SOLIDARIETÀ al giudice SANTI BOLOGNA dopo le parole di SCARPINATO

 

 

È uno dei passaggi più aspri nella storia recente del confronto tra magistratura e politica sul filone mafia-appalti / stragi del ’92.

Cosa c’è nel provvedimento del gip Santi Bologna

Il 3 ottobre il gip di Caltanissetta Santi Bologna ha depositato il decreto di archiviazione contro ignoti del procedimento 2098/2022 che cercava il movente delle stragi del 1992 a partire dal dossier mafia-appalti.
Nello stesso decreto il giudice ha archiviato per prescrizione il procedimento per favoreggiamento aggravato a carico degli ex pm Gioacchino Natoli e Giuseppe Pignatone, accusati di aver omesso indagini serie sul filone mafia-appalti.
Al centro della polemica c’è un passaggio dedicato al senatore M5S Roberto Scarpinato, ex procuratore generale di Palermo.
Secondo Bologna, il 18 gennaio 2024 Scarpinato avrebbe avuto conversazioni intercettate con Natoli – intercettato a sua volta nell’inchiesta per favoreggiamento – prima dell’audizione di Natoli in Commissione Antimafia. In quelle telefonate Scarpinato avrebbe anticipato/concordato le domande.

 

Nel testo il gip scrive:

«Quello che qui è doveroso segnalare è l’attività depistante posta in essere dal senatore Scarpinato nei confronti del dottor Natoli»

E precisa che, pur essendo un «giudizio di opportunità squisitamente politico che è rimesso a sedi diverse da quella giurisdizionale», ravvisa un’«attività di inquinamento» della ricostruzione dei fatti.

La replica del senatore Scarpinato 

«L’affermazione secondo cui io conversando con Gioacchino Natoli avrei portato avanti un’attività depistante è non solo gravemente falsa ma essa stessa depistante»

 

 

UNICOST

 

Associazione Nazionale Forense

 

CSM

 

ANM Caltanisetta

 


🟥🟥🟥 in tema

 


IL TRIBUNALE DEGLI INTOCCABILI: QUANDO L’ANTIMAFIA SI PROCESSA DA SOLA

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C’è una crepa nell’affresco dell’antimafia militante, e non è più possibile nasconderla dietro il paravento dei soliti slogan di rito. La presa di distanze dell’Anm di Caltanissetta – unitamente agli interventi di Unicost, della Consulta dei Giovani di Magistratura Indipendente e alla richiesta di una pratica a tutela dinanzi al Csm – non è soltanto un episodio di cronaca giudiziaria o uno strappo corporativo. È la scossa tellurica di un paradigma che crolla.
Quando le toghe nissene scelgono di marcare il confine e respingere con fermezza le invettive dell’ex magistrato e oggi senatore Roberto Scarpinato contro il Gip Santi Bologna, accade qualcosa di inusitato: è la giurisprudenza reale che chiede conto alla narrazione dogmatica.

L’ANOMALIA DEL MITO

Per decenni, una certa iconografia giudiziaria ha costruito la figura del “magistrato vate”: inattaccabile, depositario di una verità etica prima ancora che processuale, super-testimone di una storia repubblicana scritta sempre da altri e sempre nel buio. Quando Roberto Scarpinato è passato dalle aule di giustizia agli scranni del Parlamento, ha portato con sé questa dote di intoccabilità istituzionale.
Ma cosa succede quando quel medesimo metodo – fatto di suggestioni morali, teoremi oracolari e insofferenza per la verifica empirica dei fatti – impatta contro la cruda concretezza di un provvedimento giudiziario?Succede quanto accaduto a Caltanissetta. Un giovane giudice per le indagini preliminari osserva le carte, analizza le dinamiche (a partire dal delicatissimo filone Mafia-Appalti e i contatti tra il senatore e l’ex Pm Natoli) e mette nero su bianco giudizi di merito severissimi, arrivando a parlare di un’operazione “depistante”.

La reazione di Scarpinato non è stata la difesa tecnica del cittadino o la compostezza del parlamentare, bensì l’arroccamento dell’inquisitore offeso: l’accusa al Gip di “falsità” e di essersi fatto braccio armato del “bullismo istituzionale”. 

LA FRATTURA CORAGGIOSA DELL’ANM

È qui che la vicenda esce dal canovaccio prevedibile della politica e diventa “fuori dal coro”. La reazione della magistratura associata non è andata a protezione del blocco di potere antico, bensì a tutela del giudice di merito.
L’Anm e le sue componenti associative non hanno difeso l’ex collega “illustre”, la icona del pantheon antimafia. Hanno scelto di difendere un principio costituzionale fondamentale: l’indipendenza del giudice singolo da qualsiasi forma di pressione, compresa – e soprattutto – quella esercitata da chi indossa la veste dell’Eroe della Legalità.
Veder richiamare all’equilibrio e al rispetto istituzionale un politico che per quarant’anni ha rappresentato la pubblica accusa è il segno che il Re è nudo. Chi ha fondato la propria carriera sull’idea che i provvedimenti dei magistrati vadano sempre rispettati (quando colpiscono gli avversari), non può trasformare un Gip in un “depistatore” o in un “falsario” non appena la penna del giudice traccia righe sgradite.

IL TRAMONTO DEI “PROFESSIONISTI DELLA VERITÀ”

Sciascia, con profetica lungimiranza, aveva intuito i rischi dell’antimafia trasformata in carriera o in categoria dello spirito. Oggi assistiamo al capitolo finale di quel processo. La distanza presa dai magistrati di Caltanissetta ci dice che la Verità processuale si fa sui fatti e sulle carte, non nelle aule parlamentari o negli show televisivi. Nessuno è immune dal vaglio della legge. Neanche chi ha fatto della legalità un brand politico.

Il rispetto per la magistratura non è a carte correnti. Non si invocano i giudici come martiri quando emettono sentenze gradite per poi bollarli come incompetenti o “asserviti” quando scoperchiano zone d’ombra personali.

La nota delle toghe nissene non è solo una presa di distanze formale. È un atto di liberazione della Magistratura dalla retorica dell’Antimafia di spettacolo. È il momento in cui i giudici della porta accanto, quelli che lavorano nell’ombra delle procure di provincia senza riflettori, dicono a chi sta sui pulpiti: “Qui si applica il diritto, non il mito. E davanti alla legge, le vostre medaglie non contano nulla”.

Di Alessandro Cucciolla L’OPINIONE DELLA LIBERTÀ 8.10.2026