Borsellino e mafia-appalti, Zurlo sfida i critici del gip di Caltanissetta

 

Zurlo racconta Il nido di vipere e difende il gip Bologna sul dossier mafia-appalti, tra critiche e nuove indagini.

Vincenzo Zurlo è avvocato: nelle aule di giustizia difende ogni giorno famiglie e piccoli imprenditori contro banche e fondi. Prima della toga ha servito nel ROS dei Carabinieri, il reparto che all’inizio degli anni Novanta produsse il rapporto «mafia e appalti».

Il nido di vipere (Guida Editori, prefazione di Lucia Borsellino) racconta con la voce di Paolo Borsellino i cinquantasette giorni tra Capaci e via D’Amelio. Il 3 ottobre 2026 il Gip di Caltanissetta Santi Bologna ha archiviato il filone contro ignoti su mafia appalti e stragi, ma ha riconosciuto in quell’indagine una concausa delle stragi e ha mosso rilievi pesanti ad alcuni magistrati dell’epoca. Da allora la Procura nissena e il giudice sono al centro di una polemica senza precedenti.

La voce di Borsellino nei cinquantasette giorni prima della strage

Avvocato Zurlo, perché raccontare Borsellino con la sua voce?

Perché quei cinquantasette giorni li conosciamo dalle carte, ma quasi mai dal punto di vista di chi li ha vissuti dentro la Procura di Palermo. Borsellino sapeva di essere isolato, e il «nido di vipere» era proprio l’ambiente in cui lavorava. Raccontarlo in prima persona significa restituire al lettore ciò che le sentenze non possono dire: l’urgenza di un uomo che sapeva di avere poco tempo, la diffidenza verso alcuni colleghi. La voce è un espediente narrativo, ma nulla è inventato: ogni passaggio poggia su atti, testimonianze e sulle sue stesse parole pubbliche. Ho scelto di farlo parlare perché per troppo tempo altri hanno parlato indegnamente al suo posto.

Il decreto del gip Bologna e le anomalie investigative

Il decreto del Gip Bologna le dà ragione?

Sì, conferma ciò che il libro racconta. Mafia e appalti fu una concausa decisiva, soprattutto per via D’Amelio. Borsellino chiese di essere sentito a Caltanissetta e non fu mai ascoltato; e il 14 luglio 1992, scrive il giudice, non fu volutamente informato della richiesta di archiviazione firmata il giorno prima. Il Gip parla, testualmente, di «gravissime anomalie investigative» riferibili a Lo Forte, Pignatone, Natoli e Scarpinato. Un’archiviazione contro ignoti, dopo oltre trent’anni, non assolve la storia: fissa punti fermi, e le indagini vanno avanti.

Gli attacchi ai magistrati di Caltanissetta

Eppure oggi Procura e Gip sono sotto attacco. Da parte di chi?

Da magistrati ed ex magistrati che di quelle stragi si sono occupati e sul cui operato il decreto ha proiettato ombre. Il senatore Scarpinato, che si ritiene vittima di «bullismo politico», sostiene che il Gip non gli abbia garantito il contraddittorio, che abbia fondato il provvedimento su circostanze già ritenute false da un altro giudice e che, nel tentativo di rianimare la pista mafia appalti, abbia finito per dare manforte a quel bullismo. Alla Procura rimprovera di aver trascurato intercettazioni a suo dire favorevoli. Lo Forte definisce la ricostruzione assurda e offensiva. Di Matteo sceglie una strada più obliqua: in un esposto al Csm e alla Procura generale della Cassazione attacca il procuratore nazionale antimafia Giovanni Melillo, lamenta di aver appreso dalla stampa le novità investigative di Caltanissetta e denuncia, a proposito dei lavori della Commissione antimafia, una «riscrittura minimalista e fuorviante» della storia delle stragi. Tre attacchi nel giro di poche settimane, da tre direzioni diverse.

Che cosa accomuna queste critiche?

Il fatto che nessuna entri davvero nel merito delle carte. Si contestano il metodo, i tempi, le presunte finalità politiche del provvedimento, ma nessuno spiega dove il giudice avrebbe sbagliato nel ricostruire i fatti. È una delegittimazione indiretta, e il risultato, voluto o no, è isolare chi indaga. Falcone e Borsellino conobbero lo stesso clima: prima del tritolo, venne il discredito.

Scarpinato e la polemica sul diritto al contraddittorio

Scarpinato però lamenta di non essere stato sentito.

Ha il diritto di difendersi, e da avvocato sono il primo a riconoscerlo. Ma la propria versione si porta nelle sedi giudiziarie, documenti alla mano, non accusando un giudice di falso da un seggio parlamentare. Non a caso la magistratura associata ha chiesto al Csm di aprire pratiche a tutela del Gip.

Salvatore Borsellino, la trattativa e il referendum

E Salvatore Borsellino?

Rispetto il suo dolore, ma la sua è una nota incolore. Ha contestato il procuratore De Luca, ha liquidato la pista mafia appalti come possibile fumo negli occhi e sembra rimpiangere una trattativa che i giudici hanno smontato. Non cerca la verità, cerca la sua verità: applaude i magistrati solo quando vanno nella direzione delle sue convinzioni.

Dove vede il paradosso più forte?

Nel fatto che a criticare sia chi ha indagato per anni approdando a teoremi che non hanno retto all’accertamento giudiziario: la trattativa si è chiusa nel 2023 con l’assoluzione definitiva degli ufficiali del ROS. Dall’altra parte c’è chi, con metodo e dopo oltre trent’anni, ha individuato carte alla mano le concause della strage. E poi c’è il referendum di marzo: Scarpinato e Di Matteo sono stati tra le voci più nette del No, in nome dell’autonomia dei magistrati. Quell’autonomia vale anche per un giovane e coraggioso Gip di Caltanissetta che scrive cose sgradite. L’indipendenza della magistratura non si difende solo quando giudica gli altri.

La famiglia Borsellino e la battaglia per la verità

Che ruolo ha avuto la famiglia Borsellino?

Decisivo. La prefazione di Lucia Borsellino è per me un onore e una responsabilità. L’avvocato Fabio Trizzino ha avuto il merito di riportare l’attenzione sulle carte, non sulle suggestioni. I figli di Borsellino non chiedono colpevoli a ogni costo: chiedono che si dica ciò che è documentato.

Perché leggere il libro?

Perché è ossequioso soltanto dei documenti giudiziari, non degli affascinanti teoremi che da anni si prova, in modo maldestro, a costruire e a somministrare come storia giudiziaria. La memoria non si custodisce: si verifica. Borsellino, allora, non lo ascoltò nessuno: questo libro prova a farlo adesso. Il resto è rumore, e il rumore è sempre stato l’alleato di chi non voleva che si sapesse.

STYLO24.it

 

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