Il prezzo dell’ombra e il dovere della luce: oltre il caso Ranucci

 

 

​di Alessandro Cucciolla

​C’è un equivoco gigantesco che avvelena il dibattito pubblico ogni volta che la realtà irrompe con la violenza di un fatto di cronaca. È l’idea consolatoria che i drammi, le minacce, le bombe sfiorate o i contatti pericolosi siano soltanto “fatti privati”.
Vicende personali, scivoloni, fatalità da liquidare con una scrollata di spalle o, peggio, con il tifo da stadio.
​La storia che incrocia Sigfrido Ranucci, l’arresto di Valter Lavitola e l’ombra inquietante di un attentato dinamitardo a Pomezia, sotto la casa del curatore di Report, non appartiene alla sfera privata. Non può farlo.
Liquidarla come un affare personale sarebbe un atto di pigrizia intellettuale, oltre che una pericolosa omissione culturale.
​Senza alcuna intenzione di ergersi a giudici, senza voler distribuire patenti di colpevolezza o verdetti sommi su una vicenda complessa, c’è un dato di fondo che esige una riflessione spietata: il confine tra chi fa informazione e il mondo che quell’informazione dovrebbe raccontare.

*​La chimera dell’inviolabilità: etica, Morale e Servizio Pubblico*
​Per molti, oggi, parole come etica e deontologia professionale suonano come fossili linguistici. Concetti astratti, vecchi spauracchi da manuale del Novecento, del tutto obsoleti nell’era dell’informazione veloce, dello scoop a tutti i costi e delle giungle di relazioni informali.
​Eppure, per chi intende il giornalismo come un servizio libero da padrini e padroni, quelle norme non sono vincoli burocratici: sono l’unica trincea possibile.
​Chi ricopre un ruolo di responsabilità all’interno di un’istituzione — e la RAI, pagata con i soldi dei contribuenti tramite il canone, è un’istituzione fondamentale del Paese — non gode del privilegio dell’ingenuità. Chi lavora nel servizio pubblico porta sulle spalle un peso specifico diverso da chiunque altro. Un comportamento adeguato, la disciplina della distanza, la consapevolezza delle opportunità nelle frequentazioni non sono moralismi d’altri tempi, ma strumenti di tutela: per il giornalista stesso, per la testata che rappresenta e, soprattutto, per i cittadini che in quel lavoro cercano una bussola di verità.

*Quando l’ombra chiama l’ombra*
​Cosa succede quando la morale e l’etica professionale cominciano a sfaldarsi o a essere interpretate con troppa disinvoltura? La risposta è spiacevole, ma ineludibile: qualcosa, inevitabilmente, accade.
​Il giornalismo d’inchiesta non si fa nei salotti eleganti, questo è ovvio. Si fa scavando nel fango, intercettando fonti ambigue, muovendosi sui crinali scivolosi dove la politica incontra il potere oscuro.
Ma c’è una linea sottile, sottilissima, che separa il frequentare una fonte dal farsi inghiottire dal suo stesso ecosistema. Quando un giornalista valica quel limite, quando la consuetudine prende il posto del distacco critico, il prezzo da pagare rischia di diventare altissimo.
Il cortocircuito emerso nella parabola che lega ambienti opachi, figure controverse e la vita stessa del caporedattore di Report ci dimostra che il confine tra il narrare il pericolo e l’esserne travolti è friabile.
Se l’etica viene meno o si indebolisce, il contesto attorno cambia forma, si fa aggressivo, e le dinamiche sotterranee finiscono per bussare direttamente alla porta di casa.

*Cosa resta sul campo?*
​Tolta la polvere della cronaca, cosa ci rimane in mano da questa storia? Quale considerazione ci sopravvive?
​Ci resta una lezione severa sull’uso del potere della parola e della funzione pubblica. Ci resta la conferma che la libertà di un giornalista non si misura soltanto da quanto “spara alto” o da quante notizie bomba riesce a portare a casa, ma da quanto rigorosamente riesce a rimanere terzo rispetto alla materia che maneggia.
La morale non è un abito da sera da esibire nei talk show; è la manutenzione quotidiana della propria credibilità. Senza rigorosa etica professionale, il giornalismo d’inchiesta smette di essere un faro e rischia di trasformarsi in uno specchio delle stesse ambiguità che pretende di svelare.
Non è una questione personale, non lo è mai stata.
È la difesa di una funzione democratica che non può permettersi né zone d’ombra, né pericolose intimità.