giù la palazzina.
PRESIDENTE. Le ho fatto questa domanda perché in quella zona, oltre a diverse esplosioni, c’è un gran traffico d’armi, quindi le due cose potrebbero tranquillamente, purtroppo, essere legate e avere lo stesso filo conduttore, sul quale la Commissione ha il dovere di andare a fondo.
Senatore Scarpinato, prego.
ROBERTO MARIA FERDINANDO SCARPINATO. Grazie, presidente.
Nell’esposizione dei fatti lei ha fatto riferimento a un particolare, secondo me, importante. Ha detto che mancava da casa da quattro giorni, che non aveva avvisato i suoi familiari del rientro e che soltanto alle ore 21 ha mandato un messaggio – se ho capito bene – ai suoi familiari. Quindi, non ha fatto una telefonata, ha mandato solo un messaggio? Se è così, tenuto conto che nessuno poteva sapere che lei rientrava a casa quella sera, come è possibile che abbiano potuto collocare l’esplosivo proprio poco dopo che lei è rientrato?
SIGFRIDO RANUCCI, giornalista. Questo, infatti, è uno degli oggetti dell’indagine. Io ho avvisato con un messaggio la scorta all’ultimo momento perché mi ero riservato la possibilità di partire da Rocca Massima, dove mi trovavo, in provincia di Latina, appena terminato il mio lavoro. Quindi, ho informato all’ultimo momento. Avevo dato orientativamente un orario di massima, ma per l’orario definitivo ho mandato un messaggio alla scorta dicendo di venirmi a prendere alle 21. Quindi, è stato comunicato quasi a ridosso della mia partenza. Questo è uno dei problemi.
L’altra coincidenza, ora che mi ha ricordato questo fatto, è che io qualche giorno prima, due-tre giorni prima, avevo lanciato i temi delle puntate attraverso il mio profilo social.
ROBERTO MARIA FERDINANDO SCARPINATO. Quali erano?
SIGFRIDO RANUCCI, giornalista. Abbiamo detto che avremmo parlato dell’eolico e dell’infiltrazione della ‘ndrangheta, del cantiere dove abbiamo ritrovato la mitraglietta, del fatto di Banca Progetto, di alcune inchieste che avrebbero riguardato le stragi, che saremmo ritornati sulle stragi. Insomma, il solito sguardo di Report.
PRESIDENTE. Ci sono altri colleghi? Prego, onorevole Serracchiani.
DEBORA SERRACCHIANI. Grazie, presidente.
Vorrei tornare solo su una questione che lei ha accennato e che a me sfugge: il tipo di tutela che le viene in questo momento garantita che, come chiedeva prima il collega, è stata correttamente rafforzata. Ci può spiegare come funziona? Cambiano le persone, la modalità con cui lei le informa, i tempi con cui queste persone le sono vicino? Grazie.
SIGFRIDO RANUCCI, giornalista. Io sono passato da una tutela di quarto livello, che sono due persone con una macchina normale, a una macchina blindata con il posto fisso dove io alloggio, soggiorno, quando ci sono. Davanti alla mia abitazione in questo momento c’è l’Esercito e la macchina è blindata.
Le persone sono quasi sempre le stesse, nei confronti delle quali ho massima fiducia. Anzi, colgo l’occasione per ringraziare gli uomini della Polizia di Stato, ma anche i Carabinieri che trovo sul posto dove vado spesso a presentare il libro, perché giro abbastanza, che mi hanno sempre garantito la massima sicurezza.
DEBORA SERRACCHIANI. Grazie, presidente. Volevo che fosse chiaro anche questo aspetto. I tanti di noi che sono passati da una tutela di questo tipo è nelle forze dell’ordine che trovano molto spesso quella Pag. 8rassicurazione che può mancare, purtroppo, in vicende di questo tipo.
SIGFRIDO RANUCCI, giornalista. Infatti, sono stati loro a trovare i proiettili, per esempio, perché hanno l’accortezza di fare una bonifica.
L’altra cosa singolare, tornando alla domanda dell’onorevole Scarpinato, è che la scorta non va via subito. Loro sono rimasti lì un po’. Fanno sempre un giro, e si sono allontanati. In quel momento ero sotto la scorta di Latina, di Cisterna, perché venivo da fuori, non era la solita, diciamo così, quindi hanno anche aspettato che andasse via, secondo me, la scorta.
PRESIDENTE. Prego, senatore Sallemi.
SALVATORE SALLEMI. Grazie, presidente.
La ringrazio, dottor Ranucci. Una domanda sempre sulla tutela: la sua famiglia è controllata, preferisce che venga fatto, c’è una forma di tutela anche nei loro confronti?
SIGFRIDO RANUCCI, giornalista. Devo dire che la preoccupazione più grande adesso è per loro. Non è semplice vedersi far saltare in aria due auto davanti casa, però sono sufficientemente forti da riprendere le attività con la normalità, così come hanno fatto immediatamente. Grazie per la sua sensibilità.
PRESIDENTE. Colleghi, in conclusione, nel ringraziare anche per gli spunti investigativi che ci ha dato Sigfrido Ranucci, la Commissione potrà sicuramente fare richiesta di alcuni atti che sono emersi sia in seduta pubblica che in segreta, per approfondire.
Approfitto per chiedere di informare anche la Commissione, oltre che l’autorità giudiziaria, laddove dovessero emergere nuove minacce, per permetterci di seguire e verificare che nessuno si approfitti di un relativo silenzio per continuare a mettere i bastoni tra le ruote di un giornalista. Quando si fa un’intimidazione in genere il tentativo è o cercare di zittirlo – e non mi sembra sia il suo caso – oppure mandare un messaggio su che cosa non andava fatto. Questo messaggio, al momento, non è chiaro a nessuno quale volesse essere, cioè quale era l’inchiesta o quale era il motivo per cui lei doveva smettere di parlare. Se lei avrà motivo di capirlo e ce lo dirà sarà un lavoro in più anche per la Commissione.
SIGFRIDO RANUCCI, giornalista. Grazie a tutti.
PRESIDENTE. Dichiaro conclusa l’audizione.
La seduta termina alle 12.45.