- Audio deposizioni nei processi
- 10.3.2009 CANDURA SALVATORE – Interrogatorio
- 1.12.1997 – Le dichiarazioni di CANDURA SALVATORE
- Audio esame Candura… Scarantino mi chiese il furto dell’auto
- Strage di via d’Amelio, assolto uno dei falsi pentiti
- Mafia, operazione Dia: in manette Candura, l’uomo della 126 di Borsellino
- VIA D’AMELIO – Salvatore Candura, falso pentito, mentì sul furto della 126 e depistò le indagini: ora chiede un risarcimento allo Stato
- SALVATORE CANDURA, la seconda vita criminale del falso pentito di via D’Amelio
- 13 marzo 2013 Strage via d’Amelio, 15 anni a SPATUZZA Al rito abbreviato condannati anche Tranchina (10 anni) ed il falso pentito Candura (10 anni)
- 9 gennaio 2015 Ridotte le condanne per FABIO TRNCHINA e SALVATORE CANDURA
- Depistaggio via d’Amelio, quella relazione a firma La Barbera con il nome di Candura
La Cassazione annulla la condanna per calunnia a Salvatore Candura
E’ l’uomo che aveva detto di aver consegnato la Fiat 126 utilizzata nella strage del 19 luglio 1992 all’ex picciotto della Guadagna Vincenzo Scarantino. Dichiarazioni smentite molti anni dopo dall’ex boss di Brancaccio Gaspare Spatuzza.
Per Salvatore Candura, quindi, la Suprema Corte ha deciso che “il fatto non sussiste”. La condanna (in appello) a nove anni, per calunnia, nell’ennesimo processo sull’eccidio nel quale morirono il giudice Paolo Borsellino e i cinque agenti di scorta, è stata quindi annullata senza rinvio.
Il 13 marzo 2013, lo stesso Candura era stato condannato con rito abbreviato a 12 anni per calunnia aggravata assieme ai collaboratori Gaspare Spatuzza (15 anni) e Fabio Tranchina (10 anni). Secondo i giudici l’ex sodale di Scarantino avrebbe mentito ai magistrati con dichiarazioni che in precedenti processi avevano portato a condanne di persone estranee alla strage di via D’Amelio. Il filone d’inchiesta era nato dalle dichiarazioni di Spatuzza che avevano portato anche alla scarcerazione di mafiosi e presunti mafiosi già condannati in via definitiva a seguito delle dichiarazioni del falso collaboratore Vincenzo Scarantino.
Antefatto Il 29 settembre del ’92 veniva arrestato Vincenzo Scarantino, poche ore dopo l’arresto l’allora procuratore di Caltanissetta Giovanni Tinebra si era lasciato andare ad esternazioni entusiastiche. “In un primo tempo si era pensato che l’auto imbottita fosse una Seat Marbella. Ma raccogliendo dei pezzi in via D’Amelio, tecnici e periti hanno ricostruito la 126 bianca (in realtà di coloro rosso amaranto, ndr). Quest’auto era stata rubata da tre giovani, arrestati il mese scorso dalla Squadra Mobile per avere tentato di violentare una ragazza. Due di questi sono parenti della proprietaria della 126 e sono ancora detenuti in carcere”. Si trattava di Luciano Valenti e Salvatore Candura, di 28 e 31 anni, e di Roberto Valenti, di 20 anni, nipote di Luciano. Alcuni giornalisti avevano chiesto a Tinebra come fosse stato possibile che Cosa Nostra si fosse affidata ad un balordo per compiere una strage. Il procuratore di Caltanissetta aveva replicato senza indugi: “non ci siamo posti la domanda. I fatti, secondo noi, si sono svolti in un certo modo. Scarantino non è uomo di manovalanza”.
La trattativa Nella requisitoria in abbreviato gli inquirenti avevano sottolineato come “Paolo Borsellino sapeva della trattativa che apparati dello Stato avevano avviato con Cosa Nostra tramite Vito Ciancimino. Totò Riina lo riteneva un ‘ostacolo’ alla trattativa con esponenti delle istituzioni, che gli ‘sembrava essere arrivata su un binario morto’ e che per questo il capo di Cosa Nostra voleva ‘rivitalizzare’ con la strage”. Secondo l’ex procuratore aggiunto di Caltanissetta, Nico Gozzo, le dichiarazioni di Spatuzza “erano state pienamente sincere. Confessioni che sono riscontrate e che hanno permesso alla Procura non solo di ricostruire in maniera più dettagliata la dinamica della strage, ma anche di scoprire che in carcere vi erano degli innocenti”. Decisamente importante anche l’apporto di Fabio Tranchina che aveva indicato in Giuseppe Graviano l’uomo che avrebbe schiacciato il pulsante che ha fatto esplodere l’autobomba in via D’Amelio.
L’appello Il 9 gennaio di quest’anno le condanne per Fabio Tranchina e per Salvatore Candura erano state ridotte in appello. Candura era stato condannato per calunnia a 9 anni dalla Corte d’Assise d’Appello di Caltanissetta per le sue dichiarazioni ritenute false. Fabio Tranchina era stato invece condannato a 7 anni e 6 mesi per strage, per aver partecipato alla fase esecutiva dell’attentato in via D’Amelio. La condanna a 15 anni di Gaspare Spatuzza non era stata invece appellata.
Ombre sul depistaggio L’assoluzione di Candura si interseca con le indagini per depistaggio nei confronti dei tre ex agenti di polizia del pool Falcone e Borsellino. Come è noto per Vincenzo Ricciardi, Mario Bo e Salvatore La Barbera la Procura di Caltanissetta ha chiesto l’archiviazione. Dal canto suo Candura aveva dichiarato agli inquirenti di aver subito minacce e pressioni, per fornire una determinata versione dei fatti, dagli stessi poliziotti indagati. A tuttoggi si è ancora in attesa di conoscere la decisione del Gip. di Lorenzo Baldo ANTIMAFIA DUEMILA 1.12.2005
Dalla SENTENZA BORSELLINO BIS
Appare opportuno muovere dalle dichiarazioni di Candura Salvatore sia perché si tratta delle prime dichiarazioni di carattere confessorio che hanno consentito di avviare le indagini sul gruppo mafioso che ha organizzato ed eseguito la strage oggetto del presente giudizio, sia perché dette dichiarazioni, oltre a risultare, come si vedrà più avanti, oggettivamente riscontrate, provengono da un soggetto che non si è reso responsabile di gravi fatti di sangue ed il cui “pentimento” appare più stabile e sicuro in quanto fondato non tanto su bassi calcoli utilitaristici o sulla speranza di sottrarsi ad una pesante condanna, quanto piuttosto sulla paura, umanamente comprensibile, di essere stato coinvolto in modo inconsapevole in un gioco troppo grosso e di trovarsi esposto insieme ai familiari ad un livello di rischio certamente non proporzionato alla reale gravità dei reati commessi.
Ciò premesso, va osservato che Candura Salvatore, esaminato all’udienza dell’1.12.1997 ai sensi dell’art. 210 c.p.p., ha cominciato a collaborare nel settembre – ottobre 1992 e si è autoaccusato del furto della vettura fiat 126 usata per la strage di via D’Amelio.
Particolarmente inquietanti e significativi appaiono i contatti del Candura con la famiglia di Scarantino Vincenzo prima dell’inizio della collaborazione di quest’ultimo, poiché il Candura ha riferito che nel corso della sua collaborazione la moglie lo aveva lasciato per tornare a Palermo, ove era stata spesso avvicinata dai familiari di Scarantino che avevano fatto pressioni perchè il marito ritrattasse, promettendogli di pagare l’avvocato.
Ha riferito, inoltre, che, mentre la moglie si trovava a Bologna presso la casa del cognato Guagenti Carmelo, la figlioletta al telefono gli aveva detto che c’era “Cacantino “ e lui aveva capito che la moglie aveva ricevuto la visita di Scarantino Rosario, il quale aveva cercato di convincerla a far ritrattare le accuse nei confronti del fratello, precisando che il cognato Guagenti aveva un cantiere dove spesso aveva visto gli Scarantino.
Ha dichiarato di essere andato ad abitare in zona Guadagna circa 4- 5 anni prima del 1992, a circa 100 metri di distanza dall’abitazione degli Scarantino, di essersi occupato anche a livello professionale di fotografia e filmini e di avere lavorato in occasione di riunioni e cerimonie familiari, feste rionali e religiose ed altro, di avere conosciuto Tomaselli Salvatore.
Era stato quest’ultimo quello che lo aveva presentato a sua volta a Scarantino Vincenzo, il quale, insieme a Tomaselli gestiva un grosso giro di droga e gli era stato indicato come persona che apparteneva a “ gente di rispetto “ , tra cui il cognato Salvatore Profeta.
Ha riferito di avere con il tempo guadagnato la fiducia di Scarantino Vincenzo e dei suoi fratelli, venendo incaricato spesso di prelevare stupefacente ovvero di procurare delle autovetture.
In particolare quando veniva incaricato di rubare delle autovetture gli veniva specificato il tipo di autovettura richiesta e, a seconda delle dimensioni, gli veniva poi consegnata come compenso la somma di lire 500.000, se di grande cilindrata, o di lire 200-300.000 se di piccola cilindrata, inoltre in alcune occasioni al momento dell’incarico gli era stata data una chiave che riusciva ad aprire ed a mettere in moto tutte le auto.
Le vetture rubate venivano portate dal Candura in un vicolo vicino l’abitazione della madre degli Scarantino, ovvero in un magazzino sito in una strada che da via Buonafede porta a corso dei Mille, che passa sotto il ponte del fiume Oreto. Tale magazzino era composto di vari locali, una stanza era destinata agli animali ed in particolare ad i maiali, in un’altra c’erano un letto un tavolo ed una sedia ed in una parete c’era un “blocchetto“ o botola dove Scarantino conservava la droga ed anche varie armi, nel magazzino spesso aveva trovato, oltre ai fratelli Scarantino, Salvatore Tomaselli, e tale Michele Aglieri, che si occupava di smontare i pezzi delle autovetture rubate, nonché altra gente che alcune volte aveva ripreso con la telecamera ma il cui rullino era stato restituito.
Le macchine venivano da lui rubate personalmente ma a volte mandava altri spacciatori, in ogni caso nel magazzino di Paganello i fratelli Scarantino si occupavano di farle a pezzi o alterarne i documenti o mandarle all’estero. Ha dichiarato di avere rubato in tutto circa 50-60 auto, anche se in sede di contestazione è emerso che durante precedenti fasi il Candura ha dichiarato di averne rubato 20-30. Ha aggiunto che solo raramente gli era capitato di rubare delle auto senza specifico incarico degli Scarantino e che in un’occasione era stato rimproverato ed gli era stato ordinato di restituire la macchina rubata perché era di un “amico”.
A proposito della strage di via D’Amelio ha dichiarato che una sera verso le 20-21 nei primi di luglio del 1992 aveva incontrato Tomaselli Salvatore e Scarantino Vincenzo, quest’ultimo lo aveva incaricato di procurargli un’auto di piccola cilindrata, anche in cattive condizioni, purchè funzionante, e gli aveva promesso 500.000 lire dandogli subito la somma di 150.000 lire (composta da due biglietti da 50.000 e cinque da 10.000), nonché uno “spadino” per aprire le portiere e mettere in moto le macchine, e fissandogli un appuntamento per la consegna in una traversa di via Roma vicina a via Cavour alle ore 23.00.
A seguito di contestazioni della difesa è emerso che il Candura aveva precedentemente dichiarato che lo Scarantino gli aveva espressamente detto che l’auto serviva ad un suo amico per prendere dei pezzi.
In ogni caso Candura era andato con la sua moto prima da Valenti Roberto, al quale era molto legato essendo questi suo figlioccio, poi si era recato in via Oreto nuova, aveva parcheggiato la moto presso una zia che abitava nei pressi ed aveva preso la autovettura di Valenti Pietrina, una 126 bordeaux in cattive condizioni d’uso che aveva qualche problema con l’accensione. In particolare aveva aperto lo sportello, aveva messo in folle ed era uscito dal viale lungo circa tre metri a marcia indietro ed a motore spento per non fare rumore, poi, con qualche difficoltà, aveva messo in moto e si era avviato verso il luogo dell’appuntamento, passando per via Oreto nuova, via Oreto vecchia , la stazione ferroviaria e via Roma. Aveva scelto la macchina della Valenti perché, se fosse stato sorpreso o fermato, avrebbe potuto dire che si trattava dell’auto prestatagli da un’amica.
Dopo il furto dell’auto si era recato nel posto convenuto, qui aveva trovato ad aspettarlo Scarantino a bordo di una vespa bianca che il Candura aveva riconosciuto come quella solitamente usata dal Tomaselli ed in compagnia di un’altra persona che aveva cercato per tutto il tempo dell’incontro di restare nella parte buia della strada e di non farsi riconoscere.
A tal proposito il Candura ha detto di non essere sicuro dell’identità di quest’individuo, ma di avere pensato che fosse Tomaselli, cosa non detta prima per mancanza di sicurezza sul punto, in ogni caso ne ha fornito una precisa descrizione: di altezza tra il metro e cinquanta/sessanta, viso scuro e capelli ricci, portava una camicia celeste (a seguito di contestazioni è emerso che poteva trattarsi di un giubbotto), un bracciale, una collana tipo Cartier ed un anello al mignolo con brillantini. A seguito di specifiche domande anche della difesa ha ammesso di non avere mai fatto caso se Tomaselli portasse gioielli o meno.
Candura in dibattimento ha dichiarato che, dopo la consegna, Scarantino lo aveva allontanato con una certa fretta ed era andato via a bordo della vespa, mentre l’altra persona si era allontananta a bordo della macchina. Dopo ripetute contestazioni è emerso che era stato Scarantino a salire subito sulla vettura rubata ed a partire in direzione di via Messina Marine, preceduto dalla vespa guidata dall’altra persona. Il Candura era tornato a piedi nel posto dove aveva lasciato la moto ed aveva impiegato circa due ore e mezza.
A proposito del luogo della consegna Candura ha avuto alcune incertezze nel descrivere l’esatta ubicazione della via, in ogni caso è emerso, anche in sede di contestazioni, che si trattava della via Ammiraglio Gravina, traversa di via Roma, dove c’era una casa abitata da prostitute ed omosessuali e dove spesso lo stesso Candura aveva accompagnato Scarantino.
Ha precisato che era la prima volta che Scarantino gli aveva chiesto di lasciare una macchina rubata in una zona diversa dalle solite.
Ha dichiarato che il compenso promessogli per il furto non gli era stato mai dato, e che in una sola occasione Scarantino, oltre a dargli denaro, lo aveva pagato con della sostanza stupefacente.
A seguito di contestazione emergeva, però, che anche in occasione del furto della 126 in questione aveva ricevuto della droga come parte del compenso.
Subito dopo il furto Valenti Pietrina gli aveva chiesto di adoperarsi per farle riavere l’auto, facendogli intendere di avere sospetti su di lui. Candura aveva fatto finta di cercare l’auto insieme a Valenti Luciano, pregando Valenti Roberto di convincere la sorella a non sporgere denuncia per il furto.
Particolarmente significativo appare quanto riferito dal Candura riguardo al periodo successivo alla esecuzione della strage. Infatti, ben presto il Candura aveva intuito che la macchina utilizzata poteva essere quella da lui sottratta alla Valenti ed aveva più volte contattato Scarantino per manifestargli la sua preoccupazione, questi aveva reagito bruscamente e gli aveva raccomandato di non parlare a nessuno della cosa, ma al contempo lo aveva pesantemente minacciato, con ciò confermando in modo inequivoco la fondatezza dei sospetti nutriti dal Candura:
Imp. CANDURA S.: – no, mi sembra l’indomani, o la sera o l’indomani. Non ricordo bene con precisione. Quando gli ho detto: “Ma non facciamo che la mia… perché hanno detto che si tratta o di una 126 o di una 500, non facciamo che la mia macchina l’amico tuo l’ha utilizzata per fare la strage”. Quando gli ho detto così, lui è saltato in aria, nel senso di dirmi: “ma che dici? Non dire più questo, mi raccomando, non parlare con nessuno, stai attento”. Gli ho detto: “Ma scusa, perché ti stai agitando così, che motivo hai?”. “No, tu non devi dire niente. Tu non hai dato niente a nessuno. Non parlare con nessuno”. “Ma io con nessuno parlo, con chi devo parlare?” Però questa sua reazione mi ha dato atto a intendere che questa macchina forse era stata usata per questo, per commettere tale eccidio. Io iniziai a preoccuparmi.
P.M. DOTT. DI MATTEO: – ma lei la prima volta, quando glielo disse la prima volta, ha detto all’indomani della strage?
Imp. CANDURA S.: – sì. La sera o l’indomani.
P.M. DOTT. DI MATTEO: – aveva già dei sospetti sul fatto che potesse essere stata utilizzata quella macchina per la strage oppure lo disse tanto per dirlo a Scarantino?
Imp. CANDURA S.: – no, l’ho detto così, cioè l’ho detto nel senso che gli ho dato la notizia: “Hai sentito cosa è successo, la strage in via D’Amelio? Addirittura hanno detto che si tratta forse o di una 126 o 127 o 500. Ma non facciamo che l’amico tuo la macchina che gli abbiamo dato ha fatto questa strage”. Quando gli ho detto questo, lui è saltato in aria. Mi ha preso: “non parlare, con nessuno, stai attento”. “Ma perché ti stai agitando così, scusa? Quale è il motivo? Allora che è, vero?” “Ma che dici?” Poi parole ovviamente e via di seguito. C’erano sempre delle colluttazioni.
Allora il modo come ha reagito lui mi intende a capire che allora questa macchina… Io ci andava sempre: “Scarantino, dimmelo, Enzo” perché si chiamava Enziriddo come soprannome. “Enziriddo, se è stata fatta una cosa… dimmelo, cioè io non so che devo fare”. Perché ero preoccupato che io facendo così, con lui mi ci colluttavo sempre, già i miei sospetti erano che o oggi o domani questi mi facevano fuori. Lui sempre invece mi tranquillizzava: “Stai tranquillo, non ti preoccupare, non ti creare problemi”. Fatto sta che poi mi ha dato atto che questa 126…
P.M. DOTT. DI MATTEO: – lei ha mai ricevuto in quel periodo delle telefonate di minaccia?
Imp. CANDURA S.: – sì, infatti quando ci sono andato, ci andavo diverse volte da lui per questa macchina, perché ho detto: “Io non voglio più soldi, va bene che già questi soldi non me li avete più dati. Io non voglio più niente. Ma io voglio rassicurarmi”. “Non ti preoccupare, vattene a casa, stai tranquillo”. Le solite cose. Andava a casa, squillava il telefono, lo ricordo pure che l’ha preso pure mia moglie, lo prendeva mia moglie e non rispondeva nessuno. L’ho preso io: “Stai attento a quello che fai, appena parli in giro – una cosa del genere – ti ammazziamo a te e alla tua famiglia”. Siccome io non avevo motivi di essere preoccupato prima, le mie preoccupazioni sono nate dopo questa Fiat 126 che io andavo sempre da lui per sapere quello che io dovevo dare, anche per fargli capire che io non dicevo niente a nessuno, però di non avere quella preoccupazione di essere ammazzato, questo io intendevo dire a lui. Ho ricevuto queste telefonate di minacce e così iniziai veramente a preoccuparmi.
( pagine 77, 78 e 79 verbale dell’1.12.1997)
Candura ha inoltre chiarito di avere parlato anche con il Tomaselli delle sue paure legate al furto della 126 e che questi, al pari di Scarantino, aveva cercato di tranquillizzarlo; a seguito di contestazioni è inoltre emerso che lo Scarantino aveva detto a Candura che a sapere della 126 erano soltanto loro due e Tomaselli.
Le dichiarazioni del Candura hanno consentito di stabilire che tali ultimi colloqui con Scarantino si erano verificati sicuramente nello stesso mese di luglio del 1992, poiché il Candura ha ricordato che ad agosto si era recato con la sua famiglia in villeggiatura a Termini fino al 5 settembre, data dell’arresto di Candura ad opera della squadra mobile insieme a Valenti Luciano per violenza carnale ed altri reati. Particolarmente interessante, anche al fine di apprezzare le ragioni che hanno indotto il Candura a collaborare con la giustizia, appare l’analisi di taluni fatti che hanno preceduto l’arresto sopra indicato.
Infatti risulta dagli atti che il Candura già prima del 5-9-1992 era stato fermato dai Carabinieri in relazione ad indagini per taluni furti e, in tale contesto, aveva mantenuto un comportamento assai strano, che è risultato comprensibile soltanto in relazione a quanto il Candura ha poi confessato, poiché durante l’interrogatorio aveva avuto delle evidenti crisi nervose giungendo persino a chiedere aiuto e protezione dicendo “quegli omicidi non li ho fatti io”.
Nel primo periodo di detenzione il Candura aveva cercato di convincere Valenti Luciano a dichiararsi interamente responsabile del furto e ciò perché provenendo questi da una famiglia con problemi mentali non ci sarebbero state conseguenze di rilievo, ma una volta capito che nessuno lo avrebbe creduto aveva deciso di collaborare. In sede di controesame attraverso contestazioni è emerso che, dopo tale accordo con Valenti, Candura aveva reso delle dichiarazioni volte ad accreditare la versione concordata con il Valenti.
Orbene, appare evidente alla luce del complesso degli elementi acquisiti che il comportamento iniziale del Candura era solo apparentemente strano, poiché può ben comprendersi il particolare stato di agitazione in cui certamente si era venuto a trovare il Candura dopo avere compreso di avere fornito l’autovettura che era stata usata come autobomba, causando la morte di diverse persone e le devastazioni mostrate da tutti i mezzi di informazione.
Non ci vuole molto per capire quale potesse essere il livello di angoscia in cui dovette trovarsi il Candura, piccolo delinquente di borgata abituato a furtarelli per procurarsi la droga, nel vedersi schiacciato tra la possibilità di essere coinvolto in un processo per strage e la possibilità di essere ucciso da chi gli aveva commissionato il furto, ipotesi quest’ultima che ebbe ad assumere una consistenza particolarmente concreta ed intensa dopo le minacce rivoltegli da Scarantino Vincenzo per indurlo a stare zitto. Pienamente comprensibili appaiono, quindi, sia la richiesta di aiuto e le espressioni apparentemente farneticanti in occasione del primo fermo da parte dei Carabinieri, sia il successivo, ingenuo, tentativo di scaricare ogni responsabilità su Valenti Luciano, confidando sulle precarie condizioni mentali dello stesso e dei suoi familiari.
22 aprile 2009 SALVATORE CANDURA, il pentito e le stragi La nuova verità che agita l’antimafia
Via D’Amelio, conferme su un ex boss Rivelazioni – Gli attentati di Palermo, Milano e Roma
Dopo quella del pentito Gaspare Spatuzza, arriva un’altra «voce di mafia» a mettere in dubbio la verità giudiziaria sulla strage di via D’Amelio. L’attentato in cui morirono il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti di scorta — 19 luglio 1992, 57 giorni dopo l’eliminazione di Giovanni Falcone, la moglie Francesca e tre degli uomini che dovevano proteggerlo — fu realizzato con una Fiat 126 imbottita di esplosivo; un’auto rubata, secondo le sue ammissioni d’allora e i processi costruiti anche su quelle parole, da un «balordo» palermitano, tale Salvatore Candura, pregiudicato per reati contro il patrimonio, arrestato dalla polizia nel settembre ’92 per una violenza carnale.
In carcere Candura confessò quasi subito il furto dell’auto destinata a far saltare in aria Borsellino, e disse che a dargli l’incarico era stato Vincenzo Scarantino. Il quale fu arrestato, si pentì, e raccontò molti particolari sulla strage di Via D’Amelio: parlò di una riunione di boss a casa del mafioso Calascibetta e tirò in ballo gran parte della «cupola» di Cosa Nostra, compreso il capo del mandamento di Santa Maria di Gesù Pietro Aglieri e altri «uomini d’onore». Le confessioni andarono avanti a sprazzi: confermate, poi ritirate, quindi ribadite, ma ritenute attendibili dai giudici fino alle sentenze di Cassazione. Oggi però Candura, che a Scarantino faceva da «spalla», si rimangia tutto e dice: il furto della 126 non l’ho commesso io, fu la polizia a farmelo confessare, ma con quella storia non c’entro. L’ha detto durante il confronto con Gaspare Spatuzza, già capo del mandamento mafioso di Brancaccio a Palermo, pluriergastolano legatissimo ai fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, uno dei killer che nel 1993 uccisero padre Pino Puglisi.
Da alcuni mesi Spatuzza, arrestato nel 1997, collabora coi magistrati e ha rivelato una nuova verità su Via D’Amelio. Smentendo proprio Scarantino. Ha detto di aver rubato lui l’autobomba nel luglio del ’92 (la stessa per la quale s’erano accusati Candura e Scarantino), portando gli investigatori sul luogo esatto in cui era parcheggiata. E ha spiegato che con la strage i boss di Santa Maria di Gesù — Aglieri e altri — non c’entrano: fu opera dei Graviano e dei mafiosi di Brancaccio; lui compreso, sempre scampato a inchieste e processi. Messi faccia a faccia con il nuovo «dichiarante», Candura ha ritrattato e gli ha dato ragione, mentre Scarantino ha insistito sulla sua versione. Ma magistrati e investigatori sembrano orientati a dare credito più al nuovo pentito che al vecchio, anche se i suoi verbali possono creare non pochi problemi. Perché le rivelazioni di Spatuzza aprono vistose crepe sulla ricostruzione giudiziaria, sancita dalla Cassazione, dell’omicidio Borsellino e non solo. Mettendo in crisi il lavoro svolto negli anni passati dalla Procura e dalle corti d’assise di Caltanissetta, e offrendo la possibilità di far riaprire il processo, ad esempio, per il boss Pietro Aglieri, ergastolano per Via D’Amelio (eccidio dal quale era stato scagionato, inutilmente, pure dal pentito Giovanni Brusca) oltre che per altri delitti. La valutazione dell’attendibilità di Spatuzza non è stata completata dai magistrati di Caltanissetta, mentre quelli di Palermo lo considerano affidabile ma non decisivo per il contributo fornito alle indagini su altri fatti di mafia per cui sono competenti.
Il neo-collaboratore — sempre rinchiuso in un carcere di massima sicurezza, in isolamento ma non più ai rigori del «41 bis» — dovrà passare il vaglio anche di altre Procure, perché le sue rivelazioni riguardano diversi episodi. A cominciare dalle stragi organizzate da Cosa Nostra nel 1993 sul continente fra Firenze, Roma e Milano, per le quali sta scontando il carcere a vita. Per l’autobomba esplosa in via Palestro a Milano (27 luglio 1993, cinque morti e 12 feriti) ci sarebbe un condannato che a dire di Spatuzza è innocente, mentre altri coinvolti nell’attentato non sarebbero nemmeno stati inquisiti. Quell’azione doveva avvenire in contemporanea con le bombe di Roma (San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro, 22 feriti), ma Spatuzza racconta che l’obiettivo di Cosa Nostra doveva essere un altro: la Casa di Dante, nel rione Trastevere. Ma il piano saltò, a causa della popolare festa de’ noantri in corso nei giorni programmati per l’attentato; c’era il rischio di provocare vittime, mentre l’obiettivo erano i monumenti e i luoghi d’arte, non le persone. Per coordinare le diverse indagini in corso o da riaprire sulla base delle dichiarazioni di Spatuzza, il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso ha convocato per oggi nei suoi uffici una riunione con i rappresentanti di tutte le Procure interessate: Caltanissetta, Palermo, Milano, Roma, Firenze e Reggio Calabria; tra le tante cose raccontate dal neo-pentito, infatti, ci sono pure i commenti dei fratelli Graviano sull’omicidio di due carabinieri avvenuto lungo la Salerno-Reggio, nei pressi di Scilla, nel gennaio 1994. Sarà l’occasione per mettere a confronto le diverse interpretazioni sulla collaborazione del killer di Cosa Nostra che ha deciso di parlare, e di smentire altri pentiti, dopo aver scontato più di undici anni di galera. Giovanni Bianconi Corsera 22 aprile
Candura, uno dei falsi pentiti. uno stralcio della deposizione dell’Ispettore Claudio Castagna, che assisteva ai sopralluoghi (videoregistrati) con Gaspare Spatuzza e con Pietrina Valenti:
- P.M. Dott. LUCIANI – Senta, lei ha parlato, invece, di sopralluoghi esperiti con l’Autorità Giudiziaria assieme a Gaspare Spatuzza.
- TESTE C.G. CASTAGNA – Sì.
- P.M. Dott. LUCIANI – Lei ha presenziato a questi sopralluoghi?
- TESTE C.G. CASTAGNA – Sì.
- P.M. Dott. LUCIANI – Sa le modalità con le quali sono stati condotti questi sopralluoghi? Cioè da un punto di vista tecnico intendo.
- TESTE C.G. CASTAGNA – Sì, tra l’altro mi sono occupato quasi… quasi totalmente, in una sola occasione credo si sia occupato un collega di tutte le videoriprese, di tutti i sopralluoghi che sono stati fatti con…
- P.M. Dott. LUCIANI – Quindi i sopralluoghi sono stati…
- TESTE C.G. CASTAGNA – Tutti videofilmati.
- P.M. Dott. LUCIANI – Lei ha detto di aver visto anche le immagini del sopralluogo di Candura Salvatore.
- TESTE C.G. CASTAGNA – Di Candura, sì. Sì, ne ho fatto anche annotazione, tra l’altro, su questo per…
- P.M. Dott. LUCIANI – Ha fatto anche annotazione per descrivere.
- TESTE C.G. CASTAGNA – Sì, sì.
- P.M. Dott. LUCIANI – Ecco, sa che luogo ha indicato Candura Salvatore al momento del sopralluogo?
- TESTE C.G. CASTAGNA – Allora, lui, invece, sosteneva che… di essere, quindi, l’autore del furto della 126 e che l’autovettura, nel momento in cui l’aveva prelevata, si trovava posteggiata proprio davanti l’ingresso dello stabile, quindi nella parte terminale della L.
- P.M. Dott. LUCIANI – Davanti il portone, diciamo.
- TESTE C.G. CASTAGNA – Allora, immaginando questa L immaginaria, Spatuzza e la signora Valenti la indicavano proprio nel primo parcheggio principale sul lato dello stabile, mentre Candura diceva che la macchina si trovava al termine della L, del… della L.
- P.M. Dott. LUCIANI – Nel vialetto che conduce al portone di accesso.
- TESTE C.G. CASTAGNA – Proprio davanti al portone di accesso.
- P.M. Dott. LUCIANI – Proprio davanti al portone.
- TESTE C.G. CASTAGNA – Dove c’erano questi gradini, questi gradini che conducevano verso il piazzale.
- P.M. Dott. LUCIANI – Senta, per poter fare le attività che vi sono state delegate dalla Procura della Repubblica, avete avuto modo di visionare anche le attività che erano state fatte illo tempore?
- TESTE C.G. CASTAGNA – Sì, abbiamo, praticamente, acquisito buona parte del carteggio degli accertamenti che erano stati fatti all’epoca.
- P.M. Dott. LUCIANI – Per quello che ha potuto lei verificare dalla lettura di questi atti, chiaramente per poter assolvere alle deleghe della Procura, questo tipo di accertamento in via Sirillo di individuazione dei luoghi era mai stato fatto?
- TESTE C.G. CASTAGNA – No, non…
- P.M. Dott. LUCIANI – Da parte del Candura.
- TESTE C.G. CASTAGNA – Non risultano atti.
- P.M. Dott. LUCIANI – O da parte della Valenti.
- TESTE C.G. CASTAGNA – Non risultano atti in cui… cioè in cui sarebbero stati fatti questi sopralluoghi.
Orbene, come emerge anche dalla testimonianza appena riportata, una tale attività istruttoria di sopralluogo non veniva mai espletata in passato, allorquando si raccoglievano le dichiarazioni di Candura e Scarantino, per la strage di via D’Amelio.
Durante le pregresse investigazioni, condotte dal dott. Arnaldo La Barbera e dai suoi uomini, nonostante le naturali perplessità che potevano insorgere, in relazione alla personalità di entrambi i ‘collaboratori’ ed anche al contenuto delle loro dichiarazioni (si pensi, solo per fare un esempio, al racconto di Scarantino sulla cerimonia della sua affiliazione a Cosa nostra), non veniva mai fatto un sopralluogo con il ladro dell’automobile, né con la derubata.
Anche per questo motivo, oltre che per il sopravvenuto mutamento dei luoghi, l’atto istruttorio si rivela di fondamentale importanza, andando a riscontrare, in maniera molto significativa e puntuale, le dichiarazioni di Spatuzza (e, per converso, ad escludere la credibilità di quelle rese da Salvatore Candura e da Vincenzo Scarantino, nei precedenti processi). Inoltre, l’individuazione del luogo esatto di sottrazione della Fiat 126, da parte di Gaspare Spatuzza, si rivela ancor più attendibile, in considerazione del fatto che il collaboratore indicava un punto dove, all’epoca del sopralluogo, era impossibile posteggiare un’automobile, poiché vi erano delle fioriere, installate in epoca successiva, come spiegato dalla stessa Pietrina Valenti. Quest’ultima (nella consueta maniera confusionaria), spiegava che, all’epoca dei fatti, nel posto dove venivano poi collocate le fioriere condominiali, si poteva parcheggiare (“io la posteggiavo la macchina dov’è che ora ci sono messe le piante”).
[…] Sempre in occasione della sua testimonianza, Pietrina Valenti precisava che, per come aveva parcheggiato la sua Fiat 126, quella sera, non aveva modo di controllarla a vista, dalle finestre del suo appartamento. […] Le dichiarazioni della Valenti trovavano anche conferma nell’attività di riscontro del Centro Operativo DIA di Caltanissetta, da cui risultava che, effettivamente, la zona dove venivano installate le menzionate fioriere condominiali (dove la teste, come detto, posteggiava la Fiat 126, prima che le venisse rubata), non era visibile dalle finestre dell’appartamento della proprietaria. Al contrario (come anticipato), Salvatore Candura, nel sopralluogo del 24 novembre 2008 (anch’esso agli atti), confermando quanto già dichiarato nei precedenti procedimenti, indicava, come luogo dove rubava la Fiat 126 di Pietrina Valenti, un posto diverso, nelle immediate vicinanze del portone d’ingresso dello stabile, peraltro in una posizione parzialmente visibile dalla camera da letto della Valenti. Venivano, poi, acquisite al fascicolo per il dibattimento, sul consenso delle parti, anche tutte le dichiarazioni rese dai condomini di via Sirillo, su tre temi di prova:
1) se i luoghi subivano o meno delle modifiche, dal luglio 1992, come affermato da Pietrina Valenti e negato da Salvatore Candura (fatta eccezione, secondo quanto dichiarato da quest’ultimo, per due archi in ferro, messi per ostruire la marcia di possibili autovetture, nel vicolo cieco d’accesso al portone condominiale);
2) se, all’epoca dei fatti, era possibile oppure no posteggiare automobili, per un tempo apprezzabile, nel predetto vicolo cieco, come escluso dalla Valenti ed affermato da Candura, che sosteneva, appunto, d’aver rubato la Fiat 126 proprio da siffatta posizione;
2) se qualche condomino notava il furto della Fiat 126 oppure la presenza di due persone nei pressi della medesima automobile, la sera in cui la stessa veniva asportata (attese le menzionate dichiarazioni di Gaspare Spatuzza, secondo cui, mentre perpetrava il furto con Tutino, una coppia con due bambini transitava a piedi).
Le circostanze complessivamente desumibili dalle dichiarazioni acquisite agli atti, possono riassumersi (in maniera estremamente sintetica, considerata anche la sopravvenuta confessione, da parte di Salvatore Candura, della falsità delle proprie precedenti dichiarazioni, sul furto della Fiat 126, sotto casa di Pietrina Valenti), come segue. Effettivamente, alla fine del vicolo cieco che conduce al portone dello stabile di via Bartolomeo Sirillo n. 5, successivamente al luglio del 1992, venivano realizzate, da uno dei condomini (Passantino Vincenzo), delle opere (abusive), consistenti nella realizzazione di alcuni gradini, di fronte all’entrata per l’edificio. Detta circostanza, oltre che dal diretto interessato (che operava, come accennato, senza alcun titolo edilizio, per cui non esistono atti pubblici, per una precisa datazione delle opere), veniva confermata anche dagli altri condomini (tutti collocavano tali opere, all’incirca, negli anni 2000-2005). Inoltre, pure i paletti per impedire l’accesso al cortile prospiciente al portone d’ingresso, venivano collocati in epoca più recente, rispetto al luglio 1992 (verosimilmente, dopo l’anno 2003). Lo stesso vale per le fioriere poste nel cortile/parcheggio dello stabile, a ridosso dell’edificio condominiale, collocate nella stessa epoca dei paletti.
Quanto alla possibilità di posteggiare, all’epoca dei fatti, nel vicolo cieco che conduce al portone d’ingresso condominiale, le dichiarazioni dei condomini non erano del tutto univoche: molti evidenziavano che, prima dell’installazione dei paletti, le automobili venivano parcheggiate fin davanti al portone dello stabile, ma solo per soste brevi (come per scaricare merci o per la pausa pranzo); tuttavia, la collocazione degli ostacoli si rendeva necessaria proprio per evitare che parcheggiassero lì autovetture che non consentivano l’accesso allo stabile, qualora ve ne fosse stato bisogno, per i mezzi di soccorso; con particolare riferimento alla signora Pietrina Valenti, alcuni condomini dichiaravano che la stessa era solita parcheggiare dal lato delle fioriere; altri ricordavano, genericamente, che la predetta parcheggiava dove trovava posto. Sul punto, Roberto Valenti (confermando, sia pure con qualche titubanza, le indicazioni già fornite in fase d’indagine, anche con la redazione di uno schizzo planimetrico) dichiarava che sua zia Pietrina, abitualmente, posteggiava la Fiat 126 sul lato lungo del cortile, limitrofo all’edificio condominiale, in posizione dove la stessa ne poteva controllare visivamente la presenza, affacciandosi dalle finestre dell’abitazione. Analoghe indicazioni dava Luciano Valenti, che spiegava come la sorella Pietrina era solita posteggiare, sul lato lungo dello stabile di via Sirillo (confermando, anche in tal caso, le indicazioni offerte in uno schizzo planimetrico, redatto di suo pugno, acquisito al fascicolo per il dibattimento); inoltre, quest’ultimo teste chiariva anche quanto dichiarato nel dibattimento del primo processo sulla strage di via D’Amelio: allorquando rispondeva che la Fiat 126 della sorella, prima di esser rubata, veniva posteggiata “sotto la scala” (proprio come sostenuto, all’epoca, da Salvatore Candura), non intendeva indicare (in senso letterale) proprio l’ingresso dello stabile.
Peraltro, anche Salvatore Candura, allorché (nell’interrogatorio reso il 10.3.2009, acquisito al fascicolo per il dibattimento, col consenso delle parti e riportato in nota) decideva di ammettere (innanzi all’evidenza) la falsità delle sue precedenti dichiarazioni in merito al furto della Fiat 126, dichiarava (fornendo una versione, comunque, da prendere con le dovute cautele) che l’automobile della Valenti era posteggiata dalla parte delle fioriere (anch’egli redigendo uno schizzo planimetrico, allegato al verbale), riferendo che la vedeva parcheggiata lì, nella stessa sera in cui veniva, poi, asportata (poiché, a suo dire, quella sera, si recava effettivamente a casa di Pietrina, per farle visita) e che, durante il sopralluogo indicava agli inquirenti, volutamente, un posto sbagliato per lanciare loro un segnale sulla falsità delle proprie dichiarazioni (delle quali avrebbe sempre avvertito il peso). Anche in dibattimento, Candura confermava tali indicazioni.
[…] Infine, si deve dare atto (più che altro per completezza d’esposizione) che anche Vincenzo Scarantino e Salvatore Candura, dopo aver confessato -entrambi- la falsità delle loro precedenti dichiarazioni su questi fatti, tornavano sui loro passi anche sul punto specifico, spiegando che la Fiat 126 di Pietrina Valenti non si poteva affatto rubare con lo “spadino”. Vincenzo Scarantino, nel corso di un interrogatorio (acquisito al fascicolo per il dibattimento), ammetteva di aver adeguato le sue dichiarazioni alla versione di Candura circa l’utilizzo dello “spadino” per rubare la Fiat 126 della Valenti, spiegando che solo i modelli più “antichi” di detta automobile potevano essere rubati con tale arnese, mentre quelle “di ‘a secunna serie in poi con uno spadino non si apre”, confermando così la versione di Agostino Trombetta e quella di Gaspare Spatuzza.
Anche Salvatore Candura ammetteva che quel modello di Fiat 126 in uso a Pietrina Valenti si poteva mettere in moto solo rompendo il bloccasterzo e collegando i fili d’accensione, spiegando addirittura (ma la circostanza deve esser valutata con il beneficio dell’inventario) che, al momento della sua falsa collaborazione, dichiarava volutamente che lui utilizzava un “chiavino”, anche se ciò era un “controsenso” (così come, a suo dire, lo era pure la circostanza di avere utilizzato il medesimo attrezzo anche per aprire la portiera, poiché quella macchina si poteva aprire pure con la “chiave Simmenthal”), al fine di lanciare dei segnali agli inquirenti […].

