SCARPINATO ha depistato e LO FORTE ha mentito

 

Paolo Borsellino non fu informato. Né prima della riunione del 14 luglio 1992, né durante. E non per una dimenticanza: «volutamente». Il giorno precedente, il 13 luglio, i sostituti Guido Lo Forte e Roberto Scarpinato avevano firmato la richiesta di archiviazione del procedimento 2789 del 1990, quello comunemente chiamato “dossier mafia appalti”.
A scriverlo è il gip di Caltanissetta Santi Bologna nel decreto con cui archivia il procedimento 2098 del 2022, aperto contro ignoti per le stragi di Capaci e via D’Amelio.
La conclusione: è una concausa, ma nessun elemento consente di iscrivere magistrati o esponenti del mondo politico imprenditoriale come concorrenti negli eccidi.
Dentro quelle 644 pagine c’è la ricostruzione, atto per atto, di come fu gestito il dossier dei carabinieri negli anni in cui Falcone e Borsellino erano ancora vivi.
E su Lo Forte, magistrato in pensione e già procuratore di Messina, il giudizio è netto: «Non vi è dubbio che il Dott. Lo Forte ha mentito».
Il giudice condivide la richiesta del pm, depositata il 10 aprile 2026, «sia pure parzialmente». La riporta, ma la accompagna con una motivazione propria, per dar conto di averla esaminata «in senso critico e non meramente adesivo». È lì che si trovano le parole più dure.
Il perimetro lo traccia la Procura nissena, in un passaggio riportato nel decreto. Conta il periodo in cui Pietro Giammanco guidò la Procura di Palermo, dal giugno 1990 al settembre 1992.
Ciò che venne dopo, con l’arrivo di Giancarlo Caselli, è «irrilevante per l’individuazione» delle concause.
Chi sostiene che la gestione di mafia appalti è stata «ineccepibile fin dalle sue origini», un «unicum» senza fratture fino al processo cosiddetto Tavolino, propone una tesi «totalmente priva di fondamento».
Nel frattempo, era cambiato tutto: Mani pulite, il crollo degli equilibri politici, il suicidio di Raul Gardini. Venuta meno «l’ingombrante presenza» di Giammanco, l’ufficio non aveva più interesse a tenere un profilo «basso». Il problema, dunque, sta prima. Quando Falcone e Borsellino potevano ancora usare quel materiale.
Su questo il gip è netto. L’interesse dei due magistrati per mafia appalti «costituisce concausa (non causa unica), ascrivibile al momento preventivo, comune ad entrambe le stragi».
Lo dicono sentenze definitive, dal Borsellino ter al quater, e anche quelle di Capaci. E quando Caselli, audito in Commissione antimafia il 18 novembre 2025, liquida quelle pronunce con un «tot capita tot sententiae», il giudice replica che chi vuole confutare una sentenza deve conoscerla e portare argomenti nel merito. Altrimenti «si scade nel qualunquismo e nell’abbandono della cultura della giurisdizione».
Dall’omicidio Costa ai colleghi di Falcone
L’isolamento dei magistrati più capaci non nasce nel 1992. Il gip riprende l’audizione di Rocco Chinnici al Csm del 25 febbraio 1982, a cui il consigliere istruttore arrivò viaggiando sotto falso nome. Chinnici parla del procuratore Gaetano Costa, ucciso il 6 agosto 1980, che convalidò da solo gli arresti di 55 persone contro il parere dei suoi sostituti. Racconta di un documento, a cui avrebbe aderito la quasi totalità dei sostituti, che parlava di «mitizzazione della mafia» e di eccessive misure di sicurezza, mentre si moriva per strada. Ai funerali di Costa non c’erano nemmeno tutti. Per il giudice, quelle stesse dinamiche di «sovraesposizione e isolamento», con magistrati di eccezionale professionalità additati come «bersagli», eliminati i quali «sarebbe seguita la normalizzazione dei rapporti» con cosa nostra, si ripeteranno con Falcone e Borsellino.
L’interesse per mafia appalti parte da Falcone. Come scrive il gip, i tre interventi pubblici tra il 1990 e il 1991 lo dimostrano. Il 22 giugno 1990 in Commissione antimafia parla di una «centrale unica» degli appalti e dice che «tutto fa capo a Salvatore Riina», lodando il lavoro dei Ros svolto «con encomiabile professionalità».
Il 15 marzo 1991, al Castello Utveggio, chiede un coordinamento vero tra gli uffici giudiziari, perché le imprese di Palermo vincono gare a Messina, a Reggio Calabria, a Napoli. C’è una sua intervista alla Rai. Eppure, resterà «del tutto inascoltato»: dopo la sua partenza per il ministero, i magistrati di Palermo fecero almeno sei stralci del fascicolo, coinvolgendo quattro procure. Conclusione del gip: è «falso sostenere» che il rapporto tra Falcone e mafia appalti si sia limitato alla ricezione dell’annotazione del Ros.
Al Csm, il 30 luglio 1992, i due sostituti che avevano in mano il fascicolo raccontano una storia precisa: Falcone di mafia-appalti non si sarebbe mai occupato davvero. Pignatone lo dice senza giri di parole: «Falcone di questo rapporto non se ne è mai occupato perché lo ha ricevuto lo ha messo in cassaforte e se ne è andato», aggiungendo che da procuratore aggiunto non ne aveva mai parlato «con me e con Lo Forte che eravamo i destinatari». Lo Forte, nella stessa sede, rincara: Falcone avrebbe ricevuto il rapporto «due giorni prima di andar via da Palermo», tanto che era «strano pensare» a un suo coinvolgimento, «perché nessuno conosceva i risultati di questa indagine prima della consegna di questa informativa». Il messaggio è chiaro: il rapporto del Ros arriva a Falcone sulla porta di uscita, lui lo chiude in un cassetto e parte per Roma.
Per il gip le cose andarono in tutt’altro modo. Falcone aveva seguito il lavoro dei carabinieri «step by step», attraverso le note che precedono il rapporto del febbraio 1991: almeno tre, nell’estate del 1990, erano indirizzate proprio a lui. E sapeva leggere direttamente le intercettazioni, senza aspettare le informative riepilogative.
Lo provano le sue parole pubbliche. Già il 22 giugno 1990, otto mesi prima del deposito, in Commissione antimafia illustrava i risultati di quell’indagine, parlando di una «centrale unica» che faceva capo a Riina.
Altro che risultati sconosciuti. Da qui la conclusione del giudice: è «falso sostenere» che il rapporto tra Falcone e mafia-appalti si sia limitato alla ricezione dell’annotazione. Pignatone, scrive, «ha mentito». E «non è il solo»: anche Lo Forte «ha mentito».
Poi Borsellino. Aveva una copia informale del rapporto, avuta dal capitano De Donno non oltre l’aprile 1991, e una formale dal 12 luglio 1991.
Il 25 giugno 1992 incontra Mori e De Donno alla caserma Carini, in forma riservata, chiedendo che riferissero solo a lui: un incontro che il gip ritiene provato anche dall’agenda di Mori. Alla riunione del 14 luglio, secondo quanto riferito da Domenico Gozzo al Csm pochi giorni dopo, chiede perché certe carte arrivate da Marsala non fossero nel fascicolo e ottiene il rinvio della discussione. Pignatone risponde «ma vedremo». Il 20 luglio, nel suo ufficio, vengono trovati il fascicolo sull’omicidio dell’imprenditore Luigi Ranieri, prelevato il sabato prima di morire, un verbale di Luciano Cassina e il fascicolo del collaboratore Pino Aurelio Napoleone. Per il gip è «l’elemento più oggettivo» del suo impegno su mafia appalti.
La doppia informativa che non esiste
Qui si arriva al cuore. Per anni Lo Forte e Scarpinato hanno sostenuto di non sapere che il Ros stava preparando l’informativa Sirap, depositata nel settembre 1992, quella con i nomi dei politici. Se l’avessero saputo, dicono, non avrebbero archiviato. È la tesi della doppia informativa. Il gip ricorda che fu smentita già dal giudice Gilda Loforti nel 2000 e la definisce una tesi «funzionale solo a salvare da censure i magistrati della Procura di Palermo» e «a scaricare ogni responsabilità» sul Ros.
Una tesi sostenuta «pervicacemente», anche in aula: Scarpinato il 18 ottobre 2021 e Lo Forte il 15 novembre 2021, nel processo per diffamazione contro chi scrive e Piero Sansonetti, due giornalisti «rei», annota il giudice, di aver scritto proprio della gestione di mafiaappalti.
Le carte dicono altro. Il rapporto del febbraio 1991 era stato preceduto da note del Ros del 1990, due delle quali indirizzate anche a Lo Forte, che le conosceva: il 18 maggio 1991, interrogando l’ingegnere Domenico La Cavera, gli contestava conversazioni con riferimenti a politici nazionali. Il 26 maggio 1992 il Ros chiede a Lo Forte di riascoltare le intercettazioni sulla Sirap e lui autorizza a mano due giorni dopo. Il 30 giugno De Donno gli scrive che le trascrizioni arriveranno con la nuova informativa sugli appalti. E il 15 giugno 1992 proprio Lo Forte e Scarpinato avevano firmato lo stralcio sulla Sirap, dando atto che gli accertamenti del Ros erano ancora in corso. Per il gip l’informativa Sirap «non fu un atto a sorpresa ma concertato in ogni passaggio», in particolare dai due sostituti.
La doppia informativa «nasce per (provare) a giustificare una richiesta di archiviazione che al 13.07.1992 non aveva motivo di esistere». Anche perché il primo luglio Leonardo Messina aveva parlato a Borsellino di Siino e del legame tra Riina e la Calcestruzzi, e i due pm ne erano stati informati.
Lo Forte, per giustificare il mancato ascolto di Messina, ha evocato una ripartizione per cui la mafia spettava a Palermo e gli appalti a Caltanissetta: un criterio, osserva il gip, «sconosciuto al codice». Da qui la frase sulla menzogna. E il «vero scandalo», aggiunge rispondendo a chi in Commissione ha definito la smentita della doppia informativa uno scandalo contro la Procura di Palermo, è presentarsi nelle sedi istituzionali con «opinioni personali smentite, da oltre 26 anni, da provvedimenti giudiziari».
C’è anche Catania. Lo Forte ha detto di aver scoperto solo nell’ottobre 1992 l’indagine del pm Felice Lima sulle dichiarazioni del geometra Li Pera. Ma il 12 maggio 1992 aveva firmato «per ricevuta» la nota del Ros che comunicava la trasmissione di un anonimo all’autorità catanese. Per il gip, anche quella versione di Lo Forte è «falsa».
Scarpinato e la telefonata con Natoli
La parte su Scarpinato si apre con un’intercettazione del 18 gennaio 2024. Il senatore, membro della Commissione antimafia, parla con Gioacchino Natoli, che dovrà essere audito. «Tu mi devi alzare la palla», dice Natoli. E Scarpinato: «tu non ti devi dimenticare assolutamente» di parlare della riunione del 14 luglio, «ma tu mi devi dire che ci fu un’esposizione anche del fatto che c’era stata la richiesta di archiviazione». Il gip non entra nell’opportunità politica di concordare le domande. Segnala però «l’attività depistante posta in essere dal Senatore Scarpinato nei confronti del Dott. Natoli». Scarpinato a quella riunione non c’era. Natoli nel 1992 non ne aveva parlato e, nota il giudice, non aveva parlato affatto di mafiaappalti. Eppure, il primo febbraio 2024, in Commissione, alla domanda se Borsellino conoscesse l’archiviazione risponde: «Certo». Per il gip è «un’attività di inquinamento della ricostruzione dei fatti (in senso a sé favorevole)», compiuta da chi aveva firmato quell’archiviazione e sedeva nella Commissione chiamata a fare chiarezza. E si è «in concreto verificata».
Il resto segue la stessa linea. Nel 1999 Scarpinato parlava di un solo colloquio con Borsellino su mafiaappalti, appena insediato, con un ragguaglio «generico». Solo dal 2021, «dopo 29 anni», racconta di averlo informato dell’archiviazione già a maggio. Il gip definisce questi ricordi tardivi, suoi e di altri magistrati, «contributi dichiarativi oggettivamente inattendibili», perché nessuno ha spiegato come abbia «recuperato» un ricordo simile a trent’anni di distanza. Nel 1992 al Csm diceva di Borsellino «ci conoscevamo così», nel 2021, deponendo nel processo contro chi scrive, rivendica un «rapporto particolare»: una progressione «umanamente comprensibile, ma non certamente credibile».
Le dichiarazioni di Natoli del 1992 e del 2024 sembrano quelle «di due persone diverse», scrive il giudice: a cambiare è solo la «convenienza» dei tempi. La «stessa identica percezione» vale per Scarpinato, che nel 1992 considerava Giammanco al più un «ingenuo» con cui aveva condiviso le lacrime e nel 2024, in una frase che Natoli gli attribuisce al telefono, uno «che ha fatto tante porcherie».
In quel processo Scarpinato aveva anche sostenuto che le intercettazioni non fossero utilizzabili per i semplici affiliati. Per il gip è una tesi «priva di qualsivoglia sostenibilità giuridica»: l’archiviazione firmata da lui stesso si fondava su altro. Quanto al suo incontro romano con De Donno, presentato come consegna di una copia dell’archiviazione, Scarpinato «non ha reso una versione dei fatti corrispondente alla realtà». Secondo De Donno e il pm Lima, aveva espresso rammarico per aver firmato «su sollecitazione» di Lo Forte.
Il gip, però, distingue. Scarpinato entra nel fascicolo solo nella primavera 1991 e ne sa poco: segue «la linea tracciata» da Lo Forte e Pignatone. Dopo aver firmato si è trovato «costretto» a difendere «la gestione eufemisticamente scellerata di mafiaappalti», che con la sua «partecipazione minimale» aveva contribuito a perpetrare, «fidandosi» dei due colleghi. Non è una scusante, precisa, ma la sua posizione è «ben diversa» da quella, «assai più grave e sotto ogni profilo», degli altri due. Resta che dal gennaio 1992 riceveva le note della Finanza su Antonino Buscemi. Parliamo dell’indagine, anch’essa poi archiviata da Natoli, riguardante gli affari dei Buscemi a Massa Carrara. Per il gip è «assai improbabile» che il 13 luglio Scarpinato non avesse chiara quella posizione. I Buscemi erano identificati in mafiaappalti.
Le case dei Buscemi
Buscemi è il filo che lega tutto. Già dal maggio 1990 nel fascicolo c’era un rapporto del capitano Mauro Obinu del settembre 1989 che, letto con quello del 1991, consentiva perquisizioni anche nei confronti di Antonino Buscemi, fratello di uno dei comproprietari della Immobiliare Raffaello, da cui Lo Forte e Pignatone avevano comprato casa nel luglio 1980. Lo Forte, annota il gip, pagando in contanti la maggior parte del prezzo. Chi curò gli omissis per il Riesame, Lo Forte da solo o con Pignatone, non coprì le parti su Buscemi, e oggi entrambi si trincerano «dietro facili “non ricordo”». La posizione di Buscemi fu archiviata in tre righe. Eppure nel 1997 la stessa Procura di Palermo, con la firma di Caselli, e il gip di allora scrivevano che Buscemi aveva goduto di «trattamenti giuridici oggettivamente a lui favorevoli» per «incomplete rappresentazioni» agli organi giudicanti.
Su Pignatone il gip scrive che si può dire «con certezza» che pagò in nero una parte del prezzo e ottenne uno sconto non marginale. La Immobiliare Raffaello apparteneva a tre mafiosi, i fratelli Buscemi e Francesco Bonura. Falcone, racconta il cognato Alfredo Morvillo, viveva in affitto in un appartamento di una società rappresentata non da Vincenzo Piazza ma da suo cognato, e tanto bastò per fargli abbandonare l’idea di comprarlo: non voleva che qualcuno potesse parlare di prezzo di favore. «Trentaquattro anni dopo che il Dott. Falcone è morto», conclude il gip, il magistrato continua «a impartire lezioni su come si è magistrati».
Giammanco, «uomo di Lima», che per usare le parole di Borsellino trattò Falcone come «una pezza da piedi», lasciò a Lo Forte e Pignatone la possibilità di sapere ciò che Borsellino non sapeva: per il gip ottennero «carta bianca» da un procuratore che «ne condivideva (e forse ispirava) le azioni». Borsellino, scrive il gip, non fu «volutamente» messo a conoscenza neppure del fascicolo 3589 del 1991, nato dalle indagini di Massa Carrara sui Buscemi e la Calcestruzzi.
Da questo procedimento non nasce alcuna accusa penale. Il gip lo scrive senza giri di parole: le anomalie riferibili a Lo Forte, Pignatone, Natoli e Scarpinato «non sempre riescono a collocarsi “solamente” nell’alveo di comportamenti negligenti o imperiti», ma cercare i responsabili morali delle stragi spetta all’analisi storica. Che potrà ripartire da un dato fissato nel decreto: le audizioni del luglio 1992 sono «le uniche davvero attendibili», non ancora contaminate «dal tossico diffondersi, negli anni successivi, anche tra magistrati, di tesi precostituite». 4.10.2024