GASPARE SPATUZZA, U TIGNUSO

 

Gaspare Spatuzza, sì della Cassazione: per il pentito la libertà è più vicina

Il rinvio al tribunale di Sorveglianza che ora dovrà decidere. Può pesare l’incontro con il fratello di don Puglisi

Gaspare Spatuzza ha fatto un altro passo verso la libertà. La Corte di cassazione ha annullato l’ordinanza con cui il tribunale di sorveglianza gli aveva negato, nel settembre scorso, la liberazione condizionale, e ora la posizione del pentito che ha riscritto la storia delle stragi di mafia e smascherato i depistaggi sulla morte di Paolo Borsellino dovrà essere nuovamente valutata dai giudici che si occupano dei detenuti. Ma dopo la pronuncia della Cassazione la strada, se non obbligata, appare segnata.

Oltre all’avvocata Valeria Maffei, che assiste l’ex mafioso, è stata la Procura generale della Cassazione a sollecitare l’accoglimento del ricorso, sostenendo che la collaborazione con la giustizia resta lo strumento principale per valutare il percorso di allontanamento degli affiliati dalle organizzazioni criminali, e ottenere i benefici penitenziari. Nel caso specifico di Spatuzza, quellacollaborazione è stata particolarmente rilevante, giudicata più volte attendibile e proficua da Procure e Corti d’assise, fino a determinare la scarcerazione di sette ergastolani innocenti arrivata dopo lunghi anni di detenzione. Inoltre, nel suo caso, il pentimento avvenuto nel 2008, dopo 11 anni di reclusione, s’è aggiunto a una resipiscenza da considerarsi reale e credibile. Due elementi — collaborazione e «esternazioni di pentimento» accompagnate da «avvicinamento ai valori religiosi» — che il tribunale di sorveglianza aveva giudicato insufficienti per la liberazione; sia pure dopo 25 anni di reclusione effettiva (gli ultimi in detenzione domiciliare), che per la contabilità carceraria equivalgono a 30 scontati.

Le motivazioni con cui la Cassazione ha bocciato questo giudizio non sono ancora note, ma evidentemente è stata giudicata inadeguata e troppo generica la richiesta di «consolidamento del percorso attraverso un impegno concreto» attraverso manifestazioni «di riparazione e solidarietà sociale che consentano di valutare il cambiamento irreversibile della personalità, e di verificarne la completa rieducazione».

Tra gli elementi portati dalla difesa a dimostrazione della «condanna totale del proprio passato criminale» c’è pure l’incontro con il fratello di padre Pino Puglisi, il prete (oggi Beato) assassinato nel 1993 da un commando di cui faceva parte anche Spatuzza. Un fatto ignorato dai giudici di sorveglianza, lamentava l’avvocata nel suo ricorso: «Sembra che il tribunale abbia valutato in maniera preponderante un preconcetto negativo, ossia la storia criminale dello Spatuzza (ormai risalente a poco meno di trent’anni fa), a discapito di tutti gli elementi (attuali) favorevoli». Una sorta di «prova diabolica, laddove tutti gli elementi favorevoli alla concessione del beneficio sarebbero gli stessi anche fra anni e anni». Così non può essere, ha stabilito la Cassazione, e il killer pentito può sperare di tornare libero.

CORRIERE DELLA SERA 21.4.2022

 


Mafia, il pentito Gaspare Spatuzza chiede di tornare libero

Gaspare Spatuzza, killer pentito che ha portato alla luce i depistaggi sull’omicidio di Paolo Borsellino e riscritto la storia delle stragi di mafia, in cella da 25 anni, ha chiesto di essere scarcerato, ma al momento i giudici gli hanno negato la libertà.

La richiesta di scarcerazione approfondimento

Via D’Amelio, Cassazione: anomalie e zone d’ombra ma fu strage mafiosa

Secondo quanto ricostruito dal quotidiano, Spatuzza nel 2008 decise di collaborare con la giustizia (a 11 anni dall’arresto avvenuto nel 1997), ma il pentito, secondo il Tribunale di sorveglianza di Roma non ha ancora terminato il percorso di rieducazione, che anzi deve “consolidarsi”, nonostante le Procure e le Corti che l’hanno ascoltato abbiano garantito sulla sua attendibilità e sull’importanza del suo contributo. Oggi in Cassazione è fissata l’udienza sul ricorso contro l’ultimo diniego dei giudici. Al momento Spatuzza si trova ai domiciliari in una località segreta e l’unica strada possibile per uscirne è la liberazione condizionale.

 

La collaborazione di Spatuzza L’ultima intervista a Letizia Battaglia: la mafia ha ucciso i migliori Con le sue dichiarazioni, sempre secondo quanto riporta il Corriere, l’ex boss di Brancaccio ha scagionato le sette persone innocenti condannate all’ergastolo per la strage di via D’Amelio, scarcerati dopo lunghissime detenzioni, e fatto riaprire le indagini sui nuovi accordi tra mafia e politica siglati dai fratelli Graviano alla fine del 1993. “Ha chiamato in causa il partito di Silvio Berlusconi, con dichiarazioni considerate a volte non sufficientemente riscontrate, tuttavia le indagini sulle stragi del ’93 sono ancora in corso anche sulla base della sua collaborazione. E a Caltanissetta sono sotto processo i poliziotti accusati di aver estorto le bugie ai falsi pentiti sconfessati da Spatuzza”, spiega il quotidiano. Tutto questo, secondo l’avvocato di Spatuzza, non sarebbe stato valutato in maniera adeguata dai giudici di sorveglianza. Proprio per il contributo offerto, la Procura di Caltanissetta e la Direzione nazionale antimafia si sono dette favorevoli alla concessione della liberazione condizionale.

Dalla strage di Capaci alla scarcerazione: chi è Giovanni Brusca
Membro di spicco di Cosa Nostra e capo del mandamento di San Giuseppe Jato, il 31 maggio 2021 è uscito dal carcere dopo 25 anni. Da collaboratore di giustizia ha ammesso la sua responsabilità in oltre 100 omicidi, fra cui l’attentato in cui perse la vita il giudice Giovanni Falcone e l’omicidio del 12enne Giuseppe di Matteo, ucciso e sciolto nell’acido nel 1996


Gaspare Spatuzza nato a Palermo l’8 aprile del 1964, collaboratore di giustizia e già membro di Cosa nostra, affiliato alla Famiglia del quartiere Brancaccio di Palermo. Rapinatore e poi sicario, Gaspare Spatuzza, soprannominato “u Tignusu” (il Pelato) per la sua calvizie, era affiliato alla Famiglia di Brancaccio, guidata dai fratelli Filippo e Giuseppe Graviano. Si è autoaccusato di aver rubato la Fiat 126 che il 19 luglio 1992 venne impiegata come autobomba nella strage di via d’Amelio in cui furono uccisi il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta.  Cooptato da Salvatore Grigoli, fu tra gli esecutori materiali dell’omicidio di don Pino Puglisi del 15 settembre 1993, per il quale è stato condannato all’ergastolo con sentenza definitiva. È stato inoltre condannato per altri 40 omicidi tra cui quelli di Giuseppe e Salvatore Di Peri, Marcello Drago, Domingo Buscetta (nipote del pentito storico di Cosa nostra, Tommaso) e Salvatore Buscemi. Il 23 novembre 1993 rapì Giuseppe Di Matteo, figlio del collaboratore di giustizia Santino Di Matteo, che sarebbe stato ucciso dopo oltre due anni di prigionia. Arrestato il 2 luglio 1997 presso l’ospedale Cervello di Palermo, da allora è in carcere. Durante la detenzione, si è iscritto alla facoltà di Teologia.  

Chi sono – audio

Dall’estate 2008 Spatuzza si è dichiarato pentito ed è divenuto collaboratore di giustiziarilasciando diverse dichiarazioni in ordine alla strage di via d’Amelio, alle bombe del 1993 a Milano, Firenze e Roma e ai legami fra la mafia e il mondo politico-imprenditoriale. Il 4 dicembre 2009 ha deposto nell’ambito del processo d’appello al senatore Marcello Dell’Utri, precedentemente condannato a nove anni in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa. In tale circostanza ha dichiarato che nel 1994 la stagione delle bombe si fermò perché Giuseppe Graviano gli confidò, in una conversazione in un bar di via Veneto a Roma, di aver ottenuto tutto quello che voleva grazie ai contatti con Dell’Utri e, tramite lui, conSilvio Berlusconi . Secondo Berlusconi la deposizione di Spatuzza farebbe parte di una macchinazione ai suoi danni ; il Centro-destra ha espresso una diffusa solidarietà nei confronti del suo leader. L’11 dicembre Filippo Graviano ha negato in aula le affermazioni di Spatuzza, sostenendo di non aver mai avuto rapporti di alcun tipo con Dell’UtriGiuseppe Graviano decide invece di non rispondere alle domande dell’accusa lamentando problemi di salute dovuti al 41 bis. Nessuno dei due fratelli, poi, ribatte alla dichiarazione di Spatuzza sull’incontro nel gennaio del 1994. Gli inquirenti ritengono che gli atteggiamenti dei fratelli Graviano possano essere una sorta di avvertimento su possibili loro rivelazioni future in caso di mancati accordi.  Nel marzo 2010 è stato riconosciuto attendibile dalla procura di Firenze, in merito alle affermazioni che hanno reso possibile identificare un altro mafioso responsabile delle stragi del ’93Francesco Tagliavia, già in carcere con due ergastoli da scontare.  Nel giugno 2010, con una decisione giudicata “senza precedenti” dai pm di Caltanissetta e di Palermo, la Commissione Centrale del Viminale ha stabilito che Spatuzza non può essere ammesso al programma di protezione, essendo decorso il limite di 180 giorni entro cui un pentito è tenuto a riferire di fatti gravi di cui è a conoscenza. La proposta di protezione era stata avanzata contestualmente dalle procure di Firenze, Caltanissetta e Palermo che indagano sulla strage di via d’Amelio e sulle bombe del 1992-1993. Per Spatuzza, la Commissione ha invece confermato “le ordinarie misure di protezione ritenute adeguate al livello specifico di rischio segnalato”, decisione che ha suscitato stupore e indignazione di politici e magistrati. In una lettera inviata a L’Espresso a seguito della decisione del Viminale, Spatuzza si dice amareggiato ma fiducioso nelle istituzioni e disposto a continuare a collaborare, e commenta: “tutta la criminalità organizzata […] certamente sta gioendo e magari brindando a questa vittoria”. Nel settembre 2011 Gaspare Spatuzza è stato ammesso nel programma di protezione riservato ai collaboratori di giustizia. Nel dicembre 2011 Spatuzza, accompagnato dagli inquirenti, ripercorre i luoghi di Palermo in cui vent’anni prima fu protagonista nel rubare e preparare (col concorso di altri) l’auto 126 Fiat che sarebbe diventata l’ordigno deflagrato in via D’Amelio uccidendo il magistrato Borsellino con la sua scorta.

La strage di via D’Amelio – Auto-accusandosi della strage, ha portato alla luce la falsa ricostruzione giudiziaria fino ad allora allestita, obbligando gli inquirenti aricominciare a distanza di quasi vent’anni le indagini e di processi. I primi di luglio del 2008 venne aperto un nuovo procedimento, il numero 1595/08. Le indagini, condotte dal procuratore Sergio Lari, mostrarono fin dai primi riscontri la verità delle dichiarazioni del pentito. Dopo tre anni, le indagini svolte e avviate grazie alla sua collaborazione, confluirono in un verbale di quasi 1700 pagine il 13 ottobre 2015 il procuratore generale Roberto Scarpinatoavanzò alla Corte di Appello di Catania (competente sulla revisione dei processi celebrati a Caltanissetta) la richiesta di revisione dei processi Borsellino 1 e Borsellino bis e la richiesta di sospensione dell’esecuzione della pena nei confronti di undici condannati, di cui otto detenuti (all’ergastolo). Il 2 Marzo 2012 venne emessa un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Salvatore Mario Madonia, Vittorio Tutino, Salvatore Vitale, Gaspare Spatuzza, Maurizio Costa e Calogero Pulci. A Madonia, Tutino, Vitale e Spatuzza. I falsi pentiti Vincenzo ScarantinoFrancesco Andriotta e Calogero Pulci, su cui si erano basate le condanne del Processo Borsellino (definito da Sergio Lari «uno dei più clamorosi errori giudiziari o depistaggi della storia del nostro Paese»), vennero rinviati a giudizio per calunnia aggravata. A loro difesa, i falsi pentiti affermarono di essere stati costretti dagli inquirenti a rendere quelle dichiarazioni, suggeritegli attraverso violenze fisiche e verbali. Fece poi seguitoil processo depistaggio, tuttora in corso e la messa in stato di accusa di due magistratiSpatuzza fornì una ricostruzione della strage del tutto nuova: egli affermò innanzitutto di essere stato lui insieme a Vittorio Tutino a compiere il furto della Fiat 126, di averla “pulita”, cioè non riconoscibile, su ordine di Giuseppe Graviano, e di aver anche provveduto a farne sostituire l’impianto frenante poiché si era accorto che la vettura presentava alcuni problemi alla frizione ed ai freni. Inoltre raccontò di aver recuperato insieme a Tutino, la mattina del 18 luglio 1992, il materiale per predisporre il collegamento a distanza di detonazione della carica esplosiva: un “antennino” e due batterie. Più tardi Fifetto Cannella gli aveva fatto sapere che bisognava spostare l’auto e così aveva provveduto personalmente a guidare la 126 dal garage di corso dei Mille, dove era rimasta nascosta, ad un garage di via Villasevaglios in cui Cannella e Mangano lo avevano condotto.

Via D’Amelio e il furto della 126 – ll collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, all’epoca dei fatti  era pienamente inserito nella famiglia mafiosa di Brancaccio (famiglia egemone dell’omonimo mandamento, composto altresì da quelle di Ciaculli, Corso dei Mille e Roccella), sin dagli anni ’80, sebbene non fosse ancora ritualmente affiliato, come uomo d’onore. Infatti, come risulta anche dalle dichiarazioni degli altri collaboratori di giustizia  soltanto dopo l’arresto dei fratelli Giuseppe e Filippo Graviano (27 gennaio 1994) e quello di Antonino Mangano (24 giugno 1995), Gaspare Spatuzza diveniva uomo d’onore e veniva, contestualmente, investito (attesi i predetti arresti dei vertici della famiglia) della rappresentanza del mandamento mafioso di Brancaccio, su impulso e per volontà di Matteo Messina Denaro … LEGGI TUTTO

«Stagione delle stragi? Camorra e ’Ndrangheta erano d’accordo con noi» Il patto delle mafie contro lo Stato, il pentito Gaspare Spatuzza racconta del dialogo avuto in carcere con Filippo Graviano La strategia stragista portata avanti dai corleonesi non era andata giù alle nuove leve di ’ndranghetisti e camorristi. Le lamentele erano state raccolte anche da Gaspare Spatuzza – tra i protagonisti della stagione dell’attacco allo Stato, e poi passato a collaborare con la giustizia – e portate all’attenzione di Filippo Graviano. Sono alcuni degli aspetti che caratterizzano il complesso quadro del periodo più buio che forse la Nazione abbia mai attraversato. I verbali con le dichiarazioni dell’ex uomo d’onore della famiglia di Brancaccio, sono agli atti del processo imbastito sulla ’Ndrangheta stragista, procedimento che nelle scorse settimane si è concluso con l’ergastolo inflitto a Giuseppe Graviano (fratello di Filippo), e a Rocco Santo Filippone.  «L’accordo tra Cosa nostra e altre organizzazioni di stampo mafioso nel periodo delle stragi ho potuto dedurlo in quanto, nel 1998, nel carcere di Tolmezzo, Filippo Graviano ebbe a dirmi, a seguito di quanto io stesso gli avevo detto circa le rimostranza degli affiliati alla ’Ndrangheta e alla camorra sulla durezza del 41 bis, da imputarsi alla strategia stragista di Cosa nostra. Filippo Graviano mi disse che questi soggetti avevano ben poco da lamentarsi e che potevano chiedere spiegazione di quello che era successo, ai loro “padri”». Il mafioso, dunque, avrebbe invitato Spatuzza a non dare peso alle lamentele contro Cosa Nostra da parte di ’ndranghetisti e camorristi, che affermavano che le asprezze del carcere duro fossero conseguenza della strategia stragista dei siciliani. Ma cosa aveva voluto dire Graviano, con quella frase, che suona allo stesso tempo sinistra e sibillina? I «giovani» calabresi e campani, avrebbero dovuto prendersela con i loro «padri», nel senso che il patto era stato chiuso tra Cosa nostra, ’Ndrangheta e camorra in un periodo precedente.

I segreti di Spatuzza “Così uccide la mafia”Ti facciamo saltare. Con un missile terra-aria, che ci è arrivato dalla Jugoslavia”. Quella lettera anonima che nell’agosto del 1993 annunciava un attentato a Giancarlo Caselli, non era opera di un mitomane. Sedici anni dopo, il pentito Gaspare Spatuzza racconta che il lanciamissili per uccidere il procuratore era in suo possesso. Nelle centinaia di pagine di verbale che il collaboratore di giustizia che accusa Berlusconi e Dell’Utri ha riempito con i magistrati delle Procure di Palermo, Caltanissetta e Firenze ci sono vent’anni di orrori, dalle stragi ai dettagli raccapriccianti dell’uccisione del piccolo Giuseppe Di Matteo, dai progetti di sequestri di un altro bambino e dell’editore del “Giornale di Sicilia” Antonio Ardizzone per finanziare le stragi, fino alla verità sul mistero della “Natività” del Caravaggio, il prezioso dipinto rubato quarant’anni fa dagli uomini di Cosa nostra dall’oratorio di San Lorenzo a Palermo e mai ritrovato. Oggi, Gaspare Spatuzza rivela: “Ho saputo da Filippo Graviano nel carcere di Tolmezzo intorno al 1999 che il quadro era stato distrutto negli anni Ottanta. La tela era stata affidata ai Pullarà (capimafia della cosca di Santa Maria di Gesù), i quali l’avevano nascosta in una stalla, dove era stata rovinata, mangiata dai topi e dai maiali, e perciò venne bruciata”.

Il missile per Caselli “Tramite la ‘ndrangheta, la cosca dei Nirta, abbiamo acquistato delle armi, due mitra, due machine-pistole ed un lanciamissili. Era un carico di armi per fare un attentato al procuratore Caselli che avevamo saputo che si muoveva con un elicottero dell’elisoccorso che partiva dall’ospedale Cervello. Io avevo la reggenza del mandamento di Brancaccio e tramite Pietro Tagliavia mi dicono che devo “curarmi” Caselli. Questo lanciamissili era custodito in un magazzino della nostra famiglia che venne poi perquisito dalla Dia. Era nascosto nell’intercapedine di un divano e non fu trovato”. Siamo nel ’94, quando i fratelli Graviano vengono arrestati a Milano e Spatuzza assume la reggenza del mandamento. Qualche mese prima quel progetto di attentato era stato annunciato da ben quattro lettere anonime giunte alla Procura di Palermo con minacce di morte non solo per Caselli ma anche per tre imprenditori, uomini politici e per l’allora presidente della Regione, Giuseppe Campione. L’anonimo su Caselli, però, alla luce delle dichiarazioni di Spatuzza, era un segnale estremamente preciso. Recitava così: “Ti facciamo saltare. Con un missile terra-aria, che ci è arrivato dalla Jugoslavia. Spariamo contro l’elicottero che ti porta da Punta Raisi a Boccadifalco…”. 

Il figlio del pentito sciolto nell’acidoAl sequestro e all’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo, figlio undicenne del collaboratore di giustizia Santino Di Matteo, uno dei killer della strage di Capaci, parteciparono decine di “uomini d’onore” di diverse famiglie. La squadra di Gaspare Spatuzza fu quella che andò a prelevare il bambino in un maneggio. Il suo è un racconto che mise in crisi anche uomini con più di 40 delitti sulle spalle. “Siamo partiti da Brancaccio a bordo di una Croma. Eravamo io, Salvatore Grigoli, Francesco Giuliano. Luigi Giacalone e Cosimo Lo Nigro erano con un’altra macchina di copertura. Avevamo pistole ed un kalashnikov perché se c’era qualche problema… quindi siamo entrati in questo maneggio, avevamo le casacche della polizia, nessuno di noi conosceva questo bambino, quindi abbiamo chiesto, chiamavamo “Giuseppe, Giuseppe”. Il bambino dice: “Io sono”. Ci siamo avvicinati e gli abbiamo detto: “Dobbiamo andare da papà e sto bambino si è fatto avanti, perché rappresentavamo per lui la sua salvezza. Lo abbiamo portato in macchina e siamo usciti, gli abbiamo detto che si doveva nascondere bene, perché “siamo qui per te, per tuo papà”. E questo bambino ha detto: “Ah, papà mio..”. E io gli ho risposto: “Sei contento che devi andare da papà?”. “Sì, papà mio, amore mio”, una frase così toccante che sul momento non ci fai caso, poi però…”. Spatuzza racconta del lungo viaggio del bambino, rinchiuso in un Fiorino, verso la sua prima prigione dove sarebbe stato rilevato da uomini di un’altra cosca che non dovevano neanche conoscere l’identità di quelli che lo avevano prelevato. “I nuovi carcerieri lo volevano legare, noi eravamo risentiti, perché noi sì lo dovevamo sequestrare, ma trattarlo bene”. Il piccolo Giuseppe, un anno e mezzo dopo, quando la Cassazione rese definitivi gli ergastoli per la strage di Capaci, fu strangolato e sciolto nell’acido per ordine di Giovanni Brusca.
I sequestri per finanziare le stragi Dopo le bombe di via dei Georgofili a Firenze, Giuseppe Graviano dà ordine ai suoi di progettare due sequestri di persona, quello dell’editore del Giornale di Sicilia, Antonio Ardizzone, e quello di un bambino di sette anni, nipote di un industriale dell’argento di Brancaccio, che non aveva voluto pagare il pizzo. Ecco il racconto di Spatuzza: “Si doveva sequestrare il proprietario del Giornale di Sicilia, Ardizzone si chiama, mi sembra, e un bambino di 7-8 anni, il nipote di D’Agostino, un argentiere della zona industriale di Brancaccio, che non aveva pagato il pizzo e che minacciava di rivolgersi ai suoi cugini americani per farci tirare le orecchie. Dovevamo portarli fuori, in uno scantinato a Misilmeri. Graviano ci disse che questi sequestri servivano per finanziare altre stragi. Eravamo senza soldi, per la strage di Firenze ci dividemmo dai 10 ai 5 milioni ciascuno e per le stragi successive c’erano problemi finanziari”. Ai pm che osservano che la famiglia di Brancaccio era una delle più ricche, Spatuzza replica: “Una cosa è pigliare dal nostro, un’altra cosa…” E poi racconta di quel piccolo tesoro in lingotti d’oro sepolto in un agrumeto di Ciaculli: “C’eravamo andati per nascondere delle armi e lì abbiamo trovato l’oro del Monte di Pietà, che era stato rubato, l’oro nostro, anche di mia madre sicuramente, di molti palermitani perché chi è palermitano, chi è che non ha l’oro al Monte di Pietà?”.
Il giallo della moglie di Bagarella È proprio scavando sotto gli aranci di Ciaculli che Spatuzza si imbatte in un indumento appartenuto a Vincenzina Marchese, moglie del boss corleonese Leoluca Bagarella, morta in circostanze mai chiarite senza che il suo corpo sia mai stato ritrovato. L’autista di Bagarella, Antonio Calvaruso, poi pentitosi, raccontò che la donna si era suicidata perché non riusciva ad avere figli. Ora Spatuzza aggiunge: “Vedo un sacchetto di plastica – ricorda Spatuzza – lo apro e trovo una vestaglia lunga, da notte, con macchie nelle parti intime. Era piegata bene, non era messa lì a casaccio e mi sono chiesto a chi apparteneva. Poi mi sono ricordato della moglie di Bagarella perché io e altri abbiamo sotterrato questa signora, questa povera donna e posso dire che quella vestaglia apparteneva a quella signora”.
L’omicidio di Don Puglisi  Spatuzza ha partecipato, insieme all’altro killer pentito Salvatore Grigoli, al delitto del parroco di Brancaccio Pino Puglisi e racconta alcuni retroscena inediti. Tutto comincia con il sospetto che nella chiesa di San Ciro si muovano degli infiltrati della polizia. “Addirittura si sospettava delle suore che potevano essere infiltrate perché avevano la possibilità di muoversi all’interno delle case del quartiere e quindi potevano anche piazzare delle microspie. Padre Puglisi non si era “incanalato”, stava cercando di fare tutto a modo suo e quello che si fa nel quartiere invece deve partire dalla “famiglia” che gestisce tutto. Don Puglisi si doveva uccidere simulando un incidente stradale, quindi io mi metto a cercare per rintracciare il prete, mi organizzo per cercare di simulare un incidente, ho fatto quattro-cinque tentativi per investirlo ma non sono andati a buon fine. E allora Giuseppe Graviano mi disse di ucciderlo con la pistola”. Come già raccontato da Grigoli, anche Spatuzza ricorda le ultime parole del sacerdote davanti ai suoi killer: “Dovevamo simulare una rapina. Lui era fermo al portone di ingresso di casa sua. Lo accostiamo, io da sinistra e Grigoli da destra. Gli puntiamo la pistola e gli diciamo: “Questa è una rapina”. Lui si gira e dice: “L’avevo capito”. Gli prendiamo la borsa che aveva nelle mani e Grigoli gli ha tirato un colpo in testa e siamo andati via”. L’omicidio Puglisi provocò una stretta investigativa su Brancaccio e per cercare di depistare le indagini i Graviano decisero di uccidere un giovane rapinatore del quartiere, Diego Alaimo, il cui corpo fu poi abbandonato vicino la chiesa. “Volevamo dare un segnale per far credere che era lui il responsabile dell’omicidio di padre Puglisi e che la mafia lo aveva punito”.
Il pizzo sui beni confiscatiL’hotel San Paolo Palace, di via Messina Marine, confiscato al costruttore Gianni Ienna, prestanome dei Graviano e fondatore di uno dei primi club di Forza Italia, secondo i magistrati di Palermo, era uno dei beni occulti dei boss di Brancaccio. Ora Spatuzza racconta che persino l’amministrazione giudiziaria fu costretta a pagare il pizzo ai Graviano: “Questo dava all’epoca 20 milioni al mese, un mese alla famiglia Graviano, un mese ai Tagliavia. Poi l’albergo era stato sequestrato e c’erano problemi per fare uscire questi 20 milioni perché c’era la gestione del curatore, comunque questi soldi uscivano sempre”. Quanto al costruttore Gianni Ienna, Spatuzza rivela che “era stato autorizzato dai Graviano a farsi pentito per salvare il salvabile. Era stato autorizzato e quindi poteva camminare libero a Brancaccio. Me lo disse Filippo Graviano nel carcere di Tolmezzo”.
Giornalista Rai e l’imprenditore nel mirinoSpatuzza racconta di altri due progetti di omicidio commissionatigli dai Graviano e poi non portati a termine. “Il gruppo di fuoco che gestivo io a quell’epoca (1994, ndr) era stato incaricato di seguire gli spostamenti di un giornalista, si chiama D’Anna, della Rai. Io neanche lo conoscevo. Vittorio Tutino, che era latitante, mi spiega che era stato incaricato di passare alla fase esecutiva di questi due omicidi, quello del giornalista e quello di Giorgio Inglese, proprietario della vecchia Indomar, concessionaria Renault poi acquistata dai fratelli Graviano”. 09 dicembre 2009 – La Repubblica di FRANCESCO VIVIANO e ALESSANDRA ZINITI


Audio processo rapimento e omicidio Giuseppe Di Matteo – 2011

 IL CONFRONTO IN AULA DURANTE IL PROCESSO PER L’OMICIDIO DEL PICCOLO GIUSEPPE DI MATTEO  L’accusa i Spatuzza a Graviano:  «Mi hai fatto uccidere un bambino»  «Noi abbiamo fatto cose mostruose. Ricordati che mi hai fatto uccidere un bambino che non è mai venuto al mondo. Io l’ho chiamato Tobia per avere un punto di riferimento». Così il pentito Gaspare Spatuzza affronta in aula, durante il processo per l’omicidio del piccolo Giuseppe Di Matteo, il boss Giuseppe Graviano. «Speravo che davanti a questa tragedia del piccolo Di Matteo ti vergognassi, restassi in silenzio». Spatuzza poi racconta un episodio inedito: e cioè di essere stato costretto da Graviano a fare abortire una ragazza messa incinta da un uomo d’onore. «Me l’hai fatta sequestrare – ha aggiunto – e mi hai indotto a procurarle un aborto». Graviano, molto teso, ha negato tutto. Spatuzza ha anche ricordato le decine di omicidi di parenti di pentiti ordinati da Graviano. «Con tuo fratello Filippo – ha aggiunto – abbiamo avuto un confronto bellissimo (il pentito allude al confronto avvenuto davanti ai Pm di Firenze con Filippo Graviano, ndr). Lui non mi ha detto che mentivo, mi ha detto ‘pensi male’». E poi lo ha esortato: «Ma dilla la verità. Ci sono persone che stanno qua a difendere l’indifendibile. Mi viene difficile entrare nella mente di queste persone». Aggiungendo: «Oggi è l’8 marzo, domani inizierà la quaresima, sarebbe un bellissimo inizio per lui se confermasse la verità e desse un bell’esempio di pentimento onesto e sincero». All’inizio del confronto, Graviano ha salutato Spatuzza in modo confidenziale, dicendo «Ciao Gaspare». Dopo aver risposto al saluto con un altro «Ciao», Spatuzza ha detto a Graviano «Mi dia del lei».

GRAVIANO – «Io in vita mia non ho mai odiato nessuno e non ho mai fatto niente di male» ha detto Giuseppe Graviano. «Non ostacolerò la sua scelta – ha detto Graviano rispondendo all’appello di Spatuzza che gli aveva chiesto di dire la verità – Lui può fare quello che vuole, a me non interessa. Piuttosto gli chiedo di far emergere che tra noi ci sono stati dei contrasti».

GRIGOLI – Nella prima parte dell’udienza sono stati messi a confronto i racconti tra il collaboratore di giustizia e un altro pentito: Salvatore Grigoli. Spatuzza ha ripercorso i momenti precedenti al sequestro e all’omicidio del piccolo puntualizzando anche gli incontri che ha avuto con Graviano. «Il 15 settembre del ’93 – ha detto – viene ucciso don Puglisi e prima di lì si è costituito il gruppo di fuoco. Io colloco prima del 15 settembre l’incontro di Misilmeri (quello preparatorio al sequestro del bambino, ndr)». All’inizio c’è stato uno scambio di battute tra Salvatore Grigoli e Gaspare Spatuzza. I due pentiti sono stati messi a confronto, davanti alla Corte d’assise di Palermo per chiarire alcune divergenze nella ricostruzione del rapimento di Giuseppe Di Matteo, figlio di un pentito ucciso e sciolto nell’acido. Spatuzza, prendendo la parola, ha detto: «Nei confronti di Grigoli avevo sentimenti di odio, ma ora voglio stringergli la mano. Siamo circondati da odio, la chiamano fratellanza ma la nostra non è fratellanza. Io lo volevo uccidere». Grigoli, a sua volta, ha detto: «Anche io lo odiavo, ma ora non più da quando ho saputo del suo cambiamento».

I COMPLIMENTI – Sull’omicidio del piccolo Di Matteo Grigoli afferma: «Non ricordo bene, oggi. Un po’ perché voglio dimenticare, tutto. Un po’ perché sono passati 18 anni». Replica Spatuzza: «Siamo circondati da odio e inimicizia dentro le nostre famiglie, altro che fratellanza. Non è questa la fratellanza. Siamo qui per chiarire e restituire la verità alla storia». Riprende Grigoli: «Graviano incontrandomi mi fece i complimenti e disse di avere sentito parlare bene di me». Il presidente della corte chiede: «Per quale motivo?». «Per gli omicidi che avevo commesso, non aveva sentito parlare di me perché mi ero laureato», risponde. Due sono gli argomenti sui quali i racconti dei pentiti erano divergenti: uno è relativo alla presenza di Francesco Giuliano, uno dei presunti sequestratori del bambino, al momento del rapimento. Mentre Grigoli aveva detto che Giuliano attendeva in macchina mentre il commando di Cosa Nostra, travestito da poliziotti, prelevava Di Matteo dal maneggio di Altofonte (PA), Spatuzza ha sostenuto che l’imputato era con lui quando avvicinarono la vittima. Il secondo aspetto in cui le due versioni non coincidono è relativo alle tappe seguite dal commando dopo il rapimento. Per Spatuzza, dopo il sequestro, i mafiosi si sono recati immediatamente in un magazzino di Misilmeri (PA), dove li aspettava il Fiorino su cui poi il bimbo venne caricato; mentre per Grigoli i rapitori prima di andare a Misilmeri si sarebbero recati in un villino dove, mesi prima, il boss Giuseppe Graviano gli aveva dato ordine di sequestrare il bambino. Sul primo punto Grigoli ha ammesso che, possibilmente, la versione esatta è quella di Spatuzza. «Anche io, inizialmente – ha spiegato – avevo dato quella versione, allora avevo ricordi più freschi. Quindi probabilmente ha ragione Spatuzza». Anche sul secondo aspetto le divergenze si sono composte. «Spatuzza ricorda meglio – ha detto Grigoli – anche perchè lui per questo questo processo ha fatto mente locale e si è preparato». 8.3.2011 Corriere della Sera


Strage via Palestro, Spatuzza: “Quei cinque morti furono un incidente di percorso” “I cinque morti dell’attentato di via Palestro furono un incidente di percorso”. Sono queste le parole di Gaspare Spatuzza che torna a testimoniare in un’aula di giustizia. Lo fa al processo contro Filippo Marcello Tutino, il presunto basista della strage mafiosa di via Palestro, avvenuta a Milano la notte del 27 luglio 1993, nella quale morirono il vigile urbano Alessandro Ferrari, i vigili del fuoco Carlo La CatenaSergio Pasotto e Stefano Picerno e un cittadino marocchino senzatetto, Moussafir Driss. “L’obiettivo in via Palestro e in via dei Georgofili a Firenze erano i monumenti, non le vite umane – ha proseguito il pentito – Quello che avvenne erano conseguenze non cercate”. Queste le parole pronunciate dal killer di Brancaccio, oggi collaboratore di giustizia, durante la videoconferenza tra l’aula del Tribunale di Milano dove si celebra il processo e il carcere in cui è detenuto. “Abbiamo fatto cose orribili, accusare Marcello Tutino è doloroso ma per me è un onore essere qui a testimoniare, anche per giustizia nei confronti dei familiari delle vittime”. “Sono responsabile di una quarantina di omicidi, chiedo perdono alla città, alle vittime e ai loro familiari”, ha continuato Spatuzza, citato come teste dal pm milanese Paolo StorariU tignusu – questo il soprannome di Spatuzza – è stato uomo di fiducia dei fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, considerati, insieme a Totò Riina, Leoluca Bagarella, al latitante Matteo Messina Denaro e altri boss, i mandanti degli attentati organizzati da Cosa Nostra in Continente tra il ’92 e il ’93. Ma dal 2008 Spatuzza è anche uno tra i collaboratori di giustizia che sta fornendo ai magistrati di Palermo, Milano, Firenze e Caltanissetta maggiori dettagli sulla stagione stragista della mafia corleonese, messa in atto – secondo i pm siciliani – sullo sfondo della Trattativa tra mafia e pezzi dello Stato. E proprio Spatuzza ha ricostruito oggi in aula la pianificazione delle stragi di Capaci e di via D’Amelio, e dell’attentato di via Fauro a Roma contro Costanzo, che “aveva preso posizione contro Cosa Nostra”. Rispondendo alle domande del pm Storari, si è soffermato anche sulla progettazione del fallito attentato allo Stadio Olimpico di Roma del 23 gennaio 1994. “Abbiamo mescolato all’esplosivo tondini di ferro – ha raccontato il killer – perché ci hanno detto che avremmo dovuto fare più male possibile. La direttiva – ha proseguito – era quella di uccidere oltre 100 carabinieri”. Spatuzza ha poi confermato il ruolo che i fratelli Vittorio e Marcello Tutinoavrebbero svolto nella strage di via Palestro. “Siamo cresciuti insieme – ha raccontato – c’era una bellissima amicizia, di più, una fratellanza. Cristianamente li considero ancora miei fratelli, con cui ho condiviso delle scelte sbagliate, anche se ora non condivido più i loro ideali, i loro sentimenti”. Stando alla ricostruzione di Spatuzza, Marcello Tutino sarebbe stato scelto come basista “perché conosceva Milano” e avrebbe portato il commando in piazza Duomo a prendere l’esplosivo. Avrebbe avuto così la possibilità di “riabilitarsi” di fronte a Cosa Nostra dopo che aveva fatto sparire uncarico di sigarettea Palermo intascandosi i soldi. Tutino, dopo essere andato in Stazione Centrale a prendere Spatuzza (poi rientrato a Roma e non presente alla strage), avrebbe rubato in zona Bovisa la Fiat Uno poi saltata in aria alle 23 di quel giorno. Proprio Tutino era l’ultimo uomo del commando che pianificò e mise in atto una delle stragi più oscure di quegli anni, dopo quelle di via Fauro a Roma – contro il giornalista Maurizio Costanzo via dei Georgofili a Firenze, e le autobombe scoppiate quella stessa notte del 27 luglio ’93 nella Capitale, davanti alle basiliche di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro. Sono stati gli uomini della squadra mobile milanese, guidata da Alessandro Giulianoad arrivare a Tutino e ad arrestarlo il 13 gennaio 2014, quando l’uomo, classe ’61, si trovava già nel carcere milanese di Opera. Su di lui le indagini partirono tre anni fa, proprio grazie alle dichiarazioni di Spatuzza che oggi in aula a Milano ha spiegato i motivi che lo hanno spinto a fornire dettagli sula stagione stragista ai magistrati: “Ho deciso di collaborare per fare giustizia, e ora quando vado a letto mi sento onesto e in pace perché tutto quello che posso fare per la legge lo sto facendo, poi mi metto nelle mani di Dio”, ha aggiunto l’assassino di don Pino Puglisi, rispondendo a una domanda del giudice Guido Piffer, presidente della prima Corte d’Assise di Milano. “Ho partecipato a cose mostruose e ho avuto un’esperienza terribile – ha proseguito – abbiamo venduto l’anima a Satana. Ora mi sto liberando del male che portavo dentro iniziando un percorso sofferto di ravvedimento e prendendo le distanze da tutto quello che rappresentava per me l’ambiente nel quale ho sempre vissuto”. Spatuzza ha raccontato che dal 2008, quando ha deciso di pentirsi, “sono iniziati anni più sofferti” rispetto a quelli della detenzione con il regime del 41 bis. Il testimone ha spiegato quindi che continuerà sempre a “chiedere perdono” per le vittime delle stragi di mafia tra cui “due piccoli angeli”, le sorelline Nencioni, morte nella strage di Firenze. IL FATTO QUOTIDIANO 30.9.2014


Spatuzza: “Don Puglisi ucciso perché voleva il nostro territorio”Il collaboratore di giustizia durante l’udienza a Roma per il processo sulla trattativa Stato-mafia racconta al pm Di Matteo il movente dell’omicidio del prete antimafia ucciso nel 93 nel quartiere palermitano di Brancaccio. Poi torna sulla figura misteriosa che partecipò alla preparazione dell’attentato di via D’Amelio: “Negli anni ho provato a identificarlo, ma non ci sono riuscito” Don Pino Puglisi con il suo impegno e la sua lotta “voleva impossessarsi del territorio di Cosa nostra”. Per questo – racconta il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza – venne ucciso il 15 settembre del 1993, giorno del suo 56° compleanno. Fu proprio Spatuzza, all’epoca killer dei fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, a sparare al parroco del quartiere Brancaccio di Palermo, feudo di una delle famiglie più fedeli a Totò Riina. Ma il pentito, nella sua deposizione al processo sulla trattativa Stato-mafia nell’aula bunker del carcere romano di Rebibbia, si sofferma su altri tasselli della strategia mafiosa contro lo Stato, che secondo i magistrati di Palermo servirono a comporre il puzzle della trattativa. Rispondendo alle domande del pm palermitano Nino Di Matteo, l’ex soldato torna a parlare di quell’uomo misterioso, “esterno all’organizzazione”, che seguì la preparazione dell’attentato contro Paolo Borsellino; e torna a parlare degli attentati compiuti dalla piovra nel 1993 fuori dalla Sicilia.

“Don Puglisi minaccia per Cosa nostra”Il prete, con le use iniziative che puntavano a sottrarre i ragazzi del quartiere dalle mire di Cosa nostra, rappresentava una minaccia troppo pericolosa per i boss. E per questo – ammette il pentito – “abbiamo deciso di ucciderlo”. Uno dei testimoni chiave del dibattimento torna a descrivere i retroscena di quel delitto e racconta di aver prima “pensato di simulare un incidente” e poi di aver deciso “di ucciderlo in quel modo” (padre Puglisi venne assassinato in piazza, ndr). L’ex soldato dei Graviano sviscera davanti ai giudici della Corte d’Assise di Palermo i dettagli per pianificare l’agguato. “Abbiamo iniziato delle osservazioni – prosegue Spatuzza – poi abbiamo infiltrato nell’associazione di don Puglisi una persona, io certo non potevo farlo perché in Chiesa non ci andavo e la mia presenza poteva dare sospetti”.di RQuotidiano| 13 MARZO 2014


Spatuzza, il nuovo capomandamento. Sulla figura del collaborante Grigoli Salvatore e sulla sua attendibilità intrinseca ed estrinseca, si sono soffermati a lungo i primi giudici, sul rilievo che il fulcro dell’accusa ruota attorno alle sue dichiarazioni auto ed etero accusatorie. Il Grigoli, soprannominato “il cacciatore” o “il ricciolino”, ha avuto un ruolo di spicco all’interno dell’organizzazione criminale denominata “Cosa Nostra”; in particolare in quella articolazione operante nella difficile realtà del quartiere Brancaccio, della quale è stato un feroce “super killer”. “Membro stabile dell’apparato militare del mandamento, dedito all’attività di killer abituale, abilitato ed adibito all’uso consueto delle armi, in un ambiente che egli presenta come una fabbrica inarrestabile di violenza, il predetto imputato ha confessato i delitti commessi e si è professato affidabile professionista del crimine per qualità ed attitudini personali, responsabile di gravi misfatti, ciascuno dei quali tappa di un’escalation delinquenziale finalizzata all’organico inserimento, per speciali meriti criminali, nel tessuto organizzativo dell’ente mafioso, proteso nella scalata all’oligarchia elitaria del mandamento” di Brancaccio. Egli, nonostante non fosse stato ritualmente affiliato, oltre che commettere omicidi ed altre azioni delittuose nell’interesse dell’organizzazione criminale, ha partecipato anche ad appuntamenti con vari esponenti di massimo livello dell’associazione mafiosa, quali Bagarella Leoluca, Messina Denaro Matteo, Virga Rodolfo, Nicolò Di Trapani, Guastella ed altri, con i quali è entrato altresì in contatto. In effetti egli era un “riservato”: infatti – secondo il suo assunto – non veniva presentato ad alcuno ma accompagnava i maggiori esponenti del sodalizio mafioso locale e godeva della loro massima ed incondizionata fiducia. Come detto, pur facendo parte, a tutti gli effetti, dell’organizzazione “Cosa Nostra”, non era stato mai formalmente affiliato, nonostante che questa fosse stata una sua non dissimulata aspirazione, ostandovi, tra l’altro, il fatto che era imparentato con un esponente delle forze dell’ordine (un suo cognato era un poliziotto in attività di servizio in territorio adeguatamente lontano). Originario della via Giafar, nel cuore di Brancaccio, Grigoli Salvatore, prima di essere cooptato in “Cosa Nostra”, aveva esercitato l’attività di commerciante. In precedenza aveva lavorato anche presso un’impresa, ma ben presto era stato licenziato per cessata attività. In questo periodo, per sfamare la famiglia aveva cominciato a delinquere, frequentando Giacalone Luigi; altro malavitoso del quartiere. Aveva partecipato ad una rapina in una gioielleria e dopo, nell’anno 1986 – sempre secondo quanto da lui stesso riferito – era stato avvicinato da Filippo Quartararo e da Mangano Antonino, soggetti appartenenti all’associazione mafiosa, i quali gli avevano commissionato vari delitti che egli aveva regolarmente commesso. Aveva fatto anche da autista e guardaspalle a tale Giovanni Sucato da Villabate, soprannominato il “mago dei soldi”, in seguito trovato bruciato all’interno della sua autovettura Volkswagen Polo lungo la strada statale Palermo-Agrigento il 30 maggio 1996. Il Sucato, era stato l’organizzatore di una maxi-truffa: aveva, infatti, raccolto dagli scommettitori un’ingente quantità di denaro, che alla fine era stata incamerata da Mangano Antonino, da Quartararo Filippo e da Giovanni Torregrossa. Grigoli Salvatore conosceva all’epoca il Mangano, il quale abitava nella sua stessa borgata, e tra loro era nata “una sorta di amicizia, anche perché lui (Mangano) si conosceva già da prima con Giacalone Luigi”. Allo stesso modo aveva conosciuto Quartararo Filippo, uomo d’onore della famiglia di Brancaccio. Per loro tramite aveva conosciuto altri uomini d’onore, iniziando a commettere, per conto dell’organizzazione, dapprima piccoli reati, (come attentati incendiari di macchine e negozi) dando poi la scalata al vertice criminale, divenendo killer del gruppo di fuoco del mandamento di Brancaccio, i cui capi erano i fratelli Graviano, Giuseppe e Filippo. Aveva commesso il suo primo omicidio nell’anno 1989, quando aveva l’età di ventiquattro anni e ne erano seguiti molti altri. Secondo il suo assunto, a capo del gruppo di fuoco, quando Graviano Giuseppe era stato arrestato, era succeduto Antonino Mangano, il quale lo aveva aggregato ad una formazione specializzata nel commettere omicidi all’interno del mandamento di Brancaccio. Già allora facevano parte di tale formazione Gaspare Spatuzza, Francesco Giuliano, Cosimo Lo Nigro, Luigi Giacalone, Vittorio Tutino; dopo l’avvento del Mangano si sono aggiunti Pietro Romeo e Pasquale Di Filippo. Secondo Grigoli, Mangano Antonino, che è stato a capo del “gruppo di fuoco”, organizzava i singoli omicidi, impartendo ordini e specificandone le modalità esecutive, pur se trattavasi di azioni delittuose commissionate direttamente dai Graviano. Il gruppo di fuoco disponeva di diverse basi operative nonché di una nutrita dotazione di armi e munizioni, la maggior parte delle quali, allorchè detto gruppo operava sotto le direttive dei Graviano, era custodita dal mandamento di Brancaccio-Ciaculli, mentre il resto era nella disponibilità di quella di Corso dei Mille. La composizione del medesimo gruppo nelle varie imprese criminali era variabile in quanto “l’unico esecutore materiale” era stato per lo più egli soltanto, mentre gli altri si erano alternati con ruoli diversi: o guidavano le macchine, o le moto, ovvero davano la “battuta”. Dopo l’inizio della collaborazione dei fratelli Di Filippo e la cattura di Bagarella e dopo un periodo di semiclandestinità, il Grigoli aveva trascorso la latitanza nella provincia di Trapani per circa un anno, in località Alcamo e Marausa sotto la protezione di Antonino Melodia. Dopo che si era sospettato che anche Vincenzo Ferro, uomo d’onore componente della famiglia di Alcamo, avesse cominciato a collaborare con la giustizia, il Grigoli aveva fatto ritorno a Palermo, fidando nella protezione di Gaspare Spatuzza, assurto nel frattempo alla più alta carica mafiosa nel mandamento di Brancaccio. Come hanno ben sottolineato i giudici del primo grado di giudizio, “i suoi fitti e pregressi rapporti di frequentazione con esponenti di vertice di “Cosa Nostra” (in epoca coeva all’uccisione di Padre Puglisi) evidenziano l’evolversi ed il consolidarsi della sua figura delinquenziale, adusa alle imprese sanguinose più eclatanti che accrescevano di volta in volta il suo prestigio criminale; ben inserita nella compagine locale del sodalizio mafioso, al seguito del più noto Leoluca Bagarella, che aveva frequentato quando aveva intrapreso a tutelare la latitanza di Matteo Messina Denaro, facendo da autista a quest’ultimo ed accompagnandolo nei suoi assidui appuntamenti con i rappresentanti della varie famiglie”. Il Grigoli, colpito da ordinanza di custodia cautelare in carcere del 18 luglio 1995 perché coinvolto in una lunga serie di omicidi, veniva arrestato, dopo una lunga latitanza, il 19 giugno del 1997. Era stato a lungo ricercato; per molto tempo era stato inafferrabile ed aveva costituito una delle braccia armate più spietate a disposizione di “Cosa Nostra” ed uno dei sicari più pericolosi e killer di fiducia del Mangano Antonino. Inoltre, è stato coinvolto nel processo sulle stragi del 1993, nel fallito attentato a Maurizio Costanzo, nel fallito attentato a Formello ideato contro il collaborante Salvatore Contorno, nel sequestro del piccolo Di Matteo, il figlio del collaboratore, segregato per circa due anni e poi strangolato e disciolto nell’acido. Dopo la cattura, il Grigoli ha scelto subito la via della collaborazione. Ha parlato ad investigatori e magistrati delle decine di omicidi commessi per conto della famiglia mafiosa di Brancaccio, delle varie scomparse e delle numerose intimidazioni ai commercianti del quartiere. Ha spiegato le ragioni che lo avevano indotto ad imboccare la strada della dissociazione, da individuarsi, in primo luogo, in impellenti necessità di sopravvivenza materiale, essendo egli braccato, privo di risorse finanziarie e non sostenuto economicamente nella latitanza dal capocosca, il quale non aveva ritenuto di adempiere al relativo compito. Infatti, lo Spatuzza, divenuto, dopo l’arresto del Mangano, capo del mandamento di Brancaccio, ed a cui competeva farsi carico del sostentamento delle famiglie dei latitanti, non gli aveva riconosciuto il dovuto merito di essere stato un superkiller, uno dei migliori sicari del gruppo di fuoco. Di fronte al comportamento omissivo dello Spatuzza, il Grigoli aveva allora cominciato a riflettere “se fosse stato giusto tutto quello che aveva fatto per l’organizzazione criminale “Cosa Nostra” e, pensando a tutti I crimini commessi, si era reso conto che tutto ciò che aveva fatto era stata una cosa errata”. Ha altresì contribuito alla maturazione di questa scelta di vita, a tenoredelle dichiarazioni del Grigoli, il fatto che egli fosse rimasto particolarmente scosso dalla fine che era stata riservata al piccolo Giuseppe Di Matteo, che egli aveva sequestrato assieme ad altri componenti del gruppo di fuoco, nonché dalla sorte toccata a padre Giuseppe Puglisi e dalla barbara uccisione di una ragazza estranea ai conflitti mafiosi durante un omicidio commesso ad Alcamo: tutto questo lo aveva indotto a meditare sul suo passato criminale e ad iniziare la collaborazione con le autorità dello Stato. Come risulta dalle sue stesse confessioni e dichiarazioni, Grigoli Salvatore era diventato killer perché questo era l’unico modo per affermarsi nella triste realtà del quartiere di Brancaccio, perché ciò gli garantiva denaro, donne, autovetture, motociclette e soprattutto uno “status”. Grigoli ha confessato di avere commesso un numero incredibile di omicidi perché attraverso il crimine, sempre più orrendo, affermava se stesso e otteneva la considerazione degli “uomini d’onore” che contavano e il rispetto degli umili, di quelli che avevano abdicato alla propria dignità di uomini liberi. Non appena è stato arrestato, tuttavia, si sarà reso conto che il suo sistema di valori perversi era crollato per sempre e che la sua “onnipotenza” era ormai finita, da quando era stato identificato come un pericolo killer al soldo della famiglia mafiosa di Brancaccio e da quando non era più utile e funzionale agli interessi della sua cosca. Egli, a quel punto, solo e misero, decise di confessare tutti i crimini commessi e di collaborare con la giustizia, scegliendo la via della legalità. Ma, se don Pino Puglisi è l’esempio dell’affermazione della dignità umana, dell’uomo che non si fa soggiogare dal (pre)potente di turno, Grigoli, il suo carnefice, è l’esempio tipico della dignità negata. Per quel che interessa il procedimento in esame, va rilevato che Grigoli Salvatore, il quale, come già detto, immediatamente dopo il suo arresto, messo nelle condizioni di comprendere il sistema di valori perversi in cui fino ad allora era vissuto, aveva cominciato a collaborare fattivamente con la giustizia, ha ammesso di essere stato egli stesso l’esecutore materiale dell’omicidio di Padre Puglisi, indicando causale, mandanti e complici. Egli, all’udienza del 7 luglio del 1993, e cioè pochi giorni dopo il suo arresto, davanti alla Corte di Assise di Palermo rendeva spontanee dichiarazioni che appare opportuno anche qui riportare testualmente, sia pure nei passi più salienti, costituendo la sua collaborazione una svolta importante del processo, in quanto ha fornito la chiave di lettura dell’uccisione di padre Puglisi, indicando, come già detto, causale, mandanti ed esecutori materiali dell’omicidio, primo fra tutti egli stesso. Anche se le predette dichiarazioni, rese dal Grigoli nel corso del procedimento del quale ci occupiamo, cronologicamente non siano le prime sull’omicidio del sacerdote — avendo egli fatto abbondanti dichiarazioni al riguardo — a giudizio della Corte, tuttavia, è da queste che bisogna prendere l’esame sia, appunto, per la loro spontaneità, sia perché in nessun modo influenzate dall’intervento di terzi, accusa o difesa, legittimamente mosse da interessi contrapposti. Ebbene, il Grigoli Salvatore ha così liberamente esordito: “Io vorrei collaborare, …..con la giustizia, quindi definendomi collaboratore. Però per quanto riguardo questo processo vorrei definirmi io più che altro un pentito, perché mi sono pentito realmente di aver commesso questo omicidio”. “Riguardo. io cominciai già a pensare qualcosa del genere all’incirca, riguardo sul pentirmi, un sei mesi addietro a questa parte…E mi ha dato modo di pensare questo il fatto che da un anno a questa parte io non ero più sostenuto da nessuno, né economicamente né….cioè in poche parole io non ero più in condizione di campare, come si suol dire, la famiglia. Mi sono dovuto persino impegnarmi dell’oro che avevo io per potere mandare dei soldi a casa…e fare….altre cose; addirittura farmi prestare dei soldi per potere tirare avanti i miei figli, e questa cosa mi ha cominciato a fare pensare io con chi…per tutta…per gran parte della mia vita, con chi ho avuto a che fare, se è stato giusto le cose che ho commesso, i delitti…cioè questa cosa mi cominciò a far pensare se era stato giusto quello che avevo fatto io per conto di questa organizzazione”. “E da questo ecco che io ho deciso anche di collaborare con la giustizia…” “Adesso vorrei dire io cosa sono a conoscenza e le mie responsabilità riguardo il delitto di padre Puglisi”. Vorrei premettere un’altra cosa, che io… tengo a precisare che non è assolutamente vero il fatto che io mi sia vantato, dopo aver commesso questo omicidio, perché non ne trovavo le ragioni; non me ne vantavo per altri omicidi….figuriamoci di questo che già…anche perché, dopo averlo commesso, ci pensavo spesso a questo omicidio e non vedevo la ragione per cui è stato fatto…anche se i motivi ne sono a conoscenza, ma non mi sembravano motivi validi per uccidere un prete”. “Prima…volevo precisare un’altra cosa, prima dell’omicidio, ho commesso un altro reato, lo dico perché secondo me è attinente a questo omicidio. Fummo incaricati io, Spatuzza e Guido Federico di bruciare tre porte di tre famiglie di uno stabile di via Azzolino Hazon, nei dintorni di questa via…perché queste persone erano vicine a padre Puglisi”. “I fatti che io conosco, le responsabilità dell’omicidio sono quelli che un giorno…non ricordo se fu lo Spatuzza o Nino Mangano, che un giorno mi disse che dovevamo commettere questo omicidio, che deve essere stato lo Spatuzza anche perché la persona che conosceva il padre. Già aveva parlato con Giuseppe Graviano e si doveva commettere questo omicidio; sicuramente ne parlai anche con Nino Mangano, perché io non facevo niente se non ne parlassi con lui”. “Quindi una sera…cercammo di vedere i movimenti, gli spostamenti del padre e lo incontrammo a Brancaccio, in un telefono pubblico. Non mi ricordo se già ero armato o dopo averlo visto….ci recammo per armarci, anche se poi l’unico ad essere armato ero io, e lo attendemmo nei pressi di casa. Così fu, eravamo io, lo Spatuzza, Giacalone Luigi e Lo Nigro Cosimo. Eravamo comunque…non avevamo né macchine rubate, né motociclette, niente di tutto questo, eravamo con le macchine…una era di disponibilità del Giacalone, un BMW, e una Renault 5 di proprietà del Cosimo Lo Nigro. Scese Spatuzza dalla macchina del Lo Nigro, perché Spatuzza era con Lo Nigro ed io ero con Giacalone. Il primo ad arrivare fu lo Spatuzza, ricordo che il padre si stava accingendo ad aprire il portone di casa, lo Spatuzza si ci affiancò, perché il padre aveva un borsello, gli mise la mano nel borsello e gli disse: padre, questa è una rapina…il padre neanche si era accorto di me…, fu una cosa questa qui che non posso dimenticare, perché ogni volta che penso a questo episodio mi viene in mente questa visione del padre che sorrise, non capii se fu un sorriso ironico o sorrise sorrise e gli disse allo Spatuzza “me l’aspettavo”. Allorchè io gli sparai un colpo alla nuca e il padre morì sul colpo senza neanche accorgersene di essere stato ucciso”. “Dopo di ciò chiaramente il borsello fu portato via dallo Spatuzza.… Dopo di ciò ci recammo in uno stabilimento della zona industriale, cosiddetto Valtras, uno stabilimento di export-import…una specie di spedizionieri erano e lì fu controllato il borsello. Ricordo bene che c’era una patente, lo ricordo bene perché lo Spatuzza aveva la mania, perché lui all’epoca già era latitante, di togliere le marche da bollo che potevano servire per eventuali documenti falsi e tutti i documenti e tolse le marche da bollo”. “Tra le altre cose ricordo che c’era una lettera…non ricordo se è stata inviata al padre o…c’era una busta con un foglio, una lettera di una persona che gli aveva scritto che, se non ricordo male, gli facesse gli auguri non so di cosa, all’incirca trecentomila lire e poi altri pezzettini di carta…” “Vorrei premettere che il borsello fu portato via, perché si voleva far credere che l’omicidio….cioè l’omicidio dovevano pensare gli inquirenti che era stato fatto da qualche tossicodipendente o da qualche rapinatore, ecco perché fu utilizzata la 7 e 65, che non è un’arma consueta agli omicidi di mafia”. “…Questo è quello che io sono a conoscenza…”. Al termine di dette dichiarazioni spontanee il Pubblico Ministero ne chiedeva l’esame che la Corte del primo grado di giudizio ammetteva e che veniva espletato all’udienza del 28 ottobre 1997. Nel corso di detto esame sono stati approfonditi i temi già spontaneamente enunciati dal Grigoli, il quale ha ribadito di aver fatto parte di “Cosa Nostra” ed ha spiegato testualmente: “Vede io non avevo mai commesso reati di nessun genere…fino all’incirca undici, dodici anni fa. Dal momento in cui poi io sono stato licenziato perché il lavoro era finito, avevo già un bambino piccolino, nove mesi, cominciai a delinquere”. “All’epoca io feci una rapina in una gioielleria per fare soldi e poter dare da mangiare al mio bambino. Ecco, da lì poi continuai a delinquere, perché purtroppo poi essendo che uno comincia poi a conoscere i soldi, poi viene ancora più difficile tornare indietro. E quindi nella borgata lo stesso Quartararo Filippo, Nino Mangano, loro mi osservavano sotto questo aspetto che ero uno, non so, uno in gamba, qualcosa del genere. E quindi ci fu questa sorta di avvicinamento. Da lì poi cominciai a far parte di questa…Perché poi cominciai a delinquere per loro, cominciai a bruciare autovetture, negozi”. “Poi mi fu presentato Giuseppe Graviano e quindi poi io dipendevo da lui. Mi disse un giorno Nino Mangano: Senti, c’è un appuntamento, ci sono persone che ti vogliono conoscere. E lì trovai Giuseppe Graviano. Lui si presentò dicendomi: Io sono Giuseppe Graviano, credo che tu hai sentito parlare di me come io ho già sentito parlare di te”. “E quindi da allora io ho capito che dipendevo da lui”. “Ma già anche da prima, anche…perché io lo conoscevo, perché da piccolino….ci conoscevamo da bambini con Giuseppe Graviano perché eravamo della stessa borgata. Poi non ci siamo più visti. E quindi già diciamo che lo conoscevo. Anche quando io operavo per Mangano e Filippo Quartararo era sottinteso che era già all’epoca Giuseppe Graviano il capo mandamento di Brancaccio. Io addirittura cominciai insieme solo io e Giacalone Luigi a commettere i primi omicidi. Poi successivamente proprio il Giuseppe Graviano ci affiancò lo Spatuzza Gaspare e poi tutti gli altri”. “Nino Mangano ci comunicava: “I picciotti vogliono che si fa questo omicidio”. “Perché sono fratelli. Erano tutti e due in sostanza a reggerlo, anche se si parlava di Giuseppe come capo mandamento. Però c’era riferimento ai “picciotti”. “Ma io ebbi ordine anche direttamente da Graviano…Giuseppe”. “Quando ci comunicò il fatto di sequestrare il piccolo Di Matteo”. “Ma vede, lui all’epoca, non è che io adesso voglio difenderlo, perché…però lui fece una specie di…per entrare in questo discorso girò talmente tanto, perché tipo che era quasi dispiaciuto di dovere fare questa cosa. Quindi come dire…”Voi potete pensare che io sono….insomma mi ha fatto tutto un raggiro per dirci poi: “Dobbiamo sequestrare….siccome già a Napoli è stata effettuata una cosa del genere con esiti positivi” dice: “Dobbiamo sequestrare il figlio di un pentito per tenerlo alcuni giorni, quindi fare in modo che il padre ritrattasse o perlomeno si impiccasse”. A precisa domanda del Pubblico Ministero che gli chiedeva: “Senta chi le disse di uccidere don Pino Puglisi?” il Grigoli ha risposto: “Mangano Antonino mi disse che i picciotti gli avevano parlato di questa cosa che si doveva fare questo tipo di delitto”. “Perché si diceva che siccome lì a Brancaccio, nei pressi della parrocchia di Brancaccio, c’era un …un non so come definire, c’erano delle suore, una congregazione, non so come dire, dove operavano delle suore in sostanza, non so cosa facessero, e si pensava che in questo locale si erano infiltrati i poliziotti e anche in chiesa. Cioè si pensava che padre Puglisi era un confidente, uno che si stava anche interessando per la cattura di Giuseppe Graviano”.

Ancora. A domanda del Pubblico Ministero che gli chiedeva:  “Senta, prima di questo atto omicidiario, lei partecipò a qualche attività delittuosa di intimidazione nei confronti di persone vicine a don Pino Puglisi?”, il Grigoli ha così risposto: “Sì…Questa se non ricordo male me la comunicò Gaspare Spatuzza che si era visto…disse: “Sai, mi sono visto con “madre natura” e dobbiamo fare questa cosa qui”; però, tutto quello che io… erano poche le cose che mi comunicavano gli altri, ma quelle poche cose prima ne parlavo con Nino Mangano. Dico, per dire: “di questa storia qui tu ne sei a conoscenza” e lui mi diceva: “Sì, a posto, ci puoi andare”. “Questa…me la comunicò lo Spatuzza, questa cosa qui. Dovevamo bruciare tre porte di tre abitazioni nello stesso palazzo…nello stesso complesso, erano tre scale ed in ogni scala c’era una porta da incendiare. Una, se non erro, è al decimo piano, una al settimo e una al quinto, se non erro. C’era un certo Martinez e gli altri non li ricordo. E andammo io e lo Spatuzza, insieme anche a Vito Federico, e salimmo tutti e tre contemporaneamente le scale; abbiamo dato tempo a colui che doveva arrivare al decimo piano di arrivare prima e abbiamo dato fuoco a queste porte e poi scendemmo tutti e tre contemporaneamente e poi andammo via”.

Ed, alla ulteriore domanda del Pubblico Ministero: “Senta lei sa, è a conoscenza di un altro attentato incendiario che fu fatto proprio contro la chiesa di San Gaetano, nel senso, a una attività di impresa che all’interno della chiesa si svolgeva?”, Grigoli Salvatore ha risposto: “Si, si bruciò credo un furgone, adesso non mi ricordo bene, di questo appaltatore che stava facendo i lavori in chiesa ” “So che a farlo sicuramente era stata gente di Brancaccio, ma non so chi specificamente ci andò”. Infine, in ordine all’organigramma della famiglia mafiosa di Brancaccio, ha precisato: “Il capo mandamento era Giuseppe Graviano, poi c’era Nino Mangano, uomo d’onore, e poi c’eravamo tutti noi del gruppo di fuoco”. Nell’interrogatorio reso il 26 giugno del 1997 al Procuratore della Repubblica di Palermo che gli chiedeva chi avesse dato l’ordine di ammazzare Don Pino Puglisi, il Grigoli ha risposto: “L’ordine me lo comunicò il Gaspare Spatuzza che mi disse…dice…”madre natura”, che lo chiamavamo proprio come Madre Natura a Giuseppe Graviano, diciamo fece sapere che si deve fare questo omicidio di Padre Puglisi”. “Il motivo fu, perché si diceva che il padre fosse un confidente o perlomeno qualcuno che desse una mano alla Polizia di effettuare indagini anche su loro stessi che erano latitanti, addirittura c’erano le suore, una comunità di suore che potevano esserci poliziotti infiltrati là dentro…, per questo motivo. Una 7,65 fu usata anche perché doveva sembrare un omicidio non fatto da “Cosa Nostra”, ma un omicidio di un tossicodipendente, o di un ladruncolo, qualche cosa del genere. Infatti noi portammo via al prete il suo borsello per sembrare che fosse una rapina”. “….Nella famiglia di Brancaccio,….fino alla cattura Giuseppe Graviano prendeva le decisioni….Giuseppe Graviano e Filippo Graviano, sicuramente le prendevano assieme…le decisioni”. “Magari non avevano. cioè sono due tipi diversi, uno si occupava del gruppo di fuoco, Giuseppe Graviano, e magari Filippo Graviano si occupava di altre cose ”. “Giuseppe Graviano, secondo me, aveva….i compiti di ordinare i vari….i vari incendi, i vari…Poi si occupava di costruttori….era Filippo Graviano ad occuparsene di gli ordini li impartiva a Tutino Vittorio”. Dello stesso tenore sono le dichiarazioni rese nell’esame effettuato davanti alla Corte di Assise nella sua nuova composizione in data 20 ottobre 1998. Ed infatti, al Pubblico Ministero che gli chiedeva:. “Lei ha detto che il mandamento era retto da Giuseppe Graviano; però, prima, quando ha parlato degli omicidi, ha parlato dei “picciotti”, cioè di Giuseppe e Filippo, e allora, dico, perché questa differenza, ce lo sa spiegare?”, il Grigoli ha risposto: “quello che è a conoscenza mia è che il mandamento di Brancaccio lo gestiva Giuseppe Graviano, però, come risulta a me, ogni qualvolta o talvolta, perché l’ho detto pure che alcune volte si diceva “madre natura” come talvolta si diceva i “picciotti”, mi veniva dato questa indicazione, poi io non lo so spiegarglielo perchè i picciotti e reggeva solo Giuseppe Graviano”. “Ho sparato a padre Puglisi….Perché mi è stato ordinato. Da Nino Mangano, che diceva che gliel’aveva fatto sapere madre natura Madre Natura è Giuseppe Graviano”. E, a seguito di insistenza del Pubblico Ministero, il collaborante ha precisato: “Mangano ha detto “i picciotti” o “madre natura”….Non so spiegarmi il motivo per cui Nino Mangano diceva talvolta i picciotti. I picciotti mandano a dire questo, mandano a dire quell’altro”. Ciò posto va subito detto che le dichiarazioni di Grigoli Salvatore, autoaccusatosi di avere personalmente ucciso il sacerdote e chiamante in causa dei mandanti e dei partecipi all’esecuzione del crimine, risultano assistite da elevata attendibilità intrinseca ed estrinseca secondo i criteri direttivi di disamina affrontati dalla Suprema Corte di Cassazione e riportati in altra parte della presente sentenza. Tratto dalla sentenza del processo per l’omicidio di Padre Puglisi


Sentenza Corte d’Assise 14.4.1998


A Reggio Calabria, dove è imputato come mandante degli attentati contro i carabinieri, il boss di Brancaccio ha interrotto un silenzio di decenni

Per il boss di Brancaccio Giuseppe Graviano è una vera propria bestia nera. Ma che sia un collaboratore credibile, “che ha avuto il pregio non solo di dire la verità, ma anche di spazzare via falsità” –  spiega il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo – è stato proprio Graviano.  A Reggio Calabria, dove è imputato come mandante degli attentati contro i carabinieri con cui i clan calabresi hanno firmato la propria partecipazione alla strategia stragista, il boss di Brancaccio ha interrotto un silenzio di decenni, interrotto solo da estemporanee dichiarazioni. E nelle quattro udienze in cui per ore ha parlato, “Graviano – dice il magistrato, che di quel processo sta tirando i fili in requisitoria – ci ha fornito contenuti fondamentali per ricostruire quella stagione drammatica”. Gli anni sono quelli degli attentati continentali, ultima fase di una strategia di lungo periodo con cui mafie e “altre componenti che devono essere pienamente ricostruite”, in uno scenario nazionale e internazionale che cambiava profondamente, puntavano a mantenere il potere acquisito nei decenni precedenti. Per alcune di quelle bombe, Graviano è già stato condannato. Ma a quella scia di sangue – sostiene la procura di Reggio Calabria – manca un pezzo, l’ultimo, che è da cercare in Calabria, fra il dicembre ’93 e il febbraio ’94. Quando in quella partita nazionale e complessa, la ‘ndrangheta “entra in campo per dare un contributo decisivo” dice il procuratore. “Il messaggio che si vuol fare arrivare – aggiunge –  è che non c’è alcuna intenzione di rinunciare a quella componente politica che il cambio di equilibri politici nazionali e internazionali avrebbero potuto rideterminare”. E deve essere chiaro ed inequivocabile. Per questo bombe, attentati e sangue di quella stagione sono tutti firmati con la stessa sigla, Falange Armata, “che Riina eredita da Mico Papalia”, boss calabrese capo di quel Consorzio che sotto la Madonnina negli anni Novanta coordinava l’agire di tutte le mafie e per più di un pentito era in organici rapporti con i servizi. Per questo – ricorda il magistrato – nel gennaio ’94 Giuseppe Graviano si mostra impaziente.Il motivo lo spiega per primo e in modo chiaro il pentito Spatuzza nel 2008, quando rivela l’incontro al Bar Doney a Roma e la fretta di Graviano nel voler procedere con l’attentato all’Olimpico perché “i calabresi già si erano mossi”. E lo conferma il boss di Brancaccio, sottolinea il procuratore aggiunto  “quando gli racconta che bisogna sbrigarsi con l’attentato all’Olimpico, perché – gli dice – anche se ‘abbiamo il Paese nelle mani’ bisogna ‘dare il colpo di grazia’”. Ed è lo stesso Graviano a “fornire gli elementi più importanti per capire cosa significhi”. Un’altra rivelazione arrivata in aula a Reggio Calabria. Forse involontaria, forse no.  “Nelle sue dichiarazioni c’è un passaggio che da italiani non possiamo ignorare – dice Lombardo – Ci dice ‘chiesero di non far fermare le stragi’. Ecco perché anche se la partita è vinta, contro ogni logica si prosegue” con l’attentato poi fallito all’Olimpico. E non è un dato neutro che quell’ordine arrivi dopo il 18 gennaio ’94, data del secondo attentato contro i carabinieri a Reggio Calabria, costato la vita ai brigadieri Fava e Garofalo. “Solo un grande capo come Graviano  – ricostruisce il procuratore aggiunto – poteva sapere che ‘i calabresi si erano mossi’. Per questo era necessario ‘il colpo di grazia’. Ed era urgente. Tale urgenza non è un dato neutro, ma va contestualizzata nel quadro degli incontri accertati all’hotel Majestic”. È lì che Forza Italia preparava il proprio battesimo ufficiale, lì che Marcello Dell’Utri era ospite fisso ed incontrava – hanno riferito testimoni dell’epoca – “calabresi e siciliani interessati al nuovo progetto politico”. E quell’hotel era nei pressi del bar Doney di fronte al quale Spatuzza e Graviano, secondo il pentito, si sono incontrati. “Non posso approfondire su chi non è imputato in questo processo. Ma la ricostruzione del contesto storico in relazione a reati che hanno connotazioni politiche – e lo dicono le Sezioni Unite – è fondamentale. Quando Graviano dice che bisogna procedere con urgenza, sa che quella è l’ultima domenica utile” sottolinea il procuratore. E indica una data, che ha avuto un ruolo nel determinare quegli eventi. “Verificate cos’è successo tra 26 e 27 gennaio”. È in quella notte che con un videomessaggio Silvio Berlusconi annuncia la propria ufficiale discesa in campo. “Rimaniamo tutti in prudente attesa che anche su questa cosa si possano dare risposte – afferma Lombardo – Ma a mio parere, quello che avviene in quella settimana determina la fretta di Graviano. E lui sapeva che sarebbe successo. Chi glielo ha detto lo possiamo solo intuire. Ma ci sono 120 metri e non di più fra l’hotel Majestic e il bar Doney” LA REPUBBLICA 3.7.2020


“‘Ndrangheta Stragista”, il pm Lombardo: “Spatuzza ha spazzato via falsità“Il collaboratore Gaspare Spatuzza non mente su nulla. Ha spazzato via falsita’. Il percorso di ricostruzione di quella stagione e’ stato minato da una serie di devianze che lo hanno trasformato in un cammino estremamente accidentato e difficile”. Lo ha detto il procuratore aggiunto di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo nella seconda udienza del processo “ndrangheta stragista” dedicata alla sua requisitoria. Sul banco degli imputati della Corte d’Assise ci sono il boss di Brancaccio Giuseppe Graviano e Rocco Santo Filippone, ritenuto dalla Dda espressione della cosca Piromalli. Entrambi sono accusati di essere i mandanti dell’omicidio dei due carabinieri Antonio Fava e Vincenzo Garofalo, avvenuto il 18 gennaio 1994 sull’autostrada Salerno-Reggio Calabria, e di altri due attentati ai danni di quattro militari dell’Arma. Secondo l’accusa, quegli agguati rientravano nelle “stragi continentali”. Ricostruendo la strategia stragista che Cosa nostra ha attuato nei primi anni novanta, Lombardo ha ribadito che “il ruolo della ‘ndrangheta non è stato secondario ma è servito a far capire che Cosa nostra non era sola”. Il pm ha analizzato la frase (“Abbiamo il Paese nelle mani. Bisogna dare il colpo di grazia”) che Graviano ha riferito al pentito Spatuzza. Una frase pronunciata a Roma dal boss di Brancaccio mentre quest’ultimo si trovava al bar Doney con il futuro collaboratore di giustizia. “Che senso ha il colpo di grazia se hai gia’ il Paese nelle mani? – si e’ chiesto il pm durante la requisitoria -. E’ il contributo dichiarativo che Graviano ha voluto dare in questo processo. C’e’ un passaggio che noi, da italiani, non possiamo far finta di non aver sentito: ‘Mi chiesero di non fare cessare le stragi’. Ecco qual e’ la spiegazione. Ecco che cosa Graviano ci e’ venuto a raccontare rispondendo a determinate domande quando poteva non farlo. Ecco come si collega il ‘colpo di grazia’”. Il gesto eclatante doveva essere il fallito attentato ai carabinieri allo stadio Olimpico di Roma. La scelta di organizzarlo da parte di Graviano potrebbe essere collegata ad altri ambienti: “Verosimilmente – ha detto Lombardo – tra il 23 ed il 30 gennaio 1994 in Italia doveva succedere qualcosa. Trovate voi cosa. Rimaniamo tutti in prudente attesa che anche su questo fronte si possano dare risposte. Se tra il 23 e il 30 gennaio doveva succedere qualcosa, Graviano lo sapeva e per questo aveva fretta. La distanza tra il bar Doney e l’hotel Majestic e’ di 120 metri. Come direbbe Lucarelli: questa è un’altra storia. Ma non è un’altra storia”. Il riferimento, anche se non è stato esplicito, è alla nascita di Forza Italia.IL DISPACCIO 3.7.2020


 Le dichiarazioni di Gaspare SpatuzzaIl racconto di Spatuzza è dettagliato: dopo gli opportuni riscontri svolti dal centro operativo Dia di Caltanissetta, i magistrati hanno avuto chiari i retroscena della strage Borsellino, organizzata dal clan mafioso di Brancaccio, diretto dai fratelli Graviano. E’ rimasto il mistero su un uomo che il giorno prima della strage avrebbe partecipato alle operazioni di caricamento dell’esplosivo sulla 126, in un garage di via Villasevaglios, a Palermo. Spatuzza non lo conosce, i magistrati sospettano che possa essere un appartenente ai servizi segreti.

‘Ndrangheta stragista, il pentito Romeo: ”Spatuzza disse che dietro le stragi c’era quello di Canale 5”di Aaron Pettinari e Davide de Bari17 Novembre 2018 ANTIMAFIA DUEMILAX Ieri anche la deposizione del collaboratore “Un giorno eravamo io Francesco Giuliano e Gaspare Spatuzza che era latitante. Ci trovavamo a Ciaculli. Giuliano voleva sapere perché avevamo fatto quelle stragi (quelle del 1993, ndr). Disse: ‘Ma perché l’abbiamo fatte? Chi è che l’ha deciso? Andreotti o Berlusconi?’ E Spatuzza rispose: ‘Quello di canale 5′”. Come aveva già raccontato a partire dal 1996, il collaboratore di giustizia Pietro Romeo, artificiere della cosca mafiosa di Brancaccio che faceva capo ai boss Filippo e Giuseppe Graviano, autori delle stragi del ’93 nel nord Italia, è tornato a tirare in ballo l’ex Premier Silvio Berlusconi durante la sua deposizione al processo ‘Ndrangheta stragista. Alla sbarra ci sono il capo mafia di Brancaccio Giuseppe Graviano, e il boss Rocco Santo Filippone, entrambi accusati per gli attentati ai Carabinieri avvenuti tra il 1993 e il 1994 in cui morirono anche i due appuntati Garofalo e Fava. “Questo è quello che ho sentito – ha proseguito il teste, sentito in videocollegamento – poi se sono vere o non sono vere non lo so. E’ stato lui (Francesco Giuliano, ndr) a raccontarmi delle stragi di Roma, Firenze e Milano. Mi ha detto che le stragi le hanno fatte loro per far togliere il 41bis”. Romeo, rispondendo alle domande del Procuratore aggiunto di Reggio Calabria, Giuseppe Lombardo, ha anche spiegato che quegli attentati furono rivendicati con la misteriosa sigla della “Falange Armata”“Giuliano mi disse che con Scarano andavano in una cabina telefonica a dire che erano la Falange Armata. Loro personalmente facevano le chiamate per rivendicare. Cercavano di far capire che non era la mafia ma che erano le Brigate Rosse. Depistavano. Chi diede l’ordine? Io posso dire che era Graviano a dire di fare queste cose qua. Era lui a comandare assieme a Francesco Tagliavia e il gruppo di fuoco faceva capo a loro”. A un certo punto le stragi in Continente vengono interrotte. “Era arrivato l’ordine di fermare tutto – ha detto il pentito –Nino Mangano(capo mandamento di Brancaccio dopo l’arresto dei Graviano nel ’94, ndr) ci disse che era arrivato il momento di fermarsi. Si doveva togliere l’esplosivo a Roma che era per l’attentato a Contorno perché Pasquale Di Filippo poteva collaborare. E Mangano disse di metterlo da parte che magari ‘poteva servire più avanti’. In quel momento c’era anche casino, c’era polizia in giro a Palermo, la questione di Pasquale Di Filippo, suo fratello che aveva collaborato. Queste cose qui”.

I legami e gli affari tra ‘Ndrangheta e Cosa nostra  Durante l’udienza è stato affrontato uno dei temi principali del processo: i rapporti tra la criminalità organizzata siciliana e calabrese. Parlando di questi rapporti Romeo ha riferito Cosimo Lo Nigro, altro componente del mandamento di Brancaccio, “curava” questi rapporti e che aveva “contatti con due calabresi”. In particolare questi avrebbe “comprato delle armi in Olanda”. Ma non si sarebbe fermato a quello. Il teste ha riferito un episodio dove avrebbe partecipato in prima persona. “Mi ricordo che siamo andati in Marocco con il padre di Lo Nigro a recuperare l’hasish – ha raccontato Romeo – siamo andati lì e al primo viaggio abbiamo fatto vuoto poi siamo tornati e un’altra volta ancora e poi abbiamo caricato una ventina di blocchi di hasish dove c’erano i due calabresi con Lo Nigro in un gommone che si era bucato … Lo Nigro trafficava stupefacenti con questi calabresi”. Riguardo i nomi dei calabresi il teste non ha ricordato con esattezza chi fossero: “Uno si faceva chiamare Virgilio mentre l’altro Salvatore o Totò”. Romeo ha anche raccontato di un altro rapporto tra Lo Nigro e un altro calabrese che si chiama “Peppe”“Quello (riferendosi al calabrese, ndr) era vicino casa di Lo Nigro, doveva andare alla comunione. Era venuto a Palermo con una Clio di colore blu. Io non l’ho conosciuto sono andato via, ma questo me l’ha riferito Lo Nigro – ha detto il teste – Lo Nigro andava ai matrimoni o battesimi o comunioni di questa famiglia della ‘Ndrangheta che si celebravano in Calabria”. Il teste ha raccontato un altro episodio in cui Lo Nigro sarebbe andato in Calabria per portare i soldi dell’”hasish” sempre allo stesso “Peppe” in quanto i calabresi erano “una potenza” e “più specializzati”“Quando hanno arrestato Pasquale Di Filippo, Lo Nigro era andato in Calabria – ha spiegato – mi sembra che Giuliano e Lo Nigro hanno messo 500 milioni nel pannello della macchina per portarlo in Calabria”.
Per quanto riguarda il traffico di armi Romeo ha ricordato anche del coinvolgimento di Pietro Carra, autotrasportatore anche lui sentito oggi di fronte la Corte d’Assise. Proprio Carra ha riferito in merito al ruolo avuto nel trasporto di stupefacenti, armi ed in particolare dell’esplosivo utilizzato per le stragi di Roma, Firenze e Milano. I suoi contatti erano in particolare con Lo Nigro e Giuliano. “Che stavo trasportando esplosivo l’ho scoperto dopo – ha detto il teste – i primi viaggi ero convinto fosse hasish. Poi una volta alla radiolina sentii il telegiornale ch parlava dell’esplosione di Firenze e capii che c’entravano loro e compresi che non avevo portato droga. Quando arrivai a Palermo mi fu detto di non parlare con nessuno di quello che avevo visto”.
Carra ha anche raccontato di aver trasportato l’esplosivo che sarebbe servito per l’attentato a Contorno. “Lo dovevano uccidere in modo eclatante – ha ricordato – Lo consegnai a Roma in un piazzale vicino un supermercato”. “In quell’occasione – ha raccontato Carra – c’era anche Gaspare Spatuzza che mi chiese se volessi andare a casa a riposare dove c’era anche Giuseppe Graviano. Io gli dissi che era tardi perché dovevo continuare a lavorare”.
Anche Carra ha riferito dei rapporti con i calabresi e di aver conosciuto un certo “Peppe” con dei “carichi di armi”. L’identità di questo soggetto l’avrebbe conosciuta quando, interrogato alla Dia, “ho visto delle foto dove c’era questo Peppe”. “La prima volta l’ho incontrato con Lo Nigro (che lo accompagnava in alcune spedizioni di droga e armi, ndr) e lui si presentò come Beppe – ha continuato a spiegare – con Lo Nigro ci fu un’occasione di un matrimonio e battesimo dove andò con tutta la famiglia”. In un’occasione, sempre con Lo Nigro, era stato in “un appartamento pieno di armi di tutti i tipi” dove “c’erano tre o quattro calabresi” e “Lo Nigro sceglieva le armi e non so se le ha pagate”.
L’ udienza è stata infine rinviata a martedì 20 novembre alle ore 9.30.

Stragi, il pentito Spatuzza: perseguitato dalla morte di quella bimba. 25 Settembre 2020 STYLO Il collaboratore di giustizia racconta dei rimorsi per le vittime di Via dei Georgofili

In Via dei Georgofili, l’esplosione di un’autobomba imbottita con oltre 250 chili di tritolo, provocò la morte di cinque innocenti: i coniugi Fabrizio Nencioni (39 anni) e Angela Fiume (31 anni) con le loro figlie Nadia (9 anni), Caterina (50 giorni di vita, appena battezzata) e lo studente Dario Capolicchio (22 anni). Si registrò anche una quarantina di feriti. Era la notte tra il 26 e il 27 maggio del 1993, nel pieno del periodo di attacco allo Stato da parte di Cosa nostra. Su quell’episodio ha riferito anche il pentito di mafia, Gaspare Spatuzza, i cui verbali sono finiti agli atti del processo ’Ndrangheta stragista (conclusosi a luglio scorso con la condanna all’ergastolo dei boss Giuseppe Graviano e Rocco Santo Filippone).

Spatuzza, il 7 maggio del 2009, riferisce ai magistrati della Dda di Milano, e parla di un incontro avvenuto a Campofelice (di Roccella, in provincia di Palermo) proprio con Giuseppe Graviano. «Siamo lì per mettere in cantiere l’attentato contro i carabinieri, non contro l’Olimpico, quindi io colloco (quell’incontro) nel novembre-dicembre del ’93, perché poi a gennaio (del 1994) sono stati arrestati i fratelli Graviano; quindi lo colloco alla fine del ’93. Si mette in cantiere questo attentato contro i carabinieri, ma il mio pensiero andava sempre a quella bambina, la piccola Nadia (Nencioni, ndr)». Durante quell’incontro, racconta Spatuzza, si rivolge a Graviano in maniera assai diretta: «“Ci stiamo portando dietro persone che non c’entrano niente”, dissi, perché per la nostra mentalità va bene Capaci, per noi quella schifezza andava bene, come andava bene Via D’Amelio, altra schifezza; secondo quella mentalità eravamo a posto, non siamo più a posto quando entriamo nel tessuto sociale, quando diventiamo dei terroristi. Anche tra i ragazzi c’era qualche tentennamento, e dissi a Graviano che ci stavamo spingendo troppo oltre».

«Lui (Graviano) ha capito un po’ questa mia debolezza, se così la possiamo chiamare, quindi disse che era un bene che ci portavamo dietro alcuni morti, “così si danno una smossa, una spinta” (si riferiva allo Stato). A quel punto chiese a me e a Lo Nigro se capivamo qualche cosa di politica. Io non ne ho capito mai niente, la stessa cosa valeva per Lo Nigro. E Graviano ci disse che lui era abbastanza preparato in questa materia. Quindi ci spiegò che era in atto una situazione che se andava a buon fine, ne avremmo beneficiato tutti, a cominciare dai carcerati. Quindi lì si chiuse la discussione e ci preparammo per l’attentato all’Olimpico, che poi, grazie a Dio, fallì», afferma Spatuzza. L’attentato fallito all’Olimpico rappresentò l’ultima azione della stagione stragista, tra gli obiettivi da colpire, rendiconta sempre il pentito, ci sarebbe stata anche Napoli.

Il pentito Spatuzza e il furto della 126Il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, all’epoca dei fatti oggetto del presente processo era pienamente inserito nella famiglia mafiosa di Brancaccio (famiglia egemone dell’omonimo mandamento, composto altresì da quelle di Ciaculli, Corso dei Mille e Roccella), sin dagli anni ’80, sebbene non fosse ancora ritualmente affiliato, come uomo d’onore. Infatti, come risulta anche dalle dichiarazioni degli altri collaboratori di giustizia escussi nel presente procedimento, soltanto dopo l’arresto dei fratelli Giuseppe e Filippo Graviano (27 gennaio 1994) e quello di Antonino Mangano (24 giugno 1995), Gaspare Spatuzza diveniva uomo d’onore e veniva, contestualmente, investito (attesi i predetti arresti dei vertici della famiglia) della rappresentanza del mandamento mafioso di Brancaccio, su impulso e per volontà di Matteo Messina Denaro, che voleva un punto di riferimento per quest’ultimo territorio. La relativa cerimonia d’affiliazione si teneva in presenza dello stesso Matteo Messina Denaro, con Nicola Di Trapani a fare da ‘padrino’ e la partecipazione anche di Giovanni Brusca e Vincenzo Sinacori (questi ultimi due, com’è noto, divenuti collaboratori della giustizia, confermavano – entrambi – d’aver personalmente assistito a detta affiliazione di Gaspare Spatuzza, alla presenza dei predetti sodali71). Comunque, a prescindere da quest’ultimo dato relativo alla formale affiliazione (come detto, successiva ai fatti che costituiscono oggetto del presente processo), e rinviando ad altra parte della motivazione per l’analisi dei motivi della ritenuta credibilità soggettiva del dichiarante, anche in rapporto al suo curriculum criminale ed ai motivi della sua collaborazione con l’autorità giudiziaria, deve subito evidenziarsi come, già all’epoca della strage di via D’Amelio, Gaspare Spatuzza fosse organicamente inserito nella famiglia di Brancaccio e godesse della piena fiducia dei vertici di detto mandamento: infatti, egli entrava a far parte attiva del gruppo mafioso negli anni ’80 grazie al rapporto di conoscenza instaurato con la famiglia dei Graviano, dalla parte dei quali si era schierato nella guerra di mafia poiché, proprio come gli stessi fratelli Graviano, in relazione all’omicidio del loro padre (Michele Graviano), sospettava anch’egli che proprio fratello (Salvatore Spatuzza) fosse stato eliminato da quella fazione di Cosa nostra che faceva capo a Salvatore Contorno e, da quel momento in poi, s’era dunque prestato a controllare gli spostamenti dei familiari e dei soggetti ritenuti vicini allo stesso Contorno (del quale si temeva un ritorno a Palermo, per vendicarsi nei confronti di coloro che riteneva nemici, avvalendosi, appunto, dei familiari o dei soggetti a lui più legati).

[…] Gli incarichi che gli venivano, via via, affidati nell’ambito della famiglia di Brancaccio erano, nel corso del tempo, aumentati per frequenza ed importanza, arrivando (come meglio esposto nella parte dedicata alla valutazione della credibilità soggettiva del collaboratore) anche a numerosi omicidi per conto del sodalizio mafioso (fra gli altri, quelli di Don Pino Puglisi e del piccolo Giuseppe Di Matteo) e, soprattutto, al coinvolgimento diretto nell’intera campagna stragista, in Sicilia (con le stragi di Capaci e di via D’Amelio) e nel continente.

Venendo ai fatti oggetto del presente processo, Gaspare Spatuzza dichiarava, fin dall’avvio (il 26 giugno 2008, avanti a magistrati delle Procure di Caltanissetta, Palermo e Firenze) della propria collaborazione con la giustizia (invero, come rilevato dal Pubblico Ministero, nella sua requisitoria, inizialmente accolta dagli inquirenti con diffidenza, poiché si trattava di rimettere in discussione, dopo più di quindici anni dai fatti, diverse sentenze che accertavano, con il crisma dell’irrevocabilità, responsabilità penali per fatti gravissimi), gli eventi che lo vedevano protagonista, anche in relazione alla strage di via D’Amelio, approfondendo, poi, nel corso dei successivi atti istruttori, il contenuto delle sue dirompenti rivelazioni In particolare, per quanto di specifico interesse in questa sede, il collaboratore riferiva che, un giorno (sulla collocazione cronologica, ci si soffermerà nel paragrafo successivo), allorché si trovava in macchina con il sodale Cristofaro (inteso Fifetto) Cannella, che parlava a nome e per conto del loro mandamento, Giuseppe Graviano, questi, dopo essersi sincerato che la vettura fosse “pulita” (cioè che non vi fosse pericolo d’esser intercettati) gli faceva presente che occorreva rubare una Fiat 126.

All’obiezione dello Spatuzza, che si diceva non in grado di rubare un simile modello di autovettura, per la quale non si poteva utilizzare lo “spadino”, il Cannella rispondeva, in maniera categorica (“la macchina si deve rubare”): da tale atteggiamento, Gaspare Spatuzza comprendeva che, del tutto verosimilmente, era in preparazione un attentato, facendo un collegamento con quello effettuato in danno del dott. Rocco Chinnici, per il quale era stata utilizzata proprio una Fiat 126, imbottita d’esplosivo.

Data l’irremovibilità di Cannella, Spatuzza gli domandava se poteva avvalersi dell’aiuto di Vittorio Tutino ed anche se, per l’esecuzione del furto, dovevano rispettare il limite territoriale del loro mandamento (Brancaccio), oppure se, al contrario, avevano libertà di agire su tutta la città di Palermo. Cannella prendeva tempo, dicendo che simili decisioni spettavano a Giuseppe Graviano, riservandosi di far pervenire una risposta, dopo aver, appunto, interpellato il capo mandamento.

Effettivamente, dopo qualche giorno, Cannella comunicava a Spatuzza che poteva utilizzare Tutino per il furto della Fiat 126 e che potevano operare in tutto il territorio palermitano ed anche oltre. Spatuzza si attivava, dunque, immediatamente, per rintracciare Vittorio Tutino, facendogli presente la necessità di rubare una Fiat 126, munendosi degli arnesi da scasso necessari per asportare quel modello di autovettura, poiché (come anticipato), sapeva (da alcuni soggetti del quartiere Sperone di Palermo, dediti ai furti di autovetture) che non era possibile rubare la Fiat 126 utilizzando il “chiavino” o “spadino”, essendo necessario romperne il bloccasterzo e poi collegare i fili di accensione (la circostanza veniva ampiamente confermata, come si vedrà, nel corso dell’istruttoria).

Dunque, nel giorno stabilito (sull’individuazione, ancora una volta, si rinvia al paragrafo successivo), Spatuzza si metteva in moto, assieme a Tutino, a bordo della Renault 5 di proprietà del fratello, in prima serata (dopo le ore venti), per individuare l’autovettura da rubare, in realtà, avendo in animo soltanto di perlustrare la zona e poi, una volta individuata la vettura, di agire in un tempo più idoneo. […]

Una volta individuata la Fiat 126, Spatuzza e Tutino decidevano di agire nell’immediatezza, perché l’automobile era posteggiata in una zona isolata e l’occasione era propizia81. Quindi, Vittorio Tutino, munito dell’attrezzatura da scasso (un cacciavite per forzare la serratura ed il “tenaglione” per rompere il bloccasterzo), scendeva e si metteva in azione, mentre Spatuzza rimaneva a bordo dell’automobile del fratello, posizionandola all’imbocco della stradina e rimanendo in attesa.

Tuttavia, vedendo che il compare impiegava più tempo del dovuto, Spatuzza usciva dall’abitacolo e s’avvicinava alla Fiat 126, dove Tutino, rannicchiato sotto lo sterzo, gli diceva che stava incontrando qualche difficoltà. Proprio in quel frangente, passavano alcune persone (un uomo, con in braccio un bambino piccolo ed una donna che camminava, dando la mano ad una bambina più grande), che, apparentemente, non s’accorgevano d’alcunché.

A quel punto, Spatuzza s’introduceva anch’egli all’interno dell’abitacolo ed, alla fine, i due sodali riuscivano a romperne il bloccasterzo. Ciononostante, una volta collegati i fili dell’accensione, non riuscivano a mettere in moto la vettura (che, come si vedrà in altra parte della motivazione, aveva dei problemi anche d’accensione), sicché, dopo averla condotta, a mano, fuori della stradina, a fondo chiuso, dove si trovava posteggiata, decidevano di portarla via a spinta, appunto, avvalendosi dell’automobile del fratello di Spatuzza. Utilizzando tale metodo, i due giungevano, sicuramente prima della mezzanotte, in un garage del quartiere di Brancaccio, nella disponibilità di Spatuzza  dove ricoveravano la Fiat 126 (le operazioni duravano, complessivamente, più di un’ora); Spatuzza informava poi Fifetto Cannella.

[…] Sulla collocazione cronologica di questa prima fase, il collaboratore di giustizia non forniva dati precisi, ma solo indicazioni piuttosto approssimative. Detta circostanza (assolutamente comprensibile, anche alla luce del lungo tempo decorso dai fatti), non preclude comunque una ricostruzione attendibile, cui pare ben possibile addivenire, attraverso una lettura ‘sinottica’ delle dichiarazioni di Spatuzza e degli ulteriori dati istruttori disponibili (di seguito evidenziati).

Un primo dato certo è che la Fiat 126 utilizzata come autobomba in via D’Amelio veniva inserita nell’archivio del Ministero dell’Interno il 10 luglio 1992, poiché in tale data, Pietrina Valenti ne denunciava il furto presso la Stazione Carabinieri di Palermo-Oreto: inoltre, il furto veniva denunciato dalla proprietaria come avvenuto la sera o la notte prima. Un altro dato certo (sul quale convergono le dichiarazioni di tutti i soggetti coinvolti) è che la proprietaria della Fiat 126 incaricava Salvatore Candura di ricercare l’automobile, una volta avvedutasi della sua sottrazione.

A tal proposito, Pietrina Valenti (con modalità alquanto confusionarie), sosteneva di aver presentato la sua denuncia subito dopo la scoperta del furto, aggiungendo di ricordare “perfettamente” che si trattava di una domenica (in realtà, il 10 luglio 1992 era un venerdì), tanto che (a suo dire) le veniva richiesto di tornare in un altro giorno non festivo, perché non c’era personale disponibile per raccogliere la sua denuncia.

Luciano Valenti (anch’egli in maniera confusa), dapprima rispondeva che sua sorella Pietrina sporgeva denuncia subito dopo essersi accorta del furto e poi, dopo la lettura delle sue precedenti dichiarazioni al dibattimento del processo c.d. Borsellino uno, confermava che Pietrina ritardava la denuncia, si pure di poco, in attesa dell’esito delle ricerche dell’automobile, da parte di Candura. […]

Sulla stessa linea, anche le dichiarazioni di Salvatore Candura, che spiegava come, su suo consiglio, Pietrina Valenti (che lo sospettava del furto della sua automobile), prima di sporgere la denuncia, attendeva l’esito delle sue ricerche, per “un po’ di giorni”. […] Dunque, sulla scorta degli elementi sin qui richiamati, si può ritenere provato, che il furto della Fiat 126 veniva consumato in epoca compresa tra i primi giorni di luglio 1992, così come dichiarato da Salvatore Candura, e la sera del giorno 9 luglio 1992, come indicato dalla stessa Pietrina Valenti nella denuncia presentata ai Carabinieri, l’indomani 10 luglio 1992. La tesi più ragionevole è che la sottrazione della Fiat 126 sia avvenuta diversi giorni prima rispetto alla denuncia, attesa la convergenza, in tal senso, di plurime fonti dichiarative (Salvatore Candura, Roberto Valenti ed anche Luciano Valenti, almeno secondo quanto dal medesimo dichiarato nel processo c.d. Borsellino uno) ed in considerazione anche della circostanza (pacifica) che la proprietaria si rivolgeva a Salvatore Candura per recuperare il veicolo (come da lei ammesso), secondo una prassi che, evidentemente, richiedeva che la stessa attendesse poi l’esito delle ricerche del mezzo, almeno per qualche giorno, prima di denunciarne la sottrazione alle autorità, tanto più che lei sospettava proprio del Candura, per la commissione del furto. Inoltre, in tale ottica, potrebbe avere senso anche la circostanza (diversamente non spiegabile) che Pietrina Valenti ricordava “perfettamente” di essersi recata in Caserma in una giornata domenicale, non appena si avvedeva della sottrazione della sua Fiat 126: pare, infatti, del tutto ragionevole ipotizzare (alla luce delle suddette risultanze istruttorie) che la stessa sia andata, effettivamente, dai Carabinieri la domenica 5 luglio 1992 e che, alla richiesta dei militari di ripresentarsi in giorno non festivo, abbia poi deciso di rivolgersi al Candura, per cercare di recuperare l’automobile, facendogli presente (proprio come dichiarato da quest’ultimo), che in caso di mancato ritrovamento della Fiat 126, sarebbe andata a denunciarne la sottrazione, come effettivamente avvenuto il successivo venerdì 10 luglio 1992.

[…] Il ricordo (comprensibilmente) poco nitido di Gaspare Spatuzza, sulla data dell’incarico di rubare una Fiat 126 (sintomo evidente di genuinità delle sue dichiarazioni), può essere colmato da altri elementi istruttori, assolutamente compatibili con le sue dichiarazioni ed utili a ricostruire l’esatta cronologia (anche) di questo segmento esecutivo. […] Dunque, andando a ritroso di circa una settimana o poco più, secondo l’indicazione fornita da Gaspare Spatuzza, è del tutto verosimile collocare l’incarico di Cannella, per il furto della Fiat 126, alla fine del mese di giugno. […]

Dopo aver riferito dell’incarico ricevuto per il furto della Fiat 126 e delle modalità con le quali assolveva a detto compito, come detto, unitamente all’imputato Vittorio Tutino, nonché del luogo in cui ricoverava l’autovettura, subito dopo la sottrazione, Gaspare Spatuzza proseguiva nel suo racconto, spiegando che, dopo aver fatto sapere a Fifetto Cannella che aveva appunto rubato la macchina, veniva convocato dal capo mandamento, Giuseppe Graviano, che – in quel frangente – trascorreva la latitanza a Falsomiele, nella casa di Borgo Ulivia, del padre di Fabio Tranchina […]. Nell’occasione, come detto, da collocare in epoca antecedente al pomeriggio del 7 luglio 1992 (allorquando il capo mandamento si allontanava dalla Sicilia, facendovi rientro il 14 luglio 1992), Graviano si informava, innanzitutto, da Spatuzza sul luogo dove aveva rubato l’automobile (la zona dov’era posteggiata la Fiat 126 ricadeva nel territorio del mandamento di Brancaccio, diviso da quello di Santa Maria di Gesù, dalla via Oreto) e gli chiedeva anche se, dalla visione dei documenti o dall’eventuale richiesta di restituzione del mezzo, la stessa fosse riconducibile a persone di loro conoscenza […]. Spatuzza osservava le direttive ricevute, così come quella di comprare un bloccasterzo ad ombrello, da poter applicare al volante della Fiat 126 (evidentemente, in vista della sua collocazione in via D’Amelio, al fine di allontanare dubbi che la stessa fosse rubata), bruciando tutto ciò che era contenuto all’interno (immagini sacre, documenti ed anche un ombrello). […]

Nel frattempo (come anticipato), pochi giorni dopo il furto della Fiat 126118, Spatuzza, collegandone i fili dell’accensione, l’aveva messa in moto e trasportata in un altro garage, anch’esso nella sua disponibilità, nella zona della famiglia di Roccella […]. Dopo aver riferito dello spostamento della Fiat 126 in un altro magazzino (rispetto a quello di Brancaccio, dove aveva ricoverato l’automobile, subito dopo averla rubata), nel territorio della famiglia di Roccella (sempre ricompreso nel mandamento di Brancaccio), nonché dell’incontro con Giuseppe Graviano (nella casa del padre di Fabio Tranchina) e dell’adempimento delle direttive impartite da quest’ultimo, in merito alla sistemazione dell’automobile (provvedendovi direttamente, salvo che per la sistemazione dei freni, per cui s’avvaleva dell’amico meccanico, Maurizio Costa), Gaspare Spatuzza riferiva anche gli ulteriori segmenti della sua partecipazione alle attività preparatorie della stage di via D’Amelio, con il contributo operativo, ancora una volta, dell’imputato Vittorio Tutino. Infatti, dopo un ulteriore incontro con Giuseppe Graviano, nella casa del padre di Fabio Tranchina, la settimana precedente alla strage del 19 luglio 1992, con le ulteriori direttive del capo mandamento sul furto delle targhe che Spatuzza doveva effettuare (tassativamente) sabato 18 luglio 1992, in orario di chiusura degli esercizi ed evitando effrazioni (per ritardare il più possibile la denuncia di furto), proprio in quest’ultimo giorno (vale a dire la vigilia della strage), Vittorio Tutino rintracciava il collaboratore, mentre costui si trovava a casa della madre, poiché doveva consegnargli delle batterie per automobile (evidentemente, assolvendo ad un incarico).

Pertanto, i due sodali si recavano, prima dell’orario di chiusura mattutina, dall’elettrauto “Settimo”, in Corso dei Mille, dove Tutino ritirava le “due batterie”, dopo averne controllato la carica (così testandone l’efficienza), consegnandole a Spatuzza, assieme ad “un antennino”, del tipo di quelli che venivano montati nella canaletta di utilitarie di piccola cilindrata.

Spatuzza si recava, quindi, nel garage di Roccella, dove la Fiat 126 era ricoverata e collocava le due batterie e l’antennino all’interno dell’abitacolo, dove aveva già posizionato anche l’occorrente per poter sostituire le targhe che, di lì a poco, avrebbe rubato, secondo le predette direttive di Giuseppe Graviano ed avvalendosi, ancora una volta, dell’amico e sodale Vittorio Tutino. Peraltro, Spatuzza chiariva anche a cosa servisse il predetto materiale, recuperato attraverso l’ausilio dell’imputato, sia pure facendo riferimento alla sua successiva esperienza criminale, in particolare a quella relativa all’attentato di via Fauro a Roma, allorquando veniva approntato un meccanismo di doppia detonazione per l’ordigno esplosivo destinato al giornalista Maurizio Costanzo, appunto, utilizzando due batterie (in quel caso di motociclo), a garanzia di una maggiore riuscita dell’azione delittuosa (in quel caso, non portata a compimento). Successivamente, nel pomeriggio della medesima giornata di sabato 18 luglio 1992, in orario ricompreso tra le ore 15 e le ore 18, Gaspare Spatuzza veniva contattato, sotto la propria abitazione, nel quartiere Brancaccio, da Fifetto Cannella, che gli comunicava che si doveva spostare la Fiat 126. […] Giunto in via Don Orione, sempre seguendo le vetture del Cannella e del Mangano (proprio all’altezza della casa della suocera di Vittorio Tutino), Spatuzza notava i predetti sodali che arrestavano la marcia e, in particolare, Cannella che gli faceva cenno di posteggiare la Fiat 126. Così faceva Spatuzza, che scendeva anche dall’abitacolo, per dirigersi a piedi (non sapendo bene cos’altro fare) verso un bar ubicato lì all’angolo, venendo subito raggiunto da Cannella, a piedi, che gli diceva di salire nuovamente a bordo della Fiat 126 e di seguirlo.

Cannella e Mangano, camminando a piedi conducevano, quindi, Spatuzza in via Villasevaglios, all’interno di un vano seminterrato di uno stabile sulla destra di tale strada, nel quale si accedeva attraverso uno scivolo (dove, come si vedrà, Spatuzza portava gli inquirenti, nel corso del sopralluogo). Imboccando tale scivolo e svoltando poi a destra, Spatuzza notava, tra i numerosi garage del seminterrato, uno che era proprio di fronte alla sua autovettura e che aveva la saracinesca già aperta, con all’interno due uomini: uno era Lorenzo (detto Renzino) Tinnirello, come già accennato, all’epoca dei fatti, vice capo della famiglia di Corso dei Mille (sulla cui figura ci si soffermerà in altra parte della motivazione), mentre l’altro era uno sconosciuto, verosimilmente estraneo a Cosa nostra (secondo lo stesso collaboratore, una presenza anomala e misteriosa). Era proprio su Tinnirello che si concentrava l’attenzione di Spatuzza, poiché era quest’ultimo che lo guidava, con i gesti, nella manovra di parcheggio nel garage. Terminata detta manovra, Spatuzza faceva notare a Tinnirello la presenza, all’interno dell’abitacolo, del materiale che aveva procurato, anche grazie all’ausilio di Tutino (le due batterie e l’antennino, oltre al necessario per reinstallare delle altre targhe che avrebbe dovuto rubare, di lì a poco), raccomandando anche di ripulire lo sterzo, il cambio e la maniglia dalle impronte digitali che aveva lasciato.

Mentre usciva dal garage, in compagnia di Cannella, Spatuzza vedeva sopraggiungere, scendendo lungo il predetto scivolo d’accesso al seminterrato, Francesco (detto Ciccio) Tagliavia, all’epoca dei fatti, come accennato, a capo della famiglia di Corso dei Mille (anche su tale figura ci si soffermerà in altra parte della motivazione) e latitante, sicché, proprio per quest’ultimo motivo, il collaboratore evitava anche solo di salutarlo. Spatuzza s’allontanava, poi, a bordo dell’autovettura del Cannella. LA REPUBBLICA 9.7.2019


Rinascita-Scott, le trame tra Cosa nostra e ’ndrangheta raccontate dal pentito Spatuzza L’ex soldato dei fratelli Graviano depone al maxiprocesso come testimone del pool di Nicola Gratteri. Prima il controesame di Nino Fiume Il più importante collaboratore di giustizia italiano attualmente in vita appare di spalle, giacca blu e berretto grigio, sui ventiquattro monitor che scendono dal soffitto dell’aula bunker di Lamezia Terme. Collegato in videoconferenza dalla località riservata, l’uomo che svelò le trame più crudeli e perverse dello stragismo di Cosa nostra, dagli attentati di Capaci evia D’Amelio al supplizio del piccolo Giuseppe Di Matteo, depone al maxiprocesso Rinascita Scott.

Qui non c’è la mafia siciliana, è il processo ad una ’ndrangheta d’élite che – anche secondo i pm della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro – coi siciliani ebbe un dialogo costante e profondo in una delle fasi più delicate del Paese, tra la Prima e la Seconda Repubblica. Ed uno degli interlocutori principali sarebbe stato lui, Luigi Mancuso, il Supremo, principale imputato di Rinascita Scott, contrario allo stragismo – hanno riferito nelle precedenti udienze altri collaboratori di giustizia – ma padrone di casa, quando i capi delle grandi famiglie calabresi ricevettero, nel Vibonese, gli emissari di Totò Riina.

La mattanza, il pentimento  Spatuzza, ‘u Tignusu, l’uomo che rubò la Fiat 126 carica di tritolo che uccise il giudice Paolo Borsellino e la sua scorta, l’assassino di don Pino Puglisi, il rapitore di un altro innocente poi condotto al massacro, appunto il figlio del collaboratore di giustizia Santino Di Matteo, il carnefice di circa quaranta mafiosi per conto dei Graviano di Brancaccio, è flemmatico ma sicuro nel suo eloquio dalla caratteristica cadenza palermitana. Finito in arresto nel 1997, quando Cosa nostra si calò come un giunco davanti alla piena dello Stato, iniziò a collaborare sin dal 2008 e fu un movimento tellurico: la verità su via D’Amelio, dopo anni di menzogne ed ignobili depistaggi. Poi sulle bombe del ’93 nel Continente: Milano, Firenze, Roma. I legami tra mafia, imprenditori, politici. I rapporti, presunti, tra i Graviano e Dell’Utri e Berlusconi. Oggi, dopo i processi su attentati e massacri di inizio anni ’90, sulla trattativa Stato-mafia, sul patto stragista tra siciliani e calabresi, depone a Rinascita Scott.

Il prequel con Fiume Spatuzza depone subito dopo il controesame, burrascoso e confusionario, del pentito reggino Nino Fiume, che – sollecitato dalle difese – prova chiarire alcuni aspetti emersi in sede di esame sulla storia del clan De Stefano e sulla carica di Crimine passata, dopo l’omicidio di Paolo De Stefano (1985), prima a Domenico Tegano (deceduto nel 1991), poi a Pasquale Condello, fino alla pace benedetta da Antonio Nirta e Mico Alvaro. In seguito il Crimine fu conferito, nel 2001, a Peppe De Stefano, figlio dello stesso don Paolo. Quindi domande e risposte, quasi incomprensibili da parte dello stesso Fiume, sul conferimento della dote della Santa e sul «chiamarsi il posto» degli ‘ndranghetisti in carcere. «C’erano regole di vita una volta nella ‘ndrangheta – ha detto Fiume – che col tempo, però, sono state enfatizzate fino a diventare qualcosa di folcloristico».

Il superpentito Ben più lineare, anche se relativamente breve, il narrato di Gaspare Spatuzza. Preliminarmente, rispondendo al pm Anna Maria Frustaci, spiega cosa significa essere stati «combinati». «Sono stato combinato, quindi fatto uomo d’onore, giurando fedeltà alla famiglia di appartenenza – racconta – quando fui nominato capo mandamento, tra l’ottobre e il novembre 1995, dopo che fu arrestato Antonino Mangano. Prima non ero stato combinato, ma facevo parte comunque della famiglia ed avevo dei ruoli fondamentali».  Dopo l’arresto, nel ‘97, il 26 luglio del 2008, iniziò a collaborare con la giustizia, avendo incassato condanne definitive per le stragi di Roma e Firenze e per l’omicidio di don Puglisi. «Il mio è stato un percorso morale e spirituale – continua – Già nel 2001, senza collaborare né dissociarmi formalmente, presi comunque le distanze della famiglia. Iniziai ad affrontare il carcere in solitudine. Intrapresi in seguito la collaborazione con la giustizia, ma non ero stato mai indagato per Capaci e via D’Amelio. E mi autoaccusai perché era giusto così, perché fino ad allora erano stati condannati erroneamente all’ergastolo degli innocenti. Poi ci sono stati i processi e ho riportato condanne definitive per queste stragi. Alla fine hanno prevalso la verità e la giustizia. C’erano anche dei passaggi rimasti nell’ombra per gli attentati di Milano e Firenze e io ho reso dichiarazioni anche su questo, malgrado fossi già stato condannato per queste stragi».

L’asse Sicilia-Calabria Quindi il nocciolo: i rapporti Cosa Nostra-‘ndrangheta. «Negli anni ’80 i Graviano ospitarono i fratelli Notargiacomo al villaggio Euromare che era di proprietà dei Graviano e di Tullio Cannella, oggi collaboratore di giustizia  – spiega –. I Notargiacomo erano amici di Antonino Marchese, cognato di Leoluca Bagarella. Ricordo che uno di questi fratelli era stato ferito, perché coinvolti in una faida in Calabria». E ancora: «Durante la detenzione a Tolmezzo, con noi c’era Mommo Molé, persona stimatissima da Mariano Agate e dai fratelli Graviano. Eravamo, noi siciliani, coinvolti nel processo Golden Market. Mi dissero di ricusare il presidente della Corte d’Assise di Palermo all’ultima udienza – continua Spatuzza – Io sono stato stralciato. Molti così furono condannati, ma io fui successivamente assolto per gli omicidi. Quando arrivammo in Cassazione, ci arrivammo con due processi, io assolto e altri invece condannati».

Gli “amici calabresi” In relazione allo sviluppo del processo Golden Market, Spatuzza aggiunge: «Il giorno successivo al nostro arrivo a Tolmezzo, Giuseppe Graviano ci disse che aveva dato due botte di 500 milioni di vecchie lire a Mariano Agate per aggiustare un processo grazie agli “amici calabresi” ed il riferimento era la cosca Piromalli-Molé, con la quale c’era un rispetto profondo». Sugli altri rapporti tra siciliani e calabresi, invece: «Ho avuto un traffico di hashish e armi con i Nirta, per conto della famiglia mafiosa di Brancaccio. Poi ho conosciuto nel carcere di Ascoli Piceno Pasquale TeganoNicola Arena e Franco Coco Trovato. Mariano Agate aveva ottimi rapporti anche con Tegano e Coco Trovato».

E ancora: «A Tolmezzo contestai a Filippo Graviano che napoletani e calabresi si lamentavano che se c’era il 41 bis la colpa era dei palermitani. Graviano mi rispose “Questi che si lamentano dovrebbero prima parlare con i loro padri”. A gennaio del ’94, quando eravamo a Roma per l’attentato all’Olimpico, mentre si aspettava l’input di Giuseppe Graviano, al bar Doney lui mi disse che i calabresi si erano mossi, alludendo all’attentato fatto in Calabria contro i carabinieri, e quindi si poteva fare la strage allo stadio che poi è fallita. L’esigenza di fare presto a Roma, ci fece accantonare l’idea di ammazzare Contorno, che noi sapevamo dove fosse. Dovevamo fare un attentato pure a Napoli. Da quello che mi disse Graviano, compresi che c’era sinergia tra siciliani e calabresi nelle stragi, per questo mi disse che napoletani e calabresi dovevano parlare con i loro padri prima di lamentarsi, perché pure loro erano coinvolti nelle stragi». 22.2.2021 LA CNEWS24


Il pentito Spatuzza: “Nelle stragi di mafia i calabresi e i napoletani erano coinvolti con le mani, con la testa e con i piedi” Collegato in videoconferenza con l’aula bunker di Lamezia Terme, stamattina il collaboratore di giustizia siciliano ha confermato che il particolare gli era stato riferito da Filippo Graviano, boss di Brancaccio che, assieme al fratello Giuseppe, all’inizio degli anni Novanta è stato il protagonista della strategia stragista di Cosa Nostra Secondo me, sia i calabresi che i napoletani erano coinvolti con le mani, con la testa e con i piedi nelle stragi”. Il pentito siciliano Gaspare Spatuzza si è convinto di questo dopo aver ascoltato la risposta di FilippoGraviano a cui lui, intorno al 1998, aveva riportato le lamentele di chi, all’interno del sistema carcerario, addossava ai palermitani la colpa del 41 bis (carcereduro, ndr). “Filippo Graviano mi disse che queste persone farebbero bene a parlare coi loro padri prima di aprire bocca”. Collegato in videoconferenza con l’aula bunker di LameziaTerme, stamattina il collaboratore di giustizia siciliano la ripete due volte la frase del boss di Brancaccio che, assieme al fratello Giuseppe, all’inizio degli anni Novanta è stato il protagonista della strategia stragista di CosaNostra: “Filippo Graviano mi disse: ‘È bene che questi signori parlassero con i loro padri, che gli daranno tutte le spiegazioni dovute’”. Anche al maxi-processo “Rinascita-Scott” contro la cosca Mancuso, in sostanza, Spatuzza ha confermato quanto aveva dichiarato prima nel verbale del 3 ottobre 2013 e poi nel processo “‘Ndrangheta stragista” che si è concluso nei mesi scorsi con la condanna all’ergastolo del boss Giuseppe Graviano per l’omicidio dei due carabinieri Antonino Fava e VincenzoGarofalo, uccisi il 18 gennaio 1994 sull’autostrada Salerno-Reggio Calabria all’altezza dello svincolo di Scilla.

“Tutti i mali di questo Paese iniziano per la volontà della famiglia Graviano. È questo che non ha capito ancora il signor Giuseppe Graviano”. Rispondendo alle domande del sostituto procuratore della Dda di Catanzaro, AnnamariaFrustaci, il collaboratore Spatuzza ha ricordato i suoi primi passi in CosaNostra: “Sono nato e cresciuto a Brancaccio e quindi orbitando in quell’ambiente criminale, sin dagli anni ’80 ho fatto parte della famiglia Graviano. Da lì ho iniziato il mio percorso criminale fino ad arrivare a fare omicidi e stragi”. Il riferimento è all’uccisione dei giudici Falcone e Borsellino (“Mi è stato dato il ruolo di rubare la macchina, la 126, – sono le sue parole – da utilizzare per la via D’Amelio in cui ho avuto un ruolo di primissimo livello”). Ma anche alle cosiddette “stragi continentali”: “Sono stato coinvolto nelle stragi in continente, a Roma, Firenze e Milano. Purtroppo sono stato uno dei partecipanti”. Spatuzza ricorda in aula quando con Antonio Scarano si trovava a Roma nei giorni che precedettero la fallita strage dell’Olimpico: “Aspettavamo l’imput definitivo di Graviano. Assieme a Scarano siamo andati a prenderlo al barDoney. Lui mi mette al corrente di alcuni fatti: che ci hanno messo il paese nelle mani. Mi disse che ci dobbiamo muovere a fare l’attentato perché i calabresi si erano mossi: erano stati uccisi dei carabinieri in Calabria. Effettivamente, quando sono andato a constatare, ho scoperto che erano stati uccisi due carabinieri in Calabria. Quindi ci dà l’input definitivo di fare la strage lì a Roma, all’Olimpico. Fortunatamente è fallito”.

“L’obiettivo erano i carabinieri – ribadisce Spatuzza – Quando noi siamo andati su (a Roma, ndr), Graviano mi fa delle confidenze. Dice che avevano chiuso tutto e che avevamo ottenuto quello che volevamo. Mi fa capire che c’era una sinergia stragista tra noi siciliani, di Cosa Nostra, e la ‘Ndrangheta. Le parole che mi sono state fatte all’interno del bar Doney è che c’eravamo presi il Paese nelle mani grazie a Berlusconi e Dell’Utri. Del partito, in quella sede e in quell’istante, non se ne è parlato”. A proposito dei rapporti tra calabresi e siciliani, inoltre, il pentito ha ricordato che negli anni ’80 i due fratelli Notargiacomo vennero ospitati all’interno del villaggio turistico Euromare di proprietà dei Graviano. Dei due fratelli, Spatuzza ricorda che “uno era ferito a causa di una guerra all’interno delle famiglie calabresi. I Notargiacomo erano amici di AntonioMarchese, cognato di Leoluca Bagarella. Sono stati presi sotto la custodia della famiglia di Brancaccio”. Il collaboratore parla anche dei legami dei Graviano con le cosche Molè e Piromalli di Gioia Tauro. “I rapporti li aveva più Mariano Agate che veniva paragonato allo stesso livello di Totò Riina. – aggiunte Spatuzza – Quando siamo arrivati nel carcere di Tolmezzo nel 1999 o nel 1998, abbiamo saputo che era stato assegnato allo stresso istituto Mariano Agate. Giuseppe Graviano dice ‘proprio a lui cercavo perché gli ho dato un sacco di soldi per sistemare un processo, circa 500 milioni di lire. Due trance di 500 milioni l’una erano state messe a disposizioni di alcuni amici calabresi che avrebbero aggiustato un processo che io dedussi essere stato ‘GoldenMarket’. Io queste cose le ho apprese da Giuseppe Graviano”. IL FATTO QUOTIDIANO 23.2.2021


NEL GARAGE DOVE SI PREPARA L’AUTOBOMBA, UNA “PRESENZA ANOMALA E MISTERIOSA” Fin dall’avvio della propria collaborazione con la giustizia, Gaspare Spatuzza ha raccontato di eventi che lo hanno visto protagonista, anche rispetto alla strage di via D’Amelio. Il contenuto delle sue rivelazioni è stato a dir poco dirompente

Il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza, all’epoca dei fatti oggetto del presente processo era pienamente inserito nella famiglia mafiosa di Brancaccio (famiglia egemone dell’omonimo mandamento, composto altresì da quelle di Ciaculli, Corso dei Mille e Roccella), sin dagli anni ’80, sebbene non fosse ancora ritualmente affiliato, come uomo d’onore. Infatti, come risulta anche dalle dichiarazioni degli altri collaboratori di giustizia escussi nel presente procedimento, soltanto dopo l’arresto dei fratelli Giuseppe e Filippo Graviano (27 gennaio 1994) e quello di Antonino Mangano (24 giugno 1995), Gaspare Spatuzza diveniva uomo d’onore e veniva, contestualmente, investito (attesi i predetti arresti dei vertici della famiglia) della rappresentanza del mandamento mafioso di Brancaccio, su impulso e per volontà di Matteo Messina Denaro, che voleva un punto di riferimento per quest’ultimo territorio. […] Comunque, […], anche in rapporto al suo curriculum criminale ed ai motivi della sua collaborazione con l’autorità giudiziaria, deve subito evidenziarsi come, già all’epoca della strage di via D’Amelio, Gaspare Spatuzza fosse organicamente inserito nella famiglia di Brancaccio e godesse della piena fiducia dei vertici di detto mandamento: infatti, egli entrava a far parte attiva del gruppo mafioso negli anni ’80 grazie al rapporto di conoscenza instaurato con la famiglia dei Graviano, dalla parte dei quali si era schierato nella guerra di mafia poiché, proprio come gli stessi fratelli Graviano, in relazione all’omicidio del loro padre (Michele Graviano), sospettava anch’egli che proprio fratello (Salvatore Spatuzza) fosse stato eliminato da quella fazione di Cosa nostra che faceva capo a Salvatore Contorno e, da quel momento in poi, s’era dunque prestato a controllare gli spostamenti dei familiari e dei soggetti ritenuti vicini allo stesso Contorno (del quale si temeva un ritorno a Palermo, per vendicarsi nei confronti di coloro che riteneva nemici, avvalendosi, appunto, dei familiari o dei soggetti a lui più legati).

[…] Gli incarichi che gli venivano, via via, affidati nell’ambito della famiglia di Brancaccio erano, nel corso del tempo, aumentati per frequenza ed importanza, arrivando (come meglio esposto nella parte dedicata alla valutazione della credibilità soggettiva del collaboratore) anche a numerosi omicidi per conto del sodalizio mafioso (fra gli altri, quelli di Don Pino Puglisi e del piccolo Giuseppe Di Matteo) e, soprattutto, al coinvolgimento diretto nell’intera campagna stragista, in Sicilia (con le stragi di Capaci e di via D’Amelio) e nel continente.

Venendo ai fatti oggetto del presente processo, Gaspare Spatuzza dichiarava, fin dall’avvio (il 26 giugno 2008, avanti a magistrati delle Procure di Caltanissetta, Palermo e Firenze) della propria collaborazione con la giustizia (invero, come rilevato dal Pubblico Ministero, nella sua requisitoria, inizialmente accolta dagli inquirenti con diffidenza, poiché si trattava di rimettere in discussione, dopo più di quindici anni dai fatti, diverse sentenze che accertavano, con il crisma dell’irrevocabilità, responsabilità penali per fatti gravissimi), gli eventi che lo vedevano protagonista, anche in relazione alla strage di via D’Amelio, approfondendo, poi, nel corso dei successivi atti istruttori, il contenuto delle sue dirompenti rivelazioni.

In particolare, per quanto di specifico interesse in questa sede, il collaboratore riferiva che, un giorno (sulla collocazione cronologica, ci si soffermerà nel paragrafo successivo), allorché si trovava in macchina con il sodale Cristofaro (inteso Fifetto) Cannella, che parlava a nome e per conto del loro mandamento, Giuseppe Graviano, questi, dopo essersi sincerato che la vettura fosse “pulita” (cioè che non vi fosse pericolo d’esser intercettati) gli faceva presente che occorreva rubare una Fiat 126. All’obiezione dello Spatuzza, che si diceva non in grado di rubare un simile modello di autovettura, per la quale non si poteva utilizzare lo “spadino”, il Cannella rispondeva, in maniera categorica (“la macchina si deve rubare”): da tale atteggiamento, Gaspare Spatuzza comprendeva che, del tutto verosimilmente, era in preparazione un attentato, facendo un collegamento con quello effettuato in danno del dott. Rocco Chinnici, per il quale era stata utilizzata proprio una Fiat 126, imbottita d’esplosivo. Data l’irremovibilità di Cannella, Spatuzza gli domandava se poteva avvalersi dell’aiuto di Vittorio Tutino ed anche se, per l’esecuzione del furto, dovevano rispettare il limite territoriale del loro mandamento (Brancaccio), oppure se, al contrario, avevano libertà di agire su tutta la città di Palermo. Cannella prendeva tempo, dicendo che simili decisioni spettavano a Giuseppe Graviano, riservandosi di far pervenire una risposta, dopo aver, appunto, interpellato il capo mandamento.

Effettivamente, dopo qualche giorno, Cannella comunicava a Spatuzza che poteva utilizzare Tutino per il furto della Fiat 126 e che potevano operare in tutto il territorio palermitano ed anche oltre. Spatuzza si attivava, dunque, immediatamente, per rintracciare Vittorio Tutino, facendogli presente la necessità di rubare una Fiat 126, munendosi degli arnesi da scasso necessari per asportare quel modello di autovettura, poiché (come anticipato), sapeva (da alcuni soggetti del quartiere Sperone di Palermo, dediti ai furti di autovetture) che non era possibile rubare la Fiat 126 utilizzando il “chiavino” o “spadino”, essendo necessario romperne il bloccasterzo e poi collegare i fili di accensione (la circostanza veniva ampiamente confermata, come si vedrà, nel corso dell’istruttoria). Dunque, nel giorno stabilito (sull’individuazione, ancora una volta, si rinvia al paragrafo successivo), Spatuzza si metteva in moto, assieme a Tutino, a bordo della Renault 5 di proprietà del fratello, in prima serata (dopo le ore venti), per individuare l’autovettura da rubare, in realtà, avendo in animo soltanto di perlustrare la zona e poi, una volta individuata la vettura, di agire in un tempo più idoneo. […] Una volta individuata la Fiat 126, Spatuzza e Tutino decidevano di agire nell’immediatezza, perché l’automobile era posteggiata in una zona isolata e l’occasione era propizia81. Quindi, Vittorio Tutino, munito dell’attrezzatura da scasso (un cacciavite per forzare la serratura ed il “tenaglione” per rompere il bloccasterzo), scendeva e si metteva in azione, mentre Spatuzza rimaneva a bordo dell’automobile del fratello, posizionandola all’imbocco della stradina e rimanendo in attesa. Tuttavia, vedendo che il compare impiegava più tempo del dovuto, Spatuzza usciva dall’abitacolo e s’avvicinava alla Fiat 126, dove Tutino, rannicchiato sotto lo sterzo, gli diceva che stava incontrando qualche difficoltà. Proprio in quel frangente, passavano alcune persone (un uomo, con in braccio un bambino piccolo ed una donna che camminava, dando la mano ad una bambina più grande), che, apparentemente, non s’accorgevano d’alcunché. A quel punto, Spatuzza s’introduceva anch’egli all’interno dell’abitacolo ed, alla fine, i due sodali riuscivano a romperne il bloccasterzo. Ciononostante, una volta collegati i fili dell’accensione, non riuscivano a mettere in moto la vettura (che, come si vedrà in altra parte della motivazione, aveva dei problemi anche d’accensione), sicché, dopo averla condotta, a mano, fuori della stradina, a fondo chiuso, dove si trovava posteggiata, decidevano di portarla via a spinta, appunto, avvalendosi dell’automobile del fratello di Spatuzza. Utilizzando tale metodo, i due giungevano, sicuramente prima della mezzanotte, in un garage del quartiere di Brancaccio, nella disponibilità di Spatuzza dove ricoveravano la Fiat 126 (le operazioni duravano, complessivamente, più di un’ora); Spatuzza informava poi Fifetto Cannella.

[…] Sulla collocazione cronologica di questa prima fase, il collaboratore di giustizia non forniva dati precisi, ma solo indicazioni piuttosto approssimative. Detta circostanza (assolutamente comprensibile, anche alla luce del lungo tempo decorso dai fatti), non preclude comunque una ricostruzione attendibile, cui pare ben possibile addivenire, attraverso una lettura ‘sinottica’ delle dichiarazioni di Spatuzza e degli ulteriori dati istruttori disponibili (di seguito evidenziati).

IL FURTO DELL’AUTO  Un primo dato certo è che la Fiat 126 utilizzata come autobomba in via D’Amelio veniva inserita nell’archivio del Ministero dell’Interno il 10 luglio 1992, poiché in tale data, Pietrina Valenti ne denunciava il furto presso la Stazione Carabinieri di Palermo-Oreto: inoltre, il furto veniva denunciato dalla proprietaria come avvenuto la sera o la notte prima. Un altro dato certo (sul quale convergono le dichiarazioni di tutti i soggetti coinvolti) è che la proprietaria della Fiat 126 incaricava Salvatore Candura di ricercare l’automobile, una volta avvedutasi della sua sottrazione.

A tal proposito, Pietrina Valenti (con modalità alquanto confusionarie), sosteneva di aver presentato la sua denuncia subito dopo la scoperta del furto, aggiungendo di ricordare “perfettamente” che si trattava di una domenica (in realtà, il 10 luglio 1992 era un venerdì), tanto che (a suo dire) le veniva richiesto di tornare in un altro giorno non festivo, perché non c’era personale disponibile per raccogliere la sua denuncia.

Luciano Valenti (anch’egli in maniera confusa), dapprima rispondeva che sua sorella Pietrina sporgeva denuncia subito dopo essersi accorta del furto e poi, dopo la lettura delle sue precedenti dichiarazioni al dibattimento del processo c.d. Borsellino uno, confermava che Pietrina ritardava la denuncia, si pure di poco, in attesa dell’esito delle ricerche dell’automobile, da parte di Candura. […] Sulla stessa linea, anche le dichiarazioni di Salvatore Candura, che spiegava come, su suo consiglio, Pietrina Valenti (che lo sospettava del furto della sua automobile), prima di sporgere la denuncia, attendeva l’esito delle sue ricerche, per “un po’ di giorni”. […] Dunque, sulla scorta degli elementi sin qui richiamati, si può ritenere provato, che il furto della Fiat 126 veniva consumato in epoca compresa tra i primi giorni di luglio 1992, così come dichiarato da Salvatore Candura, e la sera del giorno 9 luglio 1992, come indicato dalla stessa Pietrina Valenti nella denuncia presentata ai Carabinieri, l’indomani 10 luglio 1992. La tesi più ragionevole è che la sottrazione della Fiat 126 sia avvenuta diversi giorni prima rispetto alla denuncia, attesa la convergenza, in tal senso, di plurime fonti dichiarative (Salvatore Candura, Roberto Valenti ed anche Luciano Valenti, almeno secondo quanto dal medesimo dichiarato nel processo c.d. Borsellino uno) ed in considerazione anche della circostanza (pacifica) che la proprietaria si rivolgeva a Salvatore Candura per recuperare il veicolo (come da lei ammesso), secondo una prassi che, evidentemente, richiedeva che la stessa attendesse poi l’esito delle ricerche del mezzo, almeno per qualche giorno, prima di denunciarne la sottrazione alle autorità, tanto più che lei sospettava proprio del Candura, per la commissione del furto. Inoltre, in tale ottica, potrebbe avere senso anche la circostanza (diversamente non spiegabile) che Pietrina Valenti ricordava “perfettamente” di essersi recata in Caserma in una giornata domenicale, non appena si avvedeva della sottrazione della sua Fiat 126: pare, infatti, del tutto ragionevole ipotizzare (alla luce delle suddette risultanze istruttorie) che la stessa sia andata, effettivamente, dai Carabinieri la domenica 5 luglio 1992 e che, alla richiesta dei militari di ripresentarsi in giorno non festivo, abbia poi deciso di rivolgersi al Candura, per cercare di recuperare l’automobile, facendogli presente (proprio come dichiarato da quest’ultimo), che in caso di mancato ritrovamento della Fiat 126, sarebbe andata a denunciarne la sottrazione, come effettivamente avvenuto il successivo venerdì 10 luglio 1992.

[…] Il ricordo (comprensibilmente) poco nitido di Gaspare Spatuzza, sulla data dell’incarico di rubare una Fiat 126 (sintomo evidente di genuinità delle sue dichiarazioni), può essere colmato da altri elementi istruttori, assolutamente compatibili con le sue dichiarazioni ed utili a ricostruire l’esatta cronologia (anche) di questo segmento esecutivo. […] Dunque, andando a ritroso di circa una settimana o poco più, secondo l’indicazione fornita da Gaspare Spatuzza, è del tutto verosimile collocare l’incarico di Cannella, per il furto della Fiat 126, alla fine del mese di giugno. […] Dopo aver riferito dell’incarico ricevuto per il furto della Fiat 126 e delle modalità con le quali assolveva a detto compito, come detto, unitamente all’imputato Vittorio Tutino, nonché del luogo in cui ricoverava l’autovettura, subito dopo la sottrazione, Gaspare Spatuzza proseguiva nel suo racconto, spiegando che, dopo aver fatto sapere a Fifetto Cannella che aveva appunto rubato la macchina, veniva convocato dal capo mandamento, Giuseppe Graviano, che – in quel frangente – trascorreva la latitanza a Falsomiele, nella casa di Borgo Ulivia, del padre di Fabio Tranchina […].

LE DIRETTIVE DI GIUSEPPE GRAVIANO  Nell’occasione, come detto, da collocare in epoca antecedente al pomeriggio del 7 luglio 1992 (allorquando il capo mandamento si allontanava dalla Sicilia, facendovi rientro il 14 luglio 1992), Graviano si informava, innanzitutto, da Spatuzza sul luogo dove aveva rubato l’automobile (la zona dov’era posteggiata la Fiat 126 ricadeva nel territorio del mandamento di Brancaccio, diviso da quello di Santa Maria di Gesù, dalla via Oreto) e gli chiedeva anche se, dalla visione dei documenti o dall’eventuale richiesta di restituzione del mezzo, la stessa fosse riconducibile a persone di loro conoscenza […]. Spatuzza osservava le direttive ricevute, così come quella di comprare un bloccasterzo ad ombrello, da poter applicare al volante della Fiat 126 (evidentemente, in vista della sua collocazione in via D’Amelio, al fine di allontanare dubbi che la stessa fosse rubata), bruciando tutto ciò che era contenuto all’interno (immagini sacre, documenti ed anche un ombrello). […] Nel frattempo (come anticipato), pochi giorni dopo il furto della Fiat 126118, Spatuzza, collegandone i fili dell’accensione, l’aveva messa in moto e trasportata in un altro garage, anch’esso nella sua disponibilità, nella zona della famiglia di Roccella […]. Dopo aver riferito dello spostamento della Fiat 126 in un altro magazzino (rispetto a quello di Brancaccio, dove aveva ricoverato l’automobile, subito dopo averla rubata), nel territorio della famiglia di Roccella (sempre ricompreso nel mandamento di Brancaccio), nonché dell’incontro con Giuseppe Graviano (nella casa del padre di Fabio Tranchina) e dell’adempimento delle direttive impartite da quest’ultimo, in merito alla sistemazione dell’automobile (provvedendovi direttamente, salvo che per la sistemazione dei freni, per cui s’avvaleva dell’amico meccanico, Maurizio Costa), Gaspare Spatuzza riferiva anche gli ulteriori segmenti della sua partecipazione alle attività preparatorie della stage di via D’Amelio, con il contributo operativo, ancora una volta, dell’imputato Vittorio Tutino. Infatti, dopo un ulteriore incontro con Giuseppe Graviano, nella casa del padre di Fabio Tranchina, la settimana precedente alla strage del 19 luglio 1992, con le ulteriori direttive del capo mandamento sul furto delle targhe che Spatuzza doveva effettuare (tassativamente) sabato 18 luglio 1992, in orario di chiusura degli esercizi ed evitando effrazioni (per ritardare il più possibile la denuncia di furto), proprio in quest’ultimo giorno (vale a dire la vigilia della strage), Vittorio Tutino rintracciava il collaboratore, mentre costui si trovava a casa della madre, poiché doveva consegnargli delle batterie per automobile (evidentemente, assolvendo ad un incarico). Pertanto, i due sodali si recavano, prima dell’orario di chiusura mattutina, dall’elettrauto “Settimo”, in Corso dei Mille, dove Tutino ritirava le “due batterie”, dopo averne controllato la carica (così testandone l’efficienza), consegnandole a Spatuzza, assieme ad “un antennino”, del tipo di quelli che venivano montati nella canaletta di utilitarie di piccola cilindrata.

Spatuzza si recava, quindi, nel garage di Roccella, dove la Fiat 126 era ricoverata e collocava le due batterie e l’antennino all’interno dell’abitacolo, dove aveva già posizionato anche l’occorrente per poter sostituire le targhe che, di lì a poco, avrebbe rubato, secondo le predette direttive di Giuseppe Graviano ed avvalendosi, ancora una volta, dell’amico e sodale Vittorio Tutino. Peraltro, Spatuzza chiariva anche a cosa servisse il predetto materiale, recuperato attraverso l’ausilio dell’imputato, sia pure facendo riferimento alla sua successiva esperienza criminale, in particolare a quella relativa all’attentato di via Fauro a Roma, allorquando veniva approntato un meccanismo di doppia detonazione per l’ordigno esplosivo destinato al giornalista Maurizio Costanzo, appunto, utilizzando due batterie (in quel caso di motociclo), a garanzia di una maggiore riuscita dell’azione delittuosa (in quel caso, non portata a compimento). Successivamente, nel pomeriggio della medesima giornata di sabato 18 luglio 1992, in orario ricompreso tra le ore 15 e le ore 18, Gaspare Spatuzza veniva contattato, sotto la propria abitazione, nel quartiere Brancaccio, da Fifetto Cannella, che gli comunicava che si doveva spostare la Fiat 126. […] Giunto in via Don Orione, sempre seguendo le vetture del Cannella e del Mangano (proprio all’altezza della casa della suocera di Vittorio Tutino), Spatuzza notava i predetti sodali che arrestavano la marcia e, in particolare, Cannella che gli faceva cenno di posteggiare la Fiat 126. Così faceva Spatuzza, che scendeva anche dall’abitacolo, per dirigersi a piedi (non sapendo bene cos’altro fare) verso un bar ubicato lì all’angolo, venendo subito raggiunto da Cannella, a piedi, che gli diceva di salire nuovamente a bordo della Fiat 126 e di seguirlo.

Cannella e Mangano, camminando a piedi conducevano, quindi, Spatuzza in via Villasevaglios, all’interno di un vano seminterrato di uno stabile sulla destra di tale strada, nel quale si accedeva attraverso uno scivolo (dove, come si vedrà, Spatuzza portava gli inquirenti, nel corso del sopralluogo). Imboccando tale scivolo e svoltando poi a destra, Spatuzza notava, tra i numerosi garage del seminterrato, uno che era proprio di fronte alla sua autovettura e che aveva la saracinesca già aperta, con all’interno due uomini: uno era Lorenzo (detto Renzino) Tinnirello, come già accennato, all’epoca dei fatti, vice capo della famiglia di Corso dei Mille (sulla cui figura ci si soffermerà in altra parte della motivazione), mentre l’altro era uno sconosciuto, verosimilmente estraneo a Cosa nostra (secondo lo stesso collaboratore, una presenza anomala e misteriosa). Era proprio su Tinnirello che si concentrava l’attenzione di Spatuzza, poiché era quest’ultimo che lo guidava, con i gesti, nella manovra di parcheggio nel garage. Terminata detta manovra, Spatuzza faceva notare a Tinnirello la presenza, all’interno dell’abitacolo, del materiale che aveva procurato, anche grazie all’ausilio di Tutino (le due batterie e l’antennino, oltre al necessario per reinstallare delle altre targhe che avrebbe dovuto rubare, di lì a poco), raccomandando anche di ripulire lo sterzo, il cambio e la maniglia dalle impronte digitali che aveva lasciato.

Mentre usciva dal garage, in compagnia di Cannella, Spatuzza vedeva sopraggiungere, scendendo lungo il predetto scivolo d’accesso al seminterrato, Francesco (detto Ciccio) Tagliavia, all’epoca dei fatti, come accennato, a capo della famiglia di Corso dei Mille (anche su tale figura ci si soffermerà in altra parte della motivazione) e latitante, sicché, proprio per quest’ultimo motivo, il collaboratore evitava anche solo di salutarlo. Spatuzza s’allontanava, poi, a bordo dell’autovettura del Cannella. A CURA DELL’ASSOCIAZIONE COSA VOSTRA processo Borsellino quater


 

I RICORDI DI GASPARE SPATUZZA, GIORNO PER GIORNO, FINO AL 19 LUGLIO Sabato 18 luglio 1992, Gaspare Spatuzza e Vittorio Tutino recuperavano due batterie necessarie a far esplodere l’autobomba; successivamente Spatuzza portava la Fiat 126 in un garage seminterrato, a meno di un km da via D’Amelio. Nello stesso pomeriggio, Spatuzza e Tutino rubavano anche le targhe da un’altra Fiat 126, consegnate a Giuseppe Graviano

Proseguendo, poi, nell’analisi delle dichiarazioni rese dal collaboratore di giustizia, sulla preparazione della strage e sulle attività compiute il sabato 18 luglio 1992, dopo aver personalmente consegnato la Fiat 126, nel garage di via Villasevaglios, ai sodali Renzino Tinnirello e Ciccio Tagliavia, oltre che (si ripete) al predetto terzo estraneo, si deve esaminare la successiva sottrazione delle targhe (poi apposte all’autobomba), da parte di Gaspare Spatuzza e Vittorio Tutino, secondo le direttive impartite dal loro capo mandamento.

L’incarico in tal senso (come anticipato) veniva dato a Spatuzza da Giuseppe Graviano, nella settimana antecedente alla strage, nella casa di Borgo Ulivia, dove il capo mandamento trascorreva la sua latitanza: le direttive (come già accennato) erano quelle di rubare delle targhe da una Fiat 126, nel pomeriggio del sabato di quella settimana, da automobili parcheggiate all’interno di autosaloni od officine, senza far scattare allarmi né operare alcuna effrazione, in maniera tale che il proprietario se ne potesse accorgere solo al momento della successiva riapertura, dopo il fine settimana (secondo i piani di Cosa nostra, a strage già avvenuta).

Peraltro, simili modalità operative erano state seguite anche in precedenza, come spiegato dal collaboratore, per l’esecuzione di un omicidio negli anni ’90 (in quel caso le targhe venivano prelevate in via Fichidindia), oltre che, successivamente, per il fallito attentato allo stadio Olimpico nel gennaio del 1994: lo scopo non era tanto quello di sfuggire ai possibili controlli delle forze dell’ordine, in occasione degli spostamenti del mezzo da utilizzare come autobomba (come visto, infatti, la Fiat 126 di Pietrina Valenti, circolava con la sua targa originale, sia pure per pochi chilometri e con altre due automobili a far da vedetta, ancora il sabato 18 luglio 1992), quanto quello di evitare che ne venisse accertata la provenienza furtiva, una volta che l’automezzo era, appunto, già imbottito d’esplosivo e posizionato nei luoghi dove doveva esplodere. […] Una volta reperite le due targhe, Spatuzza (come già concordato con il capo mandamento) si recava, da solo, al maneggio dei fratelli Vitale, per incontrare Giuseppe Graviano e consegnargli le targhe stesse. Giuseppe Graviano lo aspettava, come concordato, appoggiato sulla Renault 19 che usava in quel periodo165, intento a conversare con un’altra persona. Una volta avvedutosi della sua presenza, Graviano gli si faceva incontro, a piedi, mentre il soggetto col quale parlava, entrava negli uffici della Palermitana Bibite (si trattava di uno de fratelli Vitale, in particolare, di quello che abitava proprio nello stabile di via Mariano D’Amelio). Il capo mandamento di Brancaccio prendeva in consegna le targhe da Spatuzza e, dopo essersi informato sul luogo dove le aveva rubate, gli raccomandava di allontanarsi, l’indomani 19 luglio 1992, stando il “più lontano possibile” di Palermo. Seguendo il consiglio, Spatuzza si recava a trascorrere la domenica in un villino che prendeva in affitto a Campofelice di Roccella, organizzato una piccola festa per i familiari e le persone più care, proprio per far sì che costoro non si trovassero a Palermo e, una volta appreso, dai mezzi d’informazione, della strage in danno del dott. Paolo Borsellino e degli uomini della sua scorta, pensava “ce l’abbiamo fatta” (sino a quel momento, non aveva ricevuto alcuna informazione sull’identità dell’obiettivo). L’indomani, Spatuzza faceva rientro a Palermo ed aveva un ulteriore incontro con Giuseppe Graviano, in un appartamento di via Lincoln, nella disponibilità di Giuseppe Farana: nell’occasione, il capo mandamento si complimentava con Spatuzza per il suo apporto nell’attentato e si dimostrava estremamente soddisfatto, poiché avevano dimostrato di essere in grado “di colpire dove e quando” volevano; nel contempo, invitava Spatuzza ad adoperarsi affinché si componessero i malumori ed i piccoli contrasti che, di tanto in tanto, insorgevano nella famiglia mafiosa di Brancaccio, in prospettiva di “altre cose” che dovevano “portare avanti”.

I PREPARATIVI DELLA STRAGE  […] Dunque, si può senz’altro affermare che le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza, in ordine alle attività compiute nella settimana precedente all’attentato di via D’Amelio, vanno a comporsi armonicamente con quelle rese dagli altri collaboratori di giustizia coinvolti in quel segmento della fase esecutiva relativa all’osservazione degli spostamenti di Paolo Borsellino, nella giornata della domenica 19 luglio 1992. Se ne ricava, infatti, un quadro complessivo in cui, nella settimana precedente la strage, i soggetti deputati alla sua realizzazione (appartenenti, da un lato, alle famiglie della Noce, Porta Nuova, San Lorenzo e, dall’altro, a quelle di Brancaccio, Corso dei Mille e Roccella) si attivavano, secondo i rispettivi ambiti di competenza, per portare a compimento l’attentato (pianificato per la giornata di domenica 19 luglio 1992), secondo la sequenza cronologica di seguito indicata:

  • sabato 11 luglio 1992, Salvatore Biondino ed i suoi uomini (Giovan Battista Ferrante ed i due Salvatore Biondo, “il lungo” ed “il corto”), effettuavano la prova del telecomando alle Case Ferreri;
  • lunedì 13 luglio oppure martedì 14 luglio, Raffaele Ganci sondava la disponibilità di suo nipote, Antonino Galliano ad effettuare, per la domenica successiva, il pedinamento del dott. Borsellino;
  • in un arco di tempo compreso tra il martedì 14 luglio ed il successivo giovedì 16 luglio, Gaspare Spatuzza veniva convocato da Giuseppe Graviano, per ricevere le sue direttive sul furto delle targhe da apporre all’autobomba. Nell’occasione, il capo mandamento raccomandava espressamente di rubare le targhe il sabato pomeriggio, in orario di chiusura degli autosaloni e delle officine, senza operare alcuna effrazione o fare altro che potesse anticipare la denuncia del furto a prima del lunedì successivo;
  • giovedì 16 luglio 1992, Salvatore Biondino (in compagnia di Giuseppe Graviano e di Carlo Greco) diceva a Giovanni Brusca che erano “sotto lavoro” e che non avevano bisogno di alcun aiuto, da parte sua (confermando che, in quel preciso momento, la macchina organizzativa della strage era già ben definita);
  • lo stesso giovedì 16 luglio oppure l’indomani, Salvatore Biondino avvisava Giovan Battista Ferrante di non andare in barca la domenica successiva e di tenersi a disposizione, perché ci sarebbe stato “del daffare”;
  • nello stesso arco di tempo, fra il 16 giovedì ed il venerdì 17 luglio, Raffaele Ganci informava Salvatore Cancemi che la domenica ci sarebbe stato l’attentato con l’esplosivo, contro Paolo Borsellino, durante una visita del Magistrato alla madre e che Salvatore Biondino aveva già messo a punto ogni dettaglio per l’esecuzione;
  • venerdì 17 luglio 1992, alle ore 17.58, Gaspare Spatuzza telefonava all’utenza intestata a Cristofaro Cannella […];
  • sabato 18 luglio 1992, nella tarda mattina, Gaspare Spatuzza e Vittorio Tutino recuperavano, da un elettrauto di Corso dei Mille, due batterie per autovettura, necessarie, assieme all’antennino procurato dall’imputato, a far esplodere l’autobomba; successivamente, Spatuzza portava la Fiat 126 in un garage seminterrato, a meno di un chilometro di distanza dalla via D’Amelio, scortato da Nino Mangano e Fifetto Cannella; nello stesso pomeriggio, Spatuzza e Tutino rubavano anche le targhe da un’altra Fiat 126, nella carrozzeria di Giuseppe Orofino e, successivamente, Spatuzza consegnava dette targhe a Giuseppe Graviano, presso il maneggio dei fratelli Vitale (come da precedenti accordi);
  • sempre nella giornata del sabato 18 luglio 1992, Giovan Battista Ferrante incontrava Salvatore Biondino, che – dandogli appuntamento per le sette dell’indomani mattina – gli consegnava un biglietto con scritto il numero di un’utenza mobile (quella intestata a Cristofaro Cannella) che doveva chiamare, l’indomani, appena avvistato il convoglio di automobili della scorta di Paolo Borsellino;
  • domenica 19 luglio 1992, alle ore 16.52, Giovan Battista Ferrante telefonava all’utenza mobile di Cristofaro Cannella, per avvisare dell’imminente arrivo del magistrato in via D’Amelio.

I RISCONTRI POSITIVI  Dalla sequenza degli eventi appena indicati, desumibile dal racconto dei collaboratori di giustizia che partecipavano alla fase esecutiva dell’attentato (o che offrivano, comunque, elementi concreti per ricostruire detta fase), pare evidente che le (attendibili) dichiarazioni di Gaspare Spatuzza (sostituendosi a quelle, mendaci, rese in precedenza da Vincenzo Scarantino) si saldano perfettamente con quelle rese da Antonino Galliano, Giovan Battista Ferrante, Salvatore Cancemi e Giovanni Brusca, trovando anche, nello svolgimento degli accadimenti da costoro descritta, un’efficace riscontro di natura logica.

Ancora, si deve rilevare come le predette dichiarazioni dei vari collaboratori di giustizia, oltre ad essere perfettamente compatibili e complementari fra di loro, convergono anche in merito alla circostanza fondamentale che il giorno prescelto per l’attentato in via D’Amelio era proprio la domenica 19 luglio 1992: in questo senso, infatti, vanno lette anche le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza, sulle precise direttive impartitegli da Giuseppe Graviano per il furto delle targhe (di sabato pomeriggio, in orario di chiusura degli esercizi, senza fare effrazioni o lasciare tracce visibili, che avrebbero anticipato la denuncia, rispetto al lunedì). Nello stesso senso, come detto, paiono illuminanti le dichiarazioni di Antonino Galliano, cui veniva richiesta – già lunedì 13 o martedì 14 luglio – la disponibilità a pedinare il magistrato per la domenica successiva ed anche quelle di Giovan Battista Ferrante, che doveva tenersi a disposizione per la domenica, nonché (sia pure con minor precisione) quelle di Salvatore Cancemi, cui Raffaele Ganci faceva presente, pochi giorni prima della strage (giovedì o venerdì), che tutto era già organizzato per fare un attentato a Paolo Borsellino, con l’eplosivo, quella domenica. Tutte queste dichiarazioni, trovano ora, ulteriore e significativo sostegno, in quelle rese da Gaspare Spatuzza.

[…] Per quanto riguarda, poi, le ragioni della scelta di collaborare con la giustizia, Spatuzza la spiegava come il punto d’arrivo di un tormentato percorso morale e religioso, di rivisitazione critica delle proprie condotte delinquenziali, avendo egli maturato, durante la propria detenzione ed anche a seguito dell’incontro con persone che scontavano condanne per la strage di via D’Amelio, basate su ricostruzioni che egli ben sapeva non esser rispondenti a quanto realmente accaduto il 19 luglio 1992 e nei giorni immediatamente precedenti, il desiderio di modificare radicalmente la sua vita e di riscattare i suoi trascorsi, anche cercando conforto nella religione […] In proposito va evidenziato che, […], era proprio nel periodo della detenzione a Parma, con Gaetano Murana, che Spatuzza, pur non essendo affatto intenzionato a diventare un collaboratore della giustizia, si spingeva a fare delle rivelazioni ai magistrati della Procura Nazionale Antimafia, per avvisare che c’erano stavano facendo un errore negli accertamenti giudiziari sulla strage di via D’Amelio: a tal riguardo, si rinvia alla lettura del verbale integrale del colloquio investigativo con i dottori Vigna e Grasso del 26.6.1998 (acquisito agli atti, sull’accordo delle parti, all’udienza del 7.11.2016). In detto verbale -peraltro, ben difficilmente utilizzabile, ai fini di prova (sebbene oggetto di molteplici domande, nel controesame dibattimentale del collaboratore), in quanto reso in totale assenza di garanzie difensive (e facendo esplicitamente presente che si trattava di un colloquio senza alcuna valenza processuale)- Gaspare Spatuzza (ben dieci anni prima dell’avvio della sua collaborazione), diceva che l’automobile, poi utilizzata come autobomba in via D’Amelio, veniva rubata dai ragazzi della Guadagna e, poi, da ‘‘altri’’, senza che Orofino sapesse alcunché o c’entrasse qualcosa, avendo semplicemente subito il furto delle targhe da un mezzo ricoverato nella sua autofficina; l’automobile veniva riempita altrove, d’esplosivo, e Vincenzo Scarantino era totalmente estraneo a questi fatti; gli avevano fatto dire ‘‘quelle cose che non doveva dire’’. A CURA DELL’ASSOCIAZIONE COSA VOSTRA processo Borsellino quater


Dopo diciassette anni di falsità, Gaspare Spatuzza smaschera il pupo

COMMISSIONE ANTIMAFIA ARS

Il collaboratore di giustizia che consente di smontare le falsità di Scarantino e l’impostura di un depistaggio durato diciassette anni, che aiuta ad individuare nel garage in cui viene preparata l’autobomba la presenza di un soggetto estraneo a Cosa nostra, che offre indicazioni certe e riscontri puntuali sulla strage di via D’Amelio, fatica ad ottenere ascolto.

Gaspare Spatuzza è uno dei personaggi chiave di questa storia. “Reggente” della famiglia Graviano dopo il loro arresto, catturato a Palermo il primo luglio 1997, reo confesso subito dell’omicidio di don Pino Puglisi e del rapimento del piccolo Di Matteo, nel 2008 si autoaccusa anche del furto della Fiat 126 usata per la strage di via D’Amelio. Ed è stata quest’ultima rivelazione a far crollare il “teorema Scarantino” che reggeva da 17 anni.

Sempre in quel periodo si è scoperto, per caso, che Spatuzza aveva già reso – dieci anni prima – amplissima testimonianza davanti ai giudici Vigna e Grasso (all’epoca, capo e vice della procura nazionale antimafia) che lo avevano interrogato nel 1998 nel carcere di Tolmezzo. Alla fine di quel lungo colloquio investigativo, Spatuzza però si era rifiutato di firmare il verbale, rendendolo inutilizzabile e, di fatto, permettendo al “teorema Scarantino” e alla detenzione al 41 bis di molti innocenti di durare un altro decennio (ne abbiamo riferito ampiamente nella precedente relazione di questa Commissione).

UNA DIFFICILE COLLABORAZIONE

Anche la “certificazione” dell’attendibilità di Spatuzza come collaboratore di giustizia, e il suo inserimento nel programma speciale di protezione, non hanno avuto un percorso facile: ed è ciò che ha voluto approfondire in questa indagine a Commissione Antimafia. Questa è la testimonianza offerta dall’avvocato Valeria Maffei, legale di Gaspare Spatuzza.

  • FAVA, presidente della Commissione. A proposito del colloquio investigativo che Spatuzza ebbe nel carcere dell’Aquila, con Vigna e Grasso, rispettivamente Procuratore Capo e Vice Procuratore della DNA… ebbe modo di capire, di approfondire la ragione per cui il suo assistito decise di non firmare quella deposizione, di rinviare di dieci anni abbondanti l’inizio della sua collaborazione sulla strage di via D’Amelio?
  • MAFFEI, legale del sig. Gaspare Spatuzza. Lui mi ha sempre detto che la decisione della moglie di non seguirlo sotto protezione in quel momento fu assolutamente dirimente, lui non avrebbe mai iniziato una collaborazione all’epoca senza la moglie. Successivamente, dieci anni dopo, avendo fatto anche un percorso religioso, ha deciso di farlo indipendentemente dalla decisione della moglie… Non credo che sia stato dovuto ad altre circostanze.
  • FAVA, presidente della Commissione. La collaborazione inizia nel 2008 e il 15 giugno del 2010, la Commissione centrale del Viminale che si occupava della definizione e dell’applicazione delle misure speciali di protezione, presieduta all’epoca dall’onorevole Mantovano, decide di revocare il programma di protezione nei confronti di Spatuzza.
  • MAFFEI, legale del sig. Gaspare Spatuzza. Più che altro di non dargli un programma definitivo. Spatuzza aveva un programma provvisorio. Quando la Commissione si riunisce per valutare se dargli il programma definitivo, decide di non continuare il programma e quindi lui non ha più il programma di protezione, gli revocano quelli che sarebbero stati eventualmente i benefici, qualunque cosa. In sostanza decisero di non dargli un programma di protezione.
  • FAVA, presidente della Commissione. Il rilievo che fu mosso dalla Commissione fu che il riferimento a Berlusconi non sarebbe avvenuto all’interno dei 180 giorni, per questa ragione avrebbero revocato il programma.
  • MAFFEI, legale del sig. Gaspare Spatuzza. Però, Presidente, noi ci stupimmo, perché a fronte di moltissimi interrogatori che aveva sostenuto Spatuzza, che aveva parlato del più e del meno, aveva parlato di qualunque argomento, aveva ribaltato tutto quello a cui si era arrivato nell’arco di tantissimi processi …
  • FAVA, presidente della Commissione. Stiamo parlando di via D’Amelio…
  • MAFFEI, legale del sig. Gaspare Spatuzza. Sì, certo ovviamente, mi riferisco a via D’Amelio, mi riferisco a quello a cui si era arrivati, che non era la verità, e quello che Spatuzza cambiava, insomma riportava la verità. Noi la inquadrammo come una punizione… Non c’era un vero e proprio programma di protezione, solo era stato concesso il programma provvisorio dopo un anno e tre mesi che Spatuzza stava parlando… e questo programma provvisorio gli viene tolto. Quello che noi pensiamo in quel momento che è una punizione.
  • FAVA, presidente della Commissione. La sua sicurezza era garantita?
  • MAFFEI, legale del sig. Gaspare Spatuzza. Lui era super protetto, questo sì, il problema fu che lui non ebbe modo di contrattare la famiglia, di dare una sicurezza alla propria famiglia… non aveva un euro, nessun contributo, Presidente, per un anno e tre mesi non ha percepito alcun contributo.
  • FAVA, presidente della Commissione. Cosa disse poi il TAR quando raccolse il vostro ricorso e annullò la decisione della Commissione?
  • MAFFEI, legale del sig. Gaspare Spatuzza. Più o meno quello che le sto dicendo. Che a fronte di una frase che lui non aveva detto… semplicemente per un timore del momento, perché in quel momento, il Presidente del Consiglio era la persona che lui nominava…
  • FAVA, presidente della Commissione. Facciamo un passo indietro. Il 22 aprile del 2009 viene convocata una riunione dalla Direzione Nazionale Antimafia fra i rappresentanti di diverse procure. Spatuzza sta collaborando già da tempo, giusto?
  • MAFFEI, legale del sig. Gaspare Spatuzza. Sì.
  • FAVA, presidente della Commissione. La sua collaborazione inizia subito ricostruendo un’ipotesi investigativa completamente diversa su via D’Amelio, giusto?
  • MAFFEI, legale del sig. Gaspare Spatuzza. Esatto.
  • FAVA, presidente della Commissione. Lei ebbe modo poi di apprendere di questa riunione?
  • MAFFEI, legale del sig. Gaspare Spatuzza. Noi sappiamo dopo di questa riunione, non veniamo invitati… Sappiamo che Palermo non era d’accordo sul programma. E che Caltanissetta non era d’accordo sul programma.
  • FAVA, presidente della Commissione. Palermo e Caltanissetta non erano d’accordo.
  • MAFFEI, legale del sig. Gaspare Spatuzza. È così. Io vado a Palermo, parlo anche con il procuratore Messineo il quale mi fa capire che loro non sono contenti, non sono soddisfatti di questa collaborazione che tutto sommato lui a Palermo ha offerto poco o niente. Stessa impressione parlando con Caltanissetta… Spatuzza percepisce durante gli interrogatori una mancanza di fiducia, percepiamo che c’è qualcuno che ci rema contro…
  • FAVA, presidente della Commissione. E questo è il clima che lei trova sia a Palermo che a Caltanissetta?
  • MAFFEI, legale del sig. Gaspare Spatuzza. Sì. E che non troviamo invece a Firenze. Assolutamente.
  • FAVA, presidente della Commissione. Quand’è che c’è un cambio di clima a Caltanissetta su Spatuzza? Quand’è che cominciano a credergli?
  • MAFFEI, legale del sig. Gaspare Spatuzza. Quando ritrovano i reperti della macchina.
  • FAVA, presidente della Commissione. Senta, sull’arresto di Spatuzza c’è un particolare che ci è stato riferito anche dal dottor Grasso, quando l’abbiamo ascoltato nel 2018. Grasso dice che Spatuzza gli spiegò, durante quel colloquio investigativo, fatto pochi mesi dopo l’arresto, «…io non avevo intenzione né manifestavo alcuna volontà di resistere all’arresto, eppure sono stato preso a “pistolettate”». Spatuzza le ha mai parlato dell’episodio del suo arresto?
  • MAFFEI, legale del sig. Gaspare Spatuzza. Sì, nel senso che lui non oppose resistenza. E che fu un arresto molto violento, questo me lo ha detto.
  • SCHILLACI, componente della Commissione. Spatuzza le parlò mai di figure estranee a Cosa nostra nel garage di via Villasevaglios?
  • MAFFEI, legale del sig. Gaspare Spatuzza. Nel garage, sì, lui vede una figura che non gli torna, che non collega a personaggi che conosceva. Lui l’ha sempre definita un’ombra, una persona non appartenente alla cerchia.

SPATUZZA CONTRO SCARANTINO

La testimonianza dell’avvocato Maffei è preziosa nel restituirci la narrazione di un percorso insolitamente travagliato: perché Spatuzza non viene creduto. Non subito, almeno. Il collaboratore di giustizia che consente di smontare le falsità di Scarantino e l’impostura di un depistaggio durato diciassette anni, che aiuta ad individuare nel garage in cui viene preparata l’autobomba la presenza di un soggetto estraneo a Cosa nostra, che offre indicazioni certe e riscontri puntuali sulla strage di via D’Amelio, fatica ad ottenere ascolto. Al punto che la Commissione ministeriale gli nega in prima battuta il programma speciale di protezione, che gli verrà – nei fatti – garantito comunque dall’amministrazione penitenziaria, come ricorda in Commissione il dottor Sebastiano Ardita, oggi consigliere togato del Csm, all’epoca dei fatti Direttore dell’Ufficio detenuti del Dap.

  • ARDITA, Consigliere del CSM. Credo Spatuzza non dava adito a possibile, come dire, fraintendimento circa la sua propensione a una sincera e spontanea collaborazione con la giustizia. Lui disse sostanzialmente “avevo cominciato a dire delle cose che riguardavano la mia sfera di competenza, la mia dimensione di responsabilità e quella del mio gruppo prima di crescere di livello volevo avere la certezza di essere creduto”, che non è una risposta malvagia per uno che collabora con la giustizia.
  • FAVA, presidente della Commissione. Ci furono ripercussioni istituzionali con il Viminale dopo la vostra decisione dal Dap di non trasferirlo nel circuito carcerario normale?
  • ARDITA, magistrato. Guardi, non ce ne furono perché loro, secondo me, capirono perfettamente che non c’era dubbio sul fatto che noi dovessimo tenere quella linea. Nel senso che la competenza a mantenere le misure interne è proprio una competenza del Dipartimento penitenziario… Io ho agito come dovevo agire, ho assicurato gli organi giudiziari che avrei mantenuto le misure di prevenzioni integrali, intatte, dopodiché se avessero avuto qualcosa da ridire l’avrebbero detto al mio Ministro e il Ministro mi avrebbe dovuto, come dire, ascoltare su questo tema, come è avvenuto tantissime altre volte e devo dire quasi mai, ricordo, che di fronte ad una posizione tecnica sono stato smentito.

Ma l’incidente di percorso con la Commissione del Viminale (che è del 2010) ha un pregresso significativo.

Siamo nella primavera del 2009, Spatuzza collabora già da un anno. A partire dal 26 giugno 2008, la sua versione sui fatti di via D’Amelio, che smonta radicalmente il teorema Scarantino, è già stata offerta ai magistrati di Firenze, Caltanissetta e Palermo. Scarantino ha cominciato a riscrivere la storia della strage di via D’Amelio quando (quasi un anno dopo, il 22 aprile 2009) la DNA riunisce i magistrati di cinque procure (Firenze, Palermo, Caltanissetta, Reggio Calabria e Milano) per una prima valutazione su quella collaborazione e, soprattutto, per esprimere un parere sull’inserimento definitivo di Spatuzza nel programma di protezione. Il tenore di quella discussione è riportato nella richiesta di archiviazione della procura di Messina – poi accolta dal GIP – per i magistrati Anna Maria Palma e Carmelo Petralia. Leggiamo:

La circostanza che la Procura di Palermo avesse inizialmente assunto un atteggiamento cauto circa la rilevanza e l’attendibilità del contributo dichiarativo di Spatuzza ha trovato conferma nel contenuto di un verbale di riunione di coordinamento “delle indagini sulle stragi siciliane del 1992”, svoltasi presso la DNA il 22.04.2009. Il motivo di quella riunione (…) era rappresentato dalla necessità di valutare l’opportunità di richiedere un programma speciale di protezione a favore dello stesso Spatuzza e dei suoi familiari. In quel verbale sono riportati due interventi del dottor Di Matteo.

Nel primo si legge: “Il dottor Di Matteo ha pure rilevato che non sempre Spatuzza, a suo giudizio, ha affermato il vero; ha aggiunto che la collaborazione di Spatuzza, a suo giudizio, non è di particolare rilevanza (…)”.

Nel suo secondo intervento, sempre alla riunione del 22.04.2009, si legge: «Il dott. Di Matteo ha manifestato la sua contrarietà alla richiesta di piano provvisorio di protezione sia perché essa attribuirebbe alle dichiarazioni di Spatuzza una connotazione di attendibilità che ancora non hanno, sia perché le dichiarazioni di Spatuzza potrebbero mettere in discussione le ricostruzioni e le responsabilità delle stragi, ormai consacrate in sentenze irrevocabili, sia perché l’attribuzione, allo stato, di una connotazione di attendibilità alle dichiarazioni di Spatuzza potrebbe indurre l’opinione pubblica a ritenere che la ricostruzione dei fatti e le responsabilità di essi, accertate con sentenze irrevocabili, siano state affidate alle dichiarazioni di falsi pentiti protetti dallo Stato, e potrebbe, per tale ultima ragione, gettare discredito sulle istituzioni dello Stato, sul sistema di protezione dei collaboratori di giustizia e sugli stessi collaboratori della giustizia».

Rileggere questi verbali oggi, con la consapevolezza di quale castello di menzogne si fosse costruito muovendo dalle dichiarazioni di Scarantino, è allarmante. Si ritiene di non dover concedere il programma di protezione a Spatuzza perché la sua collaborazione «non è di particolare rilevanza» e soprattutto perché «potrebbe indurre l’opinione pubblica a ritenere che la ricostruzione dei fatti e le responsabilità di essi siano state affidate alle dichiarazioni di falsi pentiti». Che è esattamente ciò che era accaduto. E che proprio Spatuzza stava aiutando a svelare.

Non solo diciassette anni spesi ad inseguire e legittimare processualmente le fantasie d’un collaboratore di giustizia indottrinato, scegliendo di non fermarsi di fronte ad una incredibile progressione di contraddizioni (su cui abbiamo lungamente scritto nella precedente relazione); ma anche il tentativo di archiviare Spatuzza come un soggetto poco credibile, perfino dannoso nel momento in cui contribuisce a mettere in discussione verità ormai acclarate: il sospetto che quelle verità fossero una somma di mistificazioni continua ad essere un pensiero rimosso, fastidioso, dannoso. Che potrebbe gettare «discredito sulle istituzioni dello Stato».

A ventinove anni dalla morte di Paolo Borsellino, se discredito si è accumulato, è proprio per quel depistaggio che, ieri come oggi, puntava a fornire una lettura rapida e confortevole (solo mafia!) sulla morte di un magistrato e di cinque agenti di polizia. DOMANI 8.11.2021


 


aspare Spatuzza (Palermo, 8 aprile 1964), detto “u Tignusu”, il pelato, a causa della sua calvizie, è un collaboratore di giustizia, già esponente di Cosa Nostra in qualità di affiliato alla Famiglia del quartiere Brancaccio di Palermo.

I primi anni e l’affiliazione a Cosa Nostra

Nato a Palermo, nel quartiere Brancaccio, tristemente noto come principale centro di reclutamento di Cosa Nostra, Spatuzza abbracciò la mentalità mafiosa fin da piccolo (10-11 anni) come molti altri bambini del quartiere, decidendo di aderire all’organizzazione sotto l’ala protettiva della famiglia Graviano, per vendicare la morte di uno dei suoi fratelli, Salvatore, che nel 1975 aveva partecipato al sequestro a scopo estorsivo di una donna non autorizzato dalla Cupola e quindi era stato ammazzato (la lupara bianca molto probabilmente fu disposta da Totuccio Contorno).

Aderivo a Cosa Nostra per spirito di fratellanza, di appartenenza, al di là della questione di mio fratello che volevo vendicare. Un senso di fratellanza. Io vedevo nella famiglia Graviano: mio padre, mia mamma, il mio presidente, il mio Stato… era il mio tutto. Chiamavo Giuseppe Graviano «madre natura» perché gli davo la valenza come comandante in capo, madre della nostra esistenza, non solo mia, ma anche degli altri, perché la morte come te la poteva dare così te la poteva togliere.[1]

Il quartiere Brancaccio era un luogo di reclutamento particolarmente fertile. In questi luoghi la Giustizia dello stato non aveva accesso, i bambini abbandonavano le scuole e crescevano per le strade, dove erano facili vittime per i boss che apparivano ai loro occhi come la personificazione della forza e del potere. I giovani venivano socializzati alla mentalità mafiosa al punto che la mafia diveniva per loro una “fede”, della quale i boss erano i rappresentanti, i giudici e gli ambasciatori. Spatuzza ci tenne particolarmente a sottolineare di non aver mai ricavato nulla a livello economico dall’attività criminale: non era un mercenario e non era diventato mafioso per interesse.

La filosofia della famiglia di Brancaccio era che l’uomo d’onore o l’affiliato non doveva essere retribuito altrimenti diventava un mercenario, ma poteva godere di tutti quei benefici, per esempio lavorativi… i benefici, in sostanza, erano che veniva data la possibilità di poter investire soldi propri con la certezza del ricavato… perché non ci sono perdite. In nessuna attività di Cosa Nostra ci sono perdite[2]

La carriera mafiosa

Spatuzza fu per la maggior parte della sua vita da mafioso un semplice soldato che eseguiva fedelmente e precisamente i compiti assegnatigli. Spietato killer (si è accusato di oltre 40 omicidi), organizzatore di gruppi di fuoco mafiosi, solo nel 1995, dopo l’arresto di Nino Mangano, venne convocato dai vertici di Cosa Nostra rimasti in libertà (Matteo Messina DenaroGiovanni BruscaVincenzo SinacoriNicola Di Trapani e Antonino Melodia), formalmente affiliato e messo a capo della famiglia di Brancaccio. Tuttavia, pur essendo stato reggente di mandamento, non venne mai ammesso alle stanze del potere decisionale. La cieca fiducia dei Graviano nei suoi confronti gli permise comunque di entrare in possesso di informazioni che si sarebbero rivelate fondamentali quando decise di collaborare con la giustizia.

L’arresto

Il 2 luglio 1997 Spatuzza venne arrestato, a seguito di una spettacolare azione di polizia[3], organizzata grazie alle rivelazioni di un pentito: alle 17:00 oltre 100 agenti di polizia accerchiarono i viali dell’Ospedale Cervello, nella borgata di Cruillas, mentre Spatuzza si trovava in una Lancia Y10 parcheggiata ad un centinaio di metri dal padiglione di cardiologia. Accortosi della presenza degli agenti, Spatuzza tentò la fuga, invano: gli agenti spararono svariati colpi in aria e alcuni ad altezza uomo, un proiettile colpì la mano del killer, che alla fine si arrese alla cattura.

Genesi di un pentito

Il percorso che portò Spatuzza a collaborare con la giustizia iniziò nel 1999, quando fu trasferito nella Casa Circondariale di Tolmezzo. Nello stesso carcere erano rinchiusi anche i fratelli Graviano, con i quali si trovò a condividere l’ora d’aria, ed in uno di questi incontri Giuseppe gli chiese di far arrivare, attraverso i suoi familiari, messaggi all’esterno con direttive volte a riorganizzare il mandamento di Brancaccio, ma Spatuzza si rifiutò, facendo sapere ai due fratelli la propria dissociazione da Cosa Nostra e scrivendo al direttore del carcere per chiedere l’applicazione degli anni di isolamento che gli erano stati inflitti con la sentenza per l’omicidio di Don Puglisi.

Nel 2000 venne accontentato e da solo in cella ebbe modo di riflettere sul proprio passato. Lui stesso ha raccontato che tutto nacque dopo aver letto da qualche parte “empatia” e, non conoscendone il significato, andò a cercarlo sul dizionario: si immedesimò così con il dolore dei familiari delle vittime delle stragi di mafia e a seguito di questo tentativo sviluppò un senso di colpa che portò al rimorso per quel che aveva fatto.

Nel 2005 venne trasferito nel carcere di Ascoli Piceno, dove cominciò a manifestare una condotta diversa da quella degli altri detenuti al 41 bis: rifiutava beni materiali, come vestiti di marca e cibo di qualità, regalando tutto quello che aveva posseduto in termini di vestiario da mafioso alla Caritas. Nel carcere incontrò padre Pietro Capoccia, cappellano del carcere, che si adoperò per farlo accettare all’Istituto Superiore di Scienze Religiose, a seguito della sua manifestazione di interesse nelle Sacre Scritture.

Il cappellano non solo gli fece ottenere l’iscrizione, benché Spatuzza avesse solo la licenza elementare, ma gli pagò anche l’iscrizione e gli regalò i libri. Quell’episodio trasformò Spatuzza in un detenuto modello, ma nonostante numerosi tentativi da parte dell’autorità, in particolare del Procuratore Vigna, si rifiutò sempre di collaborare con la giustizia.

La decisione di collaborare

Durante la messa delle Palme, il 17 marzo 2008, rimase colpito da un passo trascritto sul foglietto destinato ai fedeli: “Si pensa che basti chiedere perdono a Dio nel proprio cuore per ottenerlo. Ci si dimentica che il peccato ha sempre una dimensione ecclesiale e sociale: è una ferita inflitta alla Chiesa ed è contro la solidarietà umana… nessun uomo è lontano dal Signore. Il Signore ama la libertà, non impone il suo amore. Non forza il cuore di nessuno di noi. Ogni cuore ha i suoi tempi, che neppure noi riusciamo a comprendere. Lui bussa e sta alla porta. Quando il cuore è pronto si aprirà[4]

Dopo aver assistito nello stesso giorno alla proiezione di un film sulla strage di via D’Amelio e ad una trasmissione sui familiari della vittime, Spatuzza decise di concludere il “bellissimo percorso[5] diventando un collaboratore di giustizia. Informò il magazziniere del GOM (Gruppo Operativo Mobile) della sua volontà di incontrare il procuratore nazionale Pietro Grasso e da quel momento iniziò a parlare.

Le dichiarazioni da pentito

Abbandonato dalla famiglia per la sua scelta, le sue imminenti dichiarazioni suscitarono parecchie perplessità e diffidenze tra gli stessi inquirenti, per via del fatto che non solo erano in conflitto con quanto dichiarato da altri collaboratori, definiti attendibili, ma anche con sentenze passate in giudicato. Tant’è che gli venne inizialmente negato il programma di protezione, ma nonostante ciò, Spatuzza continuò a rendere dichiarazioni agli inquirenti. In uno degli interrogatori, dopo aver espresso un sentimento di disagio, si sentì rassicurato dalle parole del procuratore Sergio Lari, che gli disse: «Ascolti, signor Spatuzza, la vede questa spalla? A me brucia, fa male questa spalla per le tante bare che ho portato dei miei colleghi uccisi dalla mafia. A noi interessa soltanto la verità!»[6]

Spatuzza invitò il magistrato a fare i dovuti riscontri, assicurandogli che stava dicendo tutta la verità. E alla fine i riscontri gli diedero ragione, nello stupore generale, e venne ammesso al programma di protezione. In particolare, le sue dichiarazioni portarono alla scarcerazione dei finti esecutori della Strage di Via D’Amelio.

I contributi alle indagini

I contributi che Spatuzza fornì alle indagini furono molti e preziosi, in particolare di inestimabile valore furono quelli riguardanti le stragi che caratterizzarono il periodo che va dal 1992 al fallito attentato allo stadio Olimpico. Egli aveva partecipato attivamente a tutte e poté chiarire le modalità operative ed organizzative che avevano portato ai vari attentati, oltre al ruolo da protagonisti, anche sul piano esecutivo, dei Graviano che prima erano invece stati condannati solo come mandanti. In modo particolare egli confermò agli inquirenti che tutte le esplosioni erano legate da un filo rosso e facevano parte di un unico disegno di Cosa Nostra, probabilmente volto ad ottenere favori a livello politico.

La strage di Capaci

Innanzitutto contribuì alle indagini della procura di Caltanissetta che indagava sulla strage di Capaci. Spatuzza raccontò di essere stato lui, accompagnato da Fifetto CannellaPeppe Barranca e Cosimo Lo Nigro a procurare, presso un peschereccio ormeggiato a Porticello, buona parte dell’esplosivo utilizzato per far saltare in aria l’autostrada. Raccontò nei minimi dettagli dove l’esplosivo era stato recuperato, chi lo aveva fornito, chi lo aveva macinato, chi lo aveva confezionato, rimarcando sempre il ruolo da protagonista avuto nelle varie operazioni.

Una volta estratto dagli ordigni bellici, l’esplosivo si presentava solido e quindi occorreva ridurlo in polvere per utilizzarlo. Il materiale duro come “pietra”, veniva prima rotto a “sassetti”, poi macinato con il “mazzuolo” e setacciato con dei “colapasta” per portarlo allo stato di sabbia. Per la lavorazione dell’esplosivo … il comando di Brancaccio impiega una ventina di giorni. Risultato finale: 200 chili di tritolo.[7] Sulla base di queste informazioni venne arrestato il pescatore Cosimo D’amato (condannato all’ergastolo) con l’accusa di aver venduto a Cosa Nostra ordigni bellici inesplosi recuperati in mare.

Spatuzza espresse anche il dubbio che Cosa Nostra possa aver fatto uso, nella progettazione della strage, di consulenti esterni all’associazione. Il dubbio gli venne in quanto le competenze tecniche di Cosa Nostra non erano così avanzate da realizzare un innesco che evitasse l’uscita laterale dell’onda d’urto dell’esplosione e la concentrasse invece sotto la macchina blindata di Falcone. Le indagini sono in corso e ancora non si è arrivati a una verità acclarata su questo particolare.

La strage di via D’Amelio

Le dichiarazioni rese alla procura di Caltanissetta sulla Strage di via D’Amelio hanno reso Gaspare Spatuzza il più importante pentito degli anni 2000. Auto-accusandosi della strage, portò alla luce la falsa ricostruzione giudiziaria dei fatti, obbligando gli inquirenti a ricominciare a distanza di quasi vent’anni le indagini: i primi di luglio del 2008 venne aperto un nuovo procedimento, il numero 1595/08, e le indagini, condotte dal procuratore Sergio Lari, mostrarono fin dai primi riscontri la verità delle dichiarazioni del pentito.

Dopo tre anni, le indagini svolte e avviate grazie alla collaborazione di Spatuzza confluirono in un verbale di quasi 1700 pagine e il 13 ottobre 2011 il procuratore generale Roberto Scarpinato avanzò alla Corte di Appello di Catania (competente sulla revisione dei processi celebrati a Caltanissetta) la richiesta di revisione dei processi Borsellino 1 e Borsellino bis e la richiesta di sospensione dell’esecuzione della pena nei confronti di undici condannati, di cui otto detenuti.

Inoltre il 2 marzo 2012 il giudice per le indagini preliminari, Giovanna Bonaventura Giunta, emise un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Salvatore Mario Madonia, Vittorio Tutino, Salvatore Vitale, Gaspare Spatuzza, Maurizio Costa[8] e Calogero Pulci. A Madonia, Tutino, Vitale e Spatuzza venne inoltre per la prima volta riconosciuta l’aggravante della “finalità di terrorismo”. I falsi pentiti Vincenzo ScarantinoFrancesco Andriotta e Calogero Pulci, su cui si erano basate le condanne del Processo Borsellino (definito da Sergio Lari «uno dei più clamorosi errori giudiziari o depistaggi della storia del nostro Paese»), vennero rinviati a giudizio per calunnia aggravata. A loro difesa, i falsi pentiti affermarono di essere stati costretti dagli inquirenti a rendere quelle dichiarazioni, suggeritegli attraverso violenze fisiche e verbali.

Spatuzza fornì una ricostruzione della strage del tutto nuova: egli affermò innanzitutto di essere stato lui insieme a Vittorio Tutino a compiere il furto della Fiat 126, di averla “pulita”, cioè non riconoscibile, su ordine di Giuseppe Graviano, e di aver anche provveduto a farne sostituire l’impianto frenante poiché si era accorto che la vettura presentava alcuni problemi alla frizione ed ai freni. Inoltre raccontò di aver recuperato insieme a Tutino, la mattina del 18 luglio 1992, il materiale per predisporre il collegamento a distanza di detonazione della carica esplosiva: un “antennino” e due batterie. Più tardi Fifetto Cannella gli aveva fatto sapere che bisognava spostare l’auto e così aveva provveduto personalmente a guidare la 126 dal garage di corso dei Mille, dove era rimasta nascosta, ad un garage di via Villasevaglios in cui Cannella e Mangano lo avevano condotto.

Ricordò un particolare riguardante gli spostamenti che venne poi verificato: un posto di blocco della Guardia di Finanza che li costrinse a cambiare direzione di marcia. Giunto all’autorimessa, il collaboratore raccontò che oltre ai presenti che conosceva (Renzino Tintirello, Fifetto Cannella e Francesco Tagliavia), aveva notato un uomo sulla cinquantina a lui sconosciuto, la cui presenza sembra confermare il sospetto degli inquirenti, quasi certo alla luce dei recenti sviluppi, di un aiuto tecnico ricevuto da un soggetto esterno all’associazione. Una volta effettuata la consegna della vettura, che in quel box venne imbottita di esplosivo, si recò, come gli era stato ordinato, a rubare le targhe che consegnò la sera stessa a Giuseppe Graviano. A quel punto il suo lavoro era finito, e “mammona” gli consigliò di «tenersi il più lontano possibile da Palermo». Spatuzza fece proprio così: trascorse la domenica con la famiglia in un villino a Campofelice di Roncella e lì apprese dell’avvenuta strage.

La precisione con cui il collaboratore raccontò gli avvenimenti permise agli investigatori di riscontrare la maggior parte delle informazioni e quindi di dichiarare con sicurezza la sua attendibilità. In particolare i procuratori che hanno collaborato con lui sono concordi nell’affermare che il pentito raramente si concesse deduzioni o voli Pindarici, preferendo raccontare solo i fatti e le conversazioni a cui aveva personalmente assistito.

In un’intervista, Giuseppe Quattrocchi, capo della procura della Repubblica di Firenze dichiarò: “Di Spatuzza abbiamo apprezzato proprio questo: il fatto che lui non era portato per i voli, per le supposizioni, per «ho sentito dire che». Lui ci raccontava, ci riferiva delle cose precise, quasi come avesse acquisito la consapevolezza che il sistema corretto della ricerca dei riscontri poteva essere avviato soltanto attraverso questa strada, che è quella che noi abbiamo seguito[9].

Il capo della procura della Repubblica di Caltanissetta, Sergio Lari, ha sostenuto di aver mutato opinione sulle dichiarazioni di Spatuzza sulla base fondamentalmente di tre “step”: “Un primo step si è avuto quando mi sono recato a fare il sopralluogo, che non era mai stato fatto durante le precedenti indagini, sul posto dove era stata rubata l’autovettura usata come autobomba. Ci andai insieme alla proprietaria della macchina, Pietrina Valenti, la quale indicò un luogo che non corrispondeva assolutamente a quello indicato da Salvatore Candura, che all’epoca si era autoaccusato del furto. Di fronte a questo contrasto facemmo un sopralluogo con Spatuzza il quale, malgrado la situazione dei luoghi fosse parzialmente mutata, non ebbe dubbi nell’indicare nello stesso punto segnalato da Pietrina Valenti[10].

Il secondo step si ebbe quando il pentito raccontò di aver fatto sostituire l’impianto frenante e di aver pagato al meccanico Costa 100.000 lire. Il procuratore ebbe l’idea di interrogare Agostino Trombetta, socio di Costa nonché collaboratore di giustizia da poco uscito dal programma di protezione. Trombetta ricordò che «un giorno, tornando in officina, l’aveva trovata incustodita e si era molto adirato per questo con il proprio dipendente e socio Maurizio Costa. Costui però si era giustificato dicendo che era andato a trovarlo Spatuzza, il quale gli aveva chiesto di fare la riparazione dei freni di un’autovettura in un altro luogo. Addirittura Trombetta ci riferì un particolare che nessun altro poteva sapere: Costa gli disse che Spatuzza stranamente aveva pagato per questo lavoro 100.000 lire»[11].

La conferma definitiva tuttavia, o per meglio dire il terzo step, arrivò insieme alla relazione dei consulenti tecnici che avevano compiuto gli accertamenti sui resti dell’autobomba, conservati in un parco di una città dell’Umbria: la prova scientifica si unì alla dichiarazione dei due pentiti, confermando che le ganasce erano state sostituite prima dell’esplosione.

Le stragi di Firenze, Roma e Milano

Altre stragi a cui invece partecipò in prima persona furono quelle di Firenze, Roma e Milano. In questi casi oltre a procurare l’esplosivo, con la sua squadra si era recato in loco, aveva scelto l’obiettivo, costruito gli ordigni e provveduto a farli esplodere. Gli investigatori avevano già potuto riscontrare la sua presenza in queste città tramite il monitoraggio dei traffici telefonici.

Già verso la fine degli anni novanta si erano conclusi i processi che ricostruivano accuratamente tutta la vicenda stragista ed erano state emesse condanne passate in giudicato. Le sentenze tuttavia avevano lasciato sullo sfondo questioni irrisolte e ombre nella ricostruzione degli eventi (I pentiti che avevano collaborato, infatti, non avevano partecipato in prima persona alle esecuzioni e non conoscevano i dettagli). Alcune indagini sulle vicende, in particolare quelle sui mandanti, erano state archiviate. Quando cominciò a raccontare, Spatuzza squarciò il velo dell’omertà su queste questioni, permettendo ai magistrati fiorentini, a cui erano state affidate originariamente le tre inchieste, di riaprire le indagini.

Le dichiarazioni di Spatuzza consentirono innanzitutto di riaprire le indagini su Francesco Tagliavia, capo della famiglia mafiosa di Corso dei Mille, che nel 2011 venne condannato all’ergastolo come mandante, insieme ad altri, delle stragi.[12]

Il pentito raccontò che le direttive riguardanti “i fatti di via Georgofili” erano state date a lui e agli altri membri della squadra esecutiva durante una riunione, tenutasi nel villino di Santa Flavia, a cui avevano partecipato Ciccio Tagliavia, Giuseppe Graviano e Matteo Messina Denaro. I boss, secondo Spatuzza, da come parlavano avevano già effettuato dei sopralluoghi a Firenze e indicarono agli esecutori materiali il posto da colpire.

Spatuzza indicò inoltre come membri della “banda” Vittorio Tutino ed i fratelli Formoso, i cui nomi non erano mai emersi dalle indagini. Seppe anche spiegare il motivo per cui vi fu un divario di circa venti minuti tra le due esplosioni nella capitale: Vittorio Tutino, che aveva il compito di innescare l’ordigno, era alla sua prima esperienza con gli esplosivi e i compagni, per rassicurarlo ed evitare che potesse restare coinvolto nell’esplosione, lasciarono appositamente la miccia lunga.

Infine attraverso la testimonianza del collaboratore emerse la titolarità di Cosa Nostra come unica mandante. Le lettere di rivendicazione spedite ai quotidiani a nome della “Falange Armata” vennero infatti spedite da Cosimo Lo Nigro e da Scarano. La responsabilità di Cosa Nostra (o unicamente di Cosa Nostra) in questi delitti era stata infatti incerta per molto tempo. La mancata rivendicazione delle esplosioni da parte dell’organizzazione aveva inizialmente fatto pensare che Cosa Nostra, se responsabile, non avesse agito per soddisfare un proprio interesse, ma piuttosto su ordine di mandanti esterni o in associazione con altri sodalizi segreti.

La scelta di colpire beni storici, per di più situati sul territorio continentale, non era usuale. La medesima considerazione riguardò anche la fallita strage dello Stadio Olimpico di Roma, in cui il maggior contributo offerto da Spatuzza interessò la data programmata. Infatti, sebbene questi non ricordasse quale fosse, ebbe memoria di aver rubato le targhe e spiegò agli investigatori che era usanza di Cosa Nostra compiere il furto di sabato, subito prima dell’attentato e preferibilmente in un esercizio commerciale, in modo che il furto potesse essere scoperto e denunciato solo il lunedì, a cose avvenute.

Da queste dichiarazioni gli inquirenti riuscirono a stabilire che l’esplosione doveva avvenire il 23 gennaio 1994, la domenica in cui si svolse la partita del campionato di calcio Roma–Udinese. L’informazione si rivelò molto utile anche per comprendere la portata devastante che l’esplosione avrebbe provocato. Infatti, oltre ad informare gli investigatori che l’ordigno era stato potenziato, su disposizione di Giuseppe Graviano, con chili di ferro e tondini di pochi millimetri che «avevano la funzione di schegge, avrebbero fatto veramente male, molto male», il pentito riferì che l’obiettivo erano i carabinieri e indicò il luogo in cui l’auto bomba era stata parcheggiata. Sottolineò inoltre che insolitamente, la Lancia Thema non era stata rubata in loco, ma era stata portata da Palermo.

Dalla posizione e dal giorno ci si è potuti rendere conto del pericolo scampato: infatti il punto prescelto per la collocazione dell’ordigno si trovava sul viale dei Gladiatori, in un tratto in cui la strada si restringe e avrebbe obbligato i pullman con i Carabinieri a procedere lentamente, uno vicino all’altro. Si è stimato che l’esplosione avrebbe potuto provocare una vera carneficina e circa 200 militari avrebbero perso la vita, mettendo seriamente a rischio l’ordine democratico del Paese. L’impulso radio impresso dal telecomando, però, non giunse all’antenna e il piano fortunatamente fallì.

Il processo Dell’Utri

Infine dichiarazioni di Spatuzza si rivelarono importantissime nel processo contro Marcello Dell’Utri, condannato in via definitiva a sette anni di carcere per concorso esterno in associazione mafiosa. Egli raccontò di aver avuto un colloquio con Giuseppe Graviano presso il bar Doney di Roma, pochi giorni prima del fallito attentato allo stadio Olimpico. Durante tale incontro Graviano, particolarmente felice, aveva confidato al collaboratore di essere finalmente riuscito a “mettere il paese nelle mani” della mafia grazie a due personaggi politici, il compaesano dell’Utri e Silvio Berlusconi. La strage dei carabinieri avrebbe dovuto rappresentare l’ultima spinta, l’atto finale per la conclusione dell’accordo. La definitiva dimostrazione della potenza di Cosa Nostra.

Questa informazione diede vita ad un vero e proprio attacco mediatico nei confronti del pentito. Come già era accaduto negli anni ’90 con Buscetta, che nel momento in cui aveva deciso di parlare di politica aveva perso la sua credibilità ed era stato accusato di essere uno strumento che agiva per conto di una fazione politica contro l’altra, così quando Spatuzza fece questi nomi, le accuse nei suoi confronti furono molte.

Si cercò di delegittimarlo, di annullare il valore delle sue confidenze in virtù del suo passato e degli atti terribili che aveva commesso. I principali giornali italiani lo presentarono come colui che era stato condannato per sei o sette stragi e circa una quarantina di omicidi. Dell’Utri da un lato, nella fase dibattimentale del processo, lo accusò di essere uno strumento della mafia per affondare un governo che le aveva fatto guerra, di essere un pentito della mafia, non dell’antimafia; dall’altro, a livello mediatico, insinuò che dietro le sue dichiarazioni ci fossero i pm, riferendosi implicitamente alla storica battaglia tra l’allora premier e la magistratura.

Gli avvocati gli contestarono di aver parlato della questione solo dopo che il programma di protezione testimoni gli era stato accordato (quindi oltre i 180 giorni dall’inizio della cooperazione concessi dalla legge ai collaboratori di giustizia per rilasciare le dichiarazioni più importanti). A nulla servirono le giustificazioni di Spatuzza che si discolpò dicendo che nel 2008, poco dopo che ebbe cominciato a parlare, cadde il governo Prodi e si ritrovò con Berlusconi primo ministro e Alfano, il suo “vice”, ministro della giustizia. «Se il Governo fosse caduto prima non mi sarei neanche pentito» disse: incontrò infatti diverse difficoltà ad entrare nel programma di protezione testimoni. Alfredo Mantovano, sottosegretario all’interno del governo Berlusconi gli negò per lungo tempo tale diritto, nonostante fosse sopravvenuto il parere favorevole delle procure con cui collaborava.

Le difficoltà che dovette affrontare furono molte. All’offensiva mediatica si aggiunse anche un improvviso isolamento in carcere: “Quando andai a Torino a dicembre del 2009 per il processo Dell’Utri… Mamma mia quello che c’era! Si è creato un grande evento mediatico, tantissimi giornalisti… tante persone intorno… uno spiegamento di forze indescrivibile. Ho detto le cose che dovevo dire… certo, tiravo in mezzo soggetti che in quel momento rivestivano cariche politiche, istituzionali. I miei timori prima della collaborazione erano legati a questo… Poi sono tornato presso il carcere… e trovo il vuoto, il vuoto totale. Non c’era più nessuno… Erano scappati tutti, proprio tutti… stavo male… mi chiedevo: ma cosa ho fatto di sbagliato? Ho solo detto quello che sapevo! È stata dura, mi sembrava di impazzire[13].

Furono nuovamente le parole di un prete, che lo invitò a proseguire con coraggio e sincerità il percorso di revisione della vita che aveva intrapreso, che lo spinsero a proseguire. Quelle parole e il sostegno dei magistrati, rappresentanti di una parte dello stato che nonostante il “massacro” mediatico c’era. WIKIMAFIA

Note

  1.  citato in Montanaro G., La Verità del Pentito, le rivelazioni di Gaspare Spatuzza sulle stragi mafiose, Sperling & Kupfer, Milano, 2013, p.20
  2.  G. Montanaro, op. cit., p.32.
  3.  Sparatoria all’ospedale: preso superkiller mafioso, Corriere della Sera, 3 luglio 1997
  4.  G. Montanaro, op. cit., p.37
  5.  G. Montanaro, op. cit., p.29
  6.  G. Montanaro, op. cit., p.40
  7.  G. Montanaro, op. cit., p.142
  8.  (Maurizio Costa, il meccanico che riparò la fiat 126, venne poi rilasciato e la sua posizione fu archiviata.)

 

DOSSIER VIA D’AMELIO

a cura di Claudio Ramaccini, Direttore  Centro Studi Sociali contro la mafia – PSF