L’imbarazzante imbarazzo di M5S e PD sul caso Ranucci/Lavitola

Il caso Ranucci ha prodotto un effetto curioso: ha trasformato due partiti che da anni si proclamano paladini della trasparenza — M5S e PD — in due comparse che non sanno più dove guardare. Non parlano, non spiegano, non chiariscono. Tacciono. E quando parlano, lo fanno con la cautela di chi teme che ogni parola possa diventare un boomerang.
Il problema non è Ranucci. Il problema è il riflesso che Ranucci produce su di loro.
Perché il giornalista che per anni hanno difeso come simbolo della “verità contro il potere” oggi si ritrova con un mandante reo confesso che non è un potere oscuro, non è un apparato deviato, non è un clan mafioso. E’ un faccendiere che, secondo le indagini, avrebbe usato la macchina del fango come arma personale.
E qui nasce l’imbarazzo. Perché M5S e PD hanno costruito una parte della loro identità politica sulla retorica del “giornalismo d’inchiesta che smaschera i poteri forti”. Ma se il potere forte, stavolta, è un allevatore di polli, la narrazione si sgretola. E loro non sanno come reagire.
Il PD è paralizzato. Non può difendere Ranucci, perché sarebbe imbarazzante. Non può attaccarlo, perché significherebbe ammettere che per anni ha cavalcato un racconto che oggi si rivela fragile. E allora sceglie la strategia più comoda: non dire nulla.
Ma il silenzio, in politica, non è mai neutro. È una forma di responsabilità mancata. È la conferma che il partito teme di perdere un pezzo della propria narrazione identitaria: quella che lo vuole sempre dalla parte della “verità”.
Il Movimento 5 Stelle è messo peggio. Per anni ha trasformato Ranucci in un totem: l’uomo che “dice ciò che gli altri non osano dire”. Oggi quel totem traballa, e il M5S non sa se sostenerlo o far finta di non averlo mai venerato.
Il risultato è un imbarazzo doppio: – imbarazzo politico, perché il caso mina la credibilità della loro retorica anti‑sistema; – imbarazzo morale, perché difendere Ranucci significherebbe difendere un racconto che ora appare quantomeno inquinato.
Il M5S, che si è sempre scagliato contro i conflitti d’interesse, oggi si ritrova a dover spiegare perché tace davanti a un caso che di conflitti d’interesse ne solleva parecchi.
Il PD teme di perdere la faccia. Il M5S teme di perdere la voce. Entrambi temono di perdere un pezzo della propria identità politica.
E l’imbarazzo diventa imbarazzante.