VIA D’AMELIO: processo depistaggio in corso

 

 

FIAMMETTA BORSELLINO: “chi sa parli”   Dopo trent’anni quattro processi, tre appelli e tre sentenze di Cassazione non è stata restituita completa e convincente verità e giustizia alle vittime e ai loro familiari.  L’ultima sentenza, al contrario, ha clamorosamente certificato che l’inquinamento delle indagini su Via D’Amelio è avvenuto attraverso “Uno dei più grandi depistaggi della storia italiana”. L’udienza preliminare del 20 settembre, relativa al processo depistaggio, ha rappresentato quindi solo un primo nuovo passo di un percorso destinato a durare ancora per lungo tempo. Parallelamente, sono stati finalmente avviati anche i lavori della Commissione Speciale Antimafia della Regione Sicilia e della Commissione del Consiglio Superiore della Magistratura. Entrambe istituite su richiesta di Fiammetta Borsellino nel tentativo di ottenere nuovi e decisivi “pezzi di verità”. TRE POLIZIOTTI E DUE MAGISTRATI SOTT’INCHIESTA –  Perchè? Per conto di chi? Chi ne era a conoscenza? Quali le eventuali coperture che hanno consentito un mistero che dura da ben  27 anni? Sono solo alcune delle domande che attendono un credibile risposta da oltre un quarto di secolo. Due dei tre poliziotti indagati, che rischiano una condanna dai 15 ai 30 anni,  intervistati dal  quotidiano  La Stampa, dichiarano l’assenza di verità nascoste. Il processo, c’è da augurarselo, dovrà fornire in proposito risposte convincenti e possibilmente definitive.


PROCESSI – INCHIESTE E INDAGINI PRECEDENTI

 

PROCESSO DEPISTAGGIO – Audio udienze

 




FIAMMETTA BORSELLINO: “Il colossale depistaggio che ha tenuto lontana la verità sulla morte di mio padre e dei suoi agenti di scorta continua a non avere responsabili”.

La procura di Messina ha chiesto di archiviare l’inchiesta sui due ex pm di Caltanissetta Palma e Petralia accusati di aver costruito ad arte il falso pentito Scarantino. La figlia del magistrato ucciso nel 1992 con la scorta: “Impossibile che i poliziotti abbiano fatto tutto da soli”



16.11.2021 – Ingroia: “Borsellino non si fidava di molti pm”/ “Mi disse ‘Manda tutti in ferie’ e…” Antonio Ingroia, ex procuratore aggiunto di Palermo, è stato ascoltato come teste dell’accusa nel processo sul depistaggio sulle indagini della strage di Via D’Amelio: l’oggi avvocato, come riportato da Adnkronos, ha parlato del periodo antecedente alla morte di Paolo Borsellino e dei comportamenti che quest’ultimo aveva. “Non si fidava di molti pm della Procura. Aveva sempre la porta chiusa”. La situazione era cambiata soprattutto negli ultimi tempi. Prima, infatti, era sempre sorridente e amichevole, tanto che “nel suo studio c’era un via vai di colleghi”, a differenza di Giovanni Falcone che era più riservato. Il giudice ucciso il 19 luglio 1992 si fidava, in base alla ricostruzione, di lui e di pochi altri. “Pensava che l’80 per cento della procura fosse controllata dal Procuratore di allora Giammanco. Poi c’era un gruppo sparuto chiamato in modo sprezzante i ‘Falconiani’ che per lui era un punto di riferimento”, ha spiegato Antonio Ingroia. È per questa ragione che quell’estate non voleva che l’ex procuratore aggiunto di Palermo andasse in vacanza. “Mi disse ‘Fai andare tutti questi in ferie e ci lavoriamo noi’”.  Ingroia: “Borsellino non si fidava di molti pm”. La collaborazione con Mutolo Un elemento chiave nel racconto di Antonio Ingroia sugli ultimi giorni di vita di Paolo Borsellino riguarda la collaborazione con Gaspare Mutolo, che doveva restare segreta. “Ricordo un giorno mi disse nella sua stanza di non dire a nessuno di una importante collaborazione che stava per arrivare. La prima volta non mi disse neanche il nome, ma che c’era un grosso pentito che si apprestava a collaborare e che a suo parere poteva fare luce su legami tra Cosa Nostra e altri ambienti”, ha ricordato. Pochi giorni dopo, tuttavia, Bruno Contrada, dirigente dei Servizi Segreti arrestato a dicembre del 1992 per concorso esterno in associazione mafiosa, era a conoscenza del pentimento di Gaspare Mutolo. “Paolo lo percepì come un segnale preoccupante. Pensò che qualcuno dal ministero dell’Interno voleva fargli sapere che Contrada non era solo e c’erano loro dietro di lui”, ha concluso. IL SUSSIDIARIO


15.12.2021 Depistaggio Borsellino, Ingroia: “Mutolo era pronto a parlare di uomini dello Stato”. “Nei giorni immediatamente successivi alla strage di via d’Amelio nell’attivita’ immediatamente sviluppata dalla Procura di Caltanissetta ci venne comunicato che il procuratore capo Tinebra aveva chiesto e ottenuto dal procuratore generale di Palermo di poter avere un ufficio a sua disposizione dentro il palazzo di giustizia di Palermo, che gli venne concesso al primo piano. Tinebra mi contatto’ per incontrarmi. Ci andai“. A raccontare le fasi subito dopo la strage di Via D’Amelio del 19 luglio del 1992, in cui persero la vita Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta, e’ l’avvocato Antonio Ingroia, ex pm, chiamato oggi a deporre come teste nell’ambito del processo sul depistaggio delle indagini sulla strage, che si svolge a Caltanissetta “Tinebra – ha continuato Ingroia rispondendo alle domande del pm Maurizio Bonaccorso – si presento’ vestito in maniera informale e mi disse che voleva farsi un’idea e se c’erano cose particolari sul quale indirizzare le indagini. Mi parve importante e significativo metterlo a parte di cio’ che avevo saputo la sera stessa della strage, seduto su una delle panchine dei corridoi della Procura di Palermo. Eravamo io, la collega Teresa Principato e il collega Ignazio De Francisci; entrambi mi raccontarono di aver appreso da Paolo Borsellino, il sabato 18, quando io non ero in ufficio, che uno o due giorni prima aveva interrogato Gaspare Mutolo, il quale, fuori verbale, gli aveva anticipato delle rivelazioni che aveva da fare su uomini dello Stato e cioe’ Bruno Contrada e il magistrato Domenico Signorino“.  “Borsellino si recò a Roma al ministero dell’Interno e riferì che con una scusa venne accompagnato in una stanza in cui incontrò Bruno Contrada. Quest’ultimo era a conoscenza dell’inizio della collaborazione di Gaspare Mutolo. Borsellino lo percepì come un segnale preoccupante. Pensò che qualcuno dal ministero dell’Interno voleva fargli sapere che Contrada non era solo e c’erano loro dietro di lui. Questo lo appresi da Carmelo Canale e poi da Agnese Borsellino“.Ha concluso l’avvocato Antonio Ingroia il SICILIA


15.12.2021 – Strage via D’Amelio, Ingroia: ‘Borsellino cominciò a non fidarsi più’. Il processo si svolge a Caltanissetta. “Sono certo che la ritrattazione fatta da Vincenzo Scarantino fu verbalizzata. Scarantino disse che l’avevano indotto a collaborare. I magistrati erano sconcertati e amareggiati. Il dottor Petralia si mise quasi le mani ai capelli. Pensavano: ‘ma Scarantino ci aveva riferito cose che solo chi in qualche modo ha partecipato al fatto può conoscere. E quindi o gliele ha dette qualcuno oppure c’è qualcosa che non va’ “.
L’interrogatorio del ’98. Lo ha detto Santino Carmelo Foresta, ex avvocato di Vincenzo Scarantino, deponendo oggi nel corso dell’udienza del processo sul depistaggio delle indagini sulla Strage di via D’Amelio che si celebra a Caltanissetta, in riferimento a un interrogatorio del 2 settembre del 1998. Accusatosi di aver partecipato all’attentato contro il giudice Paolo Borsellino, Scarantino viene arrestato il 29 settembre 1992. Dopo essere stato recluso nel carcere di massima sicurezza di Pianosa, decise di collaborare con gli inquirenti spiegando come venne organizzata la strage in cui morì il giudice Borsellino. Venne condannato a 18 anni e poi cominciò ad accusare poliziotti e magistrati. Nel 1998 Scarantino ritrattò tutto affermando di non avere preso parte all’attentato di via D’Amelio e di essere stato costretto da Arnaldo La Barbera, ex capo della squadra mobile di Palermo a confessare il falso, e di aver subito maltrattamenti durante la sua detenzione nel carcere di Pianosa. Nel 2007 il pentito Gaspare Spatuzza ha confessato di essere stato l’autore del furto dell’auto Fiat 126 usata per l’attentato, scagionando Scarantino e dimostrando che era un falso pentito, usato per sviare le indagini sulla morte di Borsellino. “Quando Scarantino ritrattò i magistrati si posero il problema che sapeva delle cose che non poteva sapere se si era inventato tutto. Chiaramente quello che era accaduto non era del tutto normale. Durante l’interrogatorio – ha aggiunto il teste rispondendo alle domande dell’avvocato Giuseppe Scozzola – non ricordo se ci fossero state delle pause e non ricordo nemmeno se gli furono mostrate foto. Erano presenti i pm Francesco Paolo Giordano, Annamaria Palma e Carmelo Petralia. Dopo un po’ nel corso del suo interrogatorio ritrattò la sua stessa ritrattazione confermando quanto detto in precedenza”.


La testimonianza di Ingroia. “Borsellino si recò a Roma al ministero dell’Interno e riferì che con una scusa venne accompagnato in una stanza in cui incontrò Bruno Contrada. Quest’ultimo era a conoscenza dell’inizio della collaborazione di Gaspare Mutolo. Borsellino lo percepì come un segnale preoccupante. Pensò che qualcuno dal ministero dell’Interno voleva fargli sapere che Contrada non era solo e c’erano loro dietro di lui. Questo lo appresi da Carmelo Canale e poi da Agnese Borsellino”. Lo ha detto l’avvocato Antonio Ingroia, chiamato oggi a deporre come teste nell’ambito del processo sul depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio che si celebra a Caltanissetta, che ha aggiunto: “”Nell’ultima fase della sua vita Paolo Borsellino teneva la porta del suo ufficio sempre chiusa. Il suo carattere era sempre stato allegro ed estroverso, a differenza di quello di Giovanni Falcone che era più riservato. Quindi era uno che aveva sempre tenuto la porta aperta con un viavai continuo di colleghi. Nell’ultimo periodo teneva sempre chiusa la porta. Mi disse che era per tutelare la sua riservatezza, perché chiunque passava vedeva con chi si incontrava. Non si fidava più. Ricordo – ha aggiunto Ingroia, rispondendo alle domande dell’avvocato Fabio Trizzino – che incontrandomi nella sua stanza mi disse di non dire a nessuno di una importante collaborazione che stava per arrivare. La prima volta non mi disse neanche il nome, ma che c’era un grosso pentito che si apprestava a collaborare e che a suo parere poteva fare luce su legami tra Cosa Nostra e altri ambienti. Mi chiese di non dirlo neanche a Roberto Scarpinato, perché quest’ultimo era uno con cui io parlavo”. LIVE SICILIA


15.11.2021 – Depistaggio Borsellino, l’ex avvocato di Scarantino: “Pm sconcertati da ritrattazione”. “Sono certo che la ritrattazione fatta da Vincenzo Scarantino fu verbalizzata. Scarantino disse che l’avevano indotto a collaborare. I magistrati erano sconcertati e amareggiati. Il dottor Petralia si mise quasi le mani ai capelli. Pensavano: ‘ma Scarantino ci aveva riferito cose che solo chi in qualche modo ha partecipato al fatto può conoscere. E quindi o gliele ha dette qualcuno oppure c’è qualcosa che non va‘ “. Lo ha detto Santino Carmelo Foresta, ex avvocato di Vincenzo Scarantino, deponendo oggi nel corso dell’udienza del processo sul depistaggio delle indagini sulla Strage di via D’Amelio che si celebra a Caltanissetta, in riferimento a un interrogatorio del 2 settembre del 1998. Accusatosi di aver partecipato all’attentato contro il giudice Paolo Borsellino, Scarantino viene arrestato il 29 settembre 1992. Dopo essere stato recluso nel carcere di massima sicurezza di Pianosa, decise di collaborare con gli inquirenti spiegando come venne organizzata la strage in cui morì il giudice Borsellino. Venne condannato a 18 anni e poi cominciò ad accusare poliziotti e magistrati. Nel 1998 Scarantino ritrattò tutto affermando di non avere preso parte all’attentato di via D’Amelio e di essere stato costretto da Arnaldo La Barbera, ex capo della squadra mobile di Palermo a confessare il falso, e di aver subito maltrattamenti durante la sua detenzione nel carcere di Pianosa. Nel 2007 il pentito Gaspare Spatuzza ha confessato di essere stato l’autore del furto dell’auto Fiat 126 usata per l’attentato, scagionando Scarantino e dimostrando che era un falso pentito, usato per sviare le indagini sulla morte di Borsellino. “Quando Scarantino ritrattò i magistrati si posero il problema che sapeva delle cose che non poteva sapere se si era inventato tutto. Chiaramente quello che era accaduto non era del tutto normale. Durante l’interrogatorio – ha aggiunto il teste rispondendo alle domande dell’avvocato Giuseppe Scozzola – non ricordo se ci fossero state delle pause e non ricordo nemmeno se gli furono mostrate foto. Erano presenti i pm Francesco Paolo Giordano, Annamaria Palma e Carmelo Petralia. Dopo un po’ nel corso del suo interrogatorio ritrattò la sua stessa ritrattazione confermando quanto detto in precedenza”.IL SICILIA



15.12.2021 *- INGROIA, “PAOLO BORSELLINO NON SI FIDAVA DI MOLTI PM DELLA PROCURA DI PALERMO”. 
“Pensava che l’80 per cento fosse controllato dal Procuratore Giammanco”.. Caltanissetta, 15 dic. (Adnkronos)

“Nel periodo precedente alla strage di via d’Amelio Paolo Borsellino non si fidava di molti pm della Procura di Palermo”. Lo ha detto l’ex Procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia deponendo al processo sul depistaggio sulla strage di via D’Amelio a Caltanissetta. Rispondendo alle domande dell’avvocato di parte civile della famiglia Borsellino, l’avvocato Fabio Trizzino, che è anche il genero del giudice ucciso nella strage, ha spiegato che Borsellino si fidava di lui ” pochi altri”.
“Pensava che l’80 per cento della procura fosse controllata dal Procuratore di allora Giammanco”. “Mi disse che era sua intenzione affiancare me a lui durante l’estate per la collaborazione di questi collaboratori, in particolare Leonardo Messina, perché si fidava di me, perché c’erano molti magistrati di cui non si fidava – dice – Io quel giorno, il 15 luglio del 1992, l’ultima volta che lo vidi, gli dissi che stavo per prendermi qualche giorno di ferie ma lui non la prese bene. Io lo andai a salutare ma lui rimase con la testa china, mi salutò freddamente”.
Borsellino aveva chiesto a Ingroia di affiancarlo nella gestione di due collaboratori, Gaspare Mutolo e Leonardo Messina. “Mi disse ‘Fai andare tutti questi in ferie e ci lavoriamo noi’. Perché stava andando in una procura che considerava per l’80 per cento controllata dal procuratore Giammanco. Poi c’era un gruppo sparuto chiamato in modo sprezzante i ‘Falconiani’ che per lui era un punto di riferimento”.

27.11.2021 Pignatone: “Nessun contrasto su mafia-appalti” “Borsellino, almeno in mia presenza e a riunioni a cui partecipai io, non disse mai che sull’inchiesta mafia-appalti si sarebbe potuto fare di più. Cioè non si è mai lamentato che l’indagine non fosse stata valorizzata come meritava”. Lo ha detto Giuseppe Pignatone, ex procuratore di Roma, per anni in Procura a Palermo, deponendo al processo sul depistaggio delle indagini sulla strage di Via D’Amelio in corso davanti al tribunale di Caltanissetta. Imputati, con l’accusa di calunnia aggravata, i poliziotti Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo. Pignatone è stato citato per riferire dell’inchiesta mafia-appalti secondo alcuni vero movente dell’attentato a Borsellino. Borsellino che, a marzo 1992 fu nominato procuratore aggiunto a Palermo, avrebbe potuto approfondire l’indagine sulle commistioni mafia, politica e imprenditoria e proprio per questo, secondo alcuni, sarebbe stato ucciso.“Nessuno si è mai permesso di dirmi cosa fare dall’esterno o ha fatto pressioni – ha detto Pignatone – In caso contrario lo avrei denunciato. All’interno dell’ufficio l’allora procuratore Giammanco ci disse di lavorare e valorizzare gli elementi che andavano valorizzati, d’altro canto non si arrestano persone senza prove”, ha aggiunto Pignatone smentendo qualunque sottovalutazione dell’inchiesta mafia-appalti.“A metà luglio facemmo un’assemblea dell’ufficio – ha spiegato il teste – In quel periodo dalla stampa arrivavano attacchi alla Procura e accuse di avere insabbiato l’inchiesta. Giammanco convocò i colleghi proprio per una operazione trasparenza e per spiegare come erano andate le cose”. “In quell’occasione Borsellino, con cui già avevamo parlato di una tranche dell’indagine, ci chiese se si trattava degli accertamenti che comprendevano un appalto di Pantelleria e gli dicemmo di sì. A quel punto rispose solo di parlarne con Ingroia”. LA SICILIA


27.11.2021 – Scarpinato accusa i carabinieri del Ros. «Dopo la morte di Paolo Borsellino, precisamente a settembre del 1992, il Ros dei carabinieri depositò la cosiddetta informativa Sirap in cui si sosteneva che dietro le illecite aggiudicazioni degli appalti in Sicilia c’erano politici come Nicolosi, Mannino e Lima. Scoprimmo allora che i carabinieri erano in possesso di intercettazioni a carico di questi e altri personaggi ‘illustri’ già dal 1990 e che fino al 1992, nonostante nel 91 ci avessero consegnato una prima informativa, non vi avevano fatto cenno». Punta il dito sui carabinieri del Ros l’ex procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato, sentito come teste al processo sul depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio in corso a Caltanissetta. Scarpinato è stato citato dal legale di due degli imputati, l’avvocato Giuseppe Seminara che assiste i poliziotti Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei, imputati del depistaggio e accusati di calunnia aggravata, insieme al funzionario di polizia Mario Bo. Oggetto della deposizione l’inchiesta mafia-appalti condotta dalla procura nei primi anni ’90. Secondo alcuni legali proprio il rischio che da quell’indagine venissero fuori collusioni tra mafia, politica e imprenditoria sarebbe stata il movente dell’accelerazione dell’attentato a Borsellino che dal marzo dal marzo 1992 arriva come aggiunto in Procura a Palermo. La Procura all’epoca venne accusata con una campagna di stampa di aver insabbiato gli accertamenti. Accusa respinta da Scarpinato che ha ricostruito tutte le fasi dell’indagine che portò poi ad arresti e condanne di politici e imprenditori e quindi – spiega il magistrato – fu tutt’altro che chiusa. Tornando alle intercettazioni depositate dopo due anni dalla loro effettuazione Scarpinato ha aggiunto: «Chiedemmo perché non ce le avevano depositate prima, un maresciallo del Ros ci disse che aveva ricevuto indicazioni dal Ros di non consegnarle “perché non erano rilevanti”. Questo fu il vero insabbiamento – ha aggiunto – e fu fatto credere che la procura aveva intercettazioni su personaggi eccellenti e le nascondeva mentre le aveva il Ros. Fu una cosa gravissima ed è grave che ogni tanto, specie in fasi nodali di certi processi parte della stampa la ritiri fuori».    «Borsellino mi chiese a fine maggio del 1992 a che punto fosse l’indagine mafia e appalti. L’inchiesta lui la conosceva perché aveva letto la richiesta di misura cautelare che avevamo fatto. Gliela avevamo mandata perché c’era un episodio relativo a un appalto di Pantelleria sul quale lui, da procuratore di Marsala, rivendicava la competenza a indagare. In quell’occasione gli feci una sintesi dell’indagine». Lo ha detto Roberto Scarpinato, ex procuratore generale di Palermo, sentito come teste al processo sul depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio in corso a Caltanissetta. Scarpinato è stato citato dal legale di due degli imputati, l’avvocato Giuseppe Seminara che assiste i poliziotti Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei, imputati del depistaggio e accusati di calunnia aggravata, insieme al funzionario di polizia Mario Bo. Oggetto della deposizione l’inchiesta mafia-appalti condotta dalla Procura di Palermo nei primi anni ’90. Secondo alcuni legali proprio il rischio che da quell’indagine venissero fuori collusioni tra mafia, politica e imprenditoria sarebbe stata il movente dell’accelerazione dell’attentato a Borsellino che a marzo 1992 era arrivato come aggiunto in Procura a Palermo. Borsellino, avrebbe temuto qualcuno, poteva rappresentare una minaccia prendendo in mano l’inchiesta. Scarpinato ha poi raccontato di un secondo incontro con Borsellino avvenuto prima della sua morte. «Mi chiese particolare riservatezza. – ha spiegato – Era arrivato l’esposto cosiddetto del Corvo bis in cui si parlava di incontri tra l’ex ministro Mannino e il boss Totò Riina e del presunto patto stretto tra loro: i voti della mafia alla corrente di Mannino in cambio di appalti a imprese mafiose e benefici carcerari ai boss. Nel documento si invitavano anche le autorità a cui era indirizzato a rivedere l’inchiesta mafia-appalti».  «Borsellino ragionò con me su chi aveva potuto scrivere l’anonimo – ha spiegato – e mi disse: mi hanno detto che potrebbe essere un ufficiale del Ros, ho avuto un appuntamento per cercare di capire chi è, ma tienitelo per te». «Non mi risulta – ha concluso – che Borsellino si sia lamentato che l’indagine non avesse avuto il respiro che meritava». «Vidi Falcone quando si parlava della sua nomina alla Procura Nazionale Antimafia e mi disse che Mutolo aveva iniziato a collaborare e che avrebbe fatto rivelazioni esplosive. Mi invitò a fare domanda per andare alla Procura Nazionale prospettandomi che avremmo indagato insieme su Gladio. Gladio d’altro canto era un argomento sul quale ci eravamo già confrontati e su cui avevamo avuto scontri con l’allora procuratore Giammanco. Per Falcone si doveva partire da lì per ricostruire i delitti politici, mentre Giammanco era contrario» ha detto Roberto Scarpinato. «Borsellino, almeno in mia presenza e a riunioni a cui partecipai io, non disse mai che sull’inchiesta mafia-appalti si sarebbe potuto fare di più. Cioè non si è mai lamentato che l’indagine non fosse stata valorizzata come meritava» ha detto Giuseppe Pignatone, ex procuratore di Roma, per anni in Procura a Palermo, deponendo al processo sul depistaggio delle indagini sulla strage di Via D’Amelio in corso davanti al tribunale di Caltanissetta. «Nessuno si è mai permesso di dirmi cosa fare dall’esterno o ha fatto pressioni – ha detto Pignatone – In caso contrario lo avrei denunciato. All’interno dell’ufficio l’allora procuratore Giammanco ci disse di lavorare e valorizzare gli elementi che andavano valorizzati, d’altro canto non si arrestano persone senza prove», ha aggiunto Pignatone smentendo qualunque sottovalutazione dell’inchiesta mafia-appalti. «A metà luglio facemmo un’assemblea dell’ufficio – ha spiegato il teste – In quel periodo dalla stampa arrivavano attacchi alla Procura e accuse di avere insabbiato l’inchiesta. Giammanco convocò i colleghi proprio per una operazione trasparenza e per spiegare come erano andate le cose». «In quell’occasione Borsellino, con cui già avevamo parlato di una tranche dell’indagine, ci chiese se si trattava degli accertamenti che comprendevano un appalto di Pantelleria e gli dicemmo di sì. A quel punto rispose solo di parlarne con Ingroia». LA SICILIA


27.11.2021 – Scarpinato: “Falcone voleva indagare anche su Gladio”. «Incontrai Giovanni Falcone quando si parlava della sua nomina alla Procura Nazionale Antimafia. Mi disse che Mutolo aveva iniziato a collaborare e che avrebbe fatto rivelazioni esplosive. Mi invitò a fare domanda per andare alla Procura Nazionale prospettandomi che avremmo indagato insieme su Gladio». Lo ha detto l’ex procuratore generale di Palermo, Roberto Scarpinato deponendo a Caltanissetta al processo sul depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio. Imputati, con l’accusa di calunnia aggravata, i poliziotti Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, componenti della squadra «Falcone-Borsellino» guidata Arnaldo La Barbera. «Gladio d’altro canto era un argomento sul quale – ha proseguito Scarpinato – ci eravamo già confrontati e su cui avevamo avuto scontri con l’allora procuratore Giammanco. Per Falcone si doveva partire da lì per ricostruire i delitti politici, mentre Giammanco era contrario»

Mafia e appalti, nessun insabbiamento «La Procura di Palermo non ha mai insabbiato i nomi dei politici Lima, Mannino e Nicolosi. Per il semplice motivo che il Ros depositò l’informativa ‘Mafia e appaltì con questi nomi dopo la strage di via D’Amelio e la morte di Paolo Borsellino. Questo deposito avvenne il 5 settembre 1992. Nell’informativa depositata in precedenza, nel febbraio 1991, non si fa alcun cenno a questi, anche se le intercettazioni risalivano al maggio 1990». Afferma inoltre l’ex procuratore generale di Palermo, Roberto Scarpinato, che all’epoca era sostituto procuratore alla Procura della Repubblica di Palermo.  Oggetto della deposizione l’inchiesta mafia-appalti condotta dalla procura nei primi anni ’90. Secondo i legali proprio quell’indagine sarebbe il movente dell’accelerazione dell’attentato a Borsellino. «Borsellino prese servizio come aggiunto a Palermo – ha proseguito Scarpinato – e lo incontrai due volte, in una riservatamente. Gli dissi che già nel giugno 1991 avevamo dato una delega di indagine sulla parte principale dell’informativa che riguardava la Sirap e appalti per 1000 miliardi. Purtroppo – ha aggiunto – questa informativa, in cui c’erano anche i politici, è stata depositata solo dopo la morte di Paolo Borsellino. E nessuno ha ritenuto di dirci nulla neanche di fronte all’omicidio di Salvo Lima. Nessuno dei carabinieri che, mentre noi cercavamo di capire qualcosa, che ci avvertisse. Queste intercettazioni le aveva il Ros e sono rimaste nella caserma del Ros. E invece, tramite articoli di stampa, si citavano e fu fatto credere, tramite articoli di stampa, che la Procura di Palermo insabbiava le carte. Quelle carte in quel momento non le avevamo fatte». Scarpinato ha inoltre aggiunto che, nel secondo incontro, il giudice Borsellino a proposito del cosiddetto «Corvo» gli disse che «era scritto con cura da un ufficiale del Ros e che aveva degli appuntamenti per capire chi era».  LA SICILIA


26.11. 2021  “Paolo sapeva dell’archiviazione mafia-appalti”, Lo Forte si difende dalle accuse dei Borsellino le testimonianze al processo Depistaggio via D’Amelio

  • L’avv. Fabio Trizzino, legale della famiglia Borsellino, e genero del giudice ucciso nell’attentato del 19 luglio del 1992 pochi giorni fa lo aveva accusato di aver nascosto la notizia dell’archiviazione del dossier mafia-appalti.
  • Oggi il magistrato Guido Lo Forte in aula si difende: “Non nascosi nulla, Borsellino sapeva”.
  • “Gravi anomalie dei Ros su intercettazioni”
  • Testimonianze anche di Pignatone e Scarpinato

“Tutto il pool antimafia, compreso Paolo Borsellino, sapeva della richiesta di archiviazione che peraltro riguardava una tranche residuale dell’indagine mafia-appalti. Spiegammo che era una scelta obbligata perché per le posizioni per cui volevamo chiedere l’archiviazione non avevamo prove e tutto ciò fu condiviso all’unanimità, senza rilievi. E’ assolutamente falso che avrei nascosto a Borsellino il fatto di aver firmato la richiesta di archiviazione. Borsellino era già informato di questa prospettiva e poi io stesso ne parlai ai colleghi, lui compreso, in occasione della riunione del 14 luglio del 1992″. Lo ha detto l’ex procuratore di Messina Guido Lo Forte, per anni aggiunto a Palermo, deponendo al processo sul depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio.

La testimonianza. Lo Forte è stato citato dal legale di due degli imputati, l’avvocato Giuseppe Seminara che assiste i poliziotti Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei, imputati del depistaggio e accusati di calunnia aggravata, insieme al funzionario di polizia Mario Bo. Oggetto della deposizione l’inchiesta mafia-appalti condotta dalla Procura di Palermo nei primi anni ’90. Secondo alcuni legali proprio il rischio che da quell’indagine venissero fuori collusioni tra mafia, politica e imprenditoria sarebbe stata il movente dell’accelerazione dell’attentato a Borsellino che a marzo 1992 era arrivato come aggiunto in Procura a Palermo. Qualcuno avrebbe temuto che Borsellino, occupandosi di quella inchiesta avrebbe rappresentato una minaccia. “Borsellino mi chiese solo se si trattava dell’indagine che riguardava anche un appalto di Pantelleria di cui già avevamo parlato e io risposi di sì- ha aggiunto – Il discorso finì lì”.

“Gravi anomalie dei Ros su intercettazioni” Lo Forte ha confermato che i carabinieri del Ros comunicarono solo nel 1992 l’esistenza di intercettazioni del 1990 che avrebbero potuto evitare la richiesta di archiviazione e soprattutto che avrebbero potuto portare molto prima a indagini su politici e pezzi dell’imprenditoria italiana che poi la Procura comunque portò avanti.

“Si trattò di una anomalia grave – ha aggiunto – Come anomalo fu il fatto che il pm Lima di Catania ci avvertì molto dopo delle dichiarazioni di un testimone, il geometra Lipera, sull’imprenditore De Eccher che poi noi incriminammo. Informammo di tutto il Csm e il ministero della Giustizia”, ha concluso.

In aula anche Pignatone: “nessun contrasto su mafia-appalti” “Borsellino, almeno in mia presenza e a riunioni a cui partecipai io, non disse mai che sull’inchiesta mafia-appalti si sarebbe potuto fare di più. Cioè non si è mai lamentato che l’indagine non fosse stata valorizzata come meritava”. Lo ha detto Giuseppe Pignatone, ex procuratore di Roma, per anni in Procura a Palermo, deponendo al processo sul depistaggio delle indagini sulla strage di Via D’Amelio in corso davanti al tribunale di Caltanissetta. Anche Pignatone è stato citato per riferire dell’inchiesta mafia-appalti secondo alcuni vero movente dell’attentato a Borsellino.  “Nessuno si è mai permesso di dirmi cosa fare dall’esterno o ha fatto pressioni – ha detto Pignatone – In caso contrario lo avrei denunciato. All’interno dell’ufficio l’allora procuratore Giammanco ci disse di lavorare e valorizzare gli elementi che andavano valorizzati, d’altro canto non si arrestano persone senza prove”, ha aggiunto Pignatone smentendo qualunque sottovalutazione dell’inchiesta mafia-appalti.  “A metà luglio facemmo un’assemblea dell’ufficio – ha spiegato il teste – In quel periodo dalla stampa arrivavano attacchi alla Procura e accuse di avere insabbiato l’inchiesta. Giammanco convocò i colleghi proprio per una operazione trasparenza e per spiegare come erano andate le cose. In quell’occasione Borsellino, con cui già avevamo parlato di una tranche dell’indagine, ci chiese se si trattava degli accertamenti che comprendevano un appalto di Pantelleria e gli dicemmo di sì. A quel punto rispose solo di parlarne con Ingroia”.

Scarpinato “a insabbiare il dossier mafia-appalti fu il Ros”. A puntare il dito contro i carabinieri del ROS anche l’ex procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato, sentito stamani come teste al processo in corso a Caltanissetta.

“Dopo la morte di Paolo Borsellino, precisamente a settembre del 1992, il Ros dei carabinieri depositò la cosiddetta informativa Sirap in cui si sosteneva che dietro le illecite aggiudicazioni degli appalti in Sicilia c’erano politici come Nicolosi, Mannino e Lima. Scoprimmo allora che i carabinieri erano in possesso di intercettazioni a carico di questi e altri personaggi ‘illustri’ già dal 1990 e che fino al 1992, nonostante nel 91 ci avessero consegnato una prima informativa, non vi avevano fatto cenno”. La Procura all’epoca venne accusata con una campagna di stampa di aver insabbiato gli accertamenti. Accusa respinta da Scarpinato che ha ricostruito tutte le fasi dell’indagine che portò poi ad arresti e condanne di politici e imprenditori e quindi – spiega il magistrato – fu tutt’altro che chiusa. Tornando alle intercettazioni depositate dopo due anni dalla loro effettuazione Scarpinato ha aggiunto: “chiedemmo perché non ce le avevano depositate prima, un maresciallo del Ros ci disse che aveva ricevuto indicazioni dal Ros di non consegnarle perché non erano rilevanti”.  “Questo fu il vero insabbiamento – ha aggiunto – e fu fatto credere che la procura aveva intercettazioni su personaggi eccellenti e le nascondeva mentre le aveva il Ros. Fu una cosa gravissima ed è grave che ogni tanto, specie in fasi nodali di certi processi parte della stampa la ritiri fuori”.

Borsellino e l’indagine su mafia e appalti. “Borsellino mi chiese a fine maggio del 1992 a che punto fosse l’indagine mafia e appalti. L’inchiesta lui la conosceva perché aveva letto la richiesta di misura cautelare che avevamo fatto. Gliela avevamo mandata perché c’era un episodio relativo a un appalto di Pantelleria sul quale lui, da procuratore di Marsala, rivendicava la competenza a indagare. In quell’occasione gli feci una sintesi dell’indagine”. Blog Sicilia 


I “servizi” di Bruno Contrada e quella chiamata il giorno dopo la strage  Bruno Contrada afferma: «La mattina del 20 luglio ricevo una telefonata del dottor Sergio Costa, genero del capo della Polizia di allora, il Prefetto Vincenzo Parisi, ed era anche lui un commissario di pubblica sicurezza, aggregato al Sisde. Costa mi dice: “Don Vincenzo”, non disse il capo, non disse il prefetto Parisi, “Don Vincenzo desidera che lei prenda contatti con il Procuratore della Repubblica di Caltanissetta, dottor Giovanni Tinebra, per la strage che è accaduta, per la strage Borsellino”».  Convitato di pietra in questa relazione e nella ricostruzione dei fatti di quella estate è il Sisde, il nostro servizio di intelligence interno (oggi si chiama Aisi). Al ruolo del Sisde nelle indagini su via D’Amelio abbiamo dedicato parti significative della nostra precedente relazione. Qui torniamo sul tema per spostare l’asse geografica della nostra indagine (dalla Sicilia a Roma) e per comprendere quali consapevolezze vi fossero – ai diversi livelli istituzionali – sull’accelerazione che Tinebra e Contrada imprimono alla pista Scarantino. E lo facciamo usando come nostra fonte il protagonista di quelle settimane: Bruno Contrada, a lungo audito da questa Commissione. Cominciamo a ricostruire ciò che accade la mattina successiva alla strage.

  • CONTRADA, già dirigente della Polizia di Stato e del Sisde. La mattina del 20 luglio ricevo una telefonata del dottor Sergio Costa, genero del capo della Polizia di allora, il Prefetto Vincenzo Parisi, ed era anche lui un commissario di pubblica sicurezza, aggregato al Sisde. Costa mi dice: «Don Vincenzo», non disse il capo, non disse il prefetto Parisi, «Don Vincenzo desidera che lei prenda contatti con il Procuratore della Repubblica di Caltanissetta, dottor Giovanni Tinebra, per la strage che è accaduta, per la strage Borsellino», e io in quel momento seppi che il Procuratore della Repubblica di Caltanissetta si chiamava Giovanni Tinebra, non lo sapevo…
  • FAVA, presidente della Commissione. Non le disse se questa richiesta arrivava dal Procuratore o se era una richiesta del capo della Polizia?
  • CONTRADA, già dirigente della Polizia di Stato e del Sisde. Lui mi disse che era desiderio, volontà, del suocero (il capo della polizia Parisi, ndr.)… Credo che mi abbia accompagnato poi lo stesso dottor Costa che nell’occasione mi disse che lui conosceva bene il procuratore Tinebra da quando era Procuratore della Repubblica a Nicosia.
  • FAVA, presidente della Commissione. Costa le disse anche perché conosceva Tinebra?
  • CONTRADA, già dirigente della Polizia di Stato e del Sisde. Sì. No, non mi disse perché lo conosceva.
  • FAVA, presidente della Commissione. Chi partecipò all’incontro quella sera col dottor Tinebra?
  • CONTRADA, già dirigente della Polizia di Stato e del Sisde. Io solo. Io solo.
  • FAVA, presidente della Commissione. Non ci fu il dottor Costa? L’accompagnò e basta?
  • CONTRADA, già dirigente della Polizia di Stato e del Sisde. Mi ha accompagnato e mi ha aspettato fuori, ma all’incontro c’ero io soltanto e in quella occasione conobbi il dottor Tinebra, il quale mi disse: «mi trovo in grosse difficoltà, perché io di mafia, specialmente palermitana, sono completamente all’oscuro, sono a zero, non so niente… mi è stato detto dal suo capo della Polizia “che lei è uno dei funzionari più preparati in materia di mafia palermitana o della Sicilia occidentale… Può darci una mano in questa indagine?».
  • FAVA, presidente della Commissione. Cosa rispose?
  • CONTRADA, già dirigente della Polizia di Stato e del Sisde. Io gli dico: «signor Procuratore, io sono a disposizione per tutto quello che può essere utile, però tenga presente che io non posso svolgere indagini, perché non sono più ufficiale di polizia giudiziaria, sono un funzionario dei Servizi…». Fare indagini significava interrogare le persone, fare perquisizioni, ordinare pedinamenti, intercettazioni e tutta l’attività di polizia giudiziaria, interrogare testimoni, familiari delle vittime. «Tutta questa attività non la posso più svolgere, i nostri compiti sono a livello informativo e non più operativo, il nostro è un servizio di informazione», e questo era il primo punto; secondo punto: «io non ho più nessuna competenza, per quanto riguarda la Sicilia, perché il mio incarico è quello di coordinatore dei centri Sisde nella capitale e delle province del Lazio e quindi la mia sede di servizio è a Roma e lì è il mio ufficio»; terzo punto: «un mio eventuale intervento deve essere svolto in piena intesa, oltre naturalmente con l’autorità giudiziaria deputata a questa indagine, cioè con lei, anche con gli organi di polizia giudiziaria di Palermo»…

IL SISDE E LA PROCURA DI CALTANISSETT  Tre riserve. Che – come sappiamo – vengono rapidamente superate. Il Sisde scende in pista nell’inchiesta su via D’Amelio accanto alla Procura di Caltanissetta. Anzi, per conto di quella Procura. Vediamo come.

  • CONTRADA, già dirigente della Polizia di Stato e del Sisde. Ecco perché poi ebbi contatti con il capo della squadra mobile di allora di Palermo, Arnaldo La Barbera, lo invitai a venire nell’ufficio del Sisde a Palermo, credo due o tre giorni dopo. Poi telefonai al generale Antonio Subranni, che era il comandante del Ros dei Carabinieri e che conoscevo benissimo, eravamo anche amici perché avevamo passato tanti anni di servizio insieme a Palermo… Lui mi disse che a Palermo della strage se ne occupava anche il Ros, nella persona del maggiore Obinu. Contattai Obinu e lo invitai anche a venire al centro del Sisde di Palermo per riferire qual era stato il mio colloquio con il Procuratore della Repubblica…
  • FAVA, presidente della Commissione. Mi scusi, ma contattò anche i suoi superiori gerarchici, all’interno del Sisde, per far sapere di questa proposta e per essere autorizzato alla collaborazione?
  • CONTRADA, già dirigente della Polizia di Stato e del Sisde. Lo dissi pure al Procuratore della Repubblica, tra le varie obiezioni che avevo fatto, che avrei dovuto avere il beneplacito, il placet, dei miei superiori diretti. Erano tre: il direttore del Servizio, Prefetto Alessandro Voci; il vicedirettore operativo, Prefetto Fausto Gianni; il capo del terzo reparto da cui dipendeva il mio ufficio, dirigente generale della Polizia di Stato, Franco Di Biasi… Questo glielo dissi al Procuratore ed insistetti principalmente non con il prefetto Voci, il direttore generale del Sisde, ma con il suo vice con cui avevo maggiori rapporti, il prefetto Fausto Gianni, perché una volta avuto il beneplacito del direttore venisse a Palermo e parlasse anche lui con il Procuratore della Repubblica di Caltanissetta.
  • FAVA, presidente della Commissione. Le dissero i suoi superiori se di questa proposta di collaborazione era stato informato anche l’esecutivo, cioè il Presidente del Consiglio e il Ministro dell’Interno?
  • CONTRADA, già dirigente della Polizia di Stato e del Sisde. Assolutamente no, non me lo dissero né si è parlato di questo argomento. L’unica cosa che il Prefetto Gianni non era molto entusiasta di venire giù a Palermo…
  • FAVA, presidente della Commissione. Quando ci fu questo incontro con il Procuratore Tinebra?
  • CONTRADA, già dirigente della Polizia di Stato e del Sisde. Glielo dico subito, anche l’orario, perché ho la mia agenda… Il 24 luglio, ore 9.30, aeroporto Punta Raisi, arrivo Prefetto Gianni, dottor Sirleo, dottor Sergio Costa da Roma… Poi Caltanissetta, dal Procuratore della Repubblica Tinebra, presenti anche il dottor Antonio De Luca, il dottor Ruggeri, il dottor Narracci. Ruggeri è il capo centro (della Sicilia, ndr.), Narracci era il vice e De Luca era un vecchio funzionario della Squadra mobile ed era il capo centro di Catania. Venne anche lui.
  • FAVA, presidente della Commissione. Sulla sua agenda, poi acquisita agli atti del processo che la vide imputato, c’è scritto “colloquio su indagini, stragi Falcone e Borsellino”.
  • CONTRADA, già dirigente della Polizia di Stato e del Sisde. Questo argomento di questo termine, ‘indagini’, è stato oggetto di una lunga disquisizione, come dire: «ma allora tu hai fatto indagini?». È un termine inappropriato parlando dell’attività informativa del servizio, dipende anche dalla mia deformazione professionale, ogni attività in questo campo per me è un’indagine.
  • FAVA, presidente della Commissione. I suoi colleghi del Sisde. C’erano altri PM della Procura assieme al Procuratore Tinebra a quell’incontro?
  • CONTRADA, già dirigente della Polizia di Stato e del Sisde. Sì, ce n’erano perlomeno due, però non so indicare, uno sicuramente doveva essere il dottor Petralia, l’altro non lo so chi era… Invece poi nella colazione di lavoro lo stesso giorno, all’hotel San Michele… io pretesi che i miei vertici fossero presenti… Non volevo farla apparire come una mia, come dire…
  • FAVA, presidente della Commissione. Una sua iniziativa.
  • CONTRADA, già dirigente della Polizia di Stato e del Sisde. Una cosa personale, non avendone nessun titolo…. Dissi al Procuratore della Repubblica: «noi in aderenza a quelli che sono i compiti del Servizio possiamo svolgere attività informativa. Io ritengo che allo stato sia opportuno attingere quante più notizie, informazioni sui gruppi di mafia che possono avere avuto una parte in queste azioni efferate di criminalità…».
  • FAVA, presidente della Commissione. Mi scusi, dottor Contrada, ma questo tipo di attività anche informativa di ricostruzione del contesto mafioso e delle famiglie palermitane che potevano essere coinvolte nelle stragi non sarebbe stato più naturale che fosse una delega investigativa per la polizia giudiziaria? Per quale ragione il Procuratore di Caltanissetta doveva chiedere al Sisde un’attività che avrebbe potuto svolgere, forse con più strumenti, la polizia giudiziaria?
  • CONTRADA, già dirigente della Polizia di Stato e del Sisde. Non è stato il Procuratore della Repubblica che ha chiesto di svolgere questa attività informativa, è stata una mia idea che ho prospettato al Procuratore… Io non credo che avrei potuto dire al Procuratore di Caltanissetta, che in quel momento iniziava la sua opera per questi fatti così gravi, “per avere informazioni rivolgiti ad altri”! Non me la sentivo di dire, in quel momento, “sono affari che non mi riguardano”.

L’OPINIONE DI MARTELLI, MINISTRO DELLA GIUSTIZIA  Paolo Emanuele Borsellino (Palermo, 19 gennaio 1940 – Palermo, 19 luglio 1992) è stato un magistrato italiano. Assassinato da cosa nostra assieme a cinque agenti della sua scorta nella strage di via d’Amelio, è considerato uno dei personaggi più importanti e prestigiosi nella lotta contro la mafia in Italia, insieme al collega ed amico Giovanni Falcone. nella foto: omicidio di Paolo Borsellino Photo LaPresse Turin/Archives historical Hystory 19/07/1992 Palermo Paolo Borsellino in the photo: Paolo Borsellino

In realtà esistevano “altri” corpi di polizia giudiziaria, perfettamente attrezzati per esperienza e cultura investigativa, per indagare su Capaci e via D’Amelio. Certamente lo era la Direzione Investigativa Antimafia, di recentissima costituzione, che fu messa inopinatamente da parte dalla procura di Caltanissetta. E che invece avrebbe ben potuto svolgere il lavoro di raccolta d’informazioni e di profiling criminale che si intestò il Sisde. Com’è potuto accadere? Lo abbiamo chiesto all’allora ministro della Giustizia Martelli, all’allora ministro degli Esteri Scotti (ministro dell’Interno fino a qualche settimana prima) e al dottor Ingroia, stretto collaboratore di Paolo Borsellino.

  • MARTELLI, già Ministro della Giustizia. Beh, che sia stato possibile lo apprendo da lei adesso… Era stata già istituita la DIA e l’Agenzia aveva riunificato dentro di sé, in posizioni paritarie per evitare di suscitare gelosie, i reparti di intelligence dei carabinieri, della polizia di Stato, della guardia di finanza… e dunque semmai era alla DIA che il dottore Tinebra avrebbe dovuto rivolgersi per averne collaborazione… Da quel che io mi ricordo non abbiamo mai avuto notizia di simili iniziative, di un simile coinvolgimento contra legem di servizi di intelligence nelle indagini. Anche qui, se si guarda a quello che è successo dopo, e che non sorprende, siamo sempre in quella catena di omissioni, di responsabilità e forse di peggio che comincia con la mancata protezione di Borsellino.
  • SCOTTI, già Ministro dell’Interno. Io sono stato contrario, nettamente, a tutte queste forme particolari di indagine e di investigazione, cioè devono esserci i corpi dello Stato e la DIA era stata pensata come un corpo dello Stato, non come un corpo di “emergenza”. C’è uno scritto di Falcone su questo, quando lui dice che ad ogni uccisione, strage o azione, viene subito riproposto di costituire un organismo ad hoc, lui dice che questa non è una cosa corretta e funzionale alla lotta alla mafia. Ne discutemmo con Falcone ed io aderii alla sua posizione: ho una diffidenza ed una ostilità a queste strutture speciali perché non consentono mai di avere chiarezza necessaria per controllare quello che si fa e a chi si risponde.
  • FAVA, presidente della Commissione. Lei era Ministro degli Esteri il 19 luglio. Ci fu un momento in cui in Consiglio dei Ministri, vista la gravità e l’atrocità di quello che era accaduto, alcune scelte vennero discusse insieme? Penso, ad esempio, alla decisione di creare questo corpo speciale di investigazione: se ne parlò mai all’interno del Consiglio dei Ministri?
  • SCOTTI, già Ministro dell’Interno. Io non ricordo se ci fu una discussione specifica in Consiglio dei Ministri, può darsi… Tra l’altro io ero a Bruxelles quella domenica sera perché lunedì mattina avevo una riunione con i Ministri degli Esteri. Fui raggiunto in ambasciata dalla troupe della Rai.. ed io dissi che quello era il segno che non potevamo più giocare nella lotta alla mafia: o c’era una strada o non c’era. Ebbi una telefonata cui mi si chiedeva di non interferire in quanto non più Ministro dell’Interno.
  • FAVA, presidente della Commissione. Chi la chiamò?
  • SCOTTI, già Ministro dell’Interno. Il mio capo di Gabinetto, il quale era stato incaricato di dirmi questo.
  • FAVA, presidente della Commissione. Era stato incaricato da chi?
  • SCOTTI, già Ministro dell’Interno. Non lo so.
  • FAVA, presidente della Commissione. Non chiese al suo Capo di Gabinetto chi lo aveva sollecitato a farle quella telefonata?
  • SCOTTI, già Ministro dell’Interno. Misi il telefono giù.
  • FAVA, presidente della Commissione. Ma qual è, secondo lei, la ragione di questa sollecitazione, cioè “fai il Ministro degli Esteri, non sei più Ministro dell’Interno”? Cos’è che preoccupava di ciò che lei aveva dichiarato?
  • SCOTTI, già Ministro dell’Interno. Io l’ho presa in termini buoni, cioè non volevano confusioni.
  • FAVA, presidente della Commissione. Lei ebbe modo di confrontarsi col nuovo Ministro dell’Interno, Mancino, sulle scelte investigative?
  • SCOTTI, già Ministro dell’Interno. Mai.
  • FAVA, presidente della Commissione. Esistevano sul campo altre strutture investigative, diciamo, “normali” che avrebbero potuto lavorare al fianco della Procura di Caltanissetta su quelle indagini?
  • INGROIA, già magistrato. Ovviamente. Innanzitutto, la DIA, la Direzione investigativa antimafia.
  • FAVA, presidente della Commissione. Che invece venne esclusa.
  • INGROIA, già magistrato. Venne esclusa da Caltanissetta. All’epoca il capo della DIA era Gianni De Gennaro che aveva un ruolo di stretta collaborazione in passato sia con Falcone, sia con Borsellino. E che poi, come vedremo nelle indagini successive, percepì alcuni temi che, evidentemente, a Tinebra non interessava coltivare, compreso quello della cosiddetta trattativa Stato-mafia. DOMANI 12.11.2021

17.9.2021 -“Scarantino nella stanza con Tinebra”, nuovi dettagli al processo Depistaggio Borsellino  LA TESTIMONIANZA DI DOMENICO MILITELLO “Il 29 giugno del ’94 Vincenzo Scarantino fu interrogato alla procura di Caltanissetta. Lo abbiamo accompagnato nella stanza degli interrogatori, c’era la dottoressa Ilda Boccassini. Io sono rimasto fuori e non ricordo di aver partecipato. Quando hanno finito l’interrogatorio lo accompagnammo nella stanza del dottore Tinebra. Il suo stato d’animo era assolutamente tranquillo”. A raccontare quell’episodio nel corso dell’udienza di stamane sul depistaggio della Strage di via D’Amelio che si celebra a Caltanissetta, Domenico Militello, sostituto commissario adesso in pensione, in servizio alla Dia, ex appartenente al gruppo investigativo ‘Falcone e Borsellino’.

Nella stanza con Tinebra “Quando è finito l’interrogatorio lo abbiamo accompagnato nella stanza del Procuratore Tinebra. Non lo avevo mai detto fino ad oggi perché nessuno me lo aveva chiesto…”, aggiunge Militello.

“Scarantino era di una gelosia folle” Scarantino è il falso pentito che, secondo l’accusa, fu costretto a fare false dichiarazioni per depistare le indagini sulla strage di via D’Amelio. Accuse mosse ai tre imputati del processo, per calunnia aggravata in concorso, i poliziotti Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo.

“Faccio presente – ha continuato Militello – che Scarantino all’epoca era un detenuto e quindi veniva accompagnato ovunque. Alla fine di quell’interrogatorio Scarantino fece una serie di domande che riguardavano lui, la moglie e i figli. Fu spiegato a Scarantino ciò che è previsto per un collaboratore di giustizia. Lo stato d’animo di Scarantino era assolutamente tranquillo. I problemi con Scarantino sorgevano solo quando c’era la moglie perché lui era di una gelosia folle. Nei 3 giorni che sono stato con lui era assolutamente tranquillo”.

Difende La Barbera Nel 1998 Scarantino ha ammesso di non avere preso parte all’attentato di via D’Amelio sostenendo di essere stato costretto da Arnaldo La Barbera, ex capo della squadra mobile di Palermo, a confessare il falso, e di aver subito maltrattamenti durante la sua detenzione nel carcere di Pianosa. A Militello è stato chiesto se La Barbera avesse mai avuto incontri con mafiosi. “Assolutamente no. La Barbera era un tipo schivo – ha risposto Militello – usciva sempre scortato, ogni tanto si faceva qualche passeggiata la sera con qualche collega, qualche funzionario. Da solo non usciva mai anche perché era stato minacciato di morte”.

Tra i rottami in Via D’Amelio E poi racconta che dopo la strage di via D’Amelio “sono andato all’anagrafe per identificare gli immobili di tutti, per vedere se c’era qualche soggetto noto. Sono stato impegnato diverse ore, all’indomani sono andato in via D’Amelio. Abbiamo collaborato con la Scientifica e i vigili del fuoco per risalire ai pezzi di macchine saltati in aria, per cercare di portare via i rottami”. BLOG SICILIA


21.6.2021 – DEPISTAGGIO STRAGE BORSELLINO, IL DIRETTORE DEL CARCERE DI PIANOSA “NESSUN SOPRUSO A SCARANTINO”


14.5.2021 deposizione del luogotenente DIA: “Nessuno imboccava Scarantino”


23.4.2021 – Depistaggio Borsellino: giallo intercettazioni Scarantino, poliziotta ‘c’erano strane anomalie’.(Adnkronos)– “Nei brogliacci contenenti le intercettazioni” dell’ex pentito Vincenzo Scarantino, dopo la strage di Via D’Amelio, “c’erano delle anomalie. Non so se si trattava di problemi di linea, ma c’era qualcosa che non andava. Forse anomalie di funzionamento…”. A rivelarlo, deponendo al processo sul depistaggio sulle indagini sulla strage di via D’Amelio è la Sovrintendente della Polizia di Stato Carmela Sammataro, che dal 14 al 24 gennaio 1995 fu trasferita a Imperia per “assistere Scarantino” che aveva iniziato a collaborare da poco con la giustizia “e la sua famiglia”. La poliziotta risponde alle domande dell’avvocato Giuseppe Panepinto, legale di Mario Bo, il funzionario di Polizia imputato con altri due colleghi poliziotti, Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei, per concorso in calunnia aggravata a Cosa nostra. Presente in aula anche il Procuratore aggiunto Gabriele Paci. Nell’udienza del 18 ottobre 2019 un altro poliziotto, l’ispettore Giampiero Valenti, deponendo in aula aveva parlato di intercettazioni “che venivano interrotte”. “Mi ordinarono di interrompere la registrazione di Scarantino perché il collaboratore doveva parlare con i magistrati”, disse Valenti in aula. All’inizio del 1995, l’ex picciotto della Guadagna di Palermo era sotto intercettazione. Quelle telefonate intercettate sono state scoperte solo due anni fa in un archivio del palazzo di giustizia di Caltanissetta. “Fu il collega Di Ganci, mio superiore, a dirmi che dovevamo staccare l’apparecchio. Quando poi smise di parlare coi magistrati, mi disse di riavviare”, rivelò a sorpresa, in aula, Valenti. La Procura di Messina aveva iscritto nel registro degli indagati i due magistrati che indagarono sulla strage di Via D’Amelio, Carmelo Petralia e Annamaria Palma, accusati di calunnia aggravata in concorso. Ma di recente le loro posizioni sono state archiviate. Nel frattempo la procura di Messina ha fatto trascrivere dal Ros le bobine delle conversazioni di quello scorcio di 1995 e sono emersi altri dialoghi ritenuti interessanti per provare a fare luce sui troppi buchi neri di questa storia. Scarantino parlava anche con Annamaria Palma. “E’ importante che lei faccia questo interrogatorio”, gli diceva la pm.


24.3.2021 Ombra dei servizi segreti sul depistaggio


24.3.2021 – Depistaggio Borsellino, il pentito e l’ombra dei servizi segreti   Torna l’ombra dei servizi segreti nel processo sul depistaggio sulla strage di via D’Amelio. Questa volta a parlarne è il pentito di mafia Angelo Fontana, ex ‘picciotto’ dell’Acquasanta di Palermo, mafioso “da quattro generazioni”, come si vanta lui stesso collegato in videoconferenza da una località segreta. Alla sbarra ci sono tre poliziotti, Mario Bo, Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei, tutti accusati di calunnia aggravata in concorso. Secondo l’accusa, i tre avrebbero ‘indottrinato’ il falso pentito Vincenzo Scarantino a rendere dichiarazioni false. “Si diceva che Gaetano Scotto avesse contatti con i servizi segreti…”, dice Fontana, rispondendo alle domande dell’avvocato Giuseppe Seminara, che difende Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo. Gaetano Scotto, imprenditore edile e costruttore dell’Arenella di Palermo, è ritenuto il ‘boss dei misteri’. Diversi pentiti lo indicano come il trait d’union fra i vertici di Cosa nostra e servizi segreti deviati.  E oggi, al processo di Caltanissetta, il collaboratore Fontana ha confermato: “Ai primi anni Novanta, diciamo tra il ’91 e il ’92, Scotto girava con un maggiolone Volkswagen nero. Parlando con Nino Pipitone gli dicevo ‘Chissu chi va a fare a Montepellegrino? U guardone?” Cioè cosa ci va a fare a Montepellegrino, il guardone?- dice Fontana- e Pipitone mi diceva che andava, invece, a trovare degli ‘amici'”, facendo capire che si trattava di uomini dei servizi segreti. Nei giorni scorsi il boss Gaetano Scotto, che nel processo di Caltanissetta si è costituito parte civile perché accusato falsamente da Scarantino, è stato rinviato a giudizio per l’omicidio del poliziotto Antonino Agostino e della moglie Ida Castelluccio.  Il nome del costruttore Scotto è tornato più volte nelle indagini sui mandanti occulti della strage Borsellino, del 19 luglio 1992. Sarebbe stato Scotto – o almeno, il suo telefonino – a chiamare, il 6 febbraio di quell’anno, il castello Utveggio di Palermo, la scuola per manager Cerisdi che avrebbe nascosto una struttura dei servizi. Un fatto quest’ultimo mai acclarato. Scotto è tornato in carcere un anno fa dopo un blitz della Dda contro la famiglia mafiosa dell’Acquasanta. Come ha ricostruito la Dda di Palermo Gaetano Scotto, appena tornato libero a gennaio del 2016, avrebbe ripreso in mano il comando della famiglia mafiosa dell’Arenella, che durante la sua detenzione sarebbe stato affidato ai fratelli. Con esiti che al boss non sarebbero piaciuti, anche da un punto di vista economico perché sarebbe stato in parte dilapidato il suo patrimonio.  Sempre oggi è stato controesaminato Vincenzo Maniscaldi che ha parlato di Scarantino  Nel corso dell’udienza di oggi è stato controesaminato dal Procuratore aggiunto Gabriele Paci anche il poliziotto, oggi in pensione, Vincenzo Maniscaldi. Che dopo le stragi fece parte del gruppo investigativo ‘Falcone e Borsellini’. “Vincenzo Scarantino era molto geloso della moglie. Quando ero in servizio a San Bartolomeo al Mare meno stavo in casa è meglio era. E quando la moglie doveva uscire per fare delle incombenze allora preferivo che andasse solo la nostra collega donna”, ha detto ancora Maniscaldi. Oggi il procuratore aggiunto Gabriele Paci ha mostrato i brogliacci delle intercettazioni a Maniscaldi chiedendo di riconoscere la grafia dei colleghi che avevano firmato i documenti. ”Questa grafia è di Mattei – dice – la riconosco perché abbiamo fatto insieme le squadre del fantacalcio”. Dichiarazioni che sono già agli atti del processo. Parlando ancora di Scarantino ha spiegato che ”era un tipo molto particolare ma io non ho mai avuto problemi con lui”.  Poi l’ex ispettore ha ricordato il periodo in cui la Polizia venne a sapere della ritrattazione di Scarantino. “La scoprimmo solo per caso nel 1998 – ricorda – Stavamo facendo delle intercettazioni ambientali a casa di Gaetano Scotto, che era latitante, e ascoltammo una conversazione della moglie di Scotto che lamentava di dovere tirare fuori dei soldi per pagare il legale di Scarantino dopo che quest’ultimo aveva deciso di ritrattare. Noi sapevamo già da maggio che Scarantino avrebbe ritrattato”.  Nel 1998 Scarantino fece crollare l’impianto accusatorio della Procura nissena  Era il 15 settembre del 1998 quando Vincenzo Scarantino fece crollare l’impianto accusatorio messo in piedi dalla procura di Caltanissetta. Davanti ai giudici del processo bis, che si stava svolgendo a Como, Scarantino quel giorno si era rimangiato tutto e disse: “Io dell’omicidio di Borsellino sono innocente”, mentre in passato si era accusato di aver procurato la Fiat 126 poi imbottita di tritolo che è costata la vita al giudice antimafia e ai cinque uomini della scorta. Grazie alle dichiarazioni di Scarantino, nella prima tranche del processo erano stati condannati all’ergastolo Pietro Scotto, Giuseppe Orofino e Salvatore Profeta. A lui stesso erano stati inflitti diciotto anni di carcere. Poi, solo successivamente, gli imputati accusati ingiustamente vennero assolti. “Dopo avere ascoltato le intercettazioni della moglie di Scotto – dice ancora Maniscaldi- abbiamo messo sotto controllo le utenze che facevano riferimento a Scarantino. Scoprimmo così che la moglie di Scarantino era andata via e si era portata anche la sorella. Il pm ci delegò un decreto di intercettazione”.  Nel corso dell’udienza Maniscaldi ha anche parlato dell’archivio con i faldoni sulle indagini sulle stragi di Falcone e Borsellino. “Dove si trova?”, gli ha chiesto l’avvocato dello Stato, Giuseppe La Spina. E il poliziotto: “In una stanza blindata nell’archivio della Squadra mobile, ma nel 1999 quando venne chiuse il gruppo, i documenti vennero portati in via Arimondi, da qui a Bagheria, poi sono ritornati alla Squadra mobile. E adesso sono in una stanza blindata. A meno che non si sia perso qualche faldone, è ancora tutto lì”. Il processo proseguirà venerdì per sentire alcuni testi della difesa ADNKRONOS


17.3.2021  DEPISTAGGIO VIA D’AMELIO, AL PROCESSO TENSIONI TRA PARTI CIVILI E POLIZIOTTO SANTORO   Tensione tra poliziotto teste e parti civili – Legale Scotto, mandare atti a pm per reticenza – Chieste serie di precisazioni su intercettazioni delle conversazioni di Scarantino Nega di essersi occupato d’intercettazioni e disconosce la sigla apposta ai brogliacci di alcune conversazioni registrate. “Il mio lavoro non era quello di seguire le intercettazioni”, dice il poliziotto Antonino Santoro, sentito questa mattina come teste nell’ambito del processo sul depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio che si celebra a Caltanissetta. Imputati del reato di calunnia aggravata i poliziotti Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo. Accusate persone innocenti secondo l’accusa Secondo l’accusa avrebbero costruito a tavolino pentiti fasulli come Vincenzo Scarantino inducendoli, anche con minacce, a mentire e ad accusare dell’attentato persone innocenti. La falsa verità sull’eccidio è costato la condanna all’ergastolo a 8 persone, poi scagionate in fase di revisione grazie alle rivelazioni del collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza. Una serie di “non ricordo” quelli di Santoro che poi si è soffermato sul periodo in cui si trovava in servizio a San Bartolomeo a Mare come dove risiedeva Scarantino con la sua famiglia. Legale scotto chiede invio atti a Pm per reticenza “A San Bartolomeo a Mare – continua il teste che vigilava sulla sicurezza di Scarantino- quando non andavamo a fare la spesa per portarla alla sua famiglia prendevamo i bambini dalla scuola”. “I suoi non ricordo sono troppi e le ricordo che tutt’ora lei è un assistente di polizia”, ha detto l’avvocato Giuseppe Scozzola, legale di Gaetano Scotto, uno dei personaggi condannati sulla base delle accuse dei falsi pentiti ora parte civile, a Santoro nel corso del suo controesame. Al teste sono state chieste una serie di precisazioni sulle intercettazioni delle conversazioni di Scarantino, sull’utilizzo del telefono da parte del falso pentito, sulla modalità in cui venivano registrate le chiamate. “A questo punto – ha detto l’avvocato Scozzola – chiedo che venga inviato alla Procura un verbale per la palese reticenza”. BLOG SICILIA


26.02.2021 Depistaggio strage via D’Amelio, il funzionario di polizia, “Non ho mai indagato né conosciuto Scarantino”Depistaggio indagini strage di via D’Amelio, nuova udienza del processo a Caltanissetta A deporre stamani Claudio Sanfilippo, attuale questore di Sassari, per anni in servizio alla Squadra Mobile di Palermo Sanfilippo ha specificato di non aver mai indagato sulla strage, e di non aver mai incontrato Scarantino“Al momento in cui bisognava redigere il rapporto sulla strage Borsellino, l’ex capo della Mobile Arnaldo La Barbera mi chiese di dare una mano al collega Bo. A La Barbera era difficile dire di no e quindi collaborai. Non avevo fatto nessuna indagine quindi lo aiutai semplicemente a fare una collazione degli atti per il rapporto finale, il cosiddetto ‘rapportone’. La mia attività è stata davvero molto limitata. Era Bo che conosceva le attività svolte fino a quel momento”. Lo ha detto Claudio Sanfilippo attuale questore di Sassari, per anni in forza alla Squadra Mobile di Palermo, deponendo al processo sul depistaggio delle indagini sull’attentato costato la vita al giudice Paolo Borsellino e agli agenti della scorta, in corso a Caltanissetta. Tre funzionari di polizia accusati di calunnia aggravata Imputati tre funzionari di polizia, tra cui Mario Bo, accusati di calunnia aggravata: avrebbero costruito a tavolino una verità di comodo sull’eccidio, creando ad arte tre falsi pentiti. La deposizione di Claudio Sanfilippo Il giorno della strage di via D’Amelio – ha raccontato – ero libero dal servizio e mi trovavo fuori Palermo, era domenica. Dal luogo dove mi trovavo raggiunsi via D’Amelio. Ricordo che c’era una grandissima confusione, gente che andava e veniva. Mi misi semplicemente a disposizione ma non svolsi alcuna attività. Mi fermai lì fino a sera. Quello che era successo lo capivamo tutti. C’era un enorme cratere e quindi si capiva che l’esplosione era stata causata da un’autobomba”. Il funzionario La Barbera ritenuto la mente del depistaggio Non ho mai fatto parte del gruppo investigativo Falcone-Borsellino, sebbene il dottore Arnaldo La Barbera me lo avesse chiesto. Ero alla sezione ‘catturandi’ e mi piaceva quello che facevo”. Sanfilippo, ricordando la Barbera che gli inquirenti ritengono la mente del depistaggio, ha sostenuto che il funzionario, nel frattempo morto, non è mai entrato nel merito del modo in cui lui svolgeva le indagini. L’ex poliziotto Gioacchino Genchi e il pentito Scarantino “Quando il dottore Genchi sparì dalla Squadra Mobile – ha spiegato riferendosi all’ex poliziotto Gioacchino Genchi – si disse che c’era stata una lite ma non so nulla di cosa accadde. I rapporti tra Bo e il dottore La Barbera erano ottimi. So di qualche piccolo problema personale che il dottore Bo aveva avuto, ma non credo che questo abbia mai incrinato il rapporto tra i due”. “Non ho mai visto Vincenzo Scarantino, il suo nome per me era assolutamente sconosciuto”, ha concluso.BLOG SICILIA 26.2.2021


5.2.2021 –  Via D’Amelio, il poliziotto accusato del depistaggio in lacrime: “Non ho dato suggerimenti a Scarantino”  Al processo di Caltanissetta, interrogato l’ex ispettore della squadra mobile di Palermo Fabrizio Mattei. “Il nostro compito era di farlo stare tranquillo” “Tutti i giorni mi sveglio ripensando a quel periodo e mi chiedo se avrei potuto fare altro per evitarlo e penso sempre che avrei rifatto la stessa cosa”. Scoppia in un pianto a dirotto Fabrizio Mattei, l’ex ispettore della squadra mobile di Palermo sotto processo per il depistaggio delle indagini sulla strage di Via d’Amelio, è stato sentito oggi dal tribunale di Caltanissetta. Secondo l’accusa, insieme a due colleghi, avrebbe costretto il falso pentito Vincenzo Scarantino a mentire e accusare dell’attentato persone innocenti, inquinando così l’inchiesta. “Dopo la prima volta che ho letto a Scarantino il verbale che aveva reso durante le prime indagini non mi sono più sottratto a questo ‘compito’ perché questa persona non aveva nessuno a cui rivolgersi. Aveva solo noi. Lui dei suoi problemi di vita quotidiana  discuteva con noi. C’è stato pure un pò di tornaconto nostro, devo ammetterlo, perché entrare in contrasto con lui significava trascorrere 15 giorni d’inferno”. Il riferimento è al fatto, sostenuto dall’accusa, che a Scarantino, che doveva rendere testimonianza, venivano fatte rileggere le dichiarazioni rese in precedenza. Circostanza che, secondo i pm, dimostrerebbe che il falso pentito veniva imbeccato, fatto “studiare”, insomma, perché non cadesse in contraddizione e confermasse le cose già dichiarate. Mattei nega di avere “dato suggerimenti” al falso pentito. “Non ho mai discusso con Vincenzo Scarantino della sua collaborazione sulla strage di via D’Amelio – dice Mattei – Ero totalmente all’oscuro di qualsiasi cosa, non ci ho mai parlato. E non ricordo neppure se Scarantino voleva entrare in argomento. Lui non mi conosceva, per cui non aveva nessun motivo per parlarmi, non mi aveva mai visto, non sapeva chi ero. Insomma, io non mi ero mai interessato a queste cose”. Il pm Stefano Luciani lo incalza: “Mi faccia capire, lei ha partecipato cinque interrogatori consecutivi con Vincenzo Scarantino, come fa a non sapere?”. Questa la risposta di Mattei: “Io scrivevo ma l’attenzione che prestavo era alla scrittura e non al contenuto”. E il pm Luciani: “Ne prendo atto, ho sempre saputo che per scrivere bisogna comprendere …”. Mattei controreplica: “Si può scrivere una tesi di ingegneria senza capirne niente…”. Il pm ha poi chiesto se l’uffico avesse dato nel 1994 “direttive su come relazionarsi con Scarantino?”, il poliziotto ha risposto: “Lo sa qual era l’indicazione? ‘Andate lì ragazzi, basta che non fate scoppiare casini, fate in modo che vada tutto bene. Non dovete darci fastidio’. Insomma, ci dicevano ‘disturbateci il meno possibile'”. E quando il pm chiede se fossero arrivate “indicazioni di farlo stare tranquillo?”, Mattei risponde: “No, dovevano stare tranquilli quelli di Palermo”. Il magistrato gli ricorda una dichiarazione resa dallo stesso poliziotto al processo ‘Borsellino quater’, aveva detto: “Era un servizio particolare, le direttive erano quelle di far passare 15 giorni in maniera tranquilla, perché più passava il tempo e più Scarantino si lamentava per questa situazione, ma erano le sue rimostranze”. Per il legale di Mattei, l’avvocato Giuseppe Seminara, “non c’è contraddizione tra le due frasi”. La prossima udienza è fissata per il 12 febbraio nell’aula bunker di Caltanissetta. LA REPUBBLICA 5.2.2021


Lacrime di «coccodrillo» sul sangue di via d’Amelio aspettando la prescrizione che incombeFabrizio Mattei, uno dei tre agenti a giudizio per depistaggio, si è messo a piangere improvvisamente mentre stava deponendo. Piangere “lacrime di coccodrillo” è un modo di dire utilizzato non solo nella lingua italiana. Chi piange lacrime di coccodrillo è colui il quale commette una cattiva azione di proposito e poi finge di pentirsene. Sembra infatti che i coccodrilli lacrimino dopo aver ucciso e mangiato le loro prede. Si dice che ciò avvenga principalmente quando questi grossi predatori si cibano di prede umane, oppure quando le femmine divorano i propri piccoli. È successo durante l’udienza del procedimento “Mario Bo e altri” che si è tenuta a Caltanissetta lo scorso 5 febbraioFabrizio Mattei, uno dei tre agenti a giudizio per depistaggio, si è messo a piangere improvvisamente mentre stava deponendo: «Tutti i giorni mi sveglio pensando a quei giorni e mi chiedo se avessi potuto fare qualunque cosa per evitare la strage». Mattei, insieme ai colleghi Mario Bo e Michele Ribaudo, è accusato di calunnia aggravata dall’aver favorito cosa nostra. Secondo l’accusa i tre poliziotti avrebbero indotto il falso pentito Vincenzo Scarantino a rendere false dichiarazioni sottoponendolo a minacce, maltrattamenti e pressioni psicologiche e costringendolo ad accusare dell’attentato persone a messo estranee. Oggi sono rimasti gli unici possibili colpevoli dopo la decisione del Gip di Messina, la dottoressa Simona Finocchiaro, che ha accolto la richiesta della Procura di archiviare l’inchiesta a carico dei magistrati Anna Maria Palma e Carmelo Petralia, accusati di calunnia aggravata nell’ambito dell’inchiesta sul depistaggio sulla strage di via D’Amelio. In una intervista rilasciata a “il Quotidiano di Sicilia”, l’avvocato Rosalba Di Gregorio, parte del collegio di difesa delle sette persone accusate da Scarantino e poi risultate innocenti, a questo proposito ha dichiarato: Avvocato, la sensazione è quella che la colpa della manipolazione di Scarantino e del conseguente depistaggio messo in essere sia esclusivamente da addebitarsi a coloro che, nel tempo, sono morti. La sua non è una tesi azzardata. Nella stessa richiesta di archiviazione fatta dalla Procura di Messina si dice che manca, ossia siamo monchi, dell’eventuale contributo di Tinebra e La Barbera proprio perché sono venuti a mancare. In realtà, qualora fossero ancora vivi, sarebbero certamente stati indagati e avrebbero però potuto avvalersi della facoltà di non rispondere. Ci saranno quindi implicazioni anche sulla sentenza del procedimento “Mario Bo e altri”? Questo è da vedere. Su quel procedimento c’è un problema di prescrizione incombente e, visto che anche la pandemia non sta aiutando il normale corso delle udienze, stiamo correndo un grande rischio. Abbiamo il timore che si possa arrivare alla prescrizione. Di fatto quest’archiviazione indica che i responsabili del depistaggio e della manipolazione di Scarantino sono stati solo i poliziotti e solo loro. Questa ordinanza di archiviazione mette quindi la parola fine all’intreccio che relativo al depistaggio? Sì. Salvo che non occorra una condanna molto severa nei confronti dei poliziotti sotto processo, e parlo del procedimento “Mario Bo e gli altri” anche se l’attuale andazzo di pacificazione non mi fa ben sperare, poiché in questo caso, qualcuno potrebbe anche decidere di iniziare a parlare veramente. E le lacrime di “coccodrillo”, inevitabilmente s’iscrivono in questa strategia. Il Mattei ha inoltre dichiarato: “Tutti i giorni mi sveglio ripensando a quel periodo e mi chiedo se avrei potuto fare altro per evitarlo e penso sempre che avrei rifatto la stessa cosa. (…) Dopo la prima volta che ho letto a Scarantino il verbale che aveva reso durante le prime indagini non mi sono più sottratto a questo ‘compito’ perché questa persona non aveva nessuno a cui rivolgersi. Aveva solo noi. Lui dei suoi problemi di vita quotidiana discuteva con noi. C’è stato pure un po’ di tornaconto nostro, devo ammetterlo, perché entrare in contrasto con lui significava trascorrere 15 giorni d’inferno”. Lo stesso Mattei, inoltre, racconta. “Il fatto che abbia partecipato a cinque interrogatori di Vincenzo Scarantino non vuol dire che io conosca tutte le sue vicende. Facevo i verbali, scrivevo senza comprendere, stavo attento solo alla scrittura, non al contenuto (…) Vincenzo Scarantino aveva difficoltà enormi a leggere e scrivere – ha continuato Mattei -. Le prime volte mi chiedeva di leggergli il giornale”. Anche nell’occasione della deposizione di Valenti ci fu un momento di commozione in aula, quando l’ispettore, scoppiando in lacrime, aveva detto: «Io con questa storia non c’entro proprio nulla». «Ero stato solo mandato a Imperia, una o due volte non ricorda, per scortare Scarantino». E aggiunse: «Mi ordinarono di interrompere la registrazione di Scarantino perché il collaboratore doveva parlare con i magistrati». Una circostanza che Mattei ha negato decisamente oggi. La prossima udienza è fissata per il 12 febbraio nell’aula bunker di Caltanissetta. ROBERTO GRECO WORDNEWS 6.2.2021


          18.12.2020  – depistaggio Via D’Amelio – Intervista completa all’Avv. Rosalba Di Gregorio


14.12.2020 – Depistaggio via d’Amelio, Mancino e la reticenza dei ”non ricordo” L’avvocato Repici chiede la trasmissione in Procura del verbale della testimonianza dell’ex ministro. Per la prima volta sentito in aula anche il generale Borghini Quando fu chiamato a deporre nel processo Borsellino quater Nicola Mancino era un imputato di reato connesso, accusato di falsa testimonianza a Palermo nel processo per la trattativa Stato-mafia, e scelse di avvalersi della facoltà di non rispondere”Ora che da quell’accusa è stato definitivamente assolto, in quanto né la Procura di Palermo né la Procura generale ha appellato per la sua posizione la sentenza pronunciata dalla Corte d’assise, lo step successivo, “complice” a suo dire il lungo lasso di tempo trascorso da certi fatti, è quello del ricorso quasi sistematico ai “non ricordo”. L’ex ministro è stato sentito come testimone al processo sul depistaggio sulla strage di via d’Amelio che vede imputati i tre poliziotti Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, accusati di calunnia aggravata dall’aver favorito Cosa nostra. Una testimonianza al termine della quale Fabio Repici, legale di parte civile di Salvatore Borsellino, ha chiesto ufficialmente al Tribunale la trasmissione in Procura dei verbali della deposizione. E il Presidente del Tribunale Francesco D’Arrigo si è riservato di decidere sul punto. “Dico non ricordo”. L’ex ministro degli Interni, sentito in videoconferenza, più volte ha mostrato una certa insofferenza nel rispondere alle domande dell’avvocato, come quando ha fatto presente di aver depositato tre volumi della propria attività di ministro al processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia (“Se ritiene ne può fare richiesta presso la Procura della Repubblica di Palermo. E’ pubblico e può essere letto in udienza a prescindere dall’udienza del testimone qui presente. Non mi può dire niente. Io ho fatto quella dichiarazione e mi riporto a quella dichiarazione”). Una visione distorta del compito che ogni cittadino, ancor di più se ha avuto un ruolo istituzionale, dovrebbe avere. Evidentemente c’è un certo fastidio nel salire sul banco dei testimoni. Fastidio ingiustificato se l’idea è quella di offrire un contributo di verità su quella terribile stagione di bombe. Uno dei temi affrontati durante l’esame, ovviamente, il famoso incontro del primo luglio con il giudice Paolo Borsellino. “Aveva mai visto una sua immagine in tv o sui giornali?” ha immediatamente chiesto Repici. “Io all’epoca ho detto di non ricordare. Come posso oggi dire che ricordo? Ho detto di no ed oggi non posso dire di sì” ha risposto l’ex Presidente del Senato, dimostrando la propria insofferenza. Quindi ha aggiunto: “Non ho mai avuto contatti con lui, non lo conoscevo e non avevamo mai avuto rapporti – ha dichiarato – Ci siamo limitati solo a una stretta di mano il giorno in cui mi insediai come ministro. Ma non ci siamo parlati”. In quel giorno, al Viminale, è certo, si recarono in tanti. Ma anche in questo caso i ricordi sono stati ad intermittenza. “C’erano molte persone quel giorno che volevano congratularsi con me per la mia nomina. Io non conoscevo fisicamente il dottor Borsellino. Poi ho potuto dire, solo a distanza di tempo, che lo avevo incontrato solo perché il capo della Polizia mi aveva detto che, dovendo andare al Viminale, si poteva approfittare della sua visita per salutare il Ministro dell’Interno. Borsellino era accompagnato da Vittorio Aliquò ma questo l’ho saputo dopo. Chi era presente? Non ricordo. Erano tanti che volevano congratularsi col ministro. C’era una folla notevole, parecchi amici, funzionari, persone che facevano politica, altre persone interessate a conoscere il ministro”. Alla richiesta di riferire qualche nome dei presenti, o a chi diede l’incarico di dirigere la propria segreteria, però, la risposta è stata sempre la stessa: “Non ricordo”. Però l’ex ministro ha ricordato altre cose, come l’esser stato a Palermo tra il 5 ed il 7 luglio per incontrare i Prefetti e gli appartenenti alle Forze di Polizia; l’incontro con il cognato di Falcone, Alfredo Morvillo; e lo scambio di battute con Parisi “sulla necessità di catturare Totò Riina”. Poi il solito mantra per ricordare le proprie attività parlamentari in favore del 41 bis. Durante la deposizione Mancino ha anche raccontato un dettaglio in riferimento ad un incontro avuto con l’ex Sisde Bruno Contrada. Ciò non sarebbe avvenuto il giorno dell’insediamento, ma a dicembre: “Ho incontrato Bruno Contrada solo una volta, per un saluto, alla vigilia di natale del 1992, quando ero ministro dell’Interno. Mi disse ‘Io non sono responsabile delle accuse che mi vengono mosse’ e io gli augurai che potesse venir fuori la verità. Se mi disse che l’autorità giudiziaria lo stava indagando? Non lo ricordo. Dico di no”. Quell’incontro, a detta del teste, fu promosso dal Capo della Polizia Parisi (“Mi disse che Contrada voleva parlarmi”). Certo è che Contrada fu arrestato nel Natale 1992. Sulla propria nomina a ministro degli Interni Mancino ha dichiarato che nessuno parlò con lui, parlamentare e membro della Prima commissione degli affari Costituzionali, della designazione. Quindi ha escluso che qualcuno gli abbia chiesto la disponibilità a ricoprire quel ruolo tanto da averlo appreso “solo nel momento in cui fui incaricato”. Poi ancora ha aggiunto di non aver mai conosciuto l’allora capo della squadra Mobile di Palermo Arnaldo La Barbera e di non essere mai stato coinvolto dall’allora ministro della Giustizia Giovanni Conso in materia di applicazione dei decreti del 41bis. Altri argomenti “caldi” il rapporto con Martelli (“Non sempre ci siamo incontrati nella trascrizione delle versioni… Certo che non ho avuto trattamenti di buona collaborazione da parte di Martelli…”) e la natura delle fonti da cui ricavò le informazioni sul dualismo tra Riina e Provenzano e sulla imminente cattura di Totò Riina, così come disse nel dicembre 1992 come riportato dal Giornale di Sicilia (“L’intento di catturare Riina non è un intento astratto ma è obiettivo concretamente perseguibile. Si deve perseguire con tenacia questo obiettivo, prefetto Parisi, attraverso l’impegno quotidiano delle energie migliori che dispongano ogni mezzo di indagine (…) La mafia sta cambiando. Forse è alla vigilia di una scissione come quella che spaccò la Camorra indebolendola”). Come aveva appreso quelle informazioni? “Io ho sempre sostenuto che bisognasse liberarsi di Riina con l’arresto. Non ricordo. Non sarei stato così imprudente da annunciarla. La spaccatura? Se ne parlava sui giornali. I quotidiani ne parlavano spesso” ha ribadito il teste. Quando fu sentito in Commissione antimafia, l’8 novembre 2010, disse di essere stato consapevole, già nel 1992, di una spaccatura tra l’ala stragista di Cosa nostra di Riina e quella moderata di Provenzano e disse anche che potrebbe averlo saputo dai due maggiori responsabili della Dia del tempo: De Gennaro ed Arlacchi. Tuttavia è noto che il dato, in quel momento, non era noto da quegli organi giudiziari e che l’unica fonte che aveva paventato una possibilità simile era Vito Ciancimino, l’ex sindaco mafioso di Palermo, che fu contattato dal Ros. Ma Mancino di quella vicenda non ha mai riferito nulla. La testimonianza di Borghini. Altro audito nell’udienza di venerdì, per la prima volta in un processo sulla strage di via d’Amelio, è stato il generale Emilio Borghini, oggi in pensione e al tempo Comandante del gruppo carabinieri Palermo uno. Una testimonianza resasi necessaria dopo che lo stesso era stato individuato in un video da Angelo Garavaglia Fragetta (agenda rossa e collaboratore di Salvatore Borsellino). Nelle immagini di quel 19 luglio 1992 lo si vede lasciare l’auto di servizio in via Autonomia Siciliana per dirigersi a piedi, tra idranti, fumo e macerie, verso la Croma blindata di Paolo Borsellino, saltato in aria con i cinque agenti di scorta poco tempo prima. L’orario del suo arrivo, calcolato misurando l’ombra del sole sul muro del palazzo di via D’Amelio, è quello delle 17.28. Un’ora contestuale a quei frame, registrati pochi minuti dopo, in cui compare l’allora capitano Giovanni Arcangioli mentre si allontana dal luogo dell’esplosione, con la borsa del giudice assassinato in mano, per dirigersi verso via Autonomia Siciliana. Rispondendo alle domande di Repici ha ricordato quanto vissuto il giorno dell’attentato: “Mi trovavo nella mia abitazione, vicino al Teatro Massimo. Sentii l’esplosione molto forte e da quel momento fu un susseguirsi di telefonate. Mi recai in via d’Amelio oltre mezz’ora dopo l’esplosione”. Una volta giunto sul luogo “c’era una devastazione totale. C’era molta confusione, sembrava un evento post bellico. In vent’anni successivi di servizio, mai visto una cosa del genere. C’era sgomento. C’era un’area a sinistra con i muri distrutti, carcasse di auto e molta acqua a terra. Una parte centrale dove c’erano uomini della polizia, carabinieri e guardia di finanza. C’erano molte persone ma non in divisa. Sulla destra persone attonite, vestite anche in maniera elegante e magistrati”. Rispetto alle gerarchie all’interno del reparto operativo e quelle che erano le funzioni di polizia giudiziaria Borghini ha riferito che il responsabile “era il maggiore Marco Minicucci che collaborava con il capitano Arcangioli (colui che compare in immagini e video con in mano la borsa di Borsellino, ndr), quel giorno di turno al nucleo operativo. Ricordo di aver incrociato a piedi Arcangioli. Non ricordo se avesse qualcosa in mano, ma aveva un abbigliamento estivo, poco formale”. Borghini, che in alcune immagini appare vicino al capitano dei carabinieri, ha riferito di non aver parlato con Arcangioli in quel giorno (“Tra me e lui c’erano tre livelli gerarchici, ma se non ricordo male era alle dipendenze di un soggetto che poi andò al Ros, credo che si chiamasse De Donno”). Non solo. Non avrebbe parlato con nessuno del personale operante nel luogo della strage. Una scelta precisa (“E’ opportuno lasciare lavorare le persone nelle loro sfere di competenza”). Così sarebbe rimasto in disparte, con il cellulare in mano, per rispondere alle continue telefonate ricevute. Tra le persone che riconobbe in quel giorno vi era anche Giuseppe Ayala, ex magistrato che del prelievo della valigetta in pelle dall’auto carbonizzata di Borsellino ha fornito diverse ricostruzioni contrastanti. Nel proseguo dell’esame Borghini ha anche ricordato quel che avvenne il giorno dopo l’attentato: “Ci fu una scelta di campo istituzionale. In queste indagini il ruolo principale spettava di diritto alla Polizia di Stato perché colpita nella strage con gli uomini della scorta. Poi la scelta cadde sul Ros e sulla Dia e sostanzialmente il mio Comando, non dico che fu estromesso, ma si dedicò alla gestione ordinaria. E Minicucci mi disse che avevano provveduto ad inviare l’attività di reperimento alla Procura della Repubblica”. Il processo è stato poi rinviato al prossimo 15 gennaio quando sarà sentito l’ultimo teste delle parti civili, Don Franco Neri. Successivamente, a partire dal 22, sarà la volta dei tre poliziotti imputati.  Aaron Pettinari 14 Dicembre 2020 ANTIMAFIA DUEMILA


 9.10.2020  Depistaggio Borsellino, Fiammetta all’attacco: “Indagini fatte male, archiviazione sui pm prematura”


21.10.2020 DEPISTAGGIO BORSELLINO / PALMA E PETRALIA, SI ARCHIVIA TUTTO?La figlia del giudice trucidato, Fiammetta Borsellino, ha più volte puntato l’indice contro i tre magistrati: Palma, Petralia e Di Matteo. Una delle più brutte pagine della nostra storia. La strage di via D’Amelio dove persero la vita Paolo Borsellino e la sua scorta. E poi il vergognoso depistaggio di Stato, che ha impedito – fino ad ora – di scoprire i killer e i mandanti, rimasti sempre a volto coperto. Il 18 ottobre, infatti, è stata discussa al tribunale di Messina la richiesta di archiviazione presentata dalla procura per i magistrati Annamaria Palma e Carmine Petralia, indagati per calunnia aggravata nell’ambito dell’inchiesta per depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio. Il gip Simona Finocchiaro si è riservata la decisione sulla richiesta avanzata dalla procura di archiviare il fascicolo. Nel corso dell’udienza, i pm Vito Di Giorgio, procuratore aggiunto, e Liliano Todaro, sostituto della Direzione Distrettuale Antimafia, hanno illustrato una memoria integrativa alla richiesta di archiviazione. Già a giugno i due pm avevano chiesto di archiviare il tutto, non essendo – a loro parere – emerso nulla di rilevante sotto il profilo penale e tale da consentire di indagare ancora sui comportamenti tenuti da Palma e Petralia. Al centro di tutto il giallo del depistaggio c’è il teste taroccato Vincenzo Scarantino, le cui dichiarazioni hanno sviato il corso delle indagini, portando addirittura alla condanna di imputati del tutto innocenti per quella vicenda. E solo le successive verbalizzazioni di Giuseppe Spatuzza hanno permesso di accertare che Scarantino era un pentito del tutto fasullo e le sue verbalizzazioni costruite a tavolino da cima a fondo. Quali gli autori del taroccamento di Scarantino e, quindi, del depistaggio? Imputati, in un altro processo, i poliziotti che hanno fatto parte del team guidato dall’ex questore di Palermo Arnaldo La Barbera (che non può più difendersi dalle accuse perché è morto quindici anni). I quali però – di tutta evidenza – non potevano non eseguire ordini ricevuti. Da chi? Dal solo La Barbera che a questo punto avrebbe avuto l’ardire di agire in perfetta autonomia? La catena di comando, è ovvio, porta ai superiori, ossia ai magistrati che coordinavano all’epoca le indagini, quindi Palma e Petralia; ai quali, dopo alcuni mesi, si è aggiunto Nino Di Matteo, poi diventato un’intoccabile icona antimafia. O chi mai altro è intervenuto dall’alto? La figlia del giudice trucidato, Fiammetta Borsellino, ha più volte puntato l’indice contro i tre magistrati: Palma, Petralia e Di Matteo. Si riuscirà ad arrivare ai primi bagliori di luce? Stiamo adesso a vedere cosa decide il tribunale di Messina su quella richiesta di archiviazione .LA VOCE DELLE VOCI21.10.2020


12.10.2020 ”LA BORSA DI BORSELLINO FINITA NELLE MANI DI UN UFFICIALE DELL’ARMA’l racconto di Felice Cavallaro: “Ayala diede la borsa a un colonnello o a un maggiore”. Ma precisa: “Non era Arcangioli” Agenda rossa, Vincenzo Scarantino e la presenza di uomini in “giacca e cravatta” sul luogo dell’attentato. Sono questi i temi toccati nell’ultima udienza del processo sul depistaggio della strage di via d’Amelio che vede imputati i tre poliziotti Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo. In aula, a Caltanissetta, è stato sentito Felice Cavallaro, giornalista agrigentino del Corriere della Sera, nonché uno dei primi ad arrivare quel pomeriggio sul luogo dell’esplosione, come già aveva riferito in passato in altri processi sulla strage. Cavallaro il 19 luglio ’92 era a casa sua, a Palermo, in attesa del giudice Giuseppe Ayala il quale doveva occuparsi della prefazione del suo libro, quando udì il “sordo boato” provenire da via d’Amelio. “Arrivai sul posto in moto massimo 15 minuti dopo l’esplosione”. “Al mio arrivo – ha raccontato – vidi una scena apocalittica. Inciampai anche su resti umani. Alla fine mi ritrovai davanti all’auto blindata del giudice Borsellino ma senza sapere che fosse la sua”. In quegli istanti concitati, ha riportato il giornalista, “accadde una cosa un po’ singolare”. “La portiera della macchina era aperta, c’era la borsa di Borsellino poggiata sul pianale retrostante del sedile del guidatore. Un agente di polizia penso, o comunque un giovane delle forze dell’ordine in borghese – ha detto Cavallaro rispondendo alle domande dell’avvocato di parte civile Fabio Repici – prese la borsa che si trovava nel pianale tra il sedile anteriore e quello posteriore e stava per darla a me tanto che ne sfiorai il manico. E con uno sguardo quasi di sorpreso guardava Ayala come per dire ‘che facciamo?’. Forse pensava che io fossi uno della scorta di Ayala o un agente. Poi però – ha continuato nel suo racconto – arrivò un ufficiale dei carabinieri in divisa forse un colonnello o un maggiore ma certamente non un sottufficiale”. Felice Cavallaro ha detto di ricordare “che Ayala gli fece porgere (al giovane delle forze dell’ordine, ndrla borsa o gliela diede lui stesso. L’ultimo ricordo che ho di quella scena è la borsa finita nelle mani di questo ufficiale dei carabinieri, ma non ricordo cosa fece dopo”. A questo punto l’avvocato Fabio Repici ha chiesto se col passare degli anni avesse riconosciuto nei mezzi stampa l’uomo al quale venne ceduta la valigetta. Il giornalista ha detto di non averlo riconosciuto e che sicuramente non si trattava “trattava del capitano Giovanni Arcangioli la cui immagine con la borsa in mano ho rivisto molti anni dopo”.Scarantino e il presunto “giro in macchina” col capo della Mobile In aula è stato toccato anche il caso Scarantino, determinante ai fini del processo, e la sua detenzione. A sollevare il tema è stato l’avvocato di parte civile di Gaetano Scotto, Giuseppe Scozzola, che ha posto alcune domande precise al primo teste ascoltato in aula, Luigi Savina ex capo della Squadra Mobile di Palermo da settembre 1994 a luglio 1997. L’avvocato ha chiesto al dirigente se abbia mai avuto sopralluoghi serali con l’ex picciotto della Guadagna. Domanda al quale più volte Savina ha risposto in maniera negativa. A questo punto l’avvocato ha riportato alcune carte di un brogliaccio contenente una conversazione tra Scarantino e Savina. Si tratta di una telefonata avvenuta il 21 aprile 1995. Scarantino voleva parlare con il questore Arnaldo La Barbera che però non era presente e venne chiesto a Savina se potevo occuparsene vista la sua carica di capo della Squadre Mobile. Della vicenda aveva accennato poco prima in aula lo stesso Savina senza però approfondire. Quel giorno, ha detto Savina, “Scarantino tempestò di telefonate la questura”, anche se l’avvocato ha replicato che il 21 aprile è avvenuta solo quella telefonata. L’avvocato ha letto quindi alcuni passaggi delle trascrizioni della conversazione tra Savina e il falso pentito. “Scarantino chiama la questura e a un certo punto il centralino le passa Lei (Savina, ndr). Poi la conversazione prosegue e siccome – ha affermato l’avvocato – c’era stata la deposizione di Cancemi avviene un certo tipo di discorso e lei dice a Scarantino: ‘Se viene glielo posso accennare io a lui’”. E si parlava, ha sottolineato l’avvocato, “del problema di Cancemi”. “Poi Lei aggiunge ‘ci siamo anche conosciuti una sera, Lei non ricorderà, siamo usciti quando Lei era qua a Palermo una volta per un giro in macchina’”.E’ questo il passaggio contestato all’ex dirigente della sezione omicidi che però ha risposto dicendo trattarsi di una frase “probabilmente suggerita da un collega per tranquillizzare Scarantino” che , ha affermato, era “agitato”. Il legale di parte civile di Scotto quindi ha riportato altri passaggi di quella telefonata. “Ci volevo dire delle cose a livello di quello che ho sentito in televisione”, avrebbe detto Scarantino alla cornetta. “E lei – ha puntualizzato l’avvocato – pronuncia poi quella frase” alla quale, ha riportato l’avvocato, Scarantino ha risposto dicendo “ah, si”. L’avvocato quindi ha posto in aula una serie di osservazioni al teste. “Fino a quel momento Scarantino va solo ed esclusivamente alla ricerca del dottor La Barbera, perché il fatto di Cancemi, di cui parla Scarantino, e per il quale doveva essere tranquillizzato, è successivo. Quindi – ha dmandato Scozzola – quale motivo c’era di tranquillizzare Scarantino sino a quel momento? Per quale motivo gli si doveva dire sono uscito una sera in macchina con te per tranquillizzarlo”. “Non vedo logica”, ha osservato. “Mi è difficile ricostruire la vicenda”, è stata la risposta del teste chiedendo se sarà possibile poter ascoltare quella telefonata. “Ma continuo a escludere che sia uscito con Scarantino”.  Giacche e cravatte in via d’Amelio Durante l’udienza è stato sentito anche Francesco Maria Maggi, ex sovrintendente capo della Squadra Mobile di Palermo. Maggi, ha raccontato di essere arrivato sul luogo dell’attentato circa 10 minuti dopo lo scoppio della Fiat 126. A pochi minuti dal suo arrivo, circa 15 minuti dopo, “vidi 5 o 6 persone aggirarsi in giacca e cravatta. Presumo fossero uomini dei servizi, non erano di mia conoscenza. Dagli atteggiamenti sembravano poliziotti però. Penso che qualcuno l’ho riconosciuto dopo un po’ di tempo, erano persone che frequentavano la Squadra Mobile di Palermo”, ha detto Maggi facendo appello alla memoria spesso sollecitata dagli avvocati. “Tra questi c’erano uomini dello SCO”, ha detto. “Mi è parso subito strano. – ha concluso – Il fumo ancora non si era diradato e già c’erano queste persone. Mi strideva un po’ questa cosa”. In aula Francesco Maria Maggi ha parlato anche della borsa di Paolo Borsellino che lui stesso prelevò dalla macchina del giudice dopo 5 minuti dal suo arrivo. “Ho notato questa borsa nel sedile posteriore della Fiat Croma, nel lato destro. – ha raccontato – Allertai un vigile del fuoco di fare un getto d’acqua dentro la macchina perché la borsa stava prendendo fuoco. Con la borsa andai dal dottore Fassari che mi disse di andare immediatamente dalla Mobile e di portare la borsa al dottor La Barbera. La consegnai al suo autista, Sergio Di Franco. La consegna avvenne davanti l’uscio degli uffici di La Barbera”. Gli avvocati hanno chiesto all’ex sovrintendente della Squadra Mobile se fece una relazione di servizio di quel ritrovamento. “La feci nel dicembre del 1992 – ha affermato – me lo disse di fare il dottor La Barbera che mi rimproverò perché ancora non l’avevo fatta”. “La borsa – ha concluso rispondendo alle domande degli avvocati – la presi prima di aver notato la presenza di questi soggetti in giacca e cravatta”Antimafia Duemila Karim El Sadi 14 Ottobre 2020


12.10.2020  Felice Cavallaro: “Ufficiale carabinieri prese borsa giudice”  “Vidi una scena apocalittica. Inciampai anche su resti umani. Alla fine mi ritrovai davanti all’auto blindata del giudice Borsellino ma senza sapere che fosse la sua”. Lo ha riferito il giornalista Felice Cavallaro, ripercorrendo cio’ che accadde il 19 luglio 1992, quando arrivo’ in via D’Amelio.Deponendo davanti al Tribunale di Caltanissetta, nell’ambito del processo sul depistaggio delle indagini sulla morte del giudice Paolo Borsellino e che vede imputati tre poliziotti, Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo. Il giornalista ha detto di aver visto vicino alla macchina, l’ex pm, allora parlamentare, Giuseppe Ayala. “Un giovane delle forze dell’ordine in borghese – ha detto Cavallaro rispondendo alle domande dell’avvocato Fabio Repici – prese la borsa che si trovava nel pianale tra il sedile anteriore e quello posteriore e stava per darla a me. Forse pensava che io fossi uno della scorta di Ayala o un agente. Poi pero’ arrivo’ un ufficiale dei carabinieri in divisa e il mio ricordo e’ che Ayala gli fece porgere la borsa o gliela diede lui stesso. Escludo che si trattasse del capitano Arcangioli la cui immagine con la borsa in mano ho rivisto molti anni dopo”. STAMPA LIBERA


16.9.2020″Mafia: famiglia Borsellino diffida ex pentito, “fiducia in Paci”  La famiglia di Paolo Borsellino si scaglia contro l’ex pentito Vincenzo Calcara, autore di tre missive contro il pm Gabriele Paci, impegnato nella requisitoria al processo sul boss Matteo Messina Denaro. “Diffidiamo il signor Calcara dall’utilizzare strumentalmente qualunque riferimento alla vedova e ai figli del giudice Borsellino a sostegno di qualunque sua iniziativa e ribadiamo – dice l’avvocato Fabio Trizzino, legale dei familiari del giudice – la totale fiducia nei confronti della Procura di Caltanissetta e in particolare del dottor Gabriele Paci di cui in questi anni ha avuto modo di constatare una totale abnegazione e correttezza nella difficile ricostruzione e ricerca della verità sulla Strage che ha condotto alla morte del nostro congiunto, dottor Paolo Borsellino”. Nel carteggio, tra l’altro, l’ex pentito ricorda di aver iniziato la sua collaborazione con il magistrato Paolo Borsellino, affermando di essersi rifiutato di eseguire un attentato contro il giudice, ordinato da don Ciccio Messina Denaro, padre di Matteo. Paci aveva definito Calcara “uno di quelli che inquinavano i pozzi”. (AGI)


Tre missive scritte da un ex pentito contro i pm Gabriele Paci saranno trasmesse per competenza al Tribunale di Catania. Lo ha disposto la corte d’Assise di Caltanissetta nel processo in corso contro il latitante Matteo Messina Denaro, accusato di essere il mandante delle Stragi di Capaci e via d’Amelio. Il carteggio, composto da due lettere ed un esposto scritti dall’ex collaboratore di giustizia Vincenzo Calcara, è stato ricevuto dalla Corte presieduta dal giudice Roberta Serio, che ne ha dato notizia in apertura d’udienza senza acquisirlo agli atti del fascicolo. Il contenuto delle tre missive si riferisce alla requisitoria condotta dal procuratore aggiunto Paci, nel corso della quale definì l’ex pentito “uno di quelli che inquinava i pozzi’, riferendosi ad alcune omissioni riscontrate nei suoi verbali. “Le dichiarazioni del Calcara, in questo processo, sono già state valutate nel corso della requisitoria”, ha detto il pm che, dopo aver preso visione delle tre lettere, ha chiesto la trasmissione degli atti al Tribunale di Catania, competente per i fatti che riguardano i magistrati in servizio nel distretto di Caltanissetta. Nel carteggio, tra l’altro, l’ex pentito ricorda di aver iniziato la sua collaborazione con il magistrato Paolo Borsellino, confessando di essersi rifiutato di eseguire un attentato contro il giudice, ordinato da don Ciccio Messina Denaro. (AGI)



28.2.2020 – Caltanissetta, depistaggio Borsellino. Ufficiale Dia: “Telefonate Scarantino non registrate”– Le telefonate passate al setaccio dalla Dia di Caltanissetta ed effettuate dal falso collaboratore di giustizia Vincenzo Scarantino quando era nella localita’ protetta di San Bartolomeo al Mare, in Liguria, sono cinque. “Il 9 marzo del 1995 Scarantino chiama al centralino della questura di Palermo.La telefonata non viene registrata, come riporta l’operatore, per cause tecniche. Si sente solo che viene alzata la cornetta, viene digitato il suono di un tasto ma poi non si sente piu’ nulla. Questo silenzio dura 17 minuti”: ad affermarlo e’ stato il colonnello della Dia di Caltanissetta, Francesco Papa, chiamato a deporre nell’ambito del processo che si svolge a Caltanissetta, sul depistaggio delle indagini di via D’Amelio e che vede imputati tre poliziotti. “L’evento telefonico – spiega l’ufficiale della Dia rispondendo alle domande del pm Gabriele Paci – comincia alle 10.03 e si conclude alle 10.20. Non c’e’ in quei 17 minuti nessuna registrazione audio sulle bobine ma rimane la traccia magnetica degli impulsi che la macchina registra.L’8 marzo risulta invece che Scaratino chiama a Mario Bo per parlare di alcuni suoi problemi ma Bo gli dice di rivolgersi ad Arnaldo La Barbera. C’e’ poi una telefonata che Scarantino effettua il 3 maggio verso un’utenza in uso alla procura di Caltanissetta. La bobina non fa alcun giro. L’operatore scrive che per motivi tecnici la conversazione non e’ stata registrata perche’ la bobina non fa alcun giro. Subito dopo c’e’ una telefonata diretta a un’utenza in uso alla Palma che pero’ non viene registrata e dura 7 minuti.Altra telefonata il 4 maggio ad un numero in uso alla dottoressa Palma. Anche in questo caso non e’ stata effettuata la registrazione. Ultimo evento il 22 giugno. Telefonata effettuata da Scarantino verso un’utenza in uso alla procura della durata di nove minuti. C’e’ pero’ un guasto tecnico che viene riportato dall’operatore per cui la conversazione non viene registrata”. IL FATTO NISSENO


20.2.2020 – Scarantino e le indagini fatte male, i mille dubbi della Boccassini – L’ex procuratore aggiunto di Milano, da poco in pensione, chiamata a testimoniare al processo sul depistaggio di via D’Amelio che si sta celebrando a Caltanissetta. “Il sopralluogo a Capaci era stato fatto male”, “su Scarantino ho avuto dubbi fin dall’inizio”, “In via D’Amelio all’inizio lavorammo alla pista del telecomando azionato dal castello Utveggio” e ancora “arrivai a Caltanissetta e l’allora procuratore Tinebra mi disse: queste sono le carte, arrangiati”. E’ un fiume in piena Ilda Boccassini, ex procuratore aggiunto di Milano, da poco in pensione, chiamata a testimoniare al processo sul depistaggio di via D’Amelio che si sta celebrando a Caltanissetta in cui sono imputati tre poliziotti Mario Bo, Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei, accusati di calunnia aggravata in concorso. “Quando arrivai come pm applicato alla Procura di Caltanissetta, la prima decisione fu quella di rifare il sopralluogo a Capaci, perché leggendo le carte, e non solo la ricostruzione, mi resi conto che era stato fatto male. Mancava una regia”. L’ex procuratore aggiunto è collegato in video conferenza da Milano per problemi di salute. Risponde alle domande del procuratore aggiunto di Caltanissetta Gabriele Paci e sta ripercorrendo il periodo in cui è stata applicata alla procura nissena dopo le stragi. “Per il nuovo sopralluogo a Capaci coinvolgemmo tutte le forze dell’ordine, dai carabinieri alla guardia di finanza, alla polizia fino all’Fbi e tutte le forze possibili. Il primo periodo fu dedicato esclusivamente a questo – dice – ci fu una divisione di compiti delle forze di polizia che dovevano partecipare all’indagine sulle stragi ma con competenza specifica”. “Appresi della notizia di una collaborazione tra i servizi segreti e la procura di Caltanissetta solo da giornali” ha sottolineato Ilda Boccassini rispondendo alla domanda del pm Paci. “Da quando sono stata a Caltanissetta non ho saputo di un rapporto con i servizi – dice – che poi, non in mia presenza, colleghi si incontrassero con esponenti dei servizi segreti non lo so. Ma devo aggiungere una cosa: davanti alle due stragi che hanno sconvolto il mondo e hanno destabilizzato le istituzioni che il procuratore abbia avuto contatti con i servizi non mi sembra una cosa terribile ma fa parte delle cose di un normale nucleo di rapporti che sono nati e cresciuti e mantenuti nel limite della legge. Ma questo non lo so”. Ma è sull’attendibilità di Scarantino che il magistrato che ha combattuto la ‘ndrangheta in Lombardia e le nuove Brigate rosse non ha tentennamenti: “Quando sono arrivata a Caltanissetta, parlando con i colleghi che già c’erano, con il capo dell’ufficio e con lo stesso dottor Arnaldo La Barbera, i dubbi su Scarantino già c’erano. I dubbi su una persona che non era di spessore, anzi che non era per niente di spessore. Il suo quid, se così possiamo chiamarlo, era una parentela importante in Cosa nostra, però sin dall’inizio, io avevo delle perplessità. Forse all’inizio avevo meno perplessità – dice Boccassini – perché non ero ancora entrata nelle carte, nella mentalità. Io ero lì in attesa, tutti andavamo con i piedi di piombo su questa cosa. Era l’inizio ancora e bisognava andare avanti per vedere se l’indagine portava a qualcosa di più sostanzioso”. Per quanto riguarda le indagini sulla strage di via D’Amelio, “una delle prime ipotesi di lavoro era che il telecomando fosse stato azionato da castello Utveggio dove si diceva ci fosse una postazione Sisde. Su questi punti le indagini erano partite quasi subito” ha detto in aula Ilda Bocassini aggiungendo che “Fu anche attivato un filone di indagine sulla presenza di Bruno Contrada in via D’Amelio, ma dai riscontri risultava che, al momento dell’esplosione che uccise Borsellino e gli agenti di scorta, fosse altrove, in barca con un gioielliere palermitano”. E ancora: “Non avevo alcuna fiducia invece in Gioacchino Genchi”, ex funzionario di polizia e componente del gruppo “Falcone e Borsellino”, che era un esperto nell’analisi dei tabulati telefonici, “ma di cui non condividevo più, ad un certo punto, le tecniche e le metodologie investigative. Il suo apporto nelle indagini era stato praticamente nullo, ma era una persona pericolosa per le istituzioni perché aveva creato un archivio di dati pazzesco. Lui vedeva complotti e depistaggi ovunque. LA REPUBBLICA


Tinebra incontrava Scarantino prima degli interrogatori


3.2.2020 – Depistaggio strage via d’Amelio, il duro commento di Fiammetta Borsellino “Nessun vuol fare emergere verità”“Penso ci sia una enorme difficoltà a fare emergere la verità. Non ho constatato da parte di nessuno la volontà di dare un contributo, al di là la delle proprie discolpe, a capire cosa è successo”. Lo ha detto, a margine dell’udienza del processo sul depistaggio delle indagini sulla strage di via d’Amelio, Fiammetta Borsellino, figlia del giudice ucciso il 19 luglio 1992 commentando la deposizione dell’ex pm Nino Di Matteo. “Penso che nessuno di questi magistrati abbia capito niente di mio padre”, ha aggiunto. “Sembra che quello che riguarda Scarantino e il depistaggio delle indagini sia avvenuto per virtù dello spirito santo. Si tende a stigmatizzare la vicenda Scarantino come un piccolo segmento di una questione più grande. Io non penso che quello di Scarantino sia un segmento così piccolo” ha aggiunto. “Ci si riempie la bocca con la parola pool ma io di pool non ne ho visto nemmeno l’ombra – ha aggiunto – perché quando ai magistrati si chiede come mai non sapessero dei colloqui investigativi, della mancata audizione di Giammanco, cadono dalle nuvole”.  BLOG SICILIA


9.12.2019 . Francesco Paolo Giordano (magistrato) : Tinebre doveva incontrare Borsellino dopo il 20 luglio


5.12.2019 Ritrovate le registrazioni delle telefonate tra Magistrati e Scarantino    Antimafia 2000   – Palermo Today  –   Il Riformista –  Il Fatto Quotidiano  – La Repubblica 


13.12.2019 – Annamaria Palma: “Io accusata ingiustamente dai famigliari di Paolo Borsellino”. Fiammetta Borsellino in aula.


9.12.2019 – Borsellino: su Scarantino Pm divisi Per Saiaeva e Boccassini era inattendibile,non per gli altri. Il dibattito interno alla Procura di Caltanissetta sull’attendibilità del pentito Vincenzo Scarantino è stato al centro delle deposizioni di alcuni magistrati allora in servizio nell’ufficio, nel processo sul depistaggio della Strage di via D’Amelio. Per Roberto Saieva, che da gennaio a ottobre del ’94 fu applicato a Caltanissetta, “quando nel settembre viene interrogato Vincenzo Scarantino, cominciano ad emergere dei momenti di criticità. Per la dottoressa Boccassini e per me era abbastanza palese l’inattendibilità mentre diversa era la posizione di Tinebra, Giordano e Petralia. Le diversità di vedute permanevano e quindi si decise di mettere nero su bianco le nostre impressioni da consegnare ai colleghi. La nota risale al 12 ottobre e fu inviata a Palermo”. Diversa la posizione dell’allora procuratore aggiunto Francesco Paolo Giordano, il quale ha detto che aveva “grande fiducia nei confronti di Arnaldo La Barbera e dei suoi uomini” che gestirono Scarantino, poi rivelatosi un falso pentito. ANSA.  Servizio RAI


 

1.12.2019 Depositata la lettera di elogio a La Barbera


 

15.11.2019 – A Messina spuntano i verbali inediti di Scarantino – Sono sei fascicoli. Dentro ci sono parecchi fogli, frasi fino ad oggi “inedite” del “falso pentito” Vincenzo Scarantino, frammenti a puntate…


8.11.2019 – Borsellino, al processo per il depistaggio un poliziotto cambia versione:pm chiede trasmissione atti in procura


8.11.2019 Il depistaggio dopo via d’Amelio: “Scarantino a Pianosa non denunciò maltrattamenti” L’ispettore di polizia Giampiero Guttadauro, che faceva parte del gruppo investigativo “Falcone e Borsellino”, è stato sentito al processo sul presunto depistaggio dopo la strage: “Parlava di donne e sigarette, non mi ha parlato di nessun tipo di attività di reato commesso”

30.10.2019 L’ultimo mistero del falso pentito Scarantino Alla vigilia del processo voleva svelare il depistaggioEcco i brogliacci delle conversazioni con pm e poliziotti, il giallo si infittisce: chi lo convinse a non tirarsi indietro?


18.10.2019 – Deposizione di Giampiero Valenti della Polizia di Stato:”Mi ordinarono di interrompere la registrazione di Vincenzo Scarantino perché il collaboratore doveva parlare con i magistrati”. L’ha detto in aula a Caltanissetta, nel processo sui depistaggi nella strage Borsellino, il poliziotto Giampiero Valenti, interrogato come teste. Il processo vede come imputati i poliziotti Mario Bò, Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei. L’episodio raccontato da Valenti risale al periodo compreso tra il ’94 e il ’95. Il poliziotto ha spiegato che l’ordine gli arrivo dal suo superiore Di Ganci, “che quando Scarantino smise di parlare coi magistrati, mi disse – ha aggiunto – di riavviare l’apparecchio”. “Il mio compito era quello di gestire la famiglia di Scarantino e le loro esigenze: la spesa, i bambini da portare a scuola; mi è capitato pure di accompagnare o lui o la signora a Imperia per una visita oculistica. Non ricordo esattamente dove si trovasse il telefono nella casa di Scarantino”, ha continuato Valenti parlando del periodo in cui il falso pentito si trovava a San Bartolomeo a Mare. “Quando finì l’attività di intercettazione ci chiesero di firmare dei brogliacci. Riconosco la mia firma – dice dopo aver letto un verbale mostratogli dal pm Gabriele Paci – ma nego di conoscere quella che è l’attività di intercettazione. Sono stato uno stupido io, perché non avevo alcuna esperienza. Non capisco perché questo verbale non lo firmò chi gestiva l’attività e lo hanno fatto firmare all’ultima ruota del carro”. ANSA      Il Fatto Quotidiano.      Antimafia Duemila


31.10.2019 – Falsi pentiti, telefonate e bugie. Borsellino, una palude giudiziaria Definirle anomalie diventa, giorno dopo giorno, riduttivo. Per ciò che va emergendo dai processi sulle stragi di mafia del ’92 sarebbe opportuno parlare di palude giudiziaria. Il prologo era già disarmante. Il pentito Vincenzo Scarantino si è inventato tutto. Sono stati condannati, e dunque scarcerati dopo anni di detenzione, degli innocenti accusati dell’eccidio di via D’Amelio. La verità sulla morte di Paolo Borsellino e dei poliziotti di scorta si è allontanata. Quindi si è scoperto che Scarantino aveva dei contatti telefonici diretti con poliziotti e magistrati. C’è in corso un processo a Caltanissetta. L’ipotesi è che sia stato messo in atto un depistaggio. Qualcuno avrebbe suggerito all’improbabile pentito (si è creduto al fatto che Scarantino, uno scagnozzo di borgata, avesse partecipato alla stagione delle bombe assieme ai vecchi padrini) di inventarsi false accuse per nascondere la verità. Infine, ed è storia recente, sono spuntati i brogliacci delle telefonate di Scarantino mentre era sotto protezione a San Bartolomeo a Mare, in provincia di Imperia, scortato dai poliziotti del “Gruppo Falcone Borsellino”. Tra di loro c’erano i tre imputati per il depistaggio: Mario Bò, ex funzionario della squadra mobile di Palermo, e due sottufficiali, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo. C’è, però, un’altra inchiesta, a Messina, per calunnia aggravata che vede indagati due ex magistrati in servizio a Caltanissetta, Annamaria Palma e Carmelo Petralia. Furono tra i pm che interrogarono e gestirono il pentito, credendolo attendibile. I brogliacci delle conversazioni di Scarantino sono stati depositati al processo sul depistaggio. Ed è saltato fuori un vorticoso giro di chiamate. Ad esempio il 22 maggio 1995, alla vigilia della sua prima deposizione al processo per la strage Borsellino, il collaboratore di giustizia contattò la moglie: “A mezzo questura Rosalia parla con il marito il quale la rassicura che va tutto bene – annotavano i poliziotti – e comunque le dice di preparare le valigie che lui ha intenzione di tornare in carcere”. Scarantino voleva fare marcia indietro? Due giorni dopo, davanti ai giudici della corte d’assise di Caltanissetta, raccontò le bugie che sarebbero crollate due decenni dopo. Fu convinto da qualcuno a proseguire nel canovaccio delle false accuse? Nei brogliacci c’è traccia dei tentativi di Scarantino di parlare con Mario Bò. Ad esempio il 2 maggio 1995: “Enzo chiede spiegazioni della domanda che ha scritto in merito alla sua prossima presenza in aula”. Il poliziotto non c’era e Scarantino ci riprovò all’indomani: “Chiede nuovamente spiegazioni sulla domanda che ha firmato inerente alla sua adesione per presentarsi al processo”. “Domanda” al singolare e non “domande” al plurale come si è detto in questi giorni, ipotizzando che si trattasse dei suggerimenti ricevuti dal collaboratore. Non è detto, però, che i suggerimenti non siano arrivati in altre occasioni. Oppure Scarantino parlava, come avvenne l’8 maggio, con un magistrato: “Enzo conversa con la dottoressa Palma in merito al suo trasferimento per mercoledì a Genova, per essere sentito dalla dottoressa Sabatini, chiede se può evitare questo interrogatorio prima di essere sentito al processo. Si risentiranno”. Il processo in corso a Caltanissetta servirà, si spera, a chiarire se davvero ci sia stato un depistaggio. Sin d’ora, però, emergono degli interrogativi. A cominciare dal ritrovamento dei brogliacci e dei nastri con gli audio delle conversazioni. Non c’era traccia del materiale investigativo nei processi fin qui celebrati a Caltanissetta, e cioè nel luogo dove era lecito ritrovarlo. Era finito altrove senza alcuna, apparente e convincente spiegazione. Addirittura i brogliacci erano confluiti in vecchi fascicoli a carico di ignoti. I pm nisseni di sono messi di buona lena per spulciare gli archivi e hanno scovato audio e trascrizioni. Chissà cos’altro troveranno nella palude. Il fatto che Scarantino avesse un telefono a San Bartolomeo a Mare è una circostanza che magistrati e poliziotti hanno detto di non ricordare. Addirittura alcuni lo hanno pure negato in aula al processo Borsellino quater. Strano, visto che sono le stesse persone che hanno ricevuto le chiamate. Non c’è dubbio che sapessero del telefono a disposizione di Scarantino visto che tutti i magistrati che hanno avuto a che fare con il pentito, non solo Petralia e Palma, chiesero prima che l’utenza venisse messa sotto controllo e poi, in più occasioni, che le intercettazioni proseguissero. Eppure o non ricordano o negano. Sono alcuni fra gli stessi pubblici ministeri che hanno creduto a Scarantino, malgrado fossero stati messi in guardia dalle sue patacche. Non erano stati solo gli avvocati degli imputati, liquidati con troppa fretta perché “di parte”, a suggerirgli di diffidare del picciotto della Guadagna. La sentenza del processo Borsellino ter, emessa dalla Corte d’assise di Caltanissetta allora presieduta da Carmelo Zuccaro, oggi procuratore di Catania, era stata lapidaria nel giudizio. Nelle motivazioni, scritte prima della sentenza d’appello del processo bis, si parlava di “dubbia attendibilità”, “parto della fantasia”, “dichiarazioni non genuine perché gravemente sospette di essere state attinte addirittura dalla stampa”. Non erano né in parenti di Scarantino, né i difensori degli imputati a scrivere che “delle dichiarazioni rese da Scarantino non si debba tenere conto per la ricostruzione dei fatti e la valutazione delle responsabilità in ordine alla strage di via D’Amelio”. Eppure le valutazioni dei giudice della Corte d’assise non scalfirono le convinzioni dei pubblici ministeri del Borsellino bis, talmente convinti della bontà delle prove da proporre appello, seguiti poi dai procuratori generali, contro le assoluzioni di primo grado del processo bis. Insomma, una distrazione di massa. E così Gaetano Murana, ad esempio, da assolto si ritrovò ergastolano. Un ventennio dopo, nel 2011, quella sentenza sarebbe divenuta carta straccia. Quando è venuta fuori la notizia dell’esistenza dei brogliacci in alcuni dei protagonisti di quella stagione sono riaffiorati i ricordi. Giampiero Valenti, un poliziotto che si occupava delle intercettazioni, ha raccontato che gli venne “ordinato” di “staccare la registrazione di Scarantino perché il collaboratore doveva parlare con i magistrati”. Una rivelazione choc. Sospendere un’intercettazione senza l’autorizzazione di un giudice è reato. È dalla Procura di Messina che potrebbero arrivare le risposte ai tanti interrogativi. I numeri progressivi dei brogliacci, infatti, dimostrano che ci sono ore di conversazioni di cui non si conosce il contenuto, ma delle quali ci sono le registrazioni. Qualcuno a Messina le sta ascoltando. LIVE SICILIA


17.10.2019 – Mafia: depistaggio Borsellino, poliziotti imputati non rispondo ai pm di Messina– Il legale, ”risponderanno davanti al Tribunale di Caltanissetta” Si sono avvalsi della facoltà di non rispondere, davanti ai pm di Messina, i tre poliziotti sotto processo per il presunto depistaggio sulla strage di via D’AmelioMario BoFabrizio Mattei e Michele Ribaudo, che prestavano servizio nel pool che indagava sulla strage di via D’Amelio, dovevano essere sentiti oggi pomeriggio nell’ambito dell’inchiesta aperta dal Procuratore di Messina Maurizio De Lucia a carico di due magistrati che facevano parte del pool che coordinò l’inchiesta sull’attentato: Carmelo Petralia ed Annamaria Palma. Ma non hanno risposto ai pm. “I poliziotti si sono avvalsi della facoltà di non rispondere perché renderanno dichiarazioni davanti al Tribunale di Caltanissetta“, ha detto all’Adnkronos l’avvocato Giuseppe Seminara, che ha accompagnato i tre poliziotti in Procura. I due magistrati Palma e Petralia sono indagati a Messina per calunnia aggravata dall’aver favorito Cosa nostra. Stessa accusa di cui rispondono a Caltanissetta i tre poliziotti. Annamaria Palma attualmente è avvocato generale a Palermo, mentre Petralia ricopre la carica di procuratore aggiunto a Catania. Nell’ipotesi accusatoria, in concorso con i tre poliziotti sotto processo a Caltanissetta, avrebbero depistato l’indagine sulla strage costata la vita al giudice Paolo Borsellino. I pm e i poliziotti, secondo l’accusa, avrebbero imbeccato tre falsi pentiti, costruiti a tavolino tra cui Vincenzo Scarantino, suggerendo loro di accusare falsamente dell’attentato persone ad esso estranee. AdnKronos


28.9.2019 – Strage via D’Amelio, l’ex questore di Bergamo Ricciardi: “Scarantino inaffidabileL’ex numero uno di via Noli sentito come teste al processo sul cosiddetto depistaggio della strage di via D’Amelio, dove morì il giudice Borsellino “Meno ci parlavo con Vincenzo Scarantino e meglio stavo. A me Scarantino, per qualcosa che non so dire e non so spiegare non piaceva: potevo mai andare da lui per promesse di denaro?”. Sono le dichiarazioni dell’ex questore di Bergamo, Vincenzo Ricciardi, venerdì mattina nel corso dell’udienza del processo sul cosiddetto depistaggio della strage di via D’Amelio, dove morì il giudice Borsellino, che si celebra a Caltanissetta, rispondendo come teste alle domande dell’avvocato Giuseppe Scozzola. Sul banco degli imputati Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, gli ex appartenenti del gruppo “Falcone-Borsellino”, che indagò sull’attentato: devono rispondere di calunnia aggravata dall’aver favorito Cosa nostra. “Devo anche dire, al contrario – ha continuato Ricciardi – che Scarantino non mi ha mai parlato di denaro che gli era stato promesso. Penso che c’era un sentimento reciproco.  Non ci piacevamo. Scarantino – ha aggiunto Ricciardi – dava sempre versioni differenti. In un interrogatorio del 12 settembre del ‘94 si rimangia tutto quello che aveva detto nell’interrogatorio di un mese ”. Bergamo News


9.9.2019 –  Borsellino, agente della scorta rivela: “Scarantino temeva di non essere creduto“-“Una volta sola il falso pentito Vincenzo Scarantino mi disse che aveva paura di non essere creduto e io gli risposi se tu stai dicendo la verità non devi avere paura. È stata l’unica volta in cui ho parlato di qualcosa che riguardasse la strage. Non ci sono mai voluto entrare nelle dinamiche delle sue dichiarazioni”. Lo ha affermato Giuseppe Di Gangi, poliziotto del gruppo Falcone Borsellino, rispondendo al Pm Stefano Luciani nel corso dell’udienza del processo sul depistaggio della strage di via D’Amelio ripreso questa mattina a Caltanissetta e che vede sul banco degli imputati il funzionario di Polizia Mario Bò, gli ispettori Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, accusati di concorso in calunnia. “Sono devastato da questa situazione. Sono in un uno stato di depressione provocato da questa situazione”. ha affermato Di Gangi ha risposto al pm Luciani aggiungendo di non ricordare molto a causa del malessere provocato da questa situazione. “A volte rimanevamo a casa di Vincenzo Scarantino. – ha detto – Ci occupavamo in generale dei bisogni del nucleo familiare. Quando portavamo Scarantino a fare degli interrogatori ce ne occupavamo insieme al personale della questura di Imperia. Se Scarantino aveva bisogno di qualcosa si rivolgeva al gruppo Falcone Borsellino. Noi eravamo lì per quello e per questo si rivolgeva a noi. Erano le disposizioni che ci erano state date”. “Un giorno dall’ufficio di Palermo mi chiesero di andare alla questura e ritirare un fax, con la copia di un articolo, e sottoporlo a Scarantino dove si diceva che Gaetano Scotto si trovava a Bologna il giorno della strage e comunque in quel periodo”, ha aggiunto Di Gangi. “Il giorno prima della ritrattazione Scarantino aveva detto al personale dell’ufficio di Imperia che voleva parlare con loro urgentemente. Scarantino disse al dottore Bo che voleva tornare in carcere perché non voleva più collaborare. – ha proseguito – Ho assistito alla discussione tra Scarantino e il dottore Bo. Abbiamo dovuto ammanettarlo a casa perché Scarantino si stava avventando contro il funzionario. Davanti alla moglie e ai bambini. Non feci alcuna relazione di servizio”. Giornale di Sicilia 


12.7.2019  – Borsellino, parla un poliziotto:  “Scarantino? Era confusionario” – “Pianosa era sicuramente un carcere duro ma il falso pentito Vincenzo Scarantino non lamentò nulla di specifico o che fosse rimasto impresso nella mia memoria. I suoi discorsi non erano lineari ma non mi diceva nulla di particolare. Non ho mai ritenuto allarmante quello che diceva, nel senso che a quest’ora se avesse detto qualcosa di importante sarebbe rimasto inciso nella mia memoria”. Lo ha detto Giovanni Guerrera, poliziotto, rispondendo come teste alle domande del Pm Gabriele Paci, nel corso dell’udienza nell’ambito del processo sul depistaggio della Strage di via D’Amelio. “L’unica cosa che dicevo a Scarantino – ha aggiunto – era, siccome era confusionario nelle sue dichiarazioni, ‘prendi un block notes e te le appunti così trovi una sequenza logica in quello che dici’. Gli suggerivo di fare una scaletta delle cose che gli erano successe”. Guerrera, come lui stesso ha sottolineato, a Pianosa era stato individuato come ufficiale di collegamento a garanzia della sicurezza di Scarantino. “Sono certo che non mi abbia mai detto che non c’entrava nulla con le stragi. Io ho conosciuto Scarantino nei primi tempi della collaborazione quindi in quel momento i suoi problemi riguardavano più la moglie e i figli che altro”, ha concluso Guerrera rispondendo alle domande degli avvocati Giuseppe Seminara e Giuseppe Panepinto. ANSA

 

 

A distanza di 27 anni dall’attentato in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta, la Procura di Messina, ha iscritto nel registro degli indagati, con l’accusa di calunnia aggravata, due magistrati che indagarono sulle stragi del 1992: Annamaria Palma, Avvocato generale dello Stato, e Carmelo Petralia, Procuratore aggiunto di Catania. Secondo il Procuratore di Messina, Maurizio de Lucia, che coordina l’inchiesta, i due magistrati, in concorso con i tre poliziotti sotto processo a Caltanissetta, Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, avrebbero depistato le indagini sulla strage di via D’Amelio. Un depistaggio che i giudici della sentenza del processo Borsellino quater definirono “clamoroso”. Ai magistrati è stato notificato dalla Procura di Messina, che indaga in quanto è coinvolto un magistrato in servizio a Catania, un avviso di accertamenti tecnici irripetibili.  Fiammetta Borsellino che ha partecipato a numerose udienze del processo sul depistaggio sulle indagini sulla strage del 19 luglio 1992, dove si è costituita parte civile, più volte ha lamentato il comportamento dei magistrati che indagarono sull’attentato. “Mio padre è stato lasciato solo, sia da vivo che da morto. C’è stata una responsabilità collettiva da parte di magistrati che nei primi anni dopo la strage – ha sempre ripetuto Fiammetta – hanno sbagliato a Caltanissetta con comportamenti contra legem e che ad oggi non sono mai stati perseguiti né da un punto di vista giudiziario né disciplinare”

Indagati anche due PM: rassegna stampa e news

29.5.2019 SCARANTINO ritratta le accuse ai PM

16.5.2019FIAMMETTA BORSELLINO al processo. Depone Vincenzo Scarantino

14.4.2019SCARPINATO: Contrada, Servizi Segreti collaborò alle indagini malgrado fosse vietato

13.4.2019FIAMMETTA BORSELLINODepistaggio: il CSM sul piano disciplinare non ha fatto nulla – i topi si stanno mangiando i faldoni

13.4.2019Furti di verità e depistaggi

1.4.2019Difesa Bo: “Palazzo Chigi desecreti atti su stragi Falcone e Borsellino”

14.3.2019 Il depistaggio di via d’Amelio

22.2.2019 Archiviazione per 4 poliziotti. Resta il processo per calunnia per gli altri 3 colleghi. Il gip di Caltanissetta ha scelto di archiviare l’inchiesta a carico degli agenti che facevano parte del pool che indagò sugli attentati del 1992. Secondo l’accusa avrebbero costruito una finta verità, imbeccando falsi pentiti come Vincenzo Scarantino

22.2.2019  “L’attentato a Borsellino? Un favore”: parla il pentito Francesco Di Carlo – Depistaggio via d’Amelio, il pentito Di Carlo racconta i contatti con i Servizi “Vennero in tre. Uno di questi, lo scoprii anni dopo, era La Barbera” “Alla fine degli anni Ottanta in carcere vengo raggiunto da tre soggetti. Uno di questi si presentò come Giovanni, dicendomi che portava i saluti di Mario, un altro soggetto che già conoscevo come appartenente LEGGI TUTTO


 

21.2.2019  A processo per depistaggio l’ex pentito Andriotta tra conferme e “non ricordo”

18.2.2019 Stragi ’92, Genchi racconta le indagini sulle utenze clonate. Il super consulente sentito al processo contro Messina Denaro


 

7.2.2019  GIOVANNI BRUSCA – L’ex padrino, nel corso del processo sul depistaggio delle indagini della strage di via D’Amelio, del luglio del 1992, ha raccontato il momento della “svolta”. Ovvero il giorno che gli ha cambiato la vita: “Quando ho incontrato Rita Borsellino”

6.2.2019  Maggiani Chelli: ”Falcone, Borsellino, le stragi del ’93. La trattativa Stato-Mafia e’ stata la condanna a morte dei nostri parenti”

  • ANTIMAFIA DUEMILA 6.2.2019

    5.2.2019  – Il teste di Stato-mafia: «Parlo per deduzione…» Il pentito Ciro Vara è stato sentito come teste durante il processo che vede imputati tre poliziotti, accusati di calunnia aggravata dall’aver favorito Cosa nostra

  • VOCE DELLE VOCI 5.2.2019

    4.2.2019 VITO GALATOLO racconta Primo giorno di trasferta a Roma per il collegio del tribunale di Caltanissetta, presieduto SEGUE


    4.2.2019 – “Ho detto subito che Vincenzo Scarantino aveva detto un sacco di bugie e fesserie sulla strage di Via D’Amelio, da siciliano non capivo cosa dicesse. La ragione me l’hanno data dopo 25 anni”. Lo ha detto il collaboratore di giustizia, Santino Di Matteo. “Ieri sera – ha spiegato Di Matteo, il cui figlio Giuseppe venne rapito, ucciso e sciolto nell’acido nel 1996 quando aveva 15 anni. – Ho sentito in tv l’intervista a Fiammetta, la figlia di Paolo Borsellino. Venticinque anni fa io ho avuto un confronto con Scarantino. Quando ha finito di parlare ho detto: ‘Guardate che questo non fa parte di nessuna organizzazione. Questo più che rubare ruote di scorta, radio delle macchine o vendere qualche pacchetto di sigarette di contrabbando, non ha fatto. Questo non sa, ve lo dico io”  VIDEO TG 2000

  • IL DUBBIO 4.2.2019
  • LA PRESSE 4.2.2019
  • ANSA 4.2.2019
  • PALERMO TODAY 4.2.2019
  • CRONACHE DI 4.2.2019
  • AGI 4.2.2019

17.1.2019 L’ex questore Germanà al processo depistaggio Borsellino: “Io un miracolato e lo ripeto”. Sono un vero miracolato e non capisco perché gli altri colleghi siano morti e io no. Io quel 14 settembre del 1992 mi salvai  LEGGI TUTTO


14.12.2018 Depistaggio via d’Amelio, quella relazione a firma La Barbera con il nome di Candura – Ieri sentito al processo il funzionario di polizia Stagliano – Nel settembre 1992 l’ex Capo della Squadra mobile, Arnaldo La Barbera (in foto) che dirigeva il gruppo Falcone-Borsellino nell’ambito delle indagini sulle stragi aveva firmato e trasmesso alla Procura di Palermo e a quella di Caltanissetta una relazione di servizio su un “colloquio informale” avuto con Salvatore Candura… LEGGI TUTTO


12.12.2018 Accusati di aver depistato le indagini su Borsellino, chiesta archiviazione per 4 poliziotti La Procura di Caltanissetta ha chiesto l’archiviazione dell’inchiesta sul depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio, costata la vita al giudice Paolo Borsellino e agli agenti della scorta, avviata a carico di quattro poliziotti del pool che indagò sugli attentati del ’92. La richiesta, che ora è al vaglio del gip, riguarda Giuseppe Antonio Di Ganci, Giampiero Valenti, Domenico Militello e Piero Guttadauro. I poliziotti erano accusati di concorso in calunnia: avrebbero costruito ad arte a tavolino una finita verità sulla fase esecutiva della strage imbeccando falsi pentiti come Vincenzo Scarantino e costringendoli ad accusare persone, poi rivelatesi innocenti. Della stessa accusa rispondono i funzionari di polizia Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, per cui però la Procura ha chiesto e ottenuto il rinvio a giudizio. I tre sono sotto processo davanti al tribunale nisseno.

ANTIMAFIA2000 12.12.2018


8.12.2018 Via d’Amelio, Lucia Borsellino: “Mio padre attese invano una chiamata dai giudici” Ha rotto il silenzio ed è tornata a parlare in un’aula di Tribunale Lucia Borsellino, l’ex assessore alla Salute della Regione Sicilia e figlia del Giudice ucciso assieme agli agenti della sua scorta nell’attentato di Via d’Amelio. La Borsellino ha deposto nei giorni scorsi a Caltanissetta al processo per il depistaggio della strage di via d’Amelio che vede come imputati i poliziotti Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, accusati di calunnia aggravata dall’aver favorito Cosa nostra… LEGGI TUTTO


3.12.2018 – LA FIGLIA DEL GIUDICE UCCISO DALLA MAFIA RACCONTA PARTICOLARI INEDITI Lucia Borsellino: “Lo studio usato da mio padre messo a soqquadro da ignoti” – Ignoti sarebbero entrati nel villino della famiglia Borsellino a Villagrazia di Carini e avrebbero messo a soqquadro lo studio utilizzato dal giudice Paolo Borsellino. La circostanza… LEGGI TUTTO


3.12.2018 – depistaggio, figlia racconta mistero agenda rossa Il mistero della sparizione dell’agenda rossa e una strana incursione nella casa di Villagrazia di Carini: sono i passaggi cruciali della lunga deposizione di Lucia Borsellino al processo per il depistaggio sulla strage di via D’Amelio. La figlia del magistrato … LEGGI TUTTO


3.12.2018 – Depistaggio sulla strage via D’Amelio, LUCIA Borsellino svela un’incursione nella casa di Villagrazia di CariniIl mistero della sparizione dell’agenda rossa e una strana incursione nella casa di Villagrazia di Carini: sono i passaggi cruciali della lungadeposizione di Lucia Borsellino al processo … LEGGI TUTTO


3.12.2018 – tomaselli non era custode dell’autobomba: 777 mila euro agli eredi La Corte d’appello di Catania ha condannato lo Stato a pagare circa 777 mila euro agli undici fratelli eredi di Salvatore Tomaselli per “riparare l’errore giudiziario” consistito nella sua condanna a 8 anni e mesi nel … LEGGI TUTTO


27.11.2018 – Depistaggio via d’Amelio, dal 3 dicembre saranno sentiti i primi testi –  Acquisiti agli atti la conferenza stampa Tinebra-Boccassini ed il video su sparizione dell’Agenda Rossa Da ieri il processo sul depistaggio di via d’Amelio ha ufficialmente preso il via. Il collegio del tribunale di Caltanissetta, presieduto da Francesco D’Arrigo, ha accolto tutte le richieste di costituzione di parte civile avanzate la scorsa udienza….LEGGI TUTTO 


15.11.2018 Strage di Via D’Amelio, Genchi: “La Barbera cercava solo l’appiglio per rendere credibile Scarantino” La deposizione a Palermo – Genchi: “Mi disse: basta un elemento minimale”. E il falso pentito diventò il teste-chiave  LEGGI TUTTO...


9.11.2018


5.11.2018 – Avvio delle udienze e costituzione di parte civile anche da parte del Viminale

“Sessanta milioni di euro, per danno all’immagine”. Il ministero dell’Interno rompe gli indugi e chiede il risarcimento dei danni ai tre poliziotti accusati di avere avuto un ruolo determinante nel depistaggio delle indagini attorno alla strage Borsellino. Prima udienza del processo a sorpresa, perché fino ad oggi il ministero dell’Interno è stato solo dichiarato “responsabile civile” per il danno causato dai tre imputati. Ma ora il Viminale prova a smarcarsi, con un intervento dell’Avvocatura dello Stato, che ha anche presentato la richiesta di parte civile del ministero della Giustizia, “per il danno subito dal reato di calunnia commesso dagli imputati”. Chiedono di costituirsi parte civile pure i familiari dei poliziotti uccisi con Paolo Borsellino, il superstite della strage, Antonino Vullo, e il Comune di Palermo. Il collegio del tribunale, presieduto da Francesco D’Arrigo, deciderà sulle questioni preliminari il 26 novembre. Un rinvio lungo, che non è piaciuto a Fiammetta Borsellino, la figlia del giudice Paolo, che è parte civile nel processo con i suoi fratelli: “Abbiamo già aspettato tanto – dice – vigileremo su questo processo, perché tante persone ancora non vogliono cercarla la verità”. 


FIAMMETTA BORSELLINO: «Incredibile che il Viminale non sia parte civile al processo depistaggi»«Ritengo assolutamente incredibile che il Viminale non sia parte civile di questo processo…  LEGGI TUTTO

“Grossi pezzi dello Stato implicati, basta omertà”  Tre poliziotti rinviati a giudizio. La figlia del magistrato: “Chi sa la verità parli”Sono accusati di calunnia in concorso con l’aggravante di aver agevolato con la loro condotta Cosa nostra. Secondo la procura nissena, avrebbero manovrato le dichiarazioni rese dal falso pentito Vincenzo Scarantino, costringendolo a fare nomi e cognomi di persone innocenti in merito all’attentato in cui morirono il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta.


FIAMMETTA BORSELLINO:  “Il silenzio degli uomini delle istituzioni peggio dell’omertà dei mafiosi.  Perché tanta omertà? E dov’erano i magistrati quando i poliziotti istruivano Scarantino?”   “La verità si saprà soltanto se chi sa parlerà e uscirà dall’omertà”. Così Fiammetta Borsellino, figlia del magistrato ucciso in via D’Amelio ha commentato la decisione del gip di Caltanissetta di rinviare a giudizio per calunnia aggravata i tre poliziotti implicati nel depistaggio delle indagini sull’attentato al padre. Fiammetta Borsellino e i suoi due fratelli si sono costituiti parte civile.

  • MERIDIO NEWS 8.10.2018

    PARLA ANGELO MANGANO, il giornalista che per primo capì il depistaggio di Via D’Amelio…E’ stato sentito il 4 ottobre scorso dalla Commissione parlamentare antimafia regionale, il giornalista Angelo Mangano.

  • TP24 12.10.2018

    Nelle indagini sugli autori della strage di Via D’Amelio c’è stato «uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana», con alcuni funzionari della polizia che convinsero piccoli criminali a trasformarsi in pentiti di Cosa nostra per costruire una falsa verità sull’attentato al giudice Paolo Borsellino. Ma non solo. Nelle motivazioni della sentenza … LEGGI TUTTO


DEPISTAGGIO: chiesto il rinvio a giudizio per tre poliziotti

VIA D’AMELIO: 25 ANNI DOPO SANTINO ANCORA MIUTO STA’


I «FALSI» PENTITI – I tre poliziotti facevano parte del pool investigativo che indagò sulle stragi mafiose del ‘92 di via D’Amelio e di Capaci. Il pool era coordinato da Arnaldo La Barbera (morto nel 2002). Gli investigatori, secondo l’accusa, LEGGI TUTTO

Il Ministero della Giustizia si costituirà parte civile al processo contro i presunti depistatori delle indagini sulla strage di via D’Amelio. Già il 13 settembre scorso è stata richiesta autorizzazione all’Avvocatura dello Stato di Caltanissetta, tramite la Presidenza del Consiglio – Ufficio del contenzioso, alla costituzione come parte civile nel processo. Agli imputati, tutti appartenenti alla Polizia di Stato, sono stati contestati fatti attinenti al concorso in calunnia, che appaiono particolarmente gravi e che – viene sottolineato – se accertati, sarebbero fonte di notevolissimi danni patrimoniali e non patrimoniali all&rsquoamministrazione della giustizia. In particolare si contesta loro di aver dato vita a processi definiti con condanne, passate in giudicato e poi revocate, a carico delle persone cui le dichiarazioni non veritiere si riferivano. ANSA 20.9.2018 – 19.30

PROCESSO AI POLIZIOTTI ACCUSATI DI DEPISTAGGIO.  Fiammetta Borsellino a Caltanisetta – Presso il tribunale di Caltanisetta, lunedì 20 Settembre è stata avviata la procedura l’udienza preliminare riguardante  i tre poliziotti rinviati a giudizio per depistaggio nelle indagini su Via D’Amelio. Presenti  il giornalista Salvo Palazzolo, recentemente denunciato, indagato e perquisito e  Fiammetta Borsellino, che da tempo chiede a gran voce che sia fatta piena luce su mandanti, esecutori e condotta delle Forze dell’Ordine e della magistratura inquirente incaricati dell’inchiesta. 

RINVIATA AL  28 SETTEMBRE, l’udienza preliminare nei confronti di tre poliziotti accusati del depistaggio delle indagini sulla strage di via d’Amelio. Davanti al Gup sono comparsi il funzionario Mario Bo e i poliziotti Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei, accusati di calunnia in concorso. Per i tre, la procura nissena, ha contestato l’aggravante secondo la quale, con la loro condotta avrebbero favorito Cosa nostra. 

Davanti al Gup sono comparsi il funzionario Mario Bo e i poliziotti Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei, accusati di calunnia in concorso. Per i tre, la procura nissena, ha contestato l’aggravante secondo la quale, con la loro condotta avrebbero favorito Cosa nostra. All’esterno… SEGUE


FIAMMETTA AVVICINA DUE IMPUTATI. LA FIGLIA MAGISTRATO APPROFITTA DI UNA PAUSA DELL’UDIENZA CALTANISSETTA  In una pausa dell’udienza preliminare a Caltanissetta per il depistaggio … SEGUE


VIA D’AMELIO, I FIGLI DI BORSELLINO PARTE CIVILE CONTRO I TRE POLIZIOTTI ACCUSATI DEL DEPISTAGGIO L’atto d’accusa di Fiammetta: “Lo Stato non c’è, non si è costituito contro gli imputati”. Al via l’udienza preliminare al tribunale di Caltanissetta – Fiammetta Borsellino, la figlia di Paolo e Agnese, arriva di buon mattino al tribunale di Caltanissetta. Nell’aula intitolata a “Gilda Loforti” – una giudice coraggiosa stroncata da … LEGGI TUTTO


FIAMMETTA BORSELLINO, SOLIDALE CON LA PROCURA. La figlia del magistrato: “Difficile verità ma barlumi di luce. Sono qui in segno di solidarietà nei confronti di una Procura che si sta impegnando con tenacia a sciogliere un nodo enorme sulla mancata verità che riguarda la strage di via D’Amelio, un nodo compromesso quasi definitivamente dalle attività depistatorie”. Così Fiammetta Borsellino, figlia del magistrato Paolo, presente in Tribunale a Caltanissetta all’udienza preliminare con tre poliziotti accusati di avere imbeccato il falso pentito Vincenzo Scarantino. “Questa Procura a distanza di molti anni con enormi difficoltà sta cercando di fare luce su cose fatte da pm precedenti, perché questi poliziotti non hanno agito da soli, ma sotto la direzione, il controllo e la supervisione di magistrati e di pubblici ministeri”. “Ho fiducia – ha aggiunto – raggiungere una verità è difficile, ma sono convinta del percorso che può portare anche a fare barlumi di luce. E’ importante il segnale che si continui a lottare per esercitare un diritto sancito all’articolo 2 della Costituzione, il diritto alla verità”. ANSA


FAVA A CALTANISSETTA PER AVVIO PROCESSO SU DEPISTAGGIO “Sono qui per un atto di dovuta testimonianza. Sul depistaggio per la strage di via D’Amelio, che oggi conosce dopo 26 anni la prima pagina giudiziaria. La Commissione antimafia ha aperto una propria indagine e daremo il nostro contributo per contribuire a restituire verità sui fatti, sui silenzi, sulle responsabilità che abbiamo collezionato per oltre un quarto di secolo”. Lo ha dichiarato Claudio Fava, Presidente della Commissione regionale antimafia a Caltanissetta, dove stamani si è aperta l’udienza preliminare nei confronti di tre poliziotti accusati del depistaggio delle inchieste sulla strage del 19 luglio del 1992. Il presidente Fava ha anche partecipato al sit-in che si è tenuto fuori dal tribunale in solidarietà al giornalista Salvo Palazzolo cui, nei giorni scorsi, sono stati sequestrati telefoni, pc e altro materiale a causa di alcuni articoli scritti proprio sul depistaggio relativo alla strage di via D’Amelio.

FIAMMETTA BORSELLINO PARLA CON GLI IMPUTATI: “SIATE ONESTI” Alla sbarra tre poliziotti, il funzionario Mario Bo’ e gli ispettori Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, accusati di avere imbeccato il falso pentito Vincenzo Scarantino. La figlia del giudice: “Si spieghi cosa cosa è successo, quale era il clima, da chi probabilmente hanno ricevuto gli ordini”

DEPISTAGGIO VIA D’AMELIO. IL COMUNE DI PALERMO SARÀ PARTE CIVILE Il sindaco Leoluca Orlando ha dato mandato all’avvocatura comunale di procedere alla costituzione di Parte Civile nel processo che a Caltanissetta vede imputati alcuni agenti e funzionari di Polizia per il presunto depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio del luglio del 1992.

IL PUBBLICO MINISTERO CHIEDE AGGRAVANTE PER I POLIZIOTTI ACCUSATI DEL DEPISTAGGIO: “HANNO FAVORITO LA MAFIA”


Strage via d’Amelio, pm chiede aggravante per i poliziotti accusati del depistaggio: “Hanno favorito la mafia”

Nel corso dell’udienza preliminare la procura di Caltanisseta ha chiesto l’applicazione del comma 1 dell’articolo 416 bis per il tre poliziotti accusati di concorso in calunnia per avere creato il falso pentito Vincenzo Scarantino

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PROCESSI – INCHIESTE – INDAGINI precedenti

PROCESSI – INCHIESTE – INDAGINI  PRECEDENTI

13 domande di Fiammetta Borsellino alle Istituzioni  – Sono passati 26 anni e ancora aspettiamo delle risposte da uomini delle istituzioni e non solo. Ci sono domande che non possono essere rimosse dall’indifferenza o da colpevoli disattenzioni”. Tra le domande poste dalla figlia del giudice, che proprio oggi, alle 14 verrà ascoltata dalla Commissione regionale antimafia all’Ars, la richiesta del perché, dopo la strage di Capaci, “le autorità locali non misero in atto le misure necessarie per proteggere mio padre”. Non solo. “Perché per una strage di così ampia portata fu prescelta una procura composta da magistrati che non avevano competenze”, chiede. “Oppure: “Perché via D’Amelio non fu preservata consentendo così la sottrazione dell’agenda rossa di mio padre?”. E ancora: “Perché nei 57 giorni fra Capaci e via D’Amelio i pm di Caltanissetta non convocarono mai mio padre?”. Poi domande anche sul pentito Scarantino (“perché i pm di Caltanissetta furono accomodanti con le continue ritrattazioni?”), sul mancato verbale di sopralluogo della Polizia con Scarantino “nel garage dove diceva di avere rubato la 126 poi trasformata in autobomba?”.

1.Perché le autorità locali e nazionali preposte alla sicurezza non misero in atto tutte le misure necessarie per proteggere mio padre, che dopo la morte di Falcone era diventato l’obiettivo numero uno di Cosa nostra?

2.Perché per una strage di così ampia portata fu prescelta una procura composta da magistrati che non avevano competenze in ambito di mafia? L’ufficio era composto dal procuratore capo Giovanni Tinebra, dai sostituti Carmelo Petralia, Annamaria Palma (dal luglio 1994) e Nino Di Matteo (dal novembre ’94).

3.Perché via D’Amelio, la scena della strage, non fu preservata consentendo così la sottrazione dell’agenda rossa di mio padre? E perché l’ex pm allora parlamentare Giuseppe Ayala, fra i primi a vedere la borsa, ha fornito versioni contraddittorie su quei momenti?

4.Perché i pm di Caltanissetta non ritennero mai di interrogare il procuratore capo di Palermo Pietro Giammanco, che non aveva informato mio padre della nota del Ros sul “tritolo arrivato in città” e gli aveva pure negato il coordinamento delle indagini su Palermo, cosa che concesse solo il giorno della strage, con una telefonata alle 7 del mattino?

5.Perché nei 57 giorni fra Capaci e via D’Amelio, i pm di Caltanissetta non convocarono mai mio padre, che aveva detto pubblicamente di avere cose importanti da riferire?

6.Cosa c’è ancora negli archivi del vecchio Sisde, il servizio segreto, sul falso pentito Scarantino (indicato dall’intelligence come vicino ad esponenti mafiosi) e sul suo suggeritore, l’ex capo della squadra mobile di Palermo Arnaldo La Barbera?

7.Perché i pm di Caltanissetta non depositarono nel primo processo il confronto fatto tre mesi prima fra il falso pentito Scarantino e i veri collaboratori di giustizia (Cancemi, Di Matteo e La Barbera) che lo smentivano? Il confronto fu depositato due anni più tardi, nel 1997, solo dopo una battaglia dei difensori degli imputati.

8.Perché i pm di Caltanissetta furono accomodanti con le continue ritrattazioni di Scarantino e non fecero mai il confronto tra i falsi pentiti dell’inchiesta (Scarantino, Candura e Andriotta), dai cui interrogatori si evinceva un progressivo aggiustamento delle dichiarazioni, in modo da farle convergere verso l’unica versione?

9.Perché la pm Ilda Boccassini (che partecipò alle prime indagini, fra il giugno e l’ottobre 1994), firmataria insieme al pm Sajeva di due durissime lettere nelle quali prendeva le distanze dai colleghi che continuavano a credere a Scarantino, autorizzò la polizia a fare dieci colloqui investigativi con Scarantino dopo l’inizio della sua collaborazione con la giustizia?

10.Perché non fu mai fatto un verbale del sopralluogo della polizia con Scarantino nel garage dove diceva di aver rubato la 126 poi trasformata in autobomba? Perché i pm non ne fecero mai richiesta? E perché nessun magistrato ritenne di presenziare al sopralluogo?

11.Chi è davvero responsabile dei verbali con a margine delle annotazioni a penna consegnati dall’ispettore Mattei a Scarantino? Il poliziotto ha dichiarato che l’unico scopo era quello di aiutarlo a ripassare: com’è possibile che fino alla Cassazione i giudici abbiano ritenuto plausibile questa giustificazione?

12.Il 26 luglio 1995 Scarantino ritrattava le sue dichiarazioni con un’intervista a Studio Aperto. Prima ancora che l’intervista andasse in onda, i pm Palma e Petralia annunciavano già alle agenzie di stampa la ritrattazione della ritrattazione di Scarantino, anticipando il contenuto del verbale fatto quella sera col falso pentito. Come facevano a prevederlo?

13.Perché Scarantino non venne affidato al servizio centrale di protezione, ma al gruppo diretto da La Barbera, senza alcuna richiesta e autorizzazione da parte della magistratura competente?

Borsellino Quater – dalla Sentenza … IL DEPISTAGGIO DI STATO

(…) Va quindi sottolineata la particolare pervicacia e continuità dell’attività di determinazione dello Scarantino a rendere false dichiarazioni accusatorie, con la elaborazione di una trama complessa che riuscì a trarre in inganno anche i giudici dei primi due processi sulla strage di Via D’Amelio, così producendo drammatiche conseguenze sulla libertà e sulla vita delle persone incolpate.Poiché l’attività di determinazione così accertata ha consentito di realizzare uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana, è lecito interrogarsi sulle finalità realmente perseguite dai soggetti, inseriti negli apparati dello Stato, che si resero protagonisti di tale disegno criminoso, con specifico riferimento:

– alla copertura della presenza di fonti rimaste occulte, che viene evidenziatadalla trasmissione ai finti collaboratori di giustizia di informazioni estranee alloro patrimonio conoscitivo ed in seguito rivelatesi oggettivamente rispondentialla realtà;

– ai collegamenti con la sottrazione dell’agenda rossa che Paolo Borsellino aveva con sé al momento dell’attentato e che conteneva una serie di appunti difondamentale rilevanza per la ricostruzione dell’attività da lui svolta nell’ultimo periodo della sua vita, dedicato ad una serie di indagini di estrema delicatezza e alla ricerca della verità sulla strage di Capaci;

– alla eventuale finalità di occultamento della responsabilità di altri soggetti per la strage, nel quadro di una convergenza di interessi tra “Cosa Nostra” e altri centri di potere che percepivano come un pericolo l’opera del Magistrato.In proposito, va osservato che un collegamento tra il depistaggio e l’occultamento dell’agenda rossa di Paolo Borsellino è sicuramente desumibile dalla identità di taluno dei protagonisti di entrambe le vicende: si è già sottolineato il ruolo fondamentale assunto, nella costruzione delle false collaborazioni con la giustizia, dal Dott. Arnaldo La Barbera, il quale è stato altresì intensamente coinvolto nella sparizione dell’agenda rossa, come è evidenziato dalla sua reazione – connotata da una inaudita aggressività – nei confronti di Lucia Borsellino, impegnata in una coraggiosa opera di ricerca della verità sulla morte del padre. L’indagine sulle reali finalità del depistaggio non può, poi, prescindere dallaconsiderazione sia delle dichiarazioni di Antonino Giuffrè (il quale ha riferito che, prima di passare all’attuazione della strategia stragista, erano stati effettuati “sondaggi” con “persone importanti” appartenenti al mondo economico e politico, ha precisato che questi “sondaggi” si fondavano sulla “pericolosità” di determinati soggetti non solo per l’organizzazione mafiosa ma anche per i suoi legami con ambienti imprenditoriali e politici interessati a convivere e a “fare affari” con essa, ha ricondotto a tale contesto l’isolamento – anche nell’ambito giudiziario – che portò all’uccisione di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, e ha chiarito che la stessa strategia terroristica di Salvatore Riina traeva la sua forza dalla previsione – rivelatasi poi infondata – che passato il periodo delle stragi si sarebbe ritornati alla “normalità”), sia delle circostanze confidate da Paolo Borsellino alle persone e lui più vicine nel periodo che precedette la strage di Via D’Amelio. Vanno richiamati, al riguardo, gli elementi probatori già analizzati nel capitolo VI. Un particolare rilievo assumono, in questo contesto, la convinzione, espressa da Paolo Borsellinoalla moglie Agnese Piraino proprio il giorno prima della strage di Via D’Amelio, «chenon sarebbe stata la mafia ad ucciderlo, (…) ma sarebbero stati i suoi colleghi edaltri a permettere che ciò potesse accadere», e la drammatica percezione, da parte del Magistrato, dell’esistenza di un «colloquio tra la mafia e parti infedeli dello stato». Occorre, altresì, tenere conto degli approfonditi rilievi formulati nella sentenza n. 23/1999 emessa il 9 dicembre 1999 dalla Corte di Assise di Caltanissetta nel processo n. 29/97 R.G.C.Ass. (c.d. “Borsellino ter”) secondo cui «risulta quantomeno provato che la morte di Paolo BORSELLINO non era stata voluta solo per finalità di vendetta e di cautela preventiva, bensì anche per esercitare – cumulando i suoi effetti con quelli degli altri delitti eccellenti – una forte pressione sulla compagine governativa che aveva attuato una linea politica di contrasto alla mafiapiù intensa che in passato ed indurre coloro che si fossero mostrati disponibili tra i possibili referenti a farsi avanti per trattare un mutamento di quella linea politica. (…) E proprio per agevolare la creazione di nuovi contatti politici occorreva eliminare chi come BORSELLINOavrebbe scoraggiato qualsiasi tentativo diapproccio con COSA NOSTRA e di arretramento nell’attività di contrasto alla mafia, levandosi a denunciare anche pubblicamente, dall’alto del suo prestigioprofessionale e della nobiltà del suo impegno civico, ogni cedimento dello Stato o di sue componenti politiche». Questa Corte ritiene quindi doveroso, in considerazione di quanto è stato accertato sull’attività di determinazione realizzata nei confronti dello Scarantino, del complesso contesto in cui essa viene a collocarsi, e delle ulteriori condotte delittuose emerse nel corso dell’istruttoria dibattimentale (tra cui proprio quella della sottrazione dell’agenda rossa), di disporre la trasmissione al Pubblico ministero, per le eventuali determinazioni di sua competenza, dei verbali di tutte le udienze dibattimentali, le quali possono contenere elementi rilevanti per la difficile ma fondamentale opera di ricerca della verità nella quale la Procura della Repubblica presso il Tribunale di Caltanissetta è impegnata

I PROCESSI E I DEPISTAGGI – Per la strage di via D’Amelio l’iter giudiziario è stato lunghissimo. Confessioni, falsi pentiti, condanne poi ribaltate. Le rivelazioni del pentito Gaspare Spatuzza hanno riaperto le indagini sull’attentato scoprendo il depistaggio che era costato la condanna all’ergastolo a sette innocenti poi scagionati. Si è arrivati al cosiddetto “processo quater”, che ha messo un punto forse definitivo nello stabilire una verità sui fatti. Il 30 giugno 2018 la Corte d’Assise di Caltanissetta ha depositato 1865 pagine di motivazioni per il quarto processo sull’attentato Borsellino, la cui sentenza era arrivata 14 mesi prima. Secondo i giudici si è trattato di “uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana” con protagonisti uomini dello istituzioni. Il 20 aprile del 2017 il processo aveva portato alle condanne all’ergastolo per Salvino Madonia e Vittorio Tutino, il primo tra i mandanti, il secondo tra gli esecutori materiali. Altri imputati sono stati condannati per calunnia in quanto finti collaboratori di giustizia usati per creare una ricostruzione a tavolino delle fasi esecutive della strage costata in precedenza l’ergastolo a sette innocenti. Per Vincenzo Scarantino, il più discusso dei falsi pentiti, protagonista di ritrattazioni nel corso di vent’anni di processi, i giudici hanno dichiarato la prescrizione concedendogli l’attenuante prevista per chi viene indotto a commettere il reato da altri.

I poliziotti rinviati a giudizio – I giudici di Caltanissetta hanno puntato il dito anche contro i servitori infedeli dello Stato autori dei depistaggi. Secondo i magistrati, l’allora capo della Squadra Mobile Arnaldo La Barbera (ora morto) ebbe un “ruolo fondamentale nella costruzione delle false collaborazioni con la giustizia ed è stato intensamente coinvolto nella sparizione dell’agenda rossa”. Alcuni investigatori, mossi da “un proposito criminoso”, avrebbero quindi indirizzato l’inchiesta e costretto Scarantino a raccontare una falsa versione della fase esecutiva dell’attentato. Inoltre avrebbero compiuto “una serie di forzature, indebite suggestioni, radicalmente difformi dalla realtà”. La Procura di Caltanissetta ha chiesto il rinvio a giudizio di tre poliziotti per il depistaggio delle indagini. Il funzionario Mario Bo, che è stato già indagato per gli stessi fatti e che ha poi ottenuto l’archiviazione, e i poliziotti Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei. Sono accusati di calunnia in concorso aggravata. Nel settembre 2018, i tre sono stati rinviati a giudizio.

La storia del depistaggio su Via D’Amelio – Come la procura di Caltanissetta si ostinò per anni a proteggere un’accusa falsificata, facendo condannare persone estranee all’attentato a Paolo Borsellino  di Enrico Deaglio Questo articolo è parte di uno speciale sul depistaggio con cui agenti di polizia e magistrati costruirono e portarono a sentenza una versione falsa sui responsabili della morte del giudice Paolo Borsellino e degli agenti della sua scorta, e sul documento investigativo del 1998 – reso pubblico per un “disguido” nel 2013 – che suggeriva questa tesi. Il 23 maggio scorso, in occasione del 25esimo anniversario della strage di Capaci, la RAI ha organizzato un “evento” per ricordare i tre eroi nazionali, Giovanni Falcone, Francesca Morvillo e Paolo Borsellino, uccisi dalla mafia insieme alle loro scorte in due successivi attentati nel 1992: il primo sull’autostrada all’altezza di Capaci, vicino a Palermo, dove fu fatta esplodere l’auto del magistrato Giovanni Falcone uccidendo lui e sua moglie, anche lei magistrato, e tre uomini della scorta; il secondo a Palermo in via D’Amelio, dove un’altra esplosione uccise il magistrato Paolo Borsellino e cinque uomini della sua scorta. La serata televisiva è stata guidata da Fabio Fazio che si è avvalso di molti contributi di personaggi famosi. I contatti televisivi sono stati 13 milioni, a dimostrazione dell’affetto che gli italiani continuano ad avere per i loro eroi uccisi, e ha scontato, come spesso accade in queste rievocazioni, la retorica e l’autoglorificazione delle cariche presenti che hanno assicurato: “non sono morti invano, non accadrà mai più”. A un certo punto, però, qualcosa ha guastato la celebrazione unanime. Sul palco è comparsa la signora Fiammetta Borsellino, la figlia minore del magistrato, che nel 1992 aveva 19 anni. Negli anni, gli italiani hanno imparato a conoscere e ad apprezzare la famiglia: Rita, la sorella, che si è sobbarcata l’onere della testimonianza politica, come europarlamentare e candidata a governatore della Sicilia; Lucia, la figlia maggiore, già assessora regionale alla sanità, costretta alle dimissioni dopo minacce disgustose e completamente false; Manfredi, il figlio, valente e schivo commissario di polizia di Termini Imerese e Salvatore, il fratello, che guida un movimento che chiede la verità sulle stragi. La moglie del giudice, la signora Agnese, morta nel 2013, ha testimoniato negli ultimi anni della sua vita i sospetti che il marito aveva sulle istituzioni (dicendo tra l’altro: «Paolo mi confidò, sconvolto, che il generale dei Ros Antonio Subranni era “punciutu”», affiliato alla mafia).

E dunque, Fiammetta, ora diventata una signora di 44 anni, con i capelli corti, vestita casualmente, è apparsa per la prima volta su un palco; e con molta emozione, ha detto: Credo che ricordare la morte di mio padre, di Giovanni Falcone, di Francesca e degli uomini della scorta, possa contribuire a coltivare il valore della memoria. Quel valore necessario per proiettarsi nel futuro con la ricchezza del passato significa anche dire in maniera ferma da che parte stiamo, perché noi stiamo dalla loro parte, dalla parte della legalità e della giustizia per le quali sono morti. Credo che con questa stessa forza dobbiamo pretendere la restituzione di una verità che dia un nome e un cognome a quelle menti raffinatissime che con le loro azioni e omissioni hanno voluto eliminare questi servitori dello stato, quelle menti raffinatissime che hanno permesso il passare infruttuoso delle ore successive all’esplosione, ore fondamentali per l’acquisizione di prove che avrebbero determinato lo sviluppo positivo delle indagini. Quelle prove a cui mio padre e Giovanni tenevano così tanto. Tutto questo non può passare in secondo piano, e non può passare in secondo piano che per via di false piste investigative ci sono uomini che hanno scontato pene senza vedere in faccia i loro figli, come quei giovani che sono morti nella strage di Capaci. Questa restituzione della verità deve essere anche per loro. La verità è l’opposto della menzogna, dobbiamo ogni giorno cercarla, pretenderla e ricordarcene non solo nei momenti commemorativi. Solo così, guardando in faccia i nostri figli, potremmo dire loro che siano in un paese libero, libero dal puzzo del potere e del ricatto mafioso.

Anche Fabio Fazio si era commosso, e ha dato a Fiammetta Borsellino un’empatica carezza sulla schiena. Ma evidentemente nemmeno Fazio ha il potere di far parlare i muti e l’appello non è stato ripreso.

La signora Fiammetta Borsellino si riferiva al fatto che, a distanza di un quarto di secolo, non solo non si conosce quasi nulla del delitto Borsellino, ma è tuttora in pieno svolgimento il più lungo depistaggio – qualsiasi siano le ragioni che lo hanno determinato, probabilmente più d’una – che la storia della nostra Repubblica ricordi; un depistaggio che ha ostinatamente impedito la ricerca della verità, che ha mandato all’ergastolo (e al 41 bis, il carcere severissimo) nove persone estranee a quell’accusa per 11 anni e ha coinvolto – restituendoli al mondo corrotti e umiliati di fatto, ma fieri e soddisfatti pubblicamente – decine di investigatori, di magistrati e di uomini delle istituzioni.

Seguo questa storia dal giorno dello scoppio di via D’Amelio, sono testimone del depistaggio fin dalle sue origini e cinque anni fa ho pubblicato un libro che si chiama “Il vile agguato”, che parlava di tutto ciò. Credo che questa vicenda sia la più grave – e tuttora molto oscura – della recente storia d’Italia. Ora poi c’è molto di più. Esistono delle cose provate e delle notizie che rispondono all’appello per la verità di Fiammetta Borsellino, ma non ne parla nessuno.

La prima versione sulla strage di via D’Amelio  Le indagini sulla strage di via D’Amelio, avvenuta il 19 luglio 1992, vennero assegnate al “gruppo Falcone-Borsellino” guidato dal capo della Squadra Mobile di Palermo Arnaldo La Barbera. L’iniziativa (confermata da un decreto urgente della presidenza del consiglio) fu del prefetto Luigi De Sena, all’epoca capo del Sisde, in seguito diventato senatore del PD, che è morto nel 2015: Arnaldo La Barbera, che aveva trascorsi di carriera in Veneto come lui, era un suo vecchio amico ed era stato anche suo confidente al Sisde, il servizio segreto del ministero degli Interni. Ovvero: il Sisde affidò le indagini a un uomo del Sisde (il servizio segreto aveva avuto anche un controverso accidente del caso: il dirigente del Sisde Bruno Contrada, con il suo fedele assistente Lorenzo Narracci, era casualmente in vacanza su una barca a vela di fronte al porto al momento dello scoppio; furono tra i primi a esserne informati – con una tempistica così rapida da essere oggetto di sospetti e accuse mai provate – e poi ad arrivare sul posto). I giorni seguenti la strage di via D’Amelio – causata da un’autobomba fatta esplodere davanti alla casa della madre di Paolo Borsellino al momento dell’arrivo di quest’ultimo – furono di grande angoscia. Magistrati e poliziotti di Palermo erano in rivolta, la famiglia Borsellino aveva rifiutato i funerali di Stato, l’esercito italiano stava per scendere in forze in Sicilia, la lira stava crollando sui mercati, il “nemico” (ma chi era?) sembrava in grado di condurre a termine inaudite operazioni militari. C’era bisogno di rincuorare l’opinione pubblica e di trovare un colpevole rapidamente. La polizia comunicò immediatamente che la bomba era stata messa in un’utilitaria. Già il 13 agosto il Sisde di Palermo annunciò di aver individuato l’automobile usata e la carrozzeria dove era stata preparata; alla fine di settembre venne nominato il “colpevole”, nella persona di Vincenzo Scarantino, 27 anni: era stato lui a organizzare il furto della Fiat 126. Lo accusavano altri tre delinquenti arrestati un mese prima per violenza carnale. (Un mese dopo, intanto, in seguito ad un’indagine collegata agli ultimi impegni investigativi di Borsellino e sulla base delle dichiarazioni di alcuni pentiti, venne arrestato per il reato di “concorso esterno in associazione mafiosa” il numero tre del Sisde, Bruno Contrada, l’uomo che veleggiava e i cui uomini avevano per primi intuito la pista Scarantino: sarebbe stato condannato con sentenza definitiva nel 2006, ma dichiarata “ineseguibile” nei giorni scorsi in seguito ai dubbi espressi dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo sulla validità del reato di “concorso esterno in associazione mafiosa”). Le prime indagini furono, effettivamente, scandalose per una quantità enorme di omissioni e di iniziative grottesche, quali quella di riempire 56 sacchi neri di detriti dell’esplosione e di spedirli a Roma per farli valutare dall’FBI. Vennero interrogati pochissimi testimoni, in particolare non vennero interrogati alcuni inquilini del palazzo che dopo vent’anni si scoprì essere stati molto importanti; il consulente informatico della polizia, Gioacchino Genchi, venne estromesso dalle indagini da La Barbera; non si seppe nulla per tre mesi e mezzo della borsa di Paolo Borsellino, che era rimasta sul sedile posteriore dell’auto che lo trasportava e poi depositata in una questura. I familiari denunciarono subito la scomparsa di un’agenda di colore rosso che il giudice portava sempre con sé.

Ma c’era Scarantino, e questo contava. Il suo arresto era stato annunciato così dal procuratore Tinebra: «Siamo riusciti con un lavoro meticoloso e di gruppo, con la partecipazione di magistrati, tecnici e investigatori, che hanno lavorato in sintonia, a conseguire un risultato importante quale l’arresto di uno degli esecutori della strage di via D’Amelio». Appena di Scarantino si seppe qualcosa di più, fu però una vera delusione, tanto apparve fasullo. Era un ragazzo, di bassissimo livello intellettuale, piccolo spacciatore, non affiliato a Cosa Nostra benché nipote di un boss della Guadagna, il quartiere meridionale di Palermo dove era conosciuto come lo scemo della borgata. Però aveva confessato, e nei mesi seguenti questo personaggio così improbabile, da semplice ladro d’auto che scambiava con qualche dose di eroina, si trasfigurò in astuto organizzatore, reclutatore di un piccolo esercito, stratega militare, partecipante di prestigio alle riunioni della Cupola. Ma già di fronte alle obiezioni dei giornalisti nella prima conferenza stampa il procuratore Tinebra aveva risposto: «Scarantino non è uomo di manovalanza».

Come denunciò subito l’avvocato Rosalba De Gregorio, difensore di alcuni imputati coinvolti da Scarantino: «Scarantino era un insulto alla nostra intelligenza». Messo a confronto con due grossi boss collaboranti, questi stessi si indignarono che la polizia potesse pensare che Cosa Nostra si avvalesse di un personaggio simile («Ma veramente date ascolto a questo individuo?»). I verbali con gli esiti di quei confronti, sparirono: non li fecero sparire però i servizi, ma i pm.

L’inchiesta marciava spedita con molta hybris da parte di La Barbera, sicuro che sarebbe riuscito a piazzare un prodotto che lui per primo non avrebbe comprato. Il ragazzo stesso, peraltro, si smentiva, ritrattava, denunciava, piangeva, ma nessuno gli dava retta malgrado emergessero via via testimonianze di violenze e pressioni sulla sua famiglia, dei verbali ritoccati e concordati, degli interrogatori condotti in modi anomali: le sue ritrattazioni erano «tecniche di Cosa Nostra che conosciamo bene», scrisse il pm Nino Di Matteo, che in una requisitoria sostenne che «la ritrattazione dello Scarantino ha finito per avvalorare ancor di più le sue precedenti dichiarazioni»; «dietro questa ritrattazione c’è la mafia» disse il pm Palma. Intanto, il procuratore di Palermo Sabella che aveva interrogato Scarantino su altro lo aveva invece ritenuto «fasullo dalla testa ai piedi»: «decidemmo di non dare alcun credito alle sue rivelazioni».

In tre successivi processi – il Borsellino 1, il Borsellino 2, il Borsellino Ter – l’attendibilità di Scarantino venne certificata da un’ottantina di giudici, tra Assise, Appello e Cassazione. Il ragazzo aveva intanto denunciato torture a Pianosa, promesse, inganni, – arrivò persino a fuggire dal suo rifugio e a telefonare al tg di Italia1 per denunciare la sua situazione – ma i magistrati non vollero credergli e Scarantino riuscì a ottenere solo pesanti condanne per calunnia.

Arnaldo La Barbera, intanto, per meriti scarantiniani, diventò prima Questore di Palermo e di Napoli, poi Prefetto, poi capo dell’Ucigos, l’Ufficio centrale per le investigazioni generali e per le operazioni speciali, un ufficio centrale della polizia di stato. L’ultima immagine ce lo mostra con casco e scarpe da tennis all’assalto della scuola Diaz durante il G8 del 2001 nella “giornata nera” della polizia italiana. Allontanato dall’incarico dopo quello scandalo, La Barbera morì per un tumore al cervello nel 2002 a soli 60 anni.

Tutta la “baracca Scarantino”, intanto, continuò placidamente fino al 2008, senza che nessuno – giornalisti, politici, mafiologi, commissione antimafia, CSM – trovasse strano che, in mezzo a tanti discorsi su strategie, trattative, struttura di Cosa Nostra, eccetera, la realizzazione della strage di via D’Amelio fosse stata affidata a un ragazzo bocciato tre volte in terza elementare; un ragazzo che non era stato neppure ricompensato per la sua impresa, ma che dopo il “colpo del secolo” aveva continuato a tramestare nel suo quartiere rubando gomme. POST 13 LUGLIO 2017


Quegli uomini dei servizi segreti  Un altro contributo alla ricostruzione della vicenda in esame, difficilmente compatibile con tutti quelli sopra analizzati, veniva fornito con la deposizione (in parte già anticipata) di Francesco Paolo Maggi, Sovrintendente della Polizia di Stato, in servizio alla Squadra Mobile di Palermo. Il poliziotto era uno dei primissimi rappresentanti delle forze dell’ordine ad intervenire in via D’Amelio ed arrivava sul posto, con il funzionario di turno (dottor Fassari della Sezione Omicidi), con l’automobile di servizio (fondendone il motore), appena una decina di minuti dopo la deflagrazione. Al momento del suo arrivo, il poliziotto notava l’Agente Antonio Vullo, unico superstite fra gli appartenenti alla scorta del dottor Paolo Borsellino, in evidente stato di shock, seduto sul marciapiede, con il capo fra le mani. Il poliziotto, dunque, confidando di poter trovare qualcun altro ancora in vita, si faceva strada fra i rottami, entrando nella densa colonna di fumo che avvolgeva i relitti, mettendo un panno bagnato sul naso. Purtroppo, era subito evidente che non c’era più nulla da fare, né per il Magistrato, né per gli altri colleghi della scorta: i corpi, infatti, erano tutti carbonizzati ed orrendamente mutilati. I resti del dottor Paolo Borsellino erano riconoscibili solo dai tratti somatici del viso e dai baffi. I resti di Claudio Traina erano finiti addirittura sull’albero rampicante che si trovava all’ingresso dello stabile di via D’Amelio, mentre Eddie Walter Cosina era carbonizzato dentro l’automobile. I resti di Emanuela Loi erano riconoscibili unicamente per un seno rimasto intatto, mentre i resti delle altre due vittime della Polizia di Stato, vale a dire Agostino Catalano e Vincenzo Li Muli erano irriconoscibili. Il Sovrintendente Maggi si metteva alla ricerca di eventuali tracce o reperti, anche scavalcando un muretto di recinzione posto alla fine (del lato chiuso) della via D’Amelio. Nel frattempo, le ambulanze prestavano i soccorsi ai feriti ed i Vigili del Fuoco spegnevano i focolai d’incendio. Uno di questi interessava proprio la Croma blindata del Magistrato. Mentre si diradava il fumo, si potevano notare quattro o cinque persone, vestite tutte uguali, in giacca e cravatta, che si aggiravano nello scenariodella strage, anche nei pressi della predetta blindata: si trattava, a dire del teste (come già anticipato nel precedente paragrafo), di appartenenti ai Servizi Segreti, alcuni dei quali conosciuti di vista da Maggi e già notati a Palermo, presso gli uffici del Dirigente della Squadra Mobile, anche in occasione delle indagini sulla strage di Capaci (come detto, la circostanza, prima della deposizione dibattimentale era assolutamente inedita, nonostante le diverse audizioni precedenti del teste, in fase d’indagine preliminare). Un vigile del fuoco, non meglio identificato (dell’età di circa quarant’anni), seguendo le disposizioni di Maggi, spegneva il focolaio d’incendio che interessava la Fiat Croma blindata, che aveva già lo sportello posteriore sinistro aperto. Il fuoco cominciava ad attingere anche la borsa che era all’interno dell’abitacolo, in posizione inclinata, fra il sedile anteriore del passeggero e quello posteriore. La borsa, bruciacchiata ma integra, veniva prelevata (quasi sicuramente) dal predetto vigile del fuoco, che la passava a Maggi. Nei pressi non vi era il dottor Giuseppe Ayala (pure notato e riconosciuto dal teste, prima di allontanarsi dalla via D’Amelio). Il poliziotto poteva constatare che la borsa era piena, anche se non ne controllava il contenuto all’interno. Maggi consegnava la borsa al proprio superiore gerarchico, rimasto all’inizio della Via D’Amelio (lato via Dell’Autonomia Siciliana) a comunicare, via radio, con gli altri funzionari. Quest’ultimo funzionario (trattasi del menzionato dottor Fassari della Sezione Omicidi) teneva la borsa del Magistrato fino a quando, ad un certo punto, rivedendo il sottoposto, gli ordinava di portarla subito negli uffici della Squadra Mobile (“Ancora qua sei? -dice- Piglia ‘sta borsa e portala alla Mobile”). Così faceva il Maggi, che la portava dentro l’ufficio del dottor Arnaldo La Barbera (dove entrava con l’aiuto dell’autista del dirigente), lasciandola sul divano dell’ufficio.

Stralcio della relativa deposizione, dalla quale risulta anche che la relazione di servizio sulla propria attività di polizia giudiziaria (come appena visto, tutt’altro che secondaria), veniva redatta soltanto 5 mesi più tardi, su esplicita richiesta del dottor Arnaldo La Barbera ed unicamente in vista dell’audizione (pochi giorni dopo) del teste davanti al Pubblico Ministero di Caltanissetta, dottor Fausto Cardella:

  • P.M. Dott. GOZZO – Sovrintendente, perfetto. Le volevo chiedere se lei ebbe modo, il 19 luglio del 1992, di intervenire presso via D’Amelio.
  • TESTE MAGGI F.P. – Sì, le spiego: io quel giorno non dovevo lavorare, mi hanno chiesto un turno di servizio perché periodo di ferie e quindi ho acconsentito a questa cosa. Mi trovavo negli uffici dove noi espletavamo servizio normalmente, a disposizione del funzionario di turno, di…
  • P.M. Dott. GOZZO – Quindi stiamo parlando, mi scusi, degli uffici della Squadra Mobile di Palermo?
  • TESTE MAGGI F.P. – Della Squadra Mobile di Palermo. Ora non ricordo bene l’orario, all’incirca è quello che sappiamo tutti, la… quando sono successi i fatti. Ho sentito un po’ di trambusto e quindi… la cosa era abbastanza grave, perché c’erano colleghi abbastanza concitati, chi
  • correva a destra. Io, così, istintivamente presi le chiavi e mi recai subito a prendere il funzionario di turno; quel giorno era il dottor Fassari della Sezione Omicidi, e subito mi recai sul posto, presi contatto con la Sala Operativa, gli dissi che avevo il funzionario a bordo e quindi mi portavo in via… in via D’Amelio. Avrò messo pochissimo, Signor Presidente, ora non riesco a quantificare, fatto sia che il Ministero addirittura mi voleva addebitare l’auto, in quanto ho bruciato il motore e quindi… saranno passati minuti, non… Arrivato, giunto sul posto, notai subito che c’erano i Vigili del Fuoco che già stavano operando, una coltre di fumo e ancora vetri che… che saltavano in aria, macchine andate a fuoco. Mi addentrai per vedere, cioè, se c’era qualcosa da fare; subito mi sono reso conto che per i colleghi purtroppo non c’era niente da fare e mi misi alla ricerca subito di prove, di qualche indizio che poteva servire. Non potendo fare altro, feci quello; solo che lo feci in più riprese, perché il fumo era così denso che non mi permetteva di permanere molto tempo sul posto e quindi trovai uno straccio, lo bagnai e mi feci spazio. Arrivato a un certo punto, notai… presumo che era l’auto del magistrato, una Croma azzurra. I miei ricordi sono sfuocati, la mia relazione di servizio al tempo è abbastanza dettagliata.
  • P.M. Dott. GOZZO – Eh, ma siccome non si può acquisire, io, Presidente, chiederei, visto che è una nota a firma proprio del… del 21 dicembre ’92, di mostrarla al teste.
  • P.M. Dott. GOZZO – Perfetto. E allora, la prima domanda che le vorrei fare, perché adesso vorrei che… lei già ha dato, diciamo così, una prima descrizione dei fatti come li ricorda. Io le volevo chiedere, ma è un dato, diciamo, che salta agli occhi: questa nota ha una data, che è quella del 22 dicembre del 1992, stiamo parlando del 21 dicembre 1992, stiamo parlando, quindi, di -mi scusi- cinque mesi dopo i fatti. Può specificare alla Corte per quale motivo venne fatta questa relazione (….) tutto questo tempo dopo?
  • TESTE MAGGI F.P. – …al momento poi io subentrai a far parte del gruppo di lavoro Falcone – Borsellino, che è stato instaurato. ‘Sta relazione non so perché non… non la feci al momento, l’ho fatta successivamente e la consegnai al dottor La Barbera personalmente, il capo della…
  • P.M. Dott. GOZZO – Ecco, infatti, questa è un’altra cosa che le volevo chiedere: la relazione è diretta al signor dirigente della Squadra Mobile sede. Ebbe una richiesta in questo senso da parte del dottore La Barbera?
  • TESTE MAGGI F.P. – Una richiesta in che senso? Mi scusi.
  • P.M. Dott. GOZZO – Una richiesta di redigere dopo tutti questi mesi, insomma…
  • TESTE MAGGI F.P. – Sì, magari lui si… si incavolò su questa cosa, dice: “Come mai ancora non l’hai fatta la relazione?” “Dottore, fra una cosa e un’altra mi… non l’ho fatta”, mi… mi giustificai così.
  • P.M. Dott. GOZZO – E si ricorda, appunto, quali erano i motivi per cui le venne chiesta la relazione? Si ricorda se in quei giorni…?
  • TESTE MAGGI F.P. – E perché dovevo essere sentito a… al tempo mi sentì il dottor Garofalo, mi pare, se non…
  • P.M. Dott. GOZZO – Il dottore Cardella.
  • TESTE MAGGI F.P. – Cardella, mi scusi, Cardella.
  • P.M. Dott. GOZZO – Quindi doveva essere sentito il 29 dicembre dal dottore Cardella. (…) Quindi fu questo il motivo.
  • TESTE MAGGI F.P. – Sì, sì.
  • P.M. Dott. GOZZO – E il dottore La Barbera lo sapeva, evidentemente, e quindi…
  • TESTE MAGGI F.P. – Sì, esatto.
  • P.M. Dott. GOZZO – …le chiese di fare questa relazione.
  • TESTE MAGGI F.P. – Sì.
  • P.M. Dott. GOZZO – Senta, lei ricorda… ecco, lei già ha riferito su quello che ricordava oggi, diciamo, relativamente a quello che le venne detto quando avvenne lo scoppio. Lei ricorda, in particolare, se venne detto dove vi era stato questo scoppio? Subito, diciamo così.
  • TESTE MAGGI F.P. – No, subito no, lo appresi tramite… tramite radio, dando la mia sigla radio, ho chiesto più… più informazioni alla Sala Operativa e… mi specificò che c’era stata una deflagrazione, si presume che fosse la scorta del dottore Borsellino.
  • P.M. Dott. GOZZO – Ma visto che lei si è recato a prendere il dottore Fassari, doveva avere un’idea su dove recarsi. (…) Dico, è sicuro? E’ sicuro, e per questo. (…) a suo ricordo, la invito a leggere la sua relazione, che inizialmente non venisse riportata, anche se genericamente, la zona in cui era avvenuta l’esplosione?
  • TESTE MAGGI F.P. – Sì, qua io lo menziono che lo apprendevo dalla Sala Operativa che… (…) Via Autonomia Siciliana.
  • P.M. Dott. GOZZO – Via Autonomia Siciliana, perfetto. Poi, successivamente, in macchina apprendeste di via D’Amelio.
  • TESTE MAGGI F.P. – E’ chiaro, sì.
  • P.M. Dott. GOZZO – Avete appreso proprio che si trattava di via D’Amelio.
  • TESTE MAGGI F.P. – Sì, sì.
  • P.M. Dott. GOZZO – Senta, e quand’è che ha avuto la consapevolezza che si trattava, ecco, di una blindata, che si trattava di un magistrato, che si trattava del dottore Borsellino e degli uomini della scorta del dottore Borsellino?
  • TESTE MAGGI F.P. – Subito, subito, nell’immediatezza, quando sono arrivato.
  • P.M. Dott. GOZZO – Cioè che cosa attirò la sua attenzione?
  • TESTE MAGGI F.P. – Io quando… quando arrivai sul posto, ho visto davanti all’ingresso del… dell’edificio dei corpi smembrati; tutti i corpi presentavano mutilazioni sia degli arti superiori che degli arti inferiori, a terra c’erano solo tronchi. Riconobbi subito il dottor Borsellino, perché i dati somatici del viso erano rimasti intatti, anche se il corpo era carbonizzato lo riconoscevo, l’ho riconosciuto dai baffetti, e quindi senza ombra di dubbio ho riconosciuto il dottor Borsellino. I colleghi un po’ meno, erano più dilaniati.
  • P.M. Dott. GOZZO – Sì. Lei poco fa ha detto, appunto, che la prima cosa che ha fatto non appena è arrivato, prima di tutto ha visto i Vigili del Fuoco che già spegnevano…
  • TESTE MAGGI F.P. – Prima… prima mi accertavo che… di quello che era successo, se c’era ancora qualche… qualcuno che bisognava aiuto, che… subito dopo mi sono reso conto che per i colleghi non c’era… e per il dottore non c’era più niente da fare.
  • P.M. Dott. GOZZO – Ma erano già presenti i Vigili del Fuoco?
  • TESTE MAGGI F.P. – Mi pare… erano presenti, un’autopompa già era presente quando sono arrivato.
  • P.M. Dott. GOZZO – Quindi quando lei è arrivato, anche per collocare temporalmente, diciamo, il suo arrivo, erano arrivati già i Vigili del Fuoco.
  • TESTE MAGGI F.P. – Sì, un’autopompa me la ricordo benissimo.
  • P.M. Dott. GOZZO – Perfetto. Ricorda se c’erano delle Volanti presenti, oltre a voi?
  • TESTE MAGGI F.P. – Questo non lo so, non glielo so dire, dottore, perché io, come ripeto, mi sono proiettato immediatamente sul posto dove è successo l’attentato e quindi davanti a me… cioè cercavo solo tracce e non… Subito dopo che…
  • P.M. Dott. GOZZO – Perfetto. E allora, andiamo su queste cose, anche per cercare di quantificare il periodo di tempo che lei ha speso, diciamo, prima di arrivare sulla macchina del Procuratore Aggiunto Borsellino. Nella fattispecie le volevo chiedere: quindi, lei ha detto che la prima cosa che ha fatto è verificare se c’erano, appunto (…) le condizioni dei colleghi. Anche perché c’era un collega vivo lì presente, lei lo ricorda?
  • TESTE MAGGI F.P. – Sì, era… era all’ingresso del… di via D’Amelio, con le mani giunte sul capo, seduto sul marciapiede, sconvolto, non… Non mi sono preoccupato di fargli domande, perché ho capito lo stato in cui versava e quindi (…) non c’ho fatto caso. Cioè ho riconosciuto il collega Vullo, però ho tirato avanti e…
  • P.M. Dott. GOZZO – E quindi ha fatto questa prima verifica sui corpi. Li ha rinvenuti tutti? Cioè…
  • TESTE MAGGI F.P. – Mancava solo Traina, perché era rimasto attaccato, quel che restava del collega, in un albero; forse era un rampicante che adornava l’ingresso dell’edificio, era…
  • P.M. Dott. GOZZO – Quindi, diciamo, non vorrei sembrare macabro, ma è sempre per calcolare il tempo necessario. (…) Lei è riuscito a trovare sei corpi.
  • TESTE MAGGI F.P. – Sì, gli altri… Cosina era dentro l’auto, carbonizzato, mi ricordo. Poi c’era Manuela Loi che a terra era proprio… l’ho riconosciuta che era rimasto un seno intatto e ho capito che si trattava della ragazza. Gli altri, Catalano e gli altri, non… non riuscivo a distinguerli; ho riconosciuto il dottore Borsellino, come gli ho detto, che il viso proprio era… era solo carbonizzato, però si vedeva che era il dottore Borsellino, dai dati somatici, ecco.
  • P.M. Dott. GOZZO – Senta, per riuscire a comprendere: in tutto questo lei seguiva il dottore Fassari oppure era per i fatti suoi?
  • TESTE MAGGI F.P. – No, il dottor Fassari l’ho perso di vista, perché il dottor Fassari aveva acciacchi. Io mi… mi sono dato molto da fare, non… non so che fine ha fatto il dottor Fassari. (…) Ah, faccio una premessa: subito dopo il mio istinto mi ha portato… via D’Amelio è una strada chiusa, confina con un giardino. Qualcosa mi faceva dire che se… qualcuno che aveva progettato tutto questo fosse ancora là e quindi, così, magari inconsciamente, magari subito dopo mi sono reso conto di quello che stavo facendo. Mi sono addentrato pure dentro il giardino, a rischio e pericolo mio; poi sono ritornato sui miei passi, sono ritornato ancora sul posto dell’accaduto, dell’attentato.
  • P.M. Dott. GOZZO – E ha visto qualcosa di interessante all’interno del giardino?
  • TESTE MAGGI F.P. – Non ho visto niente, anche perché la vegetazione era fitta, c’erano spine, non mi permetteva più di andare avanti.
  • P.M. Dott. GOZZO – Mi scusi se a questo punto intervengo su questo punto, ma il cancello era aperto? Quindi lei è riuscito ad entrare.
  • TESTE MAGGI F.P. – Non lo so, perché io ho scavalcato una recinzione, mi sono strappato il pantalone. (…) non sono entrato da un ingresso.
  • P.M. Dott. GOZZO – Glielo chiedo perché nelle fotografie il cancello appare aperto, quindi volevo capire se lei aveva (…) Se lei mi dice che ha scavalcato (…) evidentemente non era aperto. Ricorda
  • anche se c’era un muro oltre al cancello? Forse è passato dal muro.
  • TESTE MAGGI F.P. – Sì, mi pare che c’è un muro di contenimento.
  • P.M. Dott. GOZZO – Quindi forse sarà passato da là.
  • TESTE MAGGI F.P. – Non sono sicuro, ma mi pare… mi sembra di sì.
  • P.M. Dott. GOZZO – Senta, quindi, per riuscire a comprendere, lei arriva quando ci sono già i Vigili del Fuoco, quindi siamo…
  • TESTE MAGGI F.P. – Sì, sì.
  • P.M. Dott. GOZZO – Questo lo data, da quello che sono le sue conoscenze (…) una decina di minuti dopo il fatto. (…) Già stavano spegnendo, quindi forse qualcosa di più.
  • TESTE MAGGI F.P. – Stavano spegnendo le auto.
  • P.M. Dott. GOZZO – E poi ha visto tutte queste persone, quindi aggiungo un’altra… Quindi possiamo dire che a questo punto siamo a circa venti minuti dal fatto e lei comincia a verificare che cosa c’è…
  • TESTE MAGGI F.P. – Qualche minuto prima, un quarto d’ora. Eh, ma ero
  • molto concitato io, non (…) tutto quello che… che mi si mostrava agli occhi era una cosa proprio…
  • P.M. Dott. GOZZO – Sconvolgente.
  • TESTE MAGGI F.P. – Sì. (…) Ma io in quel momento cercavo un qualcosa di utile, perché non c’era più niente da fare là, e l’unica cosa era la ricerca di prove, di indizi, di qualcosa, va’.
  • P.M. Dott. GOZZO – Senta, e quindi dopo avere cercato, diciamo così, i colleghi e il magistrato che erano state vittime di questo fatto, lei che cosa ha fatto?
  • TESTE MAGGI F.P. – Sì, ho visto il… il vigile del fuoco che stava spegnendo l’auto, l’auto azzurra, presumo che era quella del magistrato.
  • P.M. Dott. GOZZO – Si ricorda dov’erano le fiamme? Cosa stava spegnendo?
  • TESTE MAGGI F.P. – Già era quasi spenta l’auto, perché già l’aveva domato.
  • P.M. Dott. GOZZO – Ricorda se la macchina era aperta o era chiusa?
  • TESTE MAGGI F.P. – Sì, la portiera era aperta.
  • P.M. Dott. GOZZO – Quale era aperta?
  • TESTE MAGGI F.P. – Sennò non potevo vedere la borsa.
  • P.M. Dott. GOZZO – Quale portiera era aperta?
  • TESTE MAGGI F.P. – Lato sinistro, lato di… del guidatore, posteriore… no, sinistro, sì.
  • P.M. Dott. GOZZO – Quindi non quello del guidatore, l’altro sarebbe quello di sinistra.
  • TESTE MAGGI F.P. – Sì, quello… quella dietro, la portiera dietro. (…) E scorsi la borsa. Gli dissi ai Vigili del Fuoco di indirizzare… siccome era fumante, quella borsa mi sembrò l’unica cosa che potevo recuperare.
  • P.M. Dott. GOZZO – Dov’era posizionata la borsa esattamente? Se lo ricorda.
  • TESTE MAGGI F.P. – La borsa non era posizionata come di solito uno entra in auto e poggia la borsa e la fa poggiare nello schienale; la borsa era riversa di mezzo lato tra il sedile anteriore e posteriore, come se fosse caduta la borsa, inclinata.
  • P.M. Dott. GOZZO – (…) Senta, quindi poi, effettivamente,il vigile del fuoco bagnò la…?
  • TESTE MAGGI F.P. – Sì, sì, seguì le mie indicazioni.
  • P.M. Dott. GOZZO – Lei ricorda se la borsa era vuota, piena? Come le sembrava?
  • TESTE MAGGI F.P. – La borsa, sì, già mi è stata fatta più volte quella (…) La borsa era piena, sicuramente, e abbastanza pesante, perché questo me lo ricordo, va’, non è che… è normale che me lo ricordo. La borsa, sì, conteneva materiale all’interno.
  • P.M. Dott. GOZZO – Conteneva materiale all’interno. Lei ha avuto modo di aprirla?
  • TESTE MAGGI F.P. – No, non… non mi è passato, dottore, perché a me mi interessava nell’immediatezza, cioè, recuperare la borsa e quindi avvertire
  • il funzionario che… del rinvenimento della borsa, e poi prodigarmi assieme agli altri a prestare sempre là assistenza a chi… C’erano persone che sgombravano, bambini, mi trovai con un neonato in mano, gente che urlava, si può immaginare le scene. (…) Una bambina di… di un paio di mesi, io l’avevo in braccio, l’ho portata all’ambulanza.
  • P.M. Dott. GOZZO – Questo prima o dopo la borsa? Se lo ricorda.
  • TESTE MAGGI F.P. – Dopo la borsa.
  • P.M. Dott. GOZZO – Dopo. E’ sicuro di questo?
  • TESTE MAGGI F.P. – Sì, perché poi fui avvicinato dal funzionario, dice: “Ancora qua sei? – dice – Piglia ‘sta borsa e portala alla Mobile”.
  • P.M. Dott. GOZZO – Quindi lei aveva avuto modo di interloquire sul fatto della borsa con il funzionario?
  • TESTE MAGGI F.P. – Sì.
  • P.M. Dott. GOZZO – E che cosa vi siete detti, diciamo, relativamente alla borsa?
  • TESTE MAGGI F.P. – Niente, e… di portare la borsa alla Mobile e consegnarla al… all’ufficio del dottore La Barbera.
  • P.M. Dott. GOZZO – Fu una disposizione del funzionario di non aprire la borsa e di portarla immediatamente in…?
  • TESTE MAGGI F.P. – No, non ci furono disposizioni in tal senso, ma a me non mi… non mi passava proprio per la testa di aprirla, non…
  • P.M. Dott. GOZZO – Sì. Senta, e una volta che lei poi si è… Quindi, se ho capito bene, mi corregga se sbaglio, la successione degli eventi, voi arrivate quando ci sono già i Vigili del Fuoco in operazione; lei prima vede i corpi, poi vede la borsa.
  • TESTE MAGGI F.P. – Sì.
  • P.M. Dott. GOZZO – Poi la bambina e poi Fassari le dice: “Ma ancora qua sei? Vai”.
  • TESTE MAGGI F.P. – Sì, sì.
  • P.M. Dott. GOZZO – A questo punto lei va via, quindi, diciamo, siamo all’incirca mezz’ora – tre quarti d’ora dopo l’evento, diciamo.

(pagg 908-939)

Il grande depistaggio su Borsellino e il caso di Gaetano Murana.Per la prima volta, ecco tutta la storia del netturbino Gaetano Murana ingiustamente accusato dell’omicidio di Paolo Borsellino e tenuto in prigione per 18 anni, un estratto da Patria 2010-2020, l’ultimo libro di Enrico Deaglio

  • Gaetano Murana è un netturbino di 51 anni, accusato dal pentito Vincenzo Scarantino di aver avuto un ruolo chiave nell’omicidio di Paolo Borsellino.
  • Accusato di strage, viene condannato all’ergastolo e trascorrerà in carcere 18 anni.
  • La sua vicenda si incrocia con quella di ambasciatori, ambigui generali e uomini delle forze speciali.

Murana, in questo 2010, ha 51 anni. Disorientato, molto magro, molto povero. Solo adesso comincia a farsi vedere in giro: aule di processi a Palermo o Caltanissetta, lo studio del suo avvocato Rosalba Di Gregorio, l’unica persona che – letteralmente con le unghie – l’ha strappato all’inferno. Murana era condannato all’ergastolo e si è fatto 18 anni di carcere, di cui molti a Pianosa, al famoso 41-bis, di cui tutti parlano ancora adesso: legnate e perquisizioni anali, microspie e preservativi dentro la minestra. Era il 1994, la sera del 17 luglio. Gaetano Murana e sua moglie Antonella erano seduti sul divano del loro modestissimo appartamento nel modestissimo quartiere della Guadagna, a Palermo. Sono sposini, il loro figlio di un anno, Giuseppe, dorme nella culla. Guardano – come tutti gli italiani, anzi come tutto il pianeta – la finale della Coppa del Mondo. Si gioca, nel caldo torrido del Rose Bowl di Pasadena, Usa, la finale tra l’Italia di Roberto Baggio allenata da Arrigo Sacchi e il Brasile di Rómario. Nell’intervallo tra il primo e il secondo tempo (siamo sullo 0 a 0), il Tg5 trasmette un breve telegiornale. Tra le poche notizie, una che fa sobbalzare Murana: «Vincenzo Scarantino, piccolo mafioso di Palermo, ha reso piena confessione e si è autoaccusato della strage di via D’Amelio in cui morirono il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta». «Scarantino! Ma pensa tu!» Murana lo conosce: abita a cinquanta metri da casa sua. La partita finisce 0 a 0, anche i supplementari finiscono 0 a 0. Si va ai rigori, che, come tutti ricordano, sono infausti per noi. I coniugi Murana vanno a letto amareggiati. La mattina Gaetano deve alzarsi presto, lavora a tempo pieno, assunto con concorso – all’Amia, nettezza urbana. Esce di casa, sale in macchina; visto che non c’è nessuno fa cento metri in senso vietato e – mannaggia – una civetta della polizia lo ferma. Documenti, Murana pensa di cavarsela con una multa, ma non è così. Arrivano altre volanti, lampeggianti, sirene, sgommate, clacson e in corteo verso la Squadra Mobile della Questura. Murana non capisce cosa sia successo. «Un regalo che ci ha fatto Scarantino», gli dice un agente. Lo portano nello stanzone della Squadra Mobile, che ha una brutta fama. Gli mettono in mano un foglio con le accuse che gli vengono rivolte: “Strage, l’omicidio del giudice Paolo Borsellino e della sua scorta”. I palermitani del popolo certe volte sono buffi quando nella loro parlata lenta e greve storpiano i nomi importanti. E così a Murana, scappa di dire: «A mia?… Ucciso al dottore Buorselline? Ma che siamo su Scherzi a parte?». E qui gli arriva la prima scarica di legnate. La prima di una lunga serie. Diciotto anni di galera, accusato dal “falso pentito” Scarantino di aver fatto da staffetta, in motorino, la mattina del 19 luglio 1992, alla Fiat 126 imbottita di tritolo della strage di via D’Amelio. Che Scarantino fosse falso lo sapevano tutti, che Murana fosse innocente, pure. Ambedue facevano però parte della Storia, un’incredibile storia italiana che continua a scorrere ancora oggi, un po’ nascosta, un po’ affiorante, perché il passato non è mai morto, anzi non è neanche mai passato. Sembra la trama di un romanzo di appendice. Il primo a comparire sulla scena è un importante ambasciatore.

L’AVVENTURA DELL’AMBASCIATOREIl 4 agosto 1993 Francesco Paolo Fulci, ambasciatore italiano alle Nazioni Unite, salì sul volo Alitalia New York-Milano per una missione urgente. Secondo quanto raccontato dallo stesso Fulci ai magistrati, si recò all’Hotel Principe di Savoia dove lo aspettava il comandante generale dei carabinieri Luigi Federici. Fu un incontro breve, durante il quale Fulci consegnò al generale, di cui era amico, una lista di 16 nomi. Poi tornò in aeroporto e prese lo stesso volo Alitalia che lo riportò oltre-Atlantico, tra lo stupore dell’equipaggio, il medesimo dell’andata. Quei giorni erano fra i più tesi e drammatici della storia della Repubblica. Dopo le paurose bombe di Palermo del 1992, l’Italia ora assisteva al bombardamento delle Gallerie degli Uffizi di Firenze e agli attentati di Milano e Roma. Altri attentati erano stati sventati o non divulgati; la sede del governo, presieduto da Carlo Azeglio Ciampi, era stata colpita da un black-out molto minaccioso. A Milano , il presidente dell’Eni Gabriele Cagliari si era suicidato nel carcere di San Vittore, e il potente industriale Raul Gardini era stato trovato con un colpo alla tempia nel suo letto. Il ruolo di ambasciatore alle Nazioni Unite faceva di Fulci il più importante diplomatico italiano in un Paese, il cui principale quotidiano, il New York Times, commentando le bombe italiane, parlava di «clima da colpo di stato» e del coinvolgimento di «servizi segreti deviati». E Fulci qualcosa sapeva: dopo essere stato ambasciatore alla Nato a Bruxelles ai delicati tempi delle rivelazioni su Gladio, l’ambasciatore aveva appena terminato un incarico che era stato per lui molto drammatico. Cossiga, capo dello Stato, e Andreotti, presidente del Consiglio, due anni prima gli avevano pressantemente chiesto di assumere la carica di direttore del Cesis, l’istituzione che sovraintendeva ai nostri due servizi segreti, Sisde e Sismi. Il biennio passato in quel posto fu, per Fulci, tumultuoso e molto pericoloso. Venne immediatamente minacciato di morte, spiato e intimidito con microspie fino in camera da letto, scoprì che la misteriosa sigla “Falange armata” che rivendicava telefonicamente tutti i fatti di sangue in Italia (oltre che firmare le minacce alla sua persona) lo faceva direttamente dagli uffici periferici dei servizi, e in orario d’ufficio. Fulci conduce un’inchiesta e fa arrestare per malversazioni miliardarie una potente struttura che aveva conquistato i vertici del Sisde, i cui personaggi sono legati all’estrema destra. Lascia (con proprio grande sollievo) il posto di direttore del Cesis nell’aprile del 1993 per assumere il nuovo incarico all’Onu e prende possesso della sua nuova residenza a Manhattan. Sistemando i libri nella biblioteca, ne mostra uno alla moglie Claris, tra le cui pagine aveva inserito un foglietto: «Se un giorno mi dovesse succedere qualcosa, ricordati di questa lista di nomi». Erano, ovviamente, i 16 nomi che ora aveva in mano il generale Federici. Chi sono? Sono militari di diverso grado, in forza al Sismi, esperti in sabotaggio ed esplosivo, molti provengono dalla divisione Folgore; formano l’Ossi (Organizzazione speciale servizi italiani), che fa parte della VII divisione del Sismi, con sede a Cerveteri, hanno partecipato, all’estero, ad alcune operazioni molto riservate. Fulci chiede a Federici di svolgere un’indagine interna «per escludere che queste persone siano state nei paraggi degli attentati alle date degli stessi e rendere quindi onore ai nostri servizi segreti» (è un po’ come dicono i medici coscienziosi: «Facciamo una Tac per escludere…»); ma è con qualche stupore che il giorno dopo, tornato a New York, riceve una telefonata dal presidente Scalfaro che si mostra al corrente di tutto e gli chiede di dare la lista anche al capo della polizia Vincenzo Parisi. L’ambasciatore Fulci provvede, il capo della polizia lo informa di aver incaricato la magistratura di svolgere le indagini con assoluta urgenza. Immagino che adesso il lettore vorrà sapere tantissime cose: chi erano quei tipacci? Erano davvero loro ad aver messo le bombe? Addirittura c’entravano con la morte di Falcone e Borsellino? O la Tac richiesta dall’ambasciatore Fulci aveva fortunatamente salvato l’onore dei servizi segreti italiani? E soprattutto: questa spy story cosa a che fare con le vicende del povero Gaetano Murana?

MIO CUGINO NINO GIOÈ.Antonino Gioè detto Nino è una persona importante in Cosa Nostra. Viene dal paese di Altofonte, sopra Palermo, tra i boschi, un posto scosceso di vecchie case dai balconi di ferro, sede di una famiglia, i Di Carlo, che ha i quattro quarti della nobiltà mafiosa. Ha un cugino importante, lui stesso ha buone relazioni, è stato paracadutista nella divisione Folgore. Nel 1993 lo hanno beccato a Palermo, una soffiata: in un appartamento dove si nascondeva, peraltro pieno di microspie. Si è scoperto che è stato lui – materialmente – a sistemare l’esplosivo sotto l’autostrada a Capaci, lo hanno portato al 41-bis a Rebibbia. Dicono che voglia collaborare…Nella notte tra il 28 e il 29 luglio 1993 lo trovano morto impiccato in cella, il corpo accartocciato su un tavolino, tutto il peso è retto dai lacci delle scarpe che ha appeso alla grata della finestra… C’è una persona che si turba moltissimo alla notizia proveniente da Rebibbia. Un po’ si sente responsabile di quella morte, un po’ pensa che forse la stessa cosa possa succedere a lui. Si chiama Francesco Di Carlo, è il cugino di Nino Gioè, il vero capo della famiglia di Altofonte, trafficante internazionale di droga, da dieci anni rinchiuso nelle carceri inglesi, per aver organizzato un import-export di eroina e cannabis per la bella cifra di 350 miliardi di sterline. Ma Di Carlo è custode di molti segreti e per questo motivo non è al carcere duro; lo tengono nella prigione di Full Sutton, su al Nord, nello Yorkshire, dove ha una certa libertà. Può telefonare, ricevere la posta, spedire lettere, e può anche ricevere visite. Un giorno del 1988 vennero da lui tre distinti personaggi per una chiacchierata. Due italiani e un inglese, ma parlarono solo quelli che si chiamavano Giovanni e Nigel, il terzo se ne stette molto taciturno. Gli chiedevano, in sostanza, se poteva fare qualcosa per la situazione che si era venuta a creare a Palermo; c’era questo giudice, Giovanni Falcone, che stava esagerando con le indagini… Bisognava fare qualcosa; no, non ucciderlo, ma fargli capire… Conosceva qualcuno di fidato cui rivolgersi? Di Carlo diede il nome di suo cugino Nino Gioè. Tempo dopo Gioè gli fece sapere che aveva incontrato i suoi amici: «Hanno mezza Italia tra le mani, possiamo fare tante cose». Di Carlo rispose: «Sì, fanno favori, però vedi che al minuto opportuno scaricano, stai attento sempre». Adesso il lettore vorrà sapere chi era quel tipo taciturno che stava insieme a Giovanni e Nigel. O sapere come mai, intorno alle stragi, si addensano liste di nomi di ufficiali paracadutisti della Folgore. DOMANI 11.12.2020

 

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19.7.1994 Conferenza stampa Tinebra e Boccassini su ruolo di Scarantino 


IL DEPISTAGGIO SU VIA D’AMELIO

Le falle della sicurezza e la mancata protezione del procuratore

COMMISSIONE ANTIMAFIA ARS

«Come ci si può sorprendere che ci siano stati depistaggi se all’inizio non c’è stata protezione nei confronti di Paolo Borsellino?», è il commento dell’ex Ministro Claudio Martelli

Lo ha detto senza mezzi termini dinanzi questa Commissione l’ex Ministro della Giustizia Claudio Martelli: come ci si può sorprendere che ci siano stati depistaggi se all’inizio non c’è stata protezione nei confronti di Paolo Borsellino?

Non è la prima volta che Martelli propone una considerazione di questo tipo. Era già successo durante le indagini sulla strage di via D’Amelio quando, nella veste di testimone, viene sentito dal Procuratore di Caltanissetta Tinebra e dai suoi sostituti.

MARTELLI, già Ministro della Giustizia. La cosa che mi colpì è che anche a loro prospettai la questione della mancata protezione, della mancata tutela di Borsellino, ma la cosa lasciò Tinebra del tutto… «sì, sì», come se fosse un aspetto trascurabile e tutto l’interrogatorio poi che mi riguardò… mi ha dato la sensazione di essere un rito puramente formale, insomma, che non è che cercasse neanche spunti investigativi, suggestioni, fantasie o qualche fatto. Il fatto più grave l’avevo bello che sciorinato, ma su quello non s’è dato pena di fare alcun approfondimento.

Secondo quanto riferito da Martelli, dunque, il fatto che il dispositivo di sicurezza intorno a Borsellino presentasse più di una criticità non costituiva in quel momento per la procura nissena un elemento da approfondire e comunque da suggerire piste investigative degne di rilievo. Come se si fosse trattato solo di semplici disguidi. Aggiungiamo, come se attorno a Paolo Borsellino in quelle settimane tra Capaci e via D’Amelio non si fossero addensati presagi, avvertimenti, minacce, disvelamenti che avevano tutti (come vedremo nelle pagine che seguono) un comune denominatore: attentare alla vita del magistrato palermitano.

Facciamo un passo indietro e torniamo a sabato 23 maggio 1992. Una sola certezza riesce a farsi strada tra le macerie fumanti dell’autostrada A29: con l’uccisione di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino diventa agli occhi dell’opinione pubblica, dei suoi colleghi, del governo, delle forze dell’ordine “il prossimo della lista”: se qualcosa accadrà, sanno e temono tutti, avrà come obiettivo il giudice Borsellino. E allora cosa succede? Niente! Parte soltanto un silenzioso conto alla rovescia che durerà per cinquantasette giorni. Fino a metà giugno, ci spiega Antonio Vullo, la scorta di Borsellino non ebbe alcun rafforzamento.

SENZA NEANCHE VIGILANZA FISSA

  • FAVA, presidente della Commissione. Ci furono procedure particolari di sicurezza adottate (per Borsellino) dopo la strage di Capaci?
  • VULLO, componente della scorta del giudice Paolo Borsellino. Quando ho preso in custodia il giudice Borsellino siamo andati subito in via Cilea (dov’era l’abitazione del giudice, ndr.). Io immaginavo di trovare un bunker perché dopo la strage di Capaci pensavo che tutelare il giudice Borsellino fosse doveroso anche perché sapevamo tutti che dopo Falcone toccava a Borsellino, lo sapeva anche la gente comune. Solo che quando siamo arrivati… non c’era la vigilanza fissa e questo ci ha dato molto da pensare: eravamo solo un’auto con tre componenti e dovevamo controllare il box interno all’edificio dove abitava il giudice, l’androne, le scale, l’ascensore e tre uomini non sono sufficienti. (…) Difatti il giorno successivo chiedemmo l’ausilio della volante per fare la bonifica quando si arrivava all’abitazione del giudice Borsellino… Poi si sono fatte relazioni perché c’era bisogno della vigilanza fissa, e credo intorno al 16 o 17 di giugno sia stata messa sia la vigilanza fissa del reparto mobile di Palermo e sia una seconda auto che faceva un turno in seconda, ossia 8-14 e 14-20, mentre la scorta, di cui io facevo parte, faceva anche la sera e la notte.
  • FAVA, presidente della Commissione. Quindi dal 16 o 17 giugno eravate due auto più quella del dottore Borsellino che però aveva un autista del Ministero.
  • VULLO, componente della scorta del giudice Paolo Borsellino. Un autista giudiziario, sì, però il sabato pomeriggio e la domenica guidava sempre lui.
  • FAVA, presidente della Commissione. L’autista non era in servizio?
  • VULLO, componente della scorta del giudice Paolo Borsellino. Non era in servizio.
  • Riepiloghiamo: muore Giovanni Falcone ma il dispositivo di protezione nei confronti di Paolo Borsellino per diverse settimane non viene modificato: una sola auto, nessuna bonifica a casa, nessun posto fisso sotto l’abitazione, nessun divieto di sosta davanti all’abitazione della madre in via D’Amelio… Alcune di queste misure verranno successivamente migliorate ma solo per le relazioni di servizio che gli agenti di scorta si impuntano a trasmettere ai loro uffici. Se non fosse stato per loro, e per le premure del collega Gioacchino Natoli1, il livello di protezione sarebbe rimasto minimo.
  • Resta inspiegabilmente priva di qualsiasi vigilanza l’abitazione materna di via D’Amelio, nonostante fosse una delle poche frequentazioni abituali del giudice Borsellino, come ha avuto modo di spiegare la moglie Agnese durante il processo di primo grado del “Borsellino 1”:
  • TESTE PIRAINO A.: Credo che il punto più vulnerabile era proprio questo dove abitava la mamma.
  • P.M. dott.ssa PALMA: Perché ci dice così?
  • TESTE PIRAINO A.: Perché i suoi spostamenti erano limitatissimi e sempre gli stessi: il Palazzo di Giustizia, la chiesa di fronte casa nostra e la mamma, dove lui andava sia per vederla sia per prestare quell’assistenza che era necessaria allorquando lei non stava bene. (…) E tutte le domeniche andava dalla mamma a trovarla. Sempre.  DOMANI BLOG MAFIE 26.10.2021

 Prove di depistaggio, l’agenda rossa scomparsa e il falso pentito

COMMISSIONE ANTIMAFIA ARS

Un’ulteriore prova del fatto che tutto avviene negli attimi immediatamente susseguenti allo scoppio è rappresentata, secondo Scarpinato, dagli strani movimenti che quel giorno fa l’allora capitano Giovanni Arcangioli: prende la borsa, fa qualche metro, e poi ritorna indietro rimettendo il tutto all’interno del mezzo le cui fiamme non sono state ancora del tutto domate. Perché?

Un’ulteriore prova del fatto che tutto avviene negli attimi immediatamente susseguenti allo scoppio è rappresentata, secondo Scarpinato, dagli strani movimenti che quel giorno fa l’allora capitano Giovanni Arcangioli: prende la borsa, fa qualche metro, e poi ritorna indietro rimettendo il tutto all’interno del mezzo le cui fiamme non sono state ancora del tutto domate. Perché?

SCARPINATO, Procuratore Generale presso la Corte d’Appello Palermo. Il capitano Arcangioli prende la borsa dall’interno della macchina, percorre sessanta metri fino a raggiungere via Autonomia Siciliana e fin qui niente di strano: è un capitano… che prende la borsa che può consegnare ai magistrati, alla polizia… Quello che è inspiegabile è che il capitano Arcangioli ritorna indietro con la borsa… la macchina in quel momento ha un ritorno di fiamma… prende la borsa, la rimette nella macchina e la borsa non prende fuoco solo perché un vigile del fuoco getta l’acqua con la pompa. Il capitano Arcangioli non è riuscito a spiegare questo comportamento. Ha detto che ha aperto la borsa e che dentro non c’era niente: c’era un crest, un costume bagnato, alcuni fogli appuntati con una graffetta. I casi sono due: o mente o qualcuno era arrivato prima di lui. Comunque sia l’agenda viene sottratta nei pochi minuti susseguenti alla esplosione…

Non possiamo dare una risposta al quesito di Scarpinato, anche perché sulla posizione di Arcangioli, come è noto, si è già espressa l’Autorità Giudiziaria con sentenza di non luogo a procedere. Ciò che è certo, e che qui va ribadito, è l’anomalo interesse, in quei primi momenti di assoluta concitazione, che esponenti delle istituzioni mostrano, più che per le sorti delle vittime, per gli appunti raccolti dal giudice Borsellino tra le pagine della sua agenda.

E proprio sul valore investigativo di quest’agenda, e sull’imbarazzante sottovalutazione di taluni inquirenti, è utile riferire lo stralcio di un’intervista rilasciata un anno dopo la strage dal procuratore di Caltanissetta Giovanni Tinebra:

TINEBRA, già procuratore della Repubblica di Caltanissetta. Posso dire che non abbiamo elementi per ritenere che sia stata sottratta e soprattutto per stabilire chi l’abbia potuta prendere. Posso affermare solo che non l’abbiamo trovata.

Il passo successivo sarà la costruzione del falso pentito Vincenzo Scarantino.

Il Colonnello Arcangioli è stato prosciolto dall’accusa di furto dell’agenda rossa, aggravato dalla finalità mafiosa (nell’ambito del procedimento penale n° 287/2008 RGNR) con sentenza di non luogo a procedere emessa dal Gup presso il Tribunale di Caltanissetta il 1° aprile 2008, confermata dalla Corte di Cassazione  DOMANI BLOG MAFIE 3.11.2021

I suggerimenti e le imbeccate del questore Arnaldo La Barbera

COMMISSIONE ANTIMAFIA ARS

Vincenzo Pipino ha anche raccontato: «Dopo due-tre anni, quando Scarantino si è pentito, tra virgolette, raccontando un sacco di bugie, sono venuti a trovarmi quei tre che mi avevano accompagnato… mi hanno portato i saluti di La Barbera dicendomi sempre di star tranquillo, questa storia qui di tenermela per me, che era una cosa mia che mi ero inventato…»

Torniamo a Pipino, alla sua missione per conto di La Barbera. E al momento in cui riferisce al questore di Palermo le sue impressioni su Scarantino.

PIPINO. Quando è venuto La Barbera, gli ho detto «gira la testa dall’altra parte che questa è una persona completamente innocente», e lui mi ha detto «Tienitela per te, non dirlo a nessuno, sappi che questa è una tua deduzione», «Sì, sì, come vuoi, mi faccio gli affari miei. Ho un processo delicato, me ne vado in carcere, devo curarmi il mio processo», e ci siamo mollati, diciamo così.

«Tienitela per te», dice il questore La Barbera, dominus delle indagini in quel 1992: un altro tassello per irrobustire (in questo caso per proteggere) l’impianto di falsità che da lì a poco Scarantino avrebbe dovuto interpretare in sede processuale. La missione di Vincenzo Pipino non ha prodotto il risultato sperato, il detenuto incaricato conferma l’idea che tutti quelli che verranno a contatto con Scarantino (e che non siano accecati dall’ansia di un risultato, qualunque esso sia) comprenderanno dopo poche battute: quel ragazzo è un poveraccio, terrorizzato, confuso, ignorante, certamente incapace di recitare il ruolo dentro Cosa nostra che altri gli hanno ritagliato addosso. Eppure il capo del cosiddetto gruppo investigativo “Falcone-Borsellino” liquida la faccenda rimandando Pipino a Roma con quel messaggio che non ammette obiezioni: «Tienitela per te».

E a Pipino il “suggerimento” viene ribadito qualche anno dopo:

  • PIPINO. Poi, dopo due-tre anni, quando Scarantino si è ‘pentito’, tra virgolette, raccontando un sacco di bugie, sono venuti a trovarmi quei tre che mi avevano accompagnato… mi hanno portato i saluti di La Barbera dicendomi sempre di star tranquillo, questa storia qui di tenermela per me, che era una cosa mia che mi ero inventato… Non c’è problema, gli dissi di salutarmelo e finiamola qua.
  • IL RACCONTO DI VINCENZO PIPINO 
  • PIPINO. Ero a Prato (in carcere, ndr.), ad un certo momento vedo Scarantino che stava parlando su Italia Uno e mi è scappato dire “guarda questo brutto pezzo di merda, un pentito manovrato dai servizi segreti, con la compiacenza di qualche magistrato”. Non l’avessi mai detto! In quella cella c’erano i Gionta, c’erano personaggi molto importanti della malavita e anche un siciliano che era proprio del quartiere di Scarantino, che ha ascoltato questo mio discorso…
  • FAVA, presidente della Commissione. Mi scusi, si ricorda come si chiamava?
  • PIPINO. No, non mi ricordo… Comunque, al mattino mi si avvicina questo soggetto e mi dice: «ma come fai a dire queste cose, che è un pentito manovrato dai Servizi segreti con la compiacenza di qualche magistrato». Dico: «è una deduzione, una cosa mia. Penso che sia così perché sono stato in cella con lui…». Cosa fa questo? Scrive a Vigna, al Procuratore antimafia, e mi trovo processato per aver detto queste cose. Interrogato dal giudice, dissi: «guardi, è una mia deduzione, non è nulla di confermato», e sono stato assolto. Ma li ho avuti sempre addosso, purtroppo qui a Venezia ho avuto problemi seri perché La Barbera qui lo conoscevano come un mito, era un personaggio molto conosciuto e ho avuto delle conseguenze, ecco…
  • FAVA, presidente della Commissione. Quanto tempo siete rimasti insieme in cella con Scarantino?
  • PIPINO. Sette giorni. Poi io dissi di mandarmi a Roma e chiamai il comandante del carcere dicendogli di chiamare La Barbera perché volevo dirgli una cosa. Lui me lo chiamò e gli dissi: «guarda, gira la testa dall’altra parte e portami a Roma».
  • SCHILLACI, componente della Commissione. Perché lei all’inizio di questa audizione ha riferito che secondo lei La Barbera era soltanto un esecutore di ordini? Mi faccia capire questa sensazione.
  • PIPINO. Io ho avuto questa sensazione, cioè non sono un mago… però, da esperienze, conoscendo La Barbera e non solo lui, ma tutti i commissari di Venezia perché io ho passato la mia vita a lottare con questi poliziotti, mi è venuto il forte dubbio che fosse lui l’autore di questa oscura trama giuridica. Perché è talmente strano che un detenuto sottoposto ad una vigilanza così stretta, come era Scarantino, che dopo sette giorni non era ancora stato interrogato né dai magistrati né sentito dai suoi avvocati… che arrivasse addirittura in carcere a Venezia, che è un carcere aperto, perché io lo portavo in sala giochi, si giocava a bigliardino… secondo me non era tanto facile che a organizzare un’operazione del genere fosse una persona sola… questo voglio dire, che non sia stata un’idea di La Barbera.
  • DE LUCA, componente della Commissione. Nella sua vita ha mai avuto contatti con apparati dei Servizi segreti, a livello di confidenze, di richiesta di informazioni dato che lei aveva questa ampia confidenza col tessuto carcerario?
  • PIPINO. Io sono stato in contatto con Servizi segreti forse inconsciamente, perché ho fatto tante cose sulla giustizia.
  • DE LUCA, componente della Commissione. Si è mai stato chiesto perché lei viene scelto da La Barbera per essere tradotto in questo carcere ed essere posizionato al fianco di Scarantino?
  • PIPINO. No. A me è parso molto strano che La Barbera abbia scelto me sapendo che io, per quanto riguarda collaborazioni e cose varie, non le ho mai accettate nella mia vita, io preferisco morire piuttosto che fare la spia a qualcuno.  DOMANI BLOG MAFIE 5.11.2021

L’agenda rossa e le “numerose contraddizioni” dei testimoni

COMMISSIONE ANTIMAFIA ARS

Secondo il procuratore generale Roberto Scarpinato, «Borsellino ha capito cosa c’è dietro la strage di Capaci. Ha capito che dietro la strage di Capaci ci sono entità esterne a Cosa nostra, ci sono spezzoni dei servizi, pezzi deviati dello Stato e annota tutto questo nella sua agenda rossa con uno sgomento che è progressivo».

Prima di proseguire nella nostra trattazione, è importante rileggere – facendo tesoro di quanto riferito nel precedente paragrafo – le motivazioni della sentenza di secondo grado del Borsellino Quater, laddove si fa riferimento alla “scomparsa” dell’agenda rossa.

Sono state, inoltre, ricostruite da parte dei primi giudici le “zone d’ombra” esistenti sulla “sparizione” dell’agenda rossa, smaterializzata dal luogo infuocato della strage dalla borsa del magistrato, ricomparsa dopo alcuni mesi nelle mani del dott. La Barbera che la riconsegna alla moglie del magistrato. Non può dimenticarsi che le numerose dichiarazioni raccolte dai testi escussi – intervenuti nell’immediatezza della terribile esplosione nella via D’Amelio, fra fumi e macerie e con lo sconcerto per il terribile fatto accaduto – hanno rivelato numerose contraddizioni che non è apparso possibile superare, gettando al tempo stesso l’ombra del dubbio che altri soggetti possano essere intervenuti sul luogo della strage, nell’immediatezza dell’esplosione, “in giacca” nonostante la calura del mese estivo e l’ora torrida, non appartenenti alle forze dell’ordine, e individuati anzi da taluni agenti intervenuti nell’immediatezza come “appartenenti ai servizi segreti”. E tale ultimo particolare appare ancora più inquietante se si considera che di “un uomo estraneo a Cosa Nostra” ha riferito anche il collaboratore Gaspare Spatuzza, indicandolo come presente nel magazzino di via Villasevaglios quando, come già detto, il pomeriggio precedente la strage, veniva consegnata la FIAT 126 che sarebbe stata, di lì a poco, imbottita di tritolo.

Delle “numerose contraddizioni” cui accennano i giudici della Corte di Assise di Appello di Caltanissetta abbiamo già riferito nella relazione conclusiva della prima inchiesta, cui espressamente si rinvia. Quello che qui ci preme comprendere meglio è l’importanza dell’agenda rossa, nella prospettiva dell’organizzazione e della pianificazione del depistaggio stesso.

Cruciale, a tal riguardo, è stata l’audizione del procuratore generale Roberto Scarpinato, il quale preliminarmente ci dà una sua lettura sul perché quell’agenda abbia, per coloro che l’avrebbero sottratta, un’importanza vitale.

SCARPINATO, Procuratore Generale presso la Corte d’Appello Palermo. Borsellino ha capito cosa c’è dietro la strage di Capaci. Ha capito che dietro la strage di Capaci ci sono entità esterne a Cosa nostra, ci sono spezzoni dei servizi, pezzi deviati dello Stato e annota tutto questo nella sua agenda rossa con uno sgomento che è progressivo.

APPUNTI E DETTAGLI

Borsellino prende nota di tutto. Al momento debito riverserà tutte le sue informazioni all’Autorità giudiziaria competente. Bisogna fermarlo a tutti i costi. Ed è qui che la fase esecutiva della strage si interseca, ed armonizza, con il furto dell’agenda.

SCARPINATO, Procuratore Generale presso la Corte d’Appello Palermo. Non basta uccidere Borsellino. Perché se tu lo uccidi, vabbè, Cosa nostra ha fatto quello che doveva fare. Ma se l’agenda rossa nella quale Paolo Borsellino aveva annotato tutti i dialoghi informali e così via finisce nelle mani della magistratura è finita. È finita perché… le chiavi che lo avevano sgomentato sono in grado di aprire scenari che non colpiscono soltanto gli interessi di Cosa nostra ma colpiscono e portano ad individuare i mandanti ed i complici esterni di quella strage.

Scarpinato è categorico: i fatti riportati all’interno dell’agenda sono tali da determinare un terremoto che potrebbe risultare letale non solo per Cosa nostra ma anche per quel sistema di deviazione istituzionale che in questa vicenda gioca un ruolo centrale. Una ricostruzione in aperto contrasto col tentativo di Avola di ricondurre il tutto ad una visione semplificata e confortante: fu solo mafia.

SCARPINATO, Procuratore Generale presso la Corte d’Appello Palermo. È estremamente interessante la sequenza della sparizione dell’agenda che io credo che il pubblico non conosca bene… Il pubblico ritiene che viene sottratta la borsa, viene portata negli uffici di polizia, e poi l’agenda scompare: non è così! L’agenda viene prelevata pochi minuti dopo l’esplosione e qui notate la cooperazione tra mafiosi e soggetti esterni: i mafiosi fanno esplodere la bomba ma non si possono incaricare, dopo l’esplosione, anche di prelevare l’agenda perché è troppo pericoloso. Questo compito può essere assolto soltanto da soggetti insospettabili, perché hanno la veste istituzionale per andare sul luogo e fare questa operazione di prelievo… E poi il carattere selettivo dell’intervento perché nella borsa ce n’erano due agende: c’era l’agenda rossa e l’agenda marrone, ma l’agenda marrone viene lasciata lì dentro. Quindi non è un’operazione protocollare dei servizi: perché l’operazione protocollare dei servizi è che per esigenze di Stato si prende tutto e poi si vede. Invece l’agenda marrone viene lasciata e viene tolta l’agenda rossa.

DOMANI BLOG MAFIE 2.11.2021


Quegli uomini in giacca e cravatta nell’inferno di Via D’Amelio

COMMISSIONE ANTIMAFIA ARS

Il sovrintendente Francesco Paolo Maggi e il vice sovrintendente Giuseppe Garofalo sono tra i primi poliziotti ad accorrere sul luogo della strage. Ma non sono i soli ad arrivare tempestivamente: perché, quella domenica pomeriggio, si aggirano indisturbati tra le macerie di via D’Amelio anche soggetti che si qualificheranno come appartenenti ai servizi

Ci siamo già soffermati, nel corso della precedente inchiesta di questa Commissione, sulla rilevanza delle testimonianze rese nell’ambito del processo di primo grado del “Borsellino quater” da parte del sovrintendente Francesco Paolo Maggi, all’epoca in servizio presso la squadra mobile di Palermo, e del vice sovrintendente Giuseppe Garofalo del reparto volanti della locale questura.

I due poliziotti, lo ricordiamo, sono tra i primi ad accorrere sul luogo della strage. Ma non sono i soli ad arrivare tempestivamente: perché quella domenica pomeriggio si aggirano indisturbati tra le macerie di via D’Amelio anche soggetti che si qualificheranno come appartenenti ai servizi.

Maggi ne nota più d’uno: (“quattro o cinque”, “gente di Roma” dirà al dibattimento). Garofalo ne incrocia uno soltanto. Coincide la descrizione: rigorosamente in giacca e cravatta (nonostante fosse il 19 luglio!), non sembrano per nulla scioccati e neppure interessati a prestare soccorso ai residenti feriti.

Qual è allora il motivo della loro presenza? Probabilmente il contenuto della cartella di Paolo Borsellino, rimasta all’interno della Fiat Croma che il magistrato guidava quel pomeriggio (l’autista ministeriale non era in servizio).

La loro è una corsa contro il tempo: bisogna far presto prima che altri possano mettere le mani sull’inseparabile agenda rossa del giudice e magari venire a conoscenza di tutte quelle informazioni che il procuratore aggiunto di Palermo ha scrupolosamente raccolto fino al momento della sua tragica uccisione.

Abbiamo provato a ricostruire quei momenti con uno dei due testimoni, Giuseppe Garofalo, oggi ispettore superiore della Polizia di Stato, all’epoca capo pattuglia della volante 32.

  • FAVA, presidente della Commissione. Torniamo a quello che è successo il 19 luglio. Voi eravate in servizio da quanto tempo quella mattina?
  • GAROFALO, ispettore di Polizia. Noi facevamo l’orario 13 – 19. Quindi, dalle 13, dall’una alle sette del pomeriggio.
  • FAVA, presidente della Commissione. Avevate un settore della città?
  • GAROFALO, ispettore di Polizia. Sì, la volante 32 si occupava di quella zona lì, ma anche della zona Mondello, insomma, abbastanza larga come zona.
  • FAVA, presidente della Commissione. Venite avvertiti dalla sala operativa o andate perché sentite il rumore dell’esplosione?
  • GAROFALO, ispettore di Polizia. Noi siamo stati allertati dalla sala operativa anche se il botto si è sentito… All’inizio si è pensato all’esplosione di una bombola del gas, qualcosa del genere, solo che poi quando le notizie sono iniziate a confluire parlando della via D’Amelio abbiamo capito che c’era qualcosa, insomma, che era collegata al dottore Borsellino. E quindi, immediatamente abbiamo fatto strada… eravamo in zona, a Mondello, tenga presente che abbiamo messo pochissimo ad arrivare perché non c’era traffico.
  • FAVA, presidente della Commissione. Pochi minuti?
  • GAROFALO, ispettore di Polizia. Sì, sì, non c’era traffico quindi siamo arrivati subito, abbiamo trovato già la volante 21 che era già arrivata, però oltre alla 21 ancora non c’era nessuno.

LA “VOLANTE” 32

La volante 32 ci mette poco ad arrivare. Sul posto ci sono già i colleghi della 21. Ed è in quel momento che, a pochi metri dall’autovettura di Paolo Borsellino, Garofalo si imbatte in uomo che si qualifica come appartenente ai servizi. Afferma di essere in cerca della borsa del giudice o, addirittura, Garofalo non lo rammenta bene, ne è già entrato in possesso.

  • GAROFALO, ispettore di Polizia. C’è stato questo momento che ripeto all’inizio pensavo fosse qualcosa di immaginario…
  • FAVA, presidente della Commissione. Si ricorda se l’uomo le mostrò un distintivo, un tesserino?
  • GAROFALO, ispettore di Polizia. Allora, su questo non ho dubbi perché se non fosse stato così, ovviamente, io l’avrei immediatamente bloccato quanto meno controllato o identificato.
  • FAVA, presidente della Commissione. Per cui ha mostrato qualcosa?
  • GAROFALO, ispettore di Polizia. Sì, sì, sì.
  • FAVA, presidente della Commissione. E lo vide vicino all’auto del giudice… a quello che restava dell’auto del giudice?
  • GAROFALO, ispettore di Polizia. Allora, consideri che in quel momento lì io lo ricordo sempre come una scena di un film di guerra perché vi erano i palazzi con le vetrate sfondate, le auto incendiate, fumo, fiamme… lo shock emotivo è stato enorme… vero è che (l’incontro, ndr.) è durato un secondo perché poi l’obiettivo era quello di aiutare le persone che erano rimaste all’interno delle abitazioni, perché ci siamo resi conto che chi era sulle macchine o era fuori purtroppo era già deceduto. Quindi, sì, questo soggetto lo incontro proprio, c’era la macchina di Borsellino, e ho avuto questo incontro.
  • FAVA, presidente della Commissione. Lo vede in abiti civili.
  • GAROFALO, ispettore di Polizia. Abito civile, vestito con una giacca, ecco, la cosa che ha attirato la mia attenzione è stata proprio che aveva una giacca e in estate nessuno porta la giacca e questo è stato il momento in cui io ho avuto un minimo di attenzione… ma anche perché era lì, ora non ricordo se mi ha chiesto della borsa del dottore Borsellino, o piuttosto era in possesso della borsa.
  • Fermiamoci un istante perché dietro a quello che può apparire come un ricordo sfuocato potrebbe celarsi la fase embrionale del depistaggio. Ossia – così come avrà modo di chiarirci meglio il procuratore generale Roberto Scarpinato – il momento in cui l’agenda rossa di Paolo Borsellino scompare (o, per meglio dire, viene fatta sparire) dalla scena del crimine.
  • FAVA, presidente della Commissione. Il suo ricordo è che in qualche modo c’entra questa valigetta.
  • GAROFALO, ispettore di Polizia. Sì.
  • FAVA, presidente della Commissione. …perché lui le ha chiesto dove fosse o perché lei lo ha visto con la valigetta.
  • GAROFALO, ispettore di Polizia. Ma parliamo sempre di attimi, di frazione di secondo, istanti.
  • FAVA, presidente della Commissione. Però certamente c’è un interesse di questa persona: perché la valigetta ce l’ha già o perché chiede a lei dove si trovi.
  • GAROFALO, ispettore di Polizia. Sì. In ogni caso doveva comunque far parte dell’entourage, delle indagini, perché in quel momento lì…
  • FAVA, presidente della Commissione. Di questo incontro lei ha fatto menzione in una relazione di servizio?
  • GAROFALO, ispettore di Polizia. No.
  • FAVA, presidente della Commissione. Nemmeno verbalmente?
  • GAROFALO, ispettore di Polizia. Allora non ho fatto menzione nella relazione perché di fatto alla fine, visto che si trattava di personale dei Servizi non c’era motivo di riportare in quel momento lì un fatto che era normale per Palermo, io ho lavorato alla sezione omicidi per un paio di anni qui a Palermo, quindi, capitava sovente che sui luoghi, sui posti dove c’era stato un omicidio piuttosto che qualcosa di particolare vi era personale dei servizi…

LE DICHIARAZIONI DI MAGGI

Anche in questa sede è tuttavia utile riportare alcuni stralci della deposizione di Francesco Paolo Maggi dinanzi la Corte di Assise del Tribunale di Caltanissetta nel dibattimento del Borsellino Quater (udienza del 20 maggio 2013, pp. 72, 77-79):

  • TESTE MAGGI F.P. – Cioè la cosa strana è che io notai molta gente che si aggirava giacca e cravatta dei Servizi. Ho detto: “Ma questi come hanno fatto a… a sapere già…?”, Ma dopo dieci minuti io già ne avevo visto un paio là che gironzolavano.
  • P.M. Dott. GOZZO – Lei ha ricostruito che si trattasse dei Servizi o…?
  • TESTE MAGGI F.P. – Sì, perché un paio li conosco, di Roma. Io ho lavorato sette anni a Roma.
  • P.M. Dott. GOZZO – E a questo punto la invito a fare i nomi di queste persone, se li riconosce.
  • TESTE MAGGI F.P. – E non li conosco, conosco di… di faccia, è gente questa che… manco ti dà confidenza.
  • P.M. Dott. GOZZO – E quando ha notato queste persone? Dal punto di vista del timing, diciamo così.
  • TESTE MAGGI F.P. – Dopo dieci minuti che era avvenuto tutto il fatto.
  • P.M. Dott. GOZZO – E quindi quando siete arrivati voi, praticamente.
  • TESTE MAGGI F.P. – Sì, sì, subito dopo. Io uscii da… da ‘sta nebbia che… e subito vedevo che arrivavano tutti ‘sti… tutti chissi giacca e cravatta, tutti cu’ ‘u stesso abito, una cosa meravigliosa.

[…]

  • TESTE MAGGI F.P. – … ripeto, io sono stato uno dei primi ad arrivare là. E poi in questo andirivieni, che saranno passati cinque – dieci minuti, forse pure un quarto d’ora, non riesco a quantificare i minuti, notavo questa gente giacca e cravatta che… che si avvicinava, che cercava, che… Cioè non.. (…) In primo tempo mi volevo avvicinare a queste persone per chiedere: “Ma voi che state facendo? Che state cercando?” Poi ho visto che era gente di Roma, perché li conoscevo di vista, e ho lasciato perdere.
  • P.M. Dott. GOZZO – Eh, ma mi scusi, ecco, allora a questo punto esploriamo meglio questa cosa. Stavano cercando cosa? Cioè non dico che lei sapesse cosa stavano cercando, dico, ma cosa facevano?
  • TESTE MAGGI F.P. – No, tipo che si aggiravano in tutto… in tutta la… come vogliamo dire.
  • P.M. Dott. GOZZO – In tutta l’area.
  • TESTE MAGGI F.P. – In tutta l’area, sì.
  • P.M. Dott. GOZZO – Attorno al cratere, diciamo.
  • TESTE MAGGI F.P. – Ecco, nelle macchine parcheggiate.
  • P.M. Dott. GOZZO – Anche vicino a questa macchina azzurrina che lei…?
  • TESTE MAGGI F.P. – Certo, qualcuno si avvicinò pure là. Va beh, si avvicinarono quando il fumo già forse era un po’
  • meno, sennò i vestiti si sporcavano.
  • P.M. Dott. GOZZO – Quindi forse cercavano qualche traccia, come stava facendo lei.
  • TESTE MAGGI F.P. – E penso di sì, essendo… essendo poliziotti pure loro.
  • P.M. Dott. GOZZO – Ecco, essendo lei un poliziotto può capire anche l’atteggiamento che si…
  • TESTE MAGGI F.P. – Non è che gli posso dire a un collega: “Oh, ma che stai facendo? Che fai qua?” Non glielo posso
  • dire.
  • P.M. Dott. GOZZO – Diciamo che ha notato, ha registrato questa presenza, ma chiaramente non ha fatto altro.
  • TESTE MAGGI F.P. – Sì, ho detto: “Ma chissi… ma che ci avevano la radio?” Non lo so io, va’, mi sono posto questa domanda, ho detto: “Ma come mai?” E me la sono posto ora. Ai tempi non lo so perché, forse ero troppo giovane, ora, con il tempo, ‘sta cosa.
  • P.M. Dott. GOZZO – Senta, a questo punto, visto che lei ha un ricordo abbastanza nitido, mi pare, se può specificare, ecco, adesso quante sono queste persone, se può in qualche modo quantificarle.
  • TESTE MAGGI F.P. – Perché arrivavano man mano, diventarono poi un esercito.
  • P.M. Dott. GOZZO – Allora, diciamo, nell’immediatezza lei già ha individua…?
  • TESTE MAGGI F.P. – Quattro o cinque potevano essere.
  • P.M. Dott. GOZZO – Quattro o cinque persone.
  • TESTE MAGGI F.P. – E c’era qualcuno pure che non conoscevo, ah? Solo che parlavano tra di loro e ho detto: “Mi’, su’
  • puru colleghi”, erano vistuti uguali, avevano ddocu ‘a spilletta, perché poi…
  • P.M. Dott. GOZZO – Avevano anche la spilletta di riconoscimento?
  • TESTE MAGGI F.P. – Penso del Ministero degli Interni o…
  • P.M. Dott. GOZZO – Del Ministero degli Interni.
  • TESTE MAGGI F.P. – …dell’ufficio che facevano parte questi, non lo so.
  • P.M. Dott. GOZZO – Senta, riesce a descriverli, cioè a dire com’erano, insomma, che…? Oppure ha un ricordo semplicemente numerico, diciamo così?
  • TESTE MAGGI F.P. – Sì, grossomodo è numerico, dottore, io non… non riesco a vedere… a riconoscere i visi. Mah,

statura normale, tipo la mia. DOMANI BLOG MAFIE 25.10.21

 

Il mistero degli agenti “invisibili” sul luogo della strage

COMMISSIONE ANTIMAFIA ARS

Di fronte al dato incontrovertibile della loro presenza, confermato da più testimonianze, quei funzionari dei servizi erano in via D’Amelio in via ufficiale o no? La risposta di Bruno Contrada, all’epoca numero tre del SISDE, è inequivocabile: il primo a metter piede in via D’Amelio per conto del SISDE fu lui alle 22.30 di quel 19 luglio 1992

Durante la sua audizione, l’ispettore Garofalo ci riferisce che quell’uomo avrà avuto «quaranta cinquant’anni». Ad oggi costui non ha ancora un volto. Svelare la sua identità significherebbe provare a far luce su uno dei momenti più controversi di quel pomeriggio del 19 luglio. E soprattutto permetterebbe di capire a che titolo, nell’immediatezza dell’esplosione, uno o più appartenenti ai servizi segreti si trovavano in via D’Amelio alla ricerca della borsa del dottor Borsellino. In altri termini, di fronte al dato incontrovertibile della loro presenza, confermato da più testimonianze, quei funzionari dei servizi erano in via D’Amelio in via ufficiale o no? La risposta che ci ha fornito Bruno Contrada, all’epoca numero tre del SISDE, è inequivocabile: il primo a metter piede in via D’Amelio per conto del SISDE fu lui alle 22.30 di quel 19 luglio 1992: è quello l’orario dell’ingresso ufficiale in scena dei servizi.

Ma allora, l’uomo dei servizi che viene identificato pochi minuti dopo la strage da chi era stato mandato in via D’Amelio? E a fare cosa?

  • CONTRADA, già dirigente della Polizia di Stato e del SISDE. Verso le dieci e mezzo di sera io andai sul posto, in via D’Amelio… Ricordo che contemporaneamente a me arrivò il Ministro della difesa, l’onorevole Salvo Andò, attorniato da quattro o cinque generali, due generali dei Carabinieri, gli altri dell’Esercito…
  • FAVA, presidente della Commissione. Lei sa se fu mandato subito del personale dei servizi, parliamo di dieci-dodici minuti dopo l’esplosione, in via D’Amelio? Da parte di Narracci, visto diciamo che era lui che aveva la gestione operativa del Centro di Palermo?
  • CONTRADA, già dirigente della Polizia di Stato e del SISDE. Io ritengo di no. Ritengo che il primo intervento sul luogo sia stato quello mio e di Narracci (alle 22.30, ndr.), perché mi accompagnò il dottore Narracci…
  • Contrada, dunque, esclude che qualcuno abbia dato a funzionari del SISDE l’ordine di intervenire tempestivamente sul teatro della strage: fu lui il primo. Resta, però, l’immagine che Francesco Paolo Maggi consegna al Corte di Assise di Caltanissetta nel corso della sua deposizione del 20 maggio 2013.
  • TESTE MAGGI F.P. – Non mi ricordo i volti, perché… non lo so, non mi interessava. Poi la mente elabora con il tempo, ti fai tante domande, acquisisci magari attraverso i giornali riscontri, e quindi ti fai pure tu delle domande. Dico: ma se la chiamata arrivò al 113, questi qui… Minchia, ma erano belli freschi, proprio senza una goccia di sudore, proprio come se erano dietro l’angolo… Da chi hanno appreso la notizia questi? Dopo dieci minuti sul posto… vularunu? Chissi di Roma vularunu?

Freschi, in giacca e cravatta, senza una goccia di sudore, mentre tutt’attorno via D’Amelio è un inferno di fiamme. Come se fossero stati comodamente ad aspettare dietro l’angolo, commenta Maggi. Non possono non tornare alla mente le considerazioni fatte da Salvatore Borsellino, fratello del magistrato e fondatore del movimento Agende Rosse, nel corso di un’intervista del 3 luglio 2018:

C’era qualcuno, al corrente di quanto sarebbe successo, che attendeva di potersi avvicinare alla macchina di Paolo e prendere la borsa dove era stata contenuta l’agenda.

Qualcuno, ci spiegherà il procuratore generale Scarpinato, talmente ben mimetizzato nella sua veste istituzionale da risultare invisibile. DOMANI BLOG MAFIE 1.11.2021


Dopo diciassette anni di falsità, Gaspare Spatuzza smaschera il pupo

COMMISSIONE ANTIMAFIA ARS

Il collaboratore di giustizia che consente di smontare le falsità di Scarantino e l’impostura di un depistaggio durato diciassette anni, che aiuta ad individuare nel garage in cui viene preparata l’autobomba la presenza di un soggetto estraneo a Cosa nostra, che offre indicazioni certe e riscontri puntuali sulla strage di via D’Amelio, fatica ad ottenere ascolto.

Gaspare Spatuzza è uno dei personaggi chiave di questa storia. “Reggente” della famiglia Graviano dopo il loro arresto, catturato a Palermo il primo luglio 1997, reo confesso subito dell’omicidio di don Pino Puglisi e del rapimento del piccolo Di Matteo, nel 2008 si autoaccusa anche del furto della Fiat 126 usata per la strage di via D’Amelio. Ed è stata quest’ultima rivelazione a far crollare il “teorema Scarantino” che reggeva da 17 anni.

Sempre in quel periodo si è scoperto, per caso, che Spatuzza aveva già reso – dieci anni prima – amplissima testimonianza davanti ai giudici Vigna e Grasso (all’epoca, capo e vice della procura nazionale antimafia) che lo avevano interrogato nel 1998 nel carcere di Tolmezzo. Alla fine di quel lungo colloquio investigativo, Spatuzza però si era rifiutato di firmare il verbale, rendendolo inutilizzabile e, di fatto, permettendo al “teorema Scarantino” e alla detenzione al 41 bis di molti innocenti di durare un altro decennio (ne abbiamo riferito ampiamente nella precedente relazione di questa Commissione).

UNA DIFFICILE COLLABORAZIONE

Anche la “certificazione” dell’attendibilità di Spatuzza come collaboratore di giustizia, e il suo inserimento nel programma speciale di protezione, non hanno avuto un percorso facile: ed è ciò che ha voluto approfondire in questa indagine a Commissione Antimafia. Questa è la testimonianza offerta dall’avvocato Valeria Maffei, legale di Gaspare Spatuzza.

  • FAVA, presidente della Commissione. A proposito del colloquio investigativo che Spatuzza ebbe nel carcere dell’Aquila, con Vigna e Grasso, rispettivamente Procuratore Capo e Vice Procuratore della DNA… ebbe modo di capire, di approfondire la ragione per cui il suo assistito decise di non firmare quella deposizione, di rinviare di dieci anni abbondanti l’inizio della sua collaborazione sulla strage di via D’Amelio?
  • MAFFEI, legale del sig. Gaspare Spatuzza. Lui mi ha sempre detto che la decisione della moglie di non seguirlo sotto protezione in quel momento fu assolutamente dirimente, lui non avrebbe mai iniziato una collaborazione all’epoca senza la moglie. Successivamente, dieci anni dopo, avendo fatto anche un percorso religioso, ha deciso di farlo indipendentemente dalla decisione della moglie… Non credo che sia stato dovuto ad altre circostanze.
  • FAVA, presidente della Commissione. La collaborazione inizia nel 2008 e il 15 giugno del 2010, la Commissione centrale del Viminale che si occupava della definizione e dell’applicazione delle misure speciali di protezione, presieduta all’epoca dall’onorevole Mantovano, decide di revocare il programma di protezione nei confronti di Spatuzza.
  • MAFFEI, legale del sig. Gaspare Spatuzza. Più che altro di non dargli un programma definitivo. Spatuzza aveva un programma provvisorio. Quando la Commissione si riunisce per valutare se dargli il programma definitivo, decide di non continuare il programma e quindi lui non ha più il programma di protezione, gli revocano quelli che sarebbero stati eventualmente i benefici, qualunque cosa. In sostanza decisero di non dargli un programma di protezione.
  • FAVA, presidente della Commissione. Il rilievo che fu mosso dalla Commissione fu che il riferimento a Berlusconi non sarebbe avvenuto all’interno dei 180 giorni, per questa ragione avrebbero revocato il programma.
  • MAFFEI, legale del sig. Gaspare Spatuzza. Però, Presidente, noi ci stupimmo, perché a fronte di moltissimi interrogatori che aveva sostenuto Spatuzza, che aveva parlato del più e del meno, aveva parlato di qualunque argomento, aveva ribaltato tutto quello a cui si era arrivato nell’arco di tantissimi processi …
  • FAVA, presidente della Commissione. Stiamo parlando di via D’Amelio…
  • MAFFEI, legale del sig. Gaspare Spatuzza. Sì, certo ovviamente, mi riferisco a via D’Amelio, mi riferisco a quello a cui si era arrivati, che non era la verità, e quello che Spatuzza cambiava, insomma riportava la verità. Noi la inquadrammo come una punizione… Non c’era un vero e proprio programma di protezione, solo era stato concesso il programma provvisorio dopo un anno e tre mesi che Spatuzza stava parlando… e questo programma provvisorio gli viene tolto. Quello che noi pensiamo in quel momento che è una punizione.
  • FAVA, presidente della Commissione. La sua sicurezza era garantita?
  • MAFFEI, legale del sig. Gaspare Spatuzza. Lui era super protetto, questo sì, il problema fu che lui non ebbe modo di contrattare la famiglia, di dare una sicurezza alla propria famiglia… non aveva un euro, nessun contributo, Presidente, per un anno e tre mesi non ha percepito alcun contributo.
  • FAVA, presidente della Commissione. Cosa disse poi il TAR quando raccolse il vostro ricorso e annullò la decisione della Commissione?
  • MAFFEI, legale del sig. Gaspare Spatuzza. Più o meno quello che le sto dicendo. Che a fronte di una frase che lui non aveva detto… semplicemente per un timore del momento, perché in quel momento, il Presidente del Consiglio era la persona che lui nominava…
  • FAVA, presidente della Commissione. Facciamo un passo indietro. Il 22 aprile del 2009 viene convocata una riunione dalla Direzione Nazionale Antimafia fra i rappresentanti di diverse procure. Spatuzza sta collaborando già da tempo, giusto?
  • MAFFEI, legale del sig. Gaspare Spatuzza. Sì.
  • FAVA, presidente della Commissione. La sua collaborazione inizia subito ricostruendo un’ipotesi investigativa completamente diversa su via D’Amelio, giusto?
  • MAFFEI, legale del sig. Gaspare Spatuzza. Esatto.
  • FAVA, presidente della Commissione. Lei ebbe modo poi di apprendere di questa riunione?
  • MAFFEI, legale del sig. Gaspare Spatuzza. Noi sappiamo dopo di questa riunione, non veniamo invitati… Sappiamo che Palermo non era d’accordo sul programma. E che Caltanissetta non era d’accordo sul programma.
  • FAVA, presidente della Commissione. Palermo e Caltanissetta non erano d’accordo.
  • MAFFEI, legale del sig. Gaspare Spatuzza. È così. Io vado a Palermo, parlo anche con il procuratore Messineo il quale mi fa capire che loro non sono contenti, non sono soddisfatti di questa collaborazione che tutto sommato lui a Palermo ha offerto poco o niente. Stessa impressione parlando con Caltanissetta… Spatuzza percepisce durante gli interrogatori una mancanza di fiducia, percepiamo che c’è qualcuno che ci rema contro…
  • FAVA, presidente della Commissione. E questo è il clima che lei trova sia a Palermo che a Caltanissetta?
  • MAFFEI, legale del sig. Gaspare Spatuzza. Sì. E che non troviamo invece a Firenze. Assolutamente.
  • FAVA, presidente della Commissione. Quand’è che c’è un cambio di clima a Caltanissetta su Spatuzza? Quand’è che cominciano a credergli?
  • MAFFEI, legale del sig. Gaspare Spatuzza. Quando ritrovano i reperti della macchina.
  • FAVA, presidente della Commissione. Senta, sull’arresto di Spatuzza c’è un particolare che ci è stato riferito anche dal dottor Grasso, quando l’abbiamo ascoltato nel 2018. Grasso dice che Spatuzza gli spiegò, durante quel colloquio investigativo, fatto pochi mesi dopo l’arresto, «…io non avevo intenzione né manifestavo alcuna volontà di resistere all’arresto, eppure sono stato preso a “pistolettate”». Spatuzza le ha mai parlato dell’episodio del suo arresto?
  • MAFFEI, legale del sig. Gaspare Spatuzza. Sì, nel senso che lui non oppose resistenza. E che fu un arresto molto violento, questo me lo ha detto.
  • SCHILLACI, componente della Commissione. Spatuzza le parlò mai di figure estranee a Cosa nostra nel garage di via Villasevaglios?
  • MAFFEI, legale del sig. Gaspare Spatuzza. Nel garage, sì, lui vede una figura che non gli torna, che non collega a personaggi che conosceva. Lui l’ha sempre definita un’ombra, una persona non appartenente alla cerchia.

SPATUZZA CONTRO SCARANTINO

La testimonianza dell’avvocato Maffei è preziosa nel restituirci la narrazione di un percorso insolitamente travagliato: perché Spatuzza non viene creduto. Non subito, almeno. Il collaboratore di giustizia che consente di smontare le falsità di Scarantino e l’impostura di un depistaggio durato diciassette anni, che aiuta ad individuare nel garage in cui viene preparata l’autobomba la presenza di un soggetto estraneo a Cosa nostra, che offre indicazioni certe e riscontri puntuali sulla strage di via D’Amelio, fatica ad ottenere ascolto. Al punto che la Commissione ministeriale gli nega in prima battuta il programma speciale di protezione, che gli verrà – nei fatti – garantito comunque dall’amministrazione penitenziaria, come ricorda in Commissione il dottor Sebastiano Ardita, oggi consigliere togato del Csm, all’epoca dei fatti Direttore dell’Ufficio detenuti del Dap.

  • ARDITA, Consigliere del CSM. Credo Spatuzza non dava adito a possibile, come dire, fraintendimento circa la sua propensione a una sincera e spontanea collaborazione con la giustizia. Lui disse sostanzialmente “avevo cominciato a dire delle cose che riguardavano la mia sfera di competenza, la mia dimensione di responsabilità e quella del mio gruppo prima di crescere di livello volevo avere la certezza di essere creduto”, che non è una risposta malvagia per uno che collabora con la giustizia.
  • FAVA, presidente della Commissione. Ci furono ripercussioni istituzionali con il Viminale dopo la vostra decisione dal Dap di non trasferirlo nel circuito carcerario normale?
  • ARDITA, magistrato. Guardi, non ce ne furono perché loro, secondo me, capirono perfettamente che non c’era dubbio sul fatto che noi dovessimo tenere quella linea. Nel senso che la competenza a mantenere le misure interne è proprio una competenza del Dipartimento penitenziario… Io ho agito come dovevo agire, ho assicurato gli organi giudiziari che avrei mantenuto le misure di prevenzioni integrali, intatte, dopodiché se avessero avuto qualcosa da ridire l’avrebbero detto al mio Ministro e il Ministro mi avrebbe dovuto, come dire, ascoltare su questo tema, come è avvenuto tantissime altre volte e devo dire quasi mai, ricordo, che di fronte ad una posizione tecnica sono stato smentito.

Ma l’incidente di percorso con la Commissione del Viminale (che è del 2010) ha un pregresso significativo.

Siamo nella primavera del 2009, Spatuzza collabora già da un anno. A partire dal 26 giugno 2008, la sua versione sui fatti di via D’Amelio, che smonta radicalmente il teorema Scarantino, è già stata offerta ai magistrati di Firenze, Caltanissetta e Palermo. Scarantino ha cominciato a riscrivere la storia della strage di via D’Amelio quando (quasi un anno dopo, il 22 aprile 2009) la DNA riunisce i magistrati di cinque procure (Firenze, Palermo, Caltanissetta, Reggio Calabria e Milano) per una prima valutazione su quella collaborazione e, soprattutto, per esprimere un parere sull’inserimento definitivo di Spatuzza nel programma di protezione. Il tenore di quella discussione è riportato nella richiesta di archiviazione della procura di Messina – poi accolta dal GIP – per i magistrati Anna Maria Palma e Carmelo Petralia. Leggiamo:

La circostanza che la Procura di Palermo avesse inizialmente assunto un atteggiamento cauto circa la rilevanza e l’attendibilità del contributo dichiarativo di Spatuzza ha trovato conferma nel contenuto di un verbale di riunione di coordinamento “delle indagini sulle stragi siciliane del 1992”, svoltasi presso la DNA il 22.04.2009. Il motivo di quella riunione (…) era rappresentato dalla necessità di valutare l’opportunità di richiedere un programma speciale di protezione a favore dello stesso Spatuzza e dei suoi familiari. In quel verbale sono riportati due interventi del dottor Di Matteo.

Nel primo si legge: “Il dottor Di Matteo ha pure rilevato che non sempre Spatuzza, a suo giudizio, ha affermato il vero; ha aggiunto che la collaborazione di Spatuzza, a suo giudizio, non è di particolare rilevanza (…)”.

Nel suo secondo intervento, sempre alla riunione del 22.04.2009, si legge: «Il dott. Di Matteo ha manifestato la sua contrarietà alla richiesta di piano provvisorio di protezione sia perché essa attribuirebbe alle dichiarazioni di Spatuzza una connotazione di attendibilità che ancora non hanno, sia perché le dichiarazioni di Spatuzza potrebbero mettere in discussione le ricostruzioni e le responsabilità delle stragi, ormai consacrate in sentenze irrevocabili, sia perché l’attribuzione, allo stato, di una connotazione di attendibilità alle dichiarazioni di Spatuzza potrebbe indurre l’opinione pubblica a ritenere che la ricostruzione dei fatti e le responsabilità di essi, accertate con sentenze irrevocabili, siano state affidate alle dichiarazioni di falsi pentiti protetti dallo Stato, e potrebbe, per tale ultima ragione, gettare discredito sulle istituzioni dello Stato, sul sistema di protezione dei collaboratori di giustizia e sugli stessi collaboratori della giustizia».

Rileggere questi verbali oggi, con la consapevolezza di quale castello di menzogne si fosse costruito muovendo dalle dichiarazioni di Scarantino, è allarmante. Si ritiene di non dover concedere il programma di protezione a Spatuzza perché la sua collaborazione «non è di particolare rilevanza» e soprattutto perché «potrebbe indurre l’opinione pubblica a ritenere che la ricostruzione dei fatti e le responsabilità di essi siano state affidate alle dichiarazioni di falsi pentiti». Che è esattamente ciò che era accaduto. E che proprio Spatuzza stava aiutando a svelare.

Non solo diciassette anni spesi ad inseguire e legittimare processualmente le fantasie d’un collaboratore di giustizia indottrinato, scegliendo di non fermarsi di fronte ad una incredibile progressione di contraddizioni (su cui abbiamo lungamente scritto nella precedente relazione); ma anche il tentativo di archiviare Spatuzza come un soggetto poco credibile, perfino dannoso nel momento in cui contribuisce a mettere in discussione verità ormai acclarate: il sospetto che quelle verità fossero una somma di mistificazioni continua ad essere un pensiero rimosso, fastidioso, dannoso. Che potrebbe gettare «discredito sulle istituzioni dello Stato».

A ventinove anni dalla morte di Paolo Borsellino, se discredito si è accumulato, è proprio per quel depistaggio che, ieri come oggi, puntava a fornire una lettura rapida e confortevole (solo mafia!) sulla morte di un magistrato e di cinque agenti di polizia. DOMANI 8.11.2021


La Dia sospetta interessi economici dietro le stragi ma incastrano il pupo  COMMISSIONE ANTIMAFIA ARS  – Il procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato, nel fornire un quadro generale di quella stagione, ha parlato di un rapporto della DIA, di fine 1993, in cui si delineava il quadro “economico politico finanziario” delle stragi, inviato alle procure di Palermo, Roma, Milano e Firenze. Si tratta del “Rapporto Oceano”, mai citato ed utilizzato nelle decine di inchieste che si sono succedute.

È utile, in appendice della nostra indagine, esaminare un’altra particolarità del depistaggio su via D’Amelio, che forse ne è anche la principale ragione: l’assenza, nella spiegazione del delitto Borsellino, di qualsiasi motivazione economica.

La procura di Caltanissetta dell’epoca, facendo sua, e imponendola all’opinione pubblica, la versione di Vincenzo Scarantino, ha fornito una ricostruzione dei fatti che spiega la strage di via D’Amelio unicamente con la volontà bestiale di vendetta di Cosa Nostra. E che Cosa nostra si sentiva talmente forte da poter affidare parte dell’organizzazione di quell’eccidio ad un soggetto marginale, praticamente analfabeta, con forti turbe psicologiche.

Ci sono voluti quasi vent’anni perché questa interpretazione dei fatti fosse smontata. Oggi il “versante economico” in cui avvennero le stragi è una delle ipotesi prese in considerazione.

Che Giovanni Falcone e Paolo Borsellino avessero al centro dei loro interessi investigativi la potenza economica e finanziaria di Cosa nostra è da lungo tempo assodato. Falcone era intervenuto con forza del processo – fatale per la mafia americana – Pizza Connection (prestando all’Fbi sia Buscetta che Contorno che si rivelarono testimoni fondamentali); aveva pubblicamente denunciato la “finanziarizzazione” di Cosa Nostra (l’entrata in borsa nel gruppo Gardini); seguiva con attenzione le vicende del grande flusso di denaro che Cosa Nostra aveva investito a Milano (era stato il tema del suo incontro con la procuratrice svizzera Carla Del Ponte, già nel 1988) ed era, ovviamente, molto interessato al rapporto dei Ros su mafia e appalti, che approfondiremo in questo capitolo e che apriva uno scenario: la conquista da parte di Cosa Nostra di una posizione quasi monopolistica nel settore del cemento e del calcestruzzo, con il coinvolgimento delle maggiori imprese italiane, da Calcestruzzi alle cooperative ravennati, da Italcementi a De Eccher, ad Astaldi, a Tordivalle, a Lodigiani, a Cogefar.

Eppure, la procura di Caltanissetta, nelle indagini sulle possibili cause della strage di via D’Amelio non è mai stata interessata a questi aspetti. Ha preferito perseguire, con tenacia e in spregio alla logica, l’assurda pista Scarantino

Il procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato, nel fornire un quadro generale di quella stagione, ha citato a questa Commissione un rapporto della DIA, di fine 1993, in cui si delineava il quadro “economico politico finanziario” delle stragi, che venne inviato alle procure di Palermo, Roma, Milano e Firenze. Si tratta del “Rapporto Oceano”, mai citato ed utilizzato nelle decine di inchieste che si sono succedute.

La nostra Commissione lo ha acquisito e qui ne riassume alcuni punti.

Nel marzo 1994, a poche settimane dal voto, in forma “strettamente riservata” e soggetti a un “rigoroso segreto istruttorio”, la Dia spediva a quattro procure (Palermo, Roma, Milano e Firenze) i risultati investigativi dell’operazione “Oceano”.

La Dia – Direzione investigativa antimafia – era la “Fbi italiana”, la struttura di polizia, alle dipendenze del ministero dell’Interno in cui per la prima volta si centralizzavano le indagini antimafia. Era stato il sogno di Giovanni Falcone ed era stata formata appena dopo la sua morte, per decreto del ministro della Giustizia Claudio Martelli. Capo della polizia era allora Vincenzo Parisi; ministro dell’Interno, Nicola Mancino. A firmare il rapporto, il capo reparto investigazioni giudiziarie Pippo Micalizio.

Il testo è di settanta pagine ed esamina lo stato delle indagini sulle stragi del 1992 e 1993. È densissimo di nomi, testimonianze e ricostruzioni che portano ad alcune certezze di fondo, che qui si sintetizzano.

Dietro le stragi di Firenze, Roma e Milano c’è sicuramente “la mano della Cosa nostra siciliana”, in associazione con altre organizzazioni mafiose, soprattutto la ’ndrangheta calabrese. Non solo Palermo, dunque, ma molto appoggio da Reggio Calabria, da Catania e soprattutto da Milano. L’obiettivo era “seminare il terrore e il panico” e indurre il governo ad allentare il 41 bis e a chiudere le carceri speciali di Pianosa e dell’Asinara.

Diversa, nel rapporto, la motivazione degli omicidi di Falcone e Borsellino: “richiesti” a Salvatore Riina da “personaggi importanti”, in cambio della promessa di una revisione del maxiprocesso che li aveva visti condannati. Cosa nostra, accettando l’offerta, sapeva benissimo di correre un rischio molto grande, data la prevedibile reazione dello Stato; ma la sua situazione interna era talmente drammatica da non poterla rifiutare. DOMANI 17.11.2021


Indagini, archiviazioni e quei nomi eccellenti che “spuntano” con ritardo – COMMISSIONE ANTIMAFIA ARS  – A febbraio del 1991 i Ros depositano una corposa informativa all’interno della quale, però, non ci sono nomi di politici. Partono le indagini ed arrivano i primi arresti. Ma già a giugno, la stampa aveva dato alcune anticipazioni su alcune intercettazioni che avrebbero riguardato soggetti politici. Quelle carte, spiega Scarpinato, non erano tra gli atti in possesso della Procura che di quei nomi eccellenti verrà a conoscenza solamente con la seconda informativa dei Ros, a settembre del 1992

«Dobbiamo fare presto» dice Borsellino a Di Pietro, senza fare, però, espresso riferimento all’inchiesta mafia-appalti. Più netta, sul punto, la testimonianza del dottor Alberto Di Pisa.

  • DI PISA, già magistrato. Io ricordo che in occasione della camera ardente allestita al Palazzo di Giustizia dopo la strage di Capaci ebbi con Borsellino un breve colloquio dinanzi alle bare di Falcone, della moglie e degli agenti della scorta. Io dissi a Borsellino che questa strage secondo me aveva una finalità destabilizzante. Borsellino mi corresse e mi disse «No, questa non è una strage destabilizzante, ma è una strage stabilizzante» nel senso che mirava a mantenere il sistema attuale e poi aggiunse: «Io intendo riaprire le indagini su mafia e appalti», quasi a volere stabilire un collegamento tra la strage e l’indagine sugli appalti…
  • A proposito della frenetica attività di Borsellino in quei 57 giorni, torniamo sull’audizione di Antonio Ingroia davanti a questa Commissione.
  • FAVA, presidente della Commissione. Perché c’era questa particolare attenzione di Borsellino sul dossier dei Ros?
  • INGROIA, già magistrato. Per i famosi diari (di Falcone, ndr.). Borsellino diceva: «Intanto sono sbalordito che Giovanni Falcone, che tanto aveva criticato post mortem Rocco Chinnici perché teneva i diari, anche lui avesse preso questa abitudine». Poi anche lui, Paolo, con l’agenda rossa… Evidentemente accade quando ci si trova in una situazione…
  • FAVA, presidente della Commissione. …di solitudine, forse.
  • INGROIA, già magistrato. Solitudine, o forse la sensazione della morte incombente… Insomma, Paolo mi dice: «se Giovanni lo ha fatto, evidentemente si tratta di cose particolarmente gravi e quindi io voglio approfondire. Se non lo farà la procura di Caltanissetta, lo faccio io informalmente e poi riporterò a Caltanissetta – questa era la sua idea – rigo per rigo, ogni cosa». E siccome ci sono passaggi nel diario di Falcone relativi al rapporto mafia-appalti, lui trova un motivo in più, che si aggiungeva già alle ragioni che aveva acquisito da Marsala, perché a Marsala lui aveva avuto la netta sensazione che a Palermo lo stavano insabbiando.

Sentiamo quale ricordo custodisce Ingroia su quella riunione del 14 luglio 1992.

  • INGROIA, già magistrato. I titolari di quel procedimento erano, la stragrande maggioranza, tutti delfini di Giammanco e quindi Borsellino doveva stare alla larga da quel tipo di indagine, che riguardava politica, mafia e appalti. Ricordo una battuta che Paolo fece a uno dei fedelissimi di Giammanco del tempo – non ricordo se era Pignatone o Lo Forte – disse: «voi non mi raccontate tutta la vera storia sul rapporto dei ROS». E aveva ragione.

DUE VERSIONI DELLO STESSO DOSSIER?  Borsellino è interessato per varie ragioni alla vicenda mafia-appalti. Ma davvero non si fida del lavoro svolto dai colleghi?

SCARPINATO, Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Palermo. Secondo me la scarsa fiducia c’era, perché c’erano cose che non si capivano, c’erano articoli di stampa che dicevano che c’erano nomi come De Michelis, come Mannino… e allora è chiaro che Paolo Borsellino diceva: «c’è qualcosa che non mi raccontate…». Non solo era un clima di sospetto di Paolo Borsellino ma un po’ di tutti i sostituti ed eravamo in difficoltà noi stessi, cioè, non è che ci è sfuggito qualche cosa? Non è che magari c’è qualche carta che non ci siamo letta? Qualcosa c’era, perché la stampa quando dava notizie, diceva cose vere, solo che quegli atti erano nell’ufficio dei Ros, non erano alla Procura di Palermo… a giugno c’è un articolo su De Michelis, e tu stampa come fai a sapere una cosa che io non so? C’è un articolo su Mannino nel luglio… e tu come fai a sapere una cosa che io non so? Qualcuno passava, dentro il Ros, notizia alla stampa. Notizie che rispondevano alla realtà perché quegli atti c’erano ma non erano alla Procura di Palermo… Proviamo a riassumere. A febbraio del 1991 i Ros depositano una corposa informativa all’interno della quale, però, non ci sono nomi di politici. Partono le indagini ed arrivano i primi arresti.  A luglio dello stesso anno, la procura conferisce ai Ros, e segnatamente al capitano De Donno, un’altra delega avente ad oggetto la Sirap. Ma già a giugno, la stampa aveva cominciato a fornire una serie di anticipazioni su alcune intercettazioni che avrebbero riguardato soggetti appartenenti al mondo della politica.  Quelle carte, spiega Scarpinato, non erano tra gli atti in possesso della Procura che di quei nomi eccellenti verrà a conoscenza solamente con la seconda informativa dei Ros, a settembre del 1992, dopo che a Palermo è successo veramente di tutto.  Ma come si spiega, allora, che la stampa fosse al corrente del coinvolgimento di alcuni soggetti ancor prima che tale circostanza fosse nota alla procura di Palermo? È un quesito che nel febbraio ’99, l’allora procuratore capo della Procura di Palermo, Giancarlo Caselli aveva condiviso con la Commissione nazionale antimafia attraverso la relazione redatta dai suoi sostituti.  Sembrano essere esistite due versioni dell’informativa mafia-appalti, e precisamente: una versione ufficiosa, oggetto di indiscrezioni giornalistiche e di illecite fughe di notizie, contenente specifici riferimenti ad esponenti politici di importanza nazionale, ed in particolare agli on. Salvo Lima, Rosario Nicolosi e Calogero Mannino; una versione ufficiale, quella consegnata il 20 febbraio 1991 nelle mani del dott. Giovanni Falcone, allora Procuratore aggiunto a Palermo; versione priva del benché minimo riferimento ai suddetti esponenti politici.

  • Chi poteva avere insieme la possibilità e l’autorità di epurare l’informativa, espungendo le fonti di prova riguardanti i politici De Michelis, Lima, Nicolosi, Mannino, Lombardo, prima che venisse consegnata, così epurata, alla Procura di Palermo?
  • Perché qualcuno ha deciso di operare queste omissioni?

IL RICORDO DI SCARPINATO  A distanza di ventidue anni abbiamo rivolto la stessa domanda al procuratore generale Scarpinato.

  • SCARPINATO, Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Palermo. Quando noi abbiamo l’informativa, nel febbraio ’91, non sappiamo che c’è una intercettazione tra Lima e un soggetto coinvolto negli appalti. Viene ucciso Lima, i Carabinieri non ci dicono niente, non ci dicono che esiste una intercettazione che riguarda Salvo Lima neppure dopo l’omicidio. Questa cosa come si spiega secondo lei? Nell’informativa del 1991, ben 900 pagine, non si citano queste intercettazioni: spuntano soltanto nel settembre del 1992 dopo che ci sono stati gli articoli di stampa in cui dice che la Procura di Palermo è insana… Cosa hanno fatto i Carabinieri? Quale è la scelta che hanno fatto? Io, sinceramente, questo non lo so. Quello che è inammissibile è che da parte di alcuni si spaccia l’archiviazione temporanea con l’archiviazione dell’inchiesta, tutta, che è un falso perché l’inchiesta non fu mai archiviata, continuò…

Scarpinato aggiunge che aveva informato personalmente Borsellino degli sviluppi dell’indagine. Lecito chiedergli se il procuratore aggiunto fosse stato messo a conoscenza o meno della richiesta di archiviazione avanzata il giorno prima della riunione del 14 luglio 1992. La risposta è affermativa.

  • FAVA, presidente della Commissione. Lei non c’era, ma i colleghi che erano presenti fecero sapere a Paolo Borsellino che alcune posizioni sarebbero state archiviate?
  • SCARPINATO, Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Palermo. Glielo avevo detto io: «abbiamo deciso di concentrarci su quelle posizioni forti in modo da avere la legittimazione della Corte di Cassazione…». Il problema quale era? Archiviare venti posizioni che poi si potevano riaprire in qualsiasi momento, perché la archiviazione è momentanea? Si disse dell’archiviazione di mafia-appalti: ma quando mai è stata archiviata mafia-appalti?

Lo avevamo detto in premessa: è una storia complessa, quella dell’inchiesta mafia-appalti. Del contrasto tra il Ros e la Procura della Repubblica di Palermo, se ne occuperà negli anni, a più riprese, l’Autorità di Giudiziaria di Caltanissetta. La vicenda si concluderà definitivamente soltanto il 15 marzo 2000 con l’ordinanza di archiviazione pronunciata dalla compianta dottoressa Gilda Loforti. È l’atto giudiziario che mette la parola fine allo scontro che il giornalista Felice Cavallaro racconta così in un suo pezzo. La guerra fra un pezzo della Procura di Palermo e un’ala del Ros dei Carabinieri, la guerra che per anni ha fatto sussultare i palazzi delle istituzioni, è finita ieri pomeriggio al sesto piano del tribunale di Caltanissetta con una sofferta archiviazione… è stata Gilda Loforti, il giudice delle indagini preliminari, a decidere che non si farà un processo né contro il capitano Giuseppe De Donno, né contro Guido Lo Forte, il magistrato un tempo vicino al procuratore Pietro Giammanco, poi vice di Caselli, e adesso di Pietro Grasso… Non ci sono né vincitori né vinti Ma perde certamente il pentito Angelo Siino, il “signore degli appalti” che è riuscito a trasformare in nemici De Donno e Lo Forte. Annullata, da una parte, la querela di quest’ultimo contro il capitano. E dall’altra, l’accusa di corruzione estesa, oltre che a Lo Forte, a tre suoi colleghi coinvolti dal ’91 in una telenovela giudiziaria dal canovaccio sempre più confuso: lo stesso Giammanco, Giuseppe Pignatone e Ignazio De Francisci. La materia dello scontro resta di una gravita assoluta. Il braccio di ferro ruota infatti sul nome della “talpa” che nel ’91 consegnò alla mafia e al leader democristiano Salvo Lima il rapporto dei carabinieri sugli appalti gestiti da Cosa nostra. La domanda ancora priva di risposta con questa archiviazione è semplice: chi fece uscire il dossier? I magistrati o gli stessi carabinieri? Questo il commento finale del procuratore generale Scarpinato, nel corso della sua audizione dinanzi questa Commissione.

SCARPINATO, Procuratore Generale presso la Corte d’Appello di Palermo. Una serie di falsità su questa storia è stata messa in giro proprio per creare un’artificiosa connessione di questa vicenda con la strage di via D’Amelio. Questo risponde all’interesse difensivo di alcuni imputati, e questo è pienamente legittimo, ma io credo che corrisponda all’interesse ulteriore di molti che hanno interesse a blindare la causale della strage di Via D’Amelio dentro Cosa nostra, tagliando fuori invece tutti pezzi deviati dei Servizi. Domani 16.11.2021


Un depistaggio iniziato ancora prima della morte di Paolo Borsellino  Il depistaggio sull’eccidio di via D’Amelio presenta, però, una caratteristica che lo rende diverso rispetto a tutti gli altri: è stato, sebbene solamente in parte, svelato. Ed è proprio ciò che lo rende, come ha evidenziato durante la sua audizione il procuratore generale Scarpinato, più che mai attuale.  La parola depistaggio è entrata a pieno titolo nel dizionario delle stragi di questo Paese, quale perfetto contrario dei termini verità e giustizia.  Il depistaggio sull’eccidio di via D’Amelio presenta, però, una caratteristica che lo rende diverso rispetto a tutti gli altri: è stato, sebbene solamente in parte, svelato. Ed è proprio ciò che lo rende, come ha evidenziato durante la sua audizione il procuratore generale Scarpinato, più che mai attuale.  Non deve stupire che oscuri meccanismi, oggi, si pongano strenuamente in difesa della ricostruzione falsa e consolatoria proposta da Scarantino e dai suoi suggeritori: allargare lo sguardo su cosa accadde in quei 57 giorni fra Capaci e via D’Amelio, sulle inquietudini del giudice Borsellino, su ciò che aveva intuito o saputo e che si preparava a dire; raccontare quella strage non come un ultimo disperato colpo di coda di Cosa nostra ma come il punto d’arrivo di un disegno più ambizioso e devastante per i destini del Paese: insomma, parlare di via D’Amelio sapendo di non poter parlare solo di mafia è cosa che fa ancora paura. A ventinove anni dalla morte di Paolo Borsellino, si preferisce che la corda pazza di quella strage non venga sfiorata. E i depistaggi, ieri come adesso, sono lo strumento più efficace. Come si costruisce una menzogna alla quale tutti – o comunque troppi –finiscono per credere? È stata la domanda che ci siamo posti all’atto di avviare questa seconda inchiesta. E qui ci siamo misurati con il significato plurale della parola “depistaggio”: non una trama sinistra ordita da uno sparuto manipolo di soggetti, ma un pensiero organizzato, spregiudicato, capace di una sua continuità ed impunità nel tempo, coperto da inconfessabili complicità. È grave che l’intelligence italiana abbia accettato – e continui ad accettare – di convivere con il sospetto di un terribile coinvolgimento dei suoi apparati in una delle pagine più nere della nostra storia. Un rischio collaterale sopportabile, a quanto pare. Non una voce, in questi anni, una preoccupazione, un disvelamento sulla catena di comando che portò il Sisde ad aver un ruolo da protagonista nelle prime battute di quel depistaggio; non una parola o un dubbio sui signori in giacca e cravatta che quella domenica pomeriggio si trovavano tra le fiamme di via D’Amelio alla ricerca dell’agenda rossa.

Vent’anni dalla strage di Capaci  Ma fu depistaggio anche tutto ciò che precedette quella maledetta domenica. Come il progressivo e calcolato isolamento, professionale e umano, cui fu sottoposto Paolo Borsellino. Aspetti, quelli legati ai rapporti con Giammanco e alla carenza del dispositivo di sicurezza intorno al magistrato, che avrebbero preteso puntuali approfondimenti da parte dell’Autorità Giudiziaria – come abbiamo evidenziato in molte pagine di questa relazione – ma che l’“invenzione” di Scarantino oscurò del tutto. E non si può, infine, tacere il senso di rassegnazione con cui in troppi hanno accolto ed accettato i silenzi di questi 29 anni, i ripetuti furti di verità, le forzature istituzionali, le ansie di carriera, i silenzi di chi avrebbe potuto dire. Come se davvero su questa storia e sulle responsabilità (non solo penali, lo ripetiamo!) che l’hanno accompagnata, occorresse rassegnarsi al silenzio. Questa seconda relazione della Commissione Antimafia dell’Ars – come la precedente – vuole essere anche questo: una sollecitazione civile a non abituarsi all’idea che la verità ci sia negata per sempre. DOMANI 20.11.2021

 


A cura  di Claudio Ramaccini Direttore Centro Studi Sociali contro le mafie – Progetto San Francesco