1998 – Secondo il PM ANTONINO DI MATTEO la ritrattazione di SCARANTINO era “sicuramente falsa”

 

 

Dalla STRAGE ad oggi – CRONOLOGIA degli EVENTI

“IL PIÙ GRAVE DEPISTAGGIO DELLA STORIA GIUDIZIARIA ITALIANA”  Il “depistaggio”, presente come reato nel codice penale solo dal 2016, è infatti oggetto di altri processi definiti e in corso: se n’è occupato il Borsellino quater, nel quale è uscito prescritto dal reato di calunniaVincenzo Scarantino e il processo in corso a Caltanissetta a carico di Mario Bo, Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei con l’accusa di calunnia in concorso, tre poliziotti in servizio nel gruppo Falcone-Borsellino che all’epoca, coordinato dalla Procura di Caltanissetta, si occupava delle indagini e dunque della gestione dei collaboratori rivelatisi falsi (Perché Scarantino ha detto il falso? Per volere di chi? Con l’aiuto di chi?). Al vertice di quel gruppo di investigatori della Polizia di Stato c’era Arnaldo La Barbera, scomparso nel 2002, stimato da molti colleghi e magistrati, compresi quelli che nutrivano dubbi sulla credibilità e sulla caratura criminale di Vincenzo Scarantino. Le evidenze e le domande emerse negli anni riguardo alla gestione sciagurata di quella collaborazione con la giustizia e che rendono plausibili molti dubbi – cui non vanno esenti, come sempre in questi casi, strumentalizzazioni e letture “tifose” di segno opposto – fanno inevitabilmente di Arnaldo La Barbera il convitato di pietra di molte sentenze, definitive e non, più o meno recenti. La sua morte prematura ha reso il giudizio sul suo operato di allora materia per gli storici, senza avergli dato il tempo di vedersi contestare in giudizio accuse in vita e di difendersene.

IL FALSO PENTITO A distanza di 29 anni sono ancora in molti a chiedersi come abbia potuto una figura di poco spessore far deragliare un’indagine così importante facendole trovare conferme nei gradi di giudizio di diversi processi. Nelle deposizioni del processo in corso a Caltanissetta oggi a carico dei poliziotti s’è sentito al suo proposito l’appellativo siciliano di “scassapagghiara”, scassapagliai, a indicarne lo scarso spessore criminale, benché fosse parente di un noto uomo d’onore. A distanza di 29 anni è acclarata la sua figura di “collaboratore” controverso. Arrestato a settembre del 1992, collaboratore dal giugno 1994, già nel 1998 nel Borsellino bis aveva ritrattato tutto in aula affermando di aver ricevuto pressioni per mentire. Uno dei dati che hanno fatto scrivere all’estensore della sentenza di primo grado del quater che la situazione avrebbe dovuto: consigliare «un atteggiamento di particolare cautela e rigore nella valutazione delle sue dichiarazioni, e una minuziosa ricerca di tutti gli elementi di riscontro, positivi o negativi che fossero, secondo le migliori esperienze maturate nel contrasto alla criminalità organizzata, e incentrate su quello che veniva giustamente definito il metodo Falcone».

LA TRAPPOLA SI SAREBBE POTUTA EVITARE?  L’aspetto che più interroga, di tutti i punti oscuri di una vicenda intricatissima, viene da due lettere, risalenti all’ottobre 1994, una delle quali inviata per conoscenza anche alla Procura di Palermo e solo lì ritrovata, lasciate agli atti da Ilda Boccassini, che fece parte del Pool che si occupava delle stragi a Caltanissetta dal novembre 1992 all’ottobre 1994. In questi documenti, uno dei quali controfirmato anche da Roberto Sajeva, magistrato della Dna e parte del Pool, si evidenziavano in modo circostanziato le contraddizioni emerse nelle dichiarazioni di Scarantino e si suggeriva di riconsiderarne l’attendibilità complessiva. Il processo Borsellino 1 stava iniziando. Quei documenti scritti e ritrovati sono la prova documentale che già nel 1994 almeno due magistrati coinvolti nelle indagini avevano intuito la presenza di una falla. Se quell’intuizione avesse trovato ascolto «il più grave depistaggio della storia giudiziaria italiana» si sarebbe potuto, come tante volte si fa con mitomani e depistatori, smascherare e sgonfiare per tempo?  È una risposta che potrebbe trovare il processo in corso a Caltanissetta, il cui dibattimento sta provando a far luce sulle eventuali responsabilità di poliziotti all’epoca impegnati nella gestione di Scarantino, e sul buco nero su chi e che cosa l’avrebbero indotto a mentire. Ma è evidente che il tempo trascorso renderà difficile dare risposte incontrovertibili a tanti piccoli episodi la cui memoria a distanza di 29 anni potrebbe non essere più così salda. Tanto più che nel frattempo è venuto a mancare, non solo Arnaldo La Barbera, ma anche il capo della Procura nissena di allora Gianni Tinebra.

UNA PAGINA INQUIETANTE Potremmo non sapere mai compiutamente se quello che chiamiamo depistaggio sia stato un disegno complessivo che ha indotto tante persone in errore o una catena di tanti eventi più piccoli (fraintendimenti, incongruenze, inesperienze, errori, inadempienze, aggiustamenti, forzature più o meno intenzionali) che hanno finito per convergere e portare l’indagine a deragliare e i processi a condannare innocenti o se si sia trattato di una commistione di entrambe le cose. Comunque il risultato è una “pagina vergognosa e tragica” della storia giudiziaria italiana per dirla con le parole del Procuratore generale della Cassazione al Borsellino quater. da FAMIGLIA CRISTIANA nov.2021


La revisione. Il 13 luglio 2017, a quasi venticinque anni di distanza dal 19 luglio 1992,  il Processo di Appello di revisione per la Strage di via D’Amelio, voluto dalla Procura di Caltanissetta nel 2011, a seguito delle dichiarazioni di Spatuzza, si conclude con l’assoluzione dal reato di strage per dieci imputati: Gaetano Murana, Giuseppe Orofino, Cosimo Vernengo, Natale Gambino, Salvatore Profeta, Giuseppe La Mattina, Gaetano Scotto, Vincenzo Scarantino e Salvatore Candura. Assolto anche Salvatore Tommasello, che intanto è deceduto. Di queste dieci persone, tre all’epoca dell’arresto erano incensurate: Murana, Urso e Vernengo. da COSA


 DI MATTEO in Commissione parlamentare antimafia il 13 settembre 2017 «Scarantino è un soggetto che viene arrestato il 26 settembre 1992 – spiega Di Matteo – e le indagine vennero dunque condotte dal 19 luglio 1992 fino al 26 settembre. All’epoca ero un tirocinante e mi sono occupato di procedimenti ordinari fino al 9 dicembre 1993. Sono entrato nella Dda nissena il 9 dicembre con il compito esclusivo di occuparmi di processi della mafia e della stidda di gela e ho svolto al compito fino al novembre ’94. Nel pool che si occupava delle stragi sono entrato dunque nel novembre 1994, due anni e 4 mesi dopo la strage, 2 anni e 2 mesi dopo l’arresto di Scarantino. Non mi sono mai occupato ad alcun titolo del primo processo a Scarantino, nel secondo solo come pubblica accusa nel procedimento dibattimentale ed entrai solo dal processo Borsellino-ter»


 


“BORSELLINO BIS” udienza 15 dicembre 1998 – Dalla requisitoria del PM Antonino Di Matteo

Questo ufficio ritiene che l’attività processuale scaturita e originata dalla ritrattazione dello Scarantino abbia finito per avvalorare ancor di più le sue precedenti dichiarazioni o meglio gran parte delle sue precedenti dichiarazioni nei confronti di molti degli odierni imputati


La ritrattazione di Scarantino che poi spiegheremo perché deve considerarsi falsa è innanzitutto una ritrattazione indotta. Non siamo in presenza di un atteggiamento processuale scaturito dalla volontà del protagonista della scena dibattimentale Siamo in presenza di un risultato di una complessa attività posta in essere per costringere il pentito a cambiare versione


Cioè la ritrattazione è stata indotta innanzitutto indotta poi vedremo perché falsa. Dovete pure prendere in considerazione quel compendio probatorio scaturito essenzialmente dalle intercettazioni ambientali effettuate in casa Scotto del latitante Gaetano Scotto nostro imputato


La ritrattazione di Vincenzo Scarantino non è stata frutto di una scelta di coscienza di una volontà talmente spontanea da manifestarsi attraverso comportamenti che non tenessero conto di garanzie precauzioni assistenza economica assistenza legale


… oltre ad un giudizio di complessivi inattendibilità e la ritrattazione di Scarantino vi stiamo smontando punto per punto queste dichiarazioni …


Io credo che il buonsenso comune ed una normale capacità di valutare la personalità altrui ci consente ci consenta di escludere questa possibilità che Scarantino abbia per tanto tempo finto e solo ultimamente detto la verità


Scarantino ha voluto accreditare l’ipotesi di pubblici ministeri e poliziotti che lo hanno indottrinato continuamente indottrinato dolosamente istruito giungendo al punto di falsificare le carte di giocare sporco pur di trovare dei finti colpevoli della strage giungendo al punto di manomettere nastri e registrazioni


Certamente non è in grado Scarantino di inventare reggere il gioco su tutto questo di estremamente articolato e complesso …


… questa non è a nostro parere non può essere solo farina del sacco di Scarantino costituisce una riprova logica di una induzione ad una ritrattazione sicuramente falsa e prospettata al solo scopo di provocare in un modo o nell’altro il crollo dell’impostazione accusatoria di questo processo


(Scarantino) … ha dipinto un  quadro assolutamente inverosimile. Ha dipinto un quadro fosco e ridicolo


(Scarantino nella ritrattazione) poco abile, forse mal consigliato 


(La ritrattazione) risulta intrensicamente non credibile


Siamo in presenza di un clamoroso autogol (ritrattazione)


AUDIZIONE AL CSM 17.9.2018  – DI MATTEO: su Via D’Amelio “Siamo ad un passo della verità anche grazie a me e ad altri magistrati“

  • “Tutti abbiamo bisogno di un contributo di chiarezza rispetto alla ostinata reiterazione di falsità e ingiuste generalizzazioni che da tempo vengono diffuse e rilanciate con grande clamore mediatico…”  
  • “Siamo ad un passo dalla verità anche sotto il profilo del movente e della presenza di madanti esterni a Cosa nostrae ci siamo arrivati grazie e soprattutto al lavoro fatto a Caltanisetta nel Borsellino Ter e a Palermo nel processo Trattativa Stato-mafia”
  • “Siamo ad un passo della verità anche grazie a me e ad altri magistrati“
  • “Il depistaggio non inizia con la collaborazione di Scarantino ma inizia con le prove oggi ritenute false che portano ad incriminare Scarantino
  • “I fatti vengono mistificati quotidianamente da parte di qualcuno“
  • “Non ho mai saputo nulla dei colloqui investigativi con Scarantino”
  • “Scarantino aveva detto anche cose vere. Probabilmente gli sono state suggerite da qualcuno“

(…) secondo la procura di Messina, come si legge nella nota a pagina 84 della richiesta di archiviazione, la circostanza che la Procura di Palermo avesse inizialmente assunto «un atteggiamento cauto circa la rilevanza e l’attendibilità del contributo dichiarativo di Spatuzza» ha trovato conferma nel contenuto di un verbale di riunione di coordinamento “delle indagini sulle stragi siciliane del 1992 e del continente degli anni 1993 – 1994”, svoltasi presso la Dna il 22 Aprile del 2009. In quel verbale, tramesso a Messina il 25 marzo del 2019 a seguito di specifica richiesta della procura, sono riportati due interventi di Nino Di Matteo. Sul primo intervento, i magistrati di Messina, riferiscono: «Il dottor Di Matteo ha pure rilevato che non sempre Spatuzza, a suo giudizio, ha affermato il vero; ha aggiunto che, a suo parere, la collaborazione di Spatuzza non è di particolare rilevanza atteso che essa non consente di arrestare nessuno, né di sequestrare alcun bene, né di processare qualcuno. Ha affermato che, secondo lui, non sono particolarmente rilevanti neppure le dichiarazioni rese in ordine agli omicidi di padre Puglisi e del giovane Diego Alaimo». Il secondo intervento del Pm, sempre riferito alla medesima riunione, è così descritto: «Il dottor Di Matteo ha manifestato la sua contrarietà alla richiesta di piano provvisorio di protezione sia perché essa attribuirebbe alla dichiarazione di Spatuzza una connotazione di attendibilità che ancora non hanno, sia perché le dichiarazioni di Spatuzza, sebbene non ancora completamente riscontrate, potrebbero rimettere in discussione le ricostruzioni e le responsabilità delle stragi, oramai consacrate in sentenze irrevocabili, sia perché l’attribuzione, allo stato di una connotazione di attendibilità alle dichiarazioni di Spatuzza potrebbe indurre l’opinione pubblica a ritenere che la ricostruzione dei fatti e le responsabilità di essi, accertate con sentenze irrevocabili, siano state affidate alle dichiarazioni di falsi pentiti protetti dallo Stato, e potrebbe, per tale ultima ragione, gettare discredito sulle Istituzioni dello Stato, sul sistema di protezione dei collaboratori di giustizia e sugli stessi collaboratori di giustizia».


VINCENZO SCARANTINO, il PUPO vestito da MAFIOSO


VINCENZO SCARANTINO  Accusatosi di aver partecipato alla strage di via D’Amelio, viene arrestato il 29 settembre 1992. Dopo essere stato recluso nel carcere di massima sicurezza di Pianosa, Scarantino il 24.6.1994 decide di collaborare con gli inquirenti spiegando come venne organizzata la strage in cui morì il giudice Borsellino per cui venne condannato a 18 anni per poi accusare i poliziotti e magistrati, che lo avrebbero spinto a fare quelle accuseNel 1998 Scarantino ammette di non avere preso parte all’attentato di via D’Amelio e di essere stato costretto da Arnaldo La Barbera, ex capo della squadra mobile di Palermo a confessare il falso, e di aver subito maltrattamenti durante la sua detenzione nel carcere di Pianosa.   Nel 2007 il pentito Gaspare Spatuzza confessa di essere stato l’autore del furto dell’auto FIAT 126 usata per l’attentato, scagionando Scarantino e dimostrando che era un falso pentito, usato per sviare le indagini sulla morte di Borsellino.


Scarantino ritratta: ‘Su Borsellino ho mentito’.  COMO – Crolla e ritratta Vincenzo Scarantino, il pentito chiave del processo per la strage di via D’Amelio. E con lui rischia di crollare l’intero impianto accusatorio messo in piedi dalla procura di Caltanissetta. Davanti ai giudici del processo bis, che si sta svolgendo a Como, Scarantino oggi si è rimangiato tutto. “Io dell’omicidio di Borsellino sono innocente”, ha detto l’uomo che si era accusato di aver procurato la Fiat 126 poi imbottita di tritolo che é costata la vita al giudice antimafia e ai cinque uomini della scorta. Grazie alle dichiarazioni di Scarantino, nella prima tranche del processo erano stati condannati all’ergastolo Pietro Scotto, Giuseppe Orofino e Salvatore Profeta. A lui stesso erano stati inflitti diciotto anni di carcere. Immediata la replica del pubblico ministero che ha chiesto – insieme ai difensori degli imputati – che Scarantino fosse sentito non più come imputato ma come testimone: con l’obbligo quindi di dire la verità, pena l’incriminazione per falsa testimonianza. Ma l’accusa é andata oltre, paventando l’ipotesi di atti intimidatori ai danni del collaboratore di giustizia. “Chiediamo – ha detto il pubblico ministero Antonio Di Matteo – l’esame di funzionari di polizia su quanto accertato in relazione a tentativi di arrivare a convincere Vincenzo Scarantino a ritrattare. Mi riferisco in particolare a movimenti di denaro sino a qualche giorno fa”. Scarantino ha poi spiegato l’ennesima versione del suo pentimento. Lo ha fatto platealmente, chiedendo agli agenti che lo circondavano di farsi da parte, perché le telecamere potessero riprenderlo. Forti pressioni degli inquirenti mentre era in carcere, ha detto: “A Pianosa ho passato quaranta giorni indimenticabili. Scrivevo sui muri del bagno che se io facevo il bugiardo era perché mi volevano ammazzare”. Prigionia dura, denuncia Scarantino, “cibo scarso e con i vermi”, con un’unica via d’uscita: parlare. E allora Scarantino decide di collaborare, raccontando ciò che sapeva sul traffico di droga a Palermo. “Ma il dottor La Barbera (al tempo dei fatti capo del gruppo antistragi, ndr) disse che gli interessavano solo gli omicidi”, ha detto oggi Scarantino. Aggiungendo: “La Barbera mi disse che mi sarei fatto solo qualche mese di galera e che mi avrebbe dato duecento milioni. Ma a me non interessavano i piccioli”. Un altro clamoroso dietro front, quindi. L’ultimo della lunga serie di colpi di scena che hanno accompagnato la storia di questo strano pentito. Anomalo perché prima dell’arresto di lui, anche in ambienti investigativi, si sapeva poco quanto niente. Un delinquente di quartiere, secondo alcuni nemmeno un mafioso. Viveva alla Guadagna, la zona controllata da Pietro Aglieri, con la moglie Rosaria Basile e tre figli. Ma rispondeva gli ordini del cognato, Salvatore Profeta, della cosca di Santa Maria di Gesú. Poi l’arresto e subito dopo – il 24 giugno del ’94 – le prime dichiarazioni. Che consentono di ricostruire la dinamica della strage di via D’Amelio e di risalire ai responsabili. Scarantino accusa, e si autoaccusa. Passa più di un anno, ma il 10 ottobre 1995 Rosalia Basile, la moglie, esce allo scoperto. Dice che il marito mente, che le sue dichiarazioni sono state estorte “a forza di botte e minacce” dai magistrati di Caltanissetta. Abbandona il marito, che viveva con lei sotto protezione, e con i figli torna alla Guadagna. Ma su Scarantino in quei giorni sparano tutti. Gli avvocati degli imputati cercano di dimostrare che lui non può essere pentito di mafia perché uomo d’onore non é stato mai. Chiamano in ballo due transessuali, che affermano di avere avuto rapporti con lui. Cosa che, secondo il codice d’onore di Cosa nostra, impedirebbe di entrare nell’organizzazione. Ma anche i boss pentiti dicono di non conoscerlo, lo fanno Cancemi, La Barbera e Di Matteo. Le sue dichiarazioni però reggono. I riscontri ci sono. Lui ribadisce di essere un “leale collaboratore di giustizia”. E le condanne al primo “processo Borsellino” arrivano. Scarantino continua a parlare e fa altri nomi. Quelli di Giovanni Brusca e Raffaele Ganci, cha danno il via alla nuova inchiesta. “Non ho fatto prima i loro nomi per paura”, dice. Anche la moglie torna sui suoi passi e l’8 marzo 1997 si riconcilia col marito, rinunciando al divorzio. Il pentito Scarantino guadagna credibilità , diventa sempre più il pilastro su cui si regge l’intero processo. Un pilastro che si credeva stabile. Fino a oggi.  (La Repubblica 15 settembre 1998)


Le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza
Il racconto di Spatuzza è dettagliato: dopo gli opportuni riscontri svolti dal centro operativo Dia di Caltanissetta, i magistrati hanno avuto chiari i retroscena della strage Borsellino, organizzata dal clan mafioso di Brancaccio, diretto dai fratelli Graviano. E’ rimasto il mistero su un uomo che il giorno prima della strage avrebbe partecipato alle operazioni di caricamento dell’esplosivo sulla 126, in un garage di via Villasevaglios, a Palermo. Spatuzza non lo conosce, i magistrati sospettano che possa essere un appartenente ai servizi segreti.
Interrogatorio del 3/7/2008 (riguardante anche la strage Falcone)
Interrogatorio del 17/9/2009
Interrogatorio del 22/6/2010 (è allegata una lettera-appello di Spatuzza al boss Pietro Aglieri)
Interrogatorio del 3/5/2011


La confessione dei falsi pentiti
Il racconto di Spatuzza sugli esecutori della strage di via d’Amelio è stato confermato soprattutto dalla confessione di chi si era accreditato come collaboratore di giustizia attendibile, depistando le indagini sull’eccidio del 19 luglio 1992. E’ una confessione drammatica, che parla di abusi e violenze subite da alcuni rappresentanti delle forze dell’ordine, per costruire una verità di comodo.
Interrogatorio di Vincenzo Scarantino (28/9/2009)
Interrogatorio di Francesco Andriotta (17/7/2009)
Interrogatorio di Salvatore Candura (10/3/2009)

Archivio ANTIMAFIA

AUDIO UDIENZE PROCESSI


17.7.2009 INTERROGATORIO FRANCESCO ANDRIOTTA   A D.R.: E’ vero però che io non sapevo nulla della strage di via D’Amelio, ma non sono io che ho costruito le cose; il tutto è stato costruito dal dotto Arnaldo LA BARBERA e dal dottor Mario BO; mi avevano promesso che mi avrebbero fatto togliere l’ergastolo. Avevo chiamato la Procura di Milano, in particolare la dott.ssa Luisa ZANETTI allorché ero ristretto presso il carcere di Saluzzo. Preciso che il primo interrogatorio l’ho avuto al carcere di Saluzzo con un magistrato di Cuneo per rogatoria. Successivamente fui portato alla Procura di Milano per essere sentito dalla dott.ssa ZANETTI e lì incontrai, per la prima volta, il dottor Arnaldo LA BARBERA. Quando uscirono dalla stanza la dott.ssa ZANETTI e il suo segretario, venne il dotto Arnaldo LA BARBERA e un giovane funzionario che si chiamava pure LA BARBERA; ricordo che vi era anche un terzo poliziotto. Preciso meglio, prima nella stanza entrò solo il giovane LA BARBERA e mi disse che il dotto Arnaldo LA BARBERA poteva aiutarmi per l’ergastolo che mi era stato irrogato, perché “era una potenza”. Il giovane LA BARBERA, che adesso apprendo dalla S.V. chiamarsi Salvatore, mi accennò qualcosa sulla strage di via D’Amelio quasi per prepararmi, invitandomi a collaborare con la Polizia. Poi entrò nella stanza il dotto Arnaldo LA BARBERA e mi chiese se io sapessi qualcosa della strage di via D’Amelio. Desidero far presente che io temo per la mia vita e la vita dei miei familiari proprio per quello che sto riferendo.

A D.R.: Ribadisco che le dichiarazioni da me riferite sulla strage di via D’Amelio le ho rese perché così mi fu chiesto dal dotto Arnaldo LA BARBERA, da altro poliziotto di cognome LA BARBERA, da un terzo poliziotto, dal dottor MARIO  BO e da altri appartenenti alle Istituzioni. Complessivamente si trattò di almeno cinque appartenenti alla Polizia di Stato. SCARANTINO non mi ha mai confidato i particolari poi da me riferiti alla A.G. sulla uccisione del dotto Borsellino e degli uomini della sua scorta, anzi, parlando con me, si è sempre protestato innocente sostenendo di essere sottoposto a violenze fisiche e psichiche per confessare di avere partecipato alla strage accusando altre persone. Ribadisco che sono stati in particolare il dotto Arnaldo LA BARBERA, il dotto Mario BO, l’altro LA BARBERA e un terzo poliziotto stempiato il cui nome non ricordo ad “istruirmi” di volta in volta su quello che avrei dovuto dire, in cambio della promessa di aiuti per far venire meno l’ergastolo ed ottenere permessi.


10.3.2009 Dall’interrogatorio di SALVATORE  CANDURA  – Il CANDURA ammette di aver dichiarato il falso in merito al furto della Fiat 126 di VALENTI Pietrina e di essere stato spinto a rendere quelle dichiarazioni dal dottor LA BARBERA Arnaldo e, successivamente, anche dal dotto Salvatore LA BARBERA, e dal dottor RICCIARDI.


“Il depistaggio? Di Matteo non si è accorto di nulla e per lui è solo un contorno”.

 «Certo però che , con tutte queste carte, piste e indagini , a lui Scarantino, il depistaggio , gli innocenti in galera e poi la revisione sembrano solo un “ segmento” , una cosa con cui noi disturbiamo , mentre magari secondo lui dovremmo tutti quanti (dai PM agli avvocati e pure il Tribunale) portare avanti la pista Contrada e quella Berlusconi!», così scrive Rosalba Di Gregorio, l’avvocata che assiste come parte civile tre di coloro che subirono un ingiusto ergastolo a causa del depistaggio accertato dalla sentenza del Borsellino Quater.

Si riferisce a l’ex pm Nino Di Matteo, oggi consigliere del Csm, che ha deposto lunedì scorso al processo sul depistaggio di Via D’Amelio.  Nino Di Matteo, in sintesi, ha detto di non aver mai parlato con chi in precedenza aveva fatto le indagini, nemmeno con la collega Ilda Boccassini o con il dottor La Barbera allora capo del pool investigativo. Non aveva nemmeno saputo dei colloqui investigativi, dal 4 al 16 luglio 1994, mentre Scarantino si trovava detenuto nel carcere di Pianosa. Non aveva saputo nemmeno che Scarantino aveva ritrattato ad Angelo Mangano nel 95, all’epoca giornalista di Studio Aperto.

L’avvocata Di Gregorio, quindi, tuona: «Ai tempi sequestrarono tutto il trasmesso e il non trasmesso, ma non glielo hanno detto. La signora Scarantino ai tempi scrisse lettere a mezzo mondo accusando La Barbera e i suoi di tante cose, ma tutte queste lettere i suoi colleghi e i poliziotti non gliele hanno fatte leggere. E nemmeno gli hanno raccontato che belle telefonate c’erano fra Scarantino e loro PM e i poliziotti. Gli raccontavano che era tutto per cose logistico amministrative». Di Gregorio aggiunge sempre riferendosi a Di Matteo: «E mentre prima di lui e dopo, a pochi metri da lui, si costruiva, prima, e si manteneva in piedi, poi , il pentito farlocco (mentre si faceva il processo “ bis” e persino a uno dei due PM titolari ( Palma e Di Matteo) , cioè a lui, non si davano tutte le carte ), il “Nostro” già si occupava di collegare Berlusconi alle stragi. E per giunta gli facevano fare pure i processi a Gela, mentre gli altri facevano solo il pool stragi!». L’avvocata di parte civile Di Gregorio in sostanza polemizza con Di Matteo sul fatto che secondo lui la storia del falso pentito Scarantino è solo un “segmento” del depistaggio. «Ma noi, che siamo limitati – scrive l’avvocata Di Gregorio – , ci stiamo occupando del “segmento “ ancora e non planiamo nei cieli alti delle indagini, perché stiamo qua miserelli a cercare ancora di rimediare agli inchiappi fatti da altri nel “segmento” . E se siamo qui a fare un processo facciamo le domande: capziose o provocatorie non importa. Sono tutte domande ammesse dal Tribunale e perciò considerate legittime e appropriate».

Ricordiamo che a fine udienza, Fiammetta Borsellino, figlia del magistrato assassinato dalla Mafia, ha espresso queste amare parole: «Mi veniva quasi di mettermi in gabbia in quell’aula di giustizia mi sento ingabbiata. Penso che c’è un’enorme difficoltà a fare emergere la verità. Non ho constatato da parte di nessuno una volontà di dare un contributo al di là delle proprie discolpe personali per capire quello che è successo e questo mi fa molto male. Io penso che di mio padre non abbia capito niente nessuno di questi magistrati». 5.2.2020 Damiano Aliprandi Il Dubbio


Via d’Amelio, Di Matteo: “Sentenza dice che il depistaggio inizia già nel 1992 con l’arresto di Scarantino”

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“Sono stato sentito come testimone nel Borsellino quater e ho espresso dei fatti. Poi in sede di commissione parlamentare antimafia, un anno fa, la presidente Rosy Bindi mi chiese una mia opinione su cosa potesse essere accaduto. Partendo dal fatto che il racconto del ‘pentito’ Vincenzo Scarantino era un racconto che si dimostrò sì in gran parte falso, ma corrispondente al vero in alcune parti significative, dissi allora che la polizia poteva avere una fonte confidenziale che avesse fornito quei dettagli veritieri, come quello sul furto della Fiat 126 usata per l’attentato a Borsellino. Una fonte rimasta sconosciuta”. A dirlo è stato il sostituto procuratore nazionale antimafia, Nino Di Matteo, alla presentazione del libro di Antonio Ingroia, “Le Trattative”, scritto con il giornalista e scrittore Pietro Orsatti. Il pm del processo sulla trattativa Stato-mafia, commentando le motivazioni della sentenza del Borsellino quater, ha aggiunto “che la polizia avesse, come diciamo in siciliano, ‘vestito il pupo’. Bindi mi disse ‘e quindi non è un depistaggio?’ Certo che lo è, risposi. Un depistaggio ancora più difficile da scoprire. È questa l’ipotesi che la stessa sentenza oggi ritiene più probabile: un depistaggio che inizia fin da subito, visto che Scarantino viene arrestato nel settembre del ’92”. “Che la trattativa fosse una boiata pazzesca lo possono dire tutti”, ha tuonato Di Matteo, ospite all’hotel Nazionale a Roma, dove sono intervenuti anche Antonio Padellaro e Vauro Senesi. “Le sentenze definitive dicono che la trattativa ci fu e che determinò in Riina un rafforzamento nell’intenzione di mettere le bombe”. FQ 4.7.2018


Di Matteo sulla strage di Via d’Amelio: «Mai entrato nelle indagini». Il sostituto procuratore nazionale antimafia Nino Di Matteo siede alla destra della presidentessa della Commissione parlamentare antimafia di Rosy Bindi. L’audizione è iniziata alle 14.30 in punto ed è la stessa Bindi ad affermare che l’incontro è successivo a quello in cui, a Palermo, Fiammetta Borsellino, aveva affermato che l’indagine sulla morte del padre Paolo era stata all’epoca affidata a magistrati inesperti della procura di Caltanissetta, tra i quali un giovanissimo Di Matteo.

E non è solo alla figlia del giudice che si rivolge Di Matteo, quando, nel ricostruire la storia del suo coinvolgimento nelle indagini successive alla strage di Via d’Amelio, smonta l’assunto secondo il quale sarebbe stato coinvolto a pieno titolo in quelle indagini.

Anzi. Di Matteo dirà subito, con riferimento a quello che poi si rivelerà essere un falso pentito, vale a dire Vincenzo Scarantino, che «quelle indagini mossero da dichiarazioni e indagini precedenti e dunque si tratta di capire chi condusse quelle indagini e quali siano stati eventuali depistaggi volontari. Ed è qui che crolla l’assunto per cui a tutti i costi mi si vuole coinvolgere». Sottinteso: negli errori di valutazione di un soggetto che menerà la Giustizia a largo dalla verità, nei quali lui non poteva essere coinvolto. E spiega perché.

«Scarantino è un soggetto che viene arrestato il 26 settembre 1992 – spiega Di Matteo – e le indagine vennero dunque condotte dal 19 luglio 1992 fino al 26 settembre. All’epoca ero un tirocinante e mi sono occupato di procedimenti ordinari fino al 9 dicembre 1993. Sono entrato nella Dda nissena il 9 dicembre con il compito esclusivo di occuparmi di processi della mafia e della stidda di gela e ho svolto al compito fino al novembre ’94. Nel pool che si occupava delle stragi sono entrato dunque nel novembre 1994, due anni e 4 mesi dopo la strage, 2 anni e 2 mesi dopo l’arresto di Scarantino. Non mi sono mai occupato ad alcun titolo del primo processo a Scarantino, nel secondo solo come pubblica accusa nel procedimento dibattimentale ed entrai solo dal processo Borsellino-ter».

Di Matteo, che ha affermato di voler dare un contributo di verità e di volersi sottoporre ad ogni tipo di domanda, ha anche affermato che «le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Scarantino e Spatuzza per alcuni versi sono coincidenti e questo lascia ipotizzare che alcune informazioni vere erano arrivate ed erano state messe in bocca a Scarantino». 13.9.2017 SOLE 24 ORE


Di Matteo su via d’Amelio: «Il depistaggio iniziò con la scomparsa dell’Agenda Rossa». «Cosa nostra non fu sola. E nelle indagini su servizi reticenze istituzionali bestiali». di Aaron Pettinari

Da Contrada a Scarantino, il magistrato racconta processi e inchieste. “La strage di via d’Amelio? Non credo che sia solo di mafia. Il furto dell’agenda rossa, quello che io considero come l’inizio di un possibile depistaggio, è avvenuto già il 19 luglio. Ed è chiaro che non fu per mano di Biondino, Graviano o altri mafiosi”. Così si è espresso Nino Di Matteo, oggi consigliere togato del Csm e in passato magistrato che indagò, tanto a Caltanissetta come a Palermo, su fatti e misfatti che hanno riguardato gli anni delle stragi, deponendo al processo per il depistaggio delle indagini sull’omicidio di Paolo Borsellino, in corso a Caltanissetta. Sul banco degli imputati, con l’accusa di calunnia aggravata, ci sono i poliziotti Fabrizio Mattei, Mario Bo e Michele Ribaudo, che facevano parte del Gruppo Falcone e Borsellino, che secondo l’accusa avrebbero avuto un ruolo nella costruzione del falso pentito Vincenzo Scarantino.

Così come aveva fatto nella deposizione al processo Borsellino quater, ma anche davanti alla Commissione parlamentare antimafia e al Csm.
L’ennesimo contributo per fare chiarezza su quello che la Corte d’Assise di Caltanissetta, nelle motivazioni del processo Borsellino quater, ha definito come il “più grave depistaggio della storia”. E’ in quella sentenza che si certifica che Scarantino è stato indotto a mentire. Ma Di Matteo, rispondendo alle domande del procuratore aggiunto Gabriele Paci e del sostituto Stefano Luciani, è andato oltre: “Oggi ci si concentra molto su questo piccolo segmento, seppur inizialmente importante, di una storia che già in quegli anni era molto più ampia. Una questione che portò ad altri 26 ergastoli definitivi per strage, mai messi in discussione dopo il pentimento di Spatuzza, e alle indagini su Contrada, Berlusconi e Dell’Utri”.

Il primo impegno. Il magistrato ha ricordato di essere arrivato a Caltanissetta nel 1992 e di essere entrato in Dda a partire dal dicembre 1993. E’ nel novembre 1994, due anni e 4 mesi dopo l’arresto di Scarantino, che è entrato a far parte del pool che si occupò della strage. “Nonostante questo – unico del pool stragi – mi occupavo anche delle indagini ordinarie. Poi della criminalità organizzata gelese, del processo sulla morte del giudice Saetta o quello contro il procuratore Prinzivalli. Non mi sono mai occupato del cosiddetto Borsellino uno e neanche del bis, che seguo solo nella fase del dibattimento. Ho seguito tutto l’iter del Borsellino-ter”.
Il primo incarico gli fu dato in via “ufficiosa” dal Procuratore capo di Caltanissetta, Giovanni Tinebra: “Ricordo perfettamente il primo incarico, non solo per il coinvolgimento professionale ma anche personale ed emotivo – ha ribadito ancora il Consigliere – Tinebra venne da me dicendomi: ‘Sarebbe opportuno, rispetto ai verbali già resi da Scarantino che presentano aspetti di problematicità (lo constatai leggendo i verbali: al quarto o quinto interrogatorio lui aveva aggiunto dei nomi di persone presenti a una riunione a villa Calascibetta, e tre erano collaboratori), che un magistrato che non l’ha mai sentito lo interroghi partendo da capo, come se fosse la prima volta che un magistrato della procura di Caltanissetta raccolga la…0 sua versione’. Così andai ad interrogare Scarantino per circa tre-quattro giorni consecutivi, alla questura di Genova, dove tutto viene messo a verbale”. Così come già aveva fatto al Borsellino quater Di Matteo ha sottolineato che durante gli interrogatori non vi furono pause se non quella per mangiare. “Io non gli consentii nemmeno di uscire dalla stanza e feci portare lì dei panini – ha aggiunto –. Ci portarono dei panini. Lui si mise in un angolo, io in un altro. Ricordo bene quel giorno perché al tempo ebbi la sgradevolissima sensazione di stare mangiando nella stessa stanza con una persona che asseriva di aver partecipato, anche se marginalmente, a quella strage per cui io avevo pianto”.
Per quanto riguarda successivi interrogatori, pur non potendo escludere che non vi furono sospensioni, l’ex pm palermitano ha dichiarato di non aver mai parlato con Scarantino in un momento di interruzione né di aver mai visto colleghi o investigatori farlo.

I dubbi su Scarantino. Di Matteo è poi entrato nel merito dei dubbi che riguardavano le dichiarazioni del picciotto della Guadagna, ricordando che l’attendibilità fu riconosciuta in forma limitata: “Eravamo convinti che da un certo punto in poi Scarantino aveva cominciato a inquinare il quadro probatorio. Ovvero quando inserì come presenti in quella riunione a villa Calascibetta i tre pentiti Di Matteo, La Barbera e Cancemi. Nel processo bis sulla strage, nei confronti degli imputati tirati in ballo solo da lui, abbiamo chiesto l’assoluzione. Valutazione che fu condivisa dai giudici del primo grado. Poi furono condannati in appello ma lì non so cosa accadde. Addirittura nel cosiddetto processo Borsellino ter nemmeno lo abbiamo messo in lista testi”.
Rispetto alle note inviate da Ilda Boccassini alla Procura in cui si faceva riferimento alle perplessità su Scarantino ha detto di non esserne mai venuto a conoscenza: “Ho saputo delle lettere della Boccassini solo successivamente, tra il 2008 e il 2010, quando a Palermo mi occupavo di Gaspare Spatuzza. Le lessi in epoca successiva. Posso dire che fino a novembre 1994 non fui mai informato delle indagini sulle stragi e non partecipai a nessuna riunione in procura in cui fosse presente anche Ilda Boccassini. Con la collega Boccassini non ho mai avuto la possibilità e la fortuna di parlare non solo delle stragi ma di indagini in generale. Per me era ed è un magistrato da stimare moltissimo, ma con la quale la conoscenza si limitava a incontri al bar”.

Pentiti contrastanti. Nel percorso di collaborazione, che poi si è scoperto essere falsa, di Scarantino una data chiave è quella del 6 settembre 1994, ovvero il giorno in cui, interrogato dai pm Palma, Petralia e Boccassini, chiamò in causa nella strage i pentiti Mario Santo Di Matteo, Salvatore Cancemi e Gioacchino La Barbera inserendoli come partecipanti nella riunione a Casa Calascibetta. “In quel momento certo era che elementi di criticità, al tempo, emersero anche nel dichiarato di altri collaboratori. C’erano dubbi su di lui, ma c’erano anche fortissimi dubbi sulla genuinità e sulle dichiarazioni rese fino a quel momento da Mario Santo Di Matteo: su di lui c’era un’intercettazione del colloquio con la moglie Franca Castellese, era la prima volta che i due si vedevano dopo il rapimento del figlio, un momento drammatico. In cui lei non è che invita il marito a ritrattare quello che aveva già detto sulle sue conoscenze sulla strage di Capaci, ma lo invita a non parlare di via d’Amelio alludendo a infiltrati esterni, anche della polizia. Non l’abbiamo incriminata perché in quel momento non avevamo la forza di andare avanti in un processo… Non è che ci siamo impietositi perché si trattava di una signora che aveva subito il sequestro e la morte di un figlio, ma abbiamo valutato che in quel momento non avevamo elementi sufficienti a sostenere un’accusa di giudizio”. Ma i dubbi riguardavano anche l’ex boss di Porta Nuova, Totò Cancemi: “Lui fino al ’93 dice che i mandamenti coinvolti erano quelli di Guadagna e Brancaccio, ma sapevamo che non sapeva solo questo, era reticente. Era una questione di logica. Razionalmente non si poteva accettare che lui non sapesse nulla in quanto era un componente della Commissione”. I confronti tra i pentiti si svolsero il 13 gennaio 1995. Il verbale di quell’atto, all’epoca, fu al centro di una forte polemica scaturita dalla richiesta degli avvocati Di Gregorio, Marasà e Scozzola di poterli leggere. Come è noto il deposito posticipato di quegli atti al processo “Borsellino bis” era costata una denuncia da parte dei tre legali nei confronti dei pm Annamaria Palma, Carmelo Petralia e Nino Di Matteo per “comportamento omissivo”. A loro volta i magistrati avevano denunciato per calunnia i tre avvocati. Il 25 febbraio 1998 il Gip di Catania aveva definitivamente archiviato l’inchiesta sui sostituti procuratori di Caltanissetta in quanto priva di alcun “comportamento omissivo”.
Oggi il Consigliere del Csm è tornato sul punto: “Anche se ero l’ultimo venuto lì, sono stato il primo a pretendere che si facessero dei confronti, che non abbiamo depositato subito nel Borsellino bis, ma dopo, in coincidenza dell’udienza dibattimentale del bis in cui viene sentito Cancemi e il rinvio per il ter. Quindi comunque prima che l’istruttoria dibattimentale finisse. Su questa storia siamo stati denunciati a Catania, c’è stata l’archiviazione, ma le date sono importanti. Non depositarli subito fu una decisione dell’intera Dda stabilita in una riunione”.
Durante l’esame ha dunque ricordato che nella requisitoria del bis “fu dato dai pm un giudizio di attendibilità assai, ma assai, limitata mentre nel processo ter non lo abbiamo neppure inserito nella lista dei testimoni. E nei confronti di chi era accusato esclusivamente da Scarantino abbiamo chiesto l’assoluzione di tre dei revisionati. Questo non viene detto da nessuno”.

Le telefonate di Scarantino. Rivolgendosi alla Corte ha poi aggiunto: “Ci tengo a dire che sono stato il primo a dire che Vincenzo Scarantino aveva il mio numero di telefono cellulare e mi chiamava. Mi telefonava perché qualcuno gli aveva dato il mio telefono. Ricordo un episodio particolare, quando mi mandò una sequenza di messaggi telefonici in cui sosteneva che il dottor Arnaldo La Barbera e Gabrielli lo avevano tradito nelle aspettative. E che voleva tornare in carcere, disse ‘nell’inferno di Pianosa’. Ricordo di avere detto ‘ma chi glielo ha dato il mio numero?’ e seppi che glielo aveva dato il procuratore Giovanni Tinebra. Io non do spiegazioni ma mi preme dire una cosa: in quel momento, siamo nel ’93-’94, era un momento nel quale i collaboratori di giustizia scontavano dei problemi e vedevano nell’ufficio del Procuratore la speranza di una risoluzione di quelle problematiche. Poteva capitare, dunque, che in ufficio telefonassero. A me è accaduto con Cancemi, Mutolo o Di Carlo, ma certo non per parlare di indagini, ma per dire ‘io qui sto scoppiando, datemi una soluzione dignitosa per me e la famiglia’. Mentre per me è stato un dato eccezionale, e mi ha fatto incavolare, che qualcuno gli avesse dato il mio numero”.
E’ a quel punto che Di Matteo, anche anticipando le domande sul tema delle intercettazioni del telefono di Scarantino quando si trovava in località protetta, ha aggiunto: “Dopo il verbale dell’ottobre ’94 pensavamo che avesse l’obiettivo di essere smentito, fu uno scrupolo per monitorarlo”. E poi ancora: “Mai nessuno con me si è permesso di dire che volevano aggiustare qualche dichiarazione. Quando si parla di preparazione di un pentito bisogna dire che è un’attività normale, seguita da tutti. Io ho preparato Cancemi, Ferrante, Onorato, tutti quelli che smentivano Scarantino. Preparare significava semplicemente dire ‘giorno tot comparirà davanti alla corte d’Assise, gli argomenti saranno questo, questo e quest’altro, dica la verità, né una cosa in più né una meno, esponga i fatti con chiarezza’. Si chiedeva al collaboratore di essere chiaro, sincero, lineare”.

Il Gruppo Falcone e Borsellino e la gestione Scarantino. Rispetto ai tre poliziotti imputati ha ricordato che quello con cui si confrontava di più sulle indagini era Mario Bo, ma che un confronto vi era anche con gli ispettori Maniscaldi e Ricerca. Per poi aggiungere: “Ribaudo e Mattei avevano un ruolo marginale. Quest’ultimo lo ritrovai a Palermo in uno dei primi processi di cui mi occupai a carico di un funzionario dei Servizi che aveva fatto carriera con Contrada, D’Antone. Lo rividi perché era testimone di una situazione che pesò molto poi nella condanna definitiva per concorso in associazione mafiosa. Quella di Mattei fu una delle testimonianze più importanti. Raccontò due episodi: la sua presenza al battesimo del nipote di Pietro Vernengo alla chiesa della Magione, e il mancato blitz all’hotel Costa Verde di Cefalù. La sua testimonianza pesò molto in termini di accusa per la condanna definitiva di D’Antone”.
Sulla gestione di Vincenzo Scarantino da parte del gruppo Falcone e Borsellino Di Matteo ha dichiarato che in base a quel che è il suo ricordo lo stesso “si recava sul posto in cui Scarantino era con la famiglia saltuariamente. Non ho un ricordo di loro che per tutto l’arco della collaborazione si stabilisce lì dove si trova, 365 giorni l’anno, 24 ore al giorno. C’era una protezione locale, non c’era esclusività da parte del gruppo Falcone-Borsellino, loro andavano in supporto, a dare il cambio”. Quella presenza, però, stando ai documenti, era continuativa.
Il fatto che fosse assegnata al Gruppo Falcone e Borsellino la tutela del collaboratore di giustizia non doveva però sorprendere. “C’erano anche altri pentiti che, prima di essere assegnati all’ufficio centrale di protezione, erano gestiti dagli stessi organi che si occupavano delle indagini. Penso alla Dia con Mutolo o Cancemi con il Ros dei carabinieri. Personalmente ricordo che gli uomini del gruppo Falcone-Borsellino non è che la vivessero con molto entusiasmo la gestione di Scarantino”.

La doppia ritrattazione. Altro argomento affrontato durante esame e controesame è quello delle due ritrattazioni del picciotto della Guadagna. Rispetto alla prima, quella televisiva del luglio 1995, Di Matteo ha spiegato che si trovava in ferie e di aver saputo al suo rientro che “la situazione era rientrata. Così mi dissero i colleghi. L’indagine sui giornalisti Mediaset ed il sequestro? Non ho saputo nulla. Ricordo sicuro di aver letto le trascrizioni di quel che era andato in onda ma non so se corrisponde a quello che fu acquisito integralmente o meno. Ma non ricordo se fui edotto o meno di questa indagine. Tendo a dire che non fui edotto”.
Di seguito ha spiegato quel che avvenne nel 1998, a Como, quando Scarantino in aula accusò investigatori e magistrati. “Per me la ritrattazione di Scarantino era scontata – ha ricordato-, non mi ha sorpreso per niente quando l’ha fatta a dibattimento. Non abbiamo indagato sulla sua ritrattazione, ma su una possibile induzione a ritrattare: perché c’era un dato di fatto grande quanto una casa. Cosima D’Amore, moglie di Gaetano Scotto allora latitante, diceva che c’erano gli avvocati che stavano raccogliendo soldi per la ritrattazione di Scarantino. Dunque il problema non fu ritrattazione veritiera o meno, ma spontanea o coadiuvata da altri. Comunque nel momento in cui Scarantino ci aveva accusato non potevamo più proseguire e chiedemmo di non occuparci dell’indagine”.

Contrada i Servizi e l’Agenda Rossa. Che vi fosse un coinvolgimento dei servizi di sicurezza nelle indagini sulle stragi è un dato ormai riscontrato processualmente sia dalle agende di Contrada che nel ritrovamento di alcune informative in cui si parlava di Scarantino come parente di boss mafiosi del calibro dei Madonia di Resuttana. “Mi accorsi per la prima volta di quell’informativa nel 1995 quando mi occupai della riapertura dell’indagine per concorso in strage su Bruno Contrada. Ma io non ho mai visto o constatato, né mi fu detto di rapporti di uomini del Sisde con la polizia giudiziaria” ha detto Di Matteo. Quindi ha aggiunto: “Una cosa che mi diede fastidio all’epoca era vedere spesso in Procura un soggetto, Rosario Piraino, che si presentava come capocentro Sisde a Caltanissetta. Questa persona frequentava costantemente le stanze dei pm, ma anche una collega giudicante, seppur come supplente, del Borsellino Uno. Dalle agende di Contrada scoprii che due giorni dopo la strage aveva accompagnato Contrada da Tinebra”.
Proprio nelle scorse udienze il pm Carmelo Petralia aveva detto di aver visto Contrada, nel 1992, negli uffici del Procuratore capo di Caltanissetta e di aver partecipato anche ad un pranzo, a cui erano presenti 007 e magistrati, all’Hotel San Michele di Caltanissetta.
Ed è in quel momento che il consigliere ha riferito di quelle indagini aperte nei confronti dell’ex numero tre del Sisde: “Fu aperta una indagine molto spinta sui Servizi Segreti. Fui io a riaprire le indagini su di lui sulla base delle dichiarazioni del pentito Elmo che ci aveva detto di averlo visto allontanarsi dal teatro dell’attentato con una borsa, o dei documenti in mano. A quel punto lessi tutto il vecchio fascicolo, acquisii le sue agende”. “Vedendo quegli atti mi accorsi che c’era stato un ufficiale del Ros, Sinico, che era andato in procura a Palermo e aveva riferito ad alcuni magistrati di aver saputo che la prima volante accorsa dopo l’esplosione aveva constatato la presenza di Contrada. E raccontava anche di una relazione di servizio che attestava la presenza di Contrada in via d’Amelio e che poi sarebbe stata strappata in Questura – ha spiegato ancora -. Quel che mi fece trasalire è che quando fu sentito dalla collega Boccassini, nel 1992, mise a verbale quella circostanza dicendo di averlo saputo da un suo amico carissimo, non un confidente, di cui voleva tutelare l’identità. Andai a interrogarlo e ribadì le medesime parole. Quando io stavo per chiedere il rinvio a giudizio del carabiniere lui venne in Procura e depositò una memoria della quale avrebbe parlato con il colonnello Mori, facendo il nome della sua fonte: il funzionario di polizia Roberto Di Legami. Ricordo anche il momento dei confronti che fu drammatico. Di Legami negò tutto, fu anche rinviato a giudizio perché avevamo due militari contro uno. Dell’esito di quel processo appresi successivamente, quando già ero a Palermo e seppi che il funzionario fu assolto”.
Quelle indagini, di fatto, aprivano il filone investigativo sull’agenda rossa prima ancora del rinvenimento della fotografia del capitano Arcangioli: “Il mio impegno era finalizzato a capire per mano di chi fosse sparita. Abbiamo fatto il possibile per accertarlo, anche scontrandoci con reticenze bestiali sulla presenza di esponenti delle istituzioni nel luogo dell’attentato. Da qui sarei voluto ripartire per tante altre cose”. Tornando a parlare delle dichiarazioni di Elmo ha ricordato che questi “disse di aver visto in via d’Amelio, assieme a Contrada, anche Narracci, il Capo centro Sisde di Palermo. Per noi non era un nome qualsiasi perché il suo numero di telefono personale era stato trovato anche in un bigliettino rinvenuto a poche centinaia di metri dal luogo della strage di Capaci. Quando procedemmo con l’individuazione di persona Elmo non lo riconobbe. Quando andai a Palermo seppi che Elmo aveva rilasciato una dichiarazione in cui diceva che in realtà lo aveva riconosciuto ma di non aver verbalizzato il riconoscimento perché indotto da un ufficiale di polizia giudiziaria che era presente in quel giorno”.

Alfa e Beta (Berlusconi e Dell’Utri). Nel lungo controesame l’ex pm Di Matteo è tornato sull’argomento dell’iscrizione nel registro degli indagati di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri, come mandanti esterni alle stragi. Un’inchiesta che traeva origine dalle dichiarazioni di Cancemi e che incontrò delle opposizioni. “Resistenze o no, io e i colleghi siamo andati avanti per la nostra strada – ha detto in aula Di Matteo – Sulle indagini su Contrada e la eventuale presenza di personaggi dei servizi nessuno mi disse mai nulla. Le indagini le facevamo noi e nessuno mi pose mai un freno. Per quanto riguarda invece i mandanti esterni alle stragi e il coinvolgimento di Berlusconi e Dell’Utri fu diverso: ci fu una riunione della Dda e fu imbarazzante. Già si sapeva che la riunione era stata convocata per valutare l’eventuale iscrizione di Berlusconi e Dell’Utri nel registro degli indagati. Il procuratore di allora Giovanni Tinebra dopo una lunga e animata discussione diede l’ok anche se non era d’accordo, ma disse anche che dovevamo procedere con nomi di fantasia e che lui non avrebbe sottoscritto nessun atto. Certamente nelle indagini sui mandanti esterni non ci fu vicino. Posso dire che può essere questo un modo di non sostenere e non partecipare, prendendo le distanze all’interno e all’esterno. Quando chiedevamo accertamenti alla Dia di Roma e alle altre Procure partivano le deleghe ma le sole firme erano la mia e quella del collega Tescaroli, ovvero di due sostituti. E questo certo non deponeva bene a favore dell’indagine”.
Rispondendo ad una domanda dell’avvocato Fabio Repici ha ricordato che Tinebra cambiò la sua opinione sulla collaborazione di Cancemi proprio quando fece i nomi di Dell’Utri e Berlusconi: “Non c’è dubbio che fino a quando Cancemi non fece quel riferimento e su quanto si disse nella riunione a casa di Guddo il Procuratore aveva una valutazione positiva. Da quel momento in poi colsi un cambio. Che vi fu un atteggiamento che, rappresentava lui anche essere l’atteggiamento di Mori, ma non so se sia vero, di scaricare Cancemi. E una volta fece anche la battuta dicendo che: ‘questo si era messo a calunniare’. Ma noi volevamo prima fare gli accertamenti necessari”.
Sempre riferendosi alle indagini sui mandanti esterni ha poi aggiunto: “Era chiaro che rispetto al programma originario di Cosa nostra fosse intervenuto un fattore improvviso di accelerazione – ha detto in aula Di Matteo – Furono aperti più filoni. Uno portava alla trattativa Stato-mafia. Un altro possibile era quello di mafia-appalti, però ci concentrammo anche su alcune esternazioni del dottor Borsellino come l’intervista resa ai giornalisti francesi (quella in cui parlò di indagini su Dell’Utri, ndr); una rilasciata al giornalista D’Avanzo in cui affermava che sarebbe andato a Caltanissetta a riferire una serie di circostanze utili per capire chi, e perché, aveva ucciso Falcone, facendo riferimento a fatti; e poi la considerazione su Provenzano e Riina che ‘come due pugili si fronteggiano all’interno di uno stesso ring’ in un momento in cui molti pensavano che Provenzano fosse morto e non risultava un’eventuale contrapposizione

Relazioni ignote. Nel corso dell’esame Di Matteo ha anche detto di non aver mai visto alcune note e relazioni, del settembre 1994, firmate dai suoi colleghi. La prima è quella del 16 settembre 1994, firmata dalla dottoressa Palma ed inviata al Procuratore della Repubblica in cui si fa riferimento ad un interrogatorio di Andriotta in cui avrebbe parlato di Scarantino e della riunione a casa Calascibetta.
Il secondo documento è quello di una relazione di servizio del 9 settembre 1994, firmata da Petralia, in cui riferisce che in un colloquio investigativo con Mario Santo Di Matteo, in cui era presente Arnaldo La Barbera, il collaboratore aveva dichiarato di conoscere Scarantino e che avrebbe parlato della strage di via d’Amelio. Un dato “anomalo” tenuto conto che il pentito, padre del piccolo Giuseppe Di Matteo, non parlerà mai dell’attentato del 19 luglio 1992 e nei confronti negherà di aver mai visto in vita sua il falso pentito.
“Non ho mai conosciuto questa relazione di servizio. Lo affermo con maggiore certezza perché altrimenti in occasione dei confronti e soprattutto quando cercammo di approfondire il contenuto di quelle intercettazioni con la moglie in cui si parlava dei poliziotti infiltrati nella strage di via d’Amelio, ci saremmo tornati. Questo elemento conforterebbe il dato che il sequestro del bambino e l’uccisione fu finalizzato proprio per non farlo parlare di via d’Amelio. Ma non ricordo proprio che Petralia mi abbia parlato di questa relazione. Per me è un dato significativo e se lo avessi saputo lo avrei scolpito nella memoria”.
Il processo è stato rinviato al 7 febbraio, quando verranno sentiti alcuni funzionari Dia. Nelle prossime udienze il tribunale sarà chiamato a decidere anche sulla deposizione del magistrato Ilda Boccassini che, per motivi di salute, non potrà venire a Caltanissetta. Per questo motivo la Procura ha chiesto di sentirla in videoconferenza o in trasferta a Milano, dove risiede. 19luglio1992.it


Strage di via d’Amelio: la testimonianza di Di Matteo Fiammetta Borsellino lo attacca e sbaglia ancora!  – di Giorgio Bongiovanni

Nella giornata di ieri, al Tribunale di Caltanissetta, ha avuto luogo la deposizione fiume, in qualità di testimone, del consigliere del Csm Nino Di Matteo, nel processo sul cosiddetto depistaggio sulla strage di via d’Amelio. Un esame in cui, come si evincerà dall’articolo di Aaron Pettinari, non solo sono state spiegate le scelte che furono compiute in merito alla “vicenda Scarantino” ma è stato abbondantemente affrontato il tema dei “mandanti esterni” della strage per una ricerca della verità che sia davvero completa.
Eppure, nonostante ciò, a fine udienza Fiammetta Borsellino (figlia del giudice Paolo Borsellino, ucciso il 19 luglio 1992), intervenendo con i giornalisti fuori dall’aula, è tornata ad attaccare il magistrato, dicendo di “sentirsi ingabbiata”, di “non aver constatato da parte di nessuno una volontà di dare un contributo al di là delle proprie discolpe personali per capire quello che è successo”, di vedere “un’enorme difficoltà a fare emergere la verità”. E poi ancora: “Ho ascoltato molto attentamente la deposizione del consigliere Di Matteo e rimango sempre stupita da questa difesa, oltre che personale, a oltranza di questi magistrati e poliziotti che si sono occupati dell’indagine sulla strage. Ma sembrano tutti passati lì per caso”. “Sembra che tutto quello che riguarda la vicenda di Scarantino e del depistaggio sia avvenuto per le virtù dello spirito santo – ha proseguito – Si tende a stigmatizzare la vicenda Scarantino come un piccolo segmento di una questione più grande. Io non penso che quello di Scarantino sia un segmento così piccolo. Ci si riempie la bocca del lavoro in pool, ma io di pool non ne ho visto nemmeno l’ombra. Tutte le volte in cui si chiede come mai non sapessero nulla dei colloqui investigativi, della mancata audizione di Giammanco, cadono dalle nuvole. Tutti dicono che sono venuti in un momento successivo ma ciò non vuol dire non venire a sapere ciò che accadeva prima. Io penso che di mio padre non abbia capito niente nessuno di questi magistrati”.
Un’invettiva, dura, rabbiosa e a nostro parere profondamente ingiusta e sbagliata. Spieghiamo perché.

Più volte abbiamo detto che il dolore di chi ha perso un familiare va rispettato. Specie se la perdita è avvenuta in maniera così tragica, come per Paolo Borsellino e gli agenti di scorta e se dopo 27 anni vi sono ancora tanti buchi neri sulla strage (basti pensare che ancora non è dato sapere con certezza chi premette il telecomando che portò all’esplosione, ndr).
Tuttavia, dopo essere stati presenti in aula ed aver assistito all’intera deposizione, ci sembra che a “cadere dalle nuvole” non sia il magistrato, ma la stessa figlia del giudice che, è ormai evidente, non ha ascoltato gli argomenti e le spiegazioni date, forse a causa di un forte pregiudizio nei confronti di tutti i magistrati della Procura dell’epoca ma, in particolare, di Nino Di Matteo.
Perché sei ore e trentadue minuti di processo (tanto è durata la deposizione) non si possono esaurire in quelle poche parole.
Di Matteo ha risposto con precisione e puntualità alle domande poste dai pm, ma anche a quelle delle parti civili e delle difese degli imputati.
Anche quelle più provocatorie ed aspre, poste dall’avvocato Rosalba Di Gregorio, hanno trovato risposta nel merito dei fatti.
Un “match”, se vogliamo, in cui il magistrato ha spazzato via dubbi e insinuazioni.
Nella deposizione si è parlato a lungo delle indagini condotte in quegli anni sulla strage.
Ha spiegato che del Procuratore capo di Palermo Giammanco fu utilizzato il suo intervento davanti alla Commissione Parlamentare antimafia, nell’estate ’92, e che nelle requisitorie venne evidenziato non solo il dato del contrasto tra Giammanco e Borsellino ma il “sostanziale ostracismo” e la “volontà di non valorizzare l’esperienza di Borsellino” nel suo lavoro a Palermo.
Come al Borsellino quater ha dichiarato, non nascondendo la propria amarezza, di non essere mai stato informato dell’esistenza dei colloqui investigativi, autorizzati da altri magistrati, tra i poliziotti e Vincenzo Scarantino, dopo che questi aveva già iniziato la propria collaborazione con la giustizia.
Per l’ennesima volta è stato spiegato che il “picciotto della Guadagna”, per quelli che erano gli elementi raccolti al tempo, non era l’unico su cui erano stati sollevati dei dubbi. Anche Salvatore Cancemi e Mario Santo Di Matteo presentavano delle criticità, nel loro dichiarato, che andavano superate.

Di Matteo, testualmente, dice:
“C’erano dubbi molto seri sull’attendibilità di Scarantino, quando lui ha introdotto i nomi di questi altri soggetti. C’erano dubbi su di lui, ma c’erano anche fortissimi dubbi sulla genuinità e sulle dichiarazioni rese fino a quel momento da Mario Santo Di Matteo: su di lui c’era un’intercettazione del colloquio con la moglie Franca Castellese, era la prima volta che i due si vedevano dopo il rapimento del figlio, un momento drammatico. In cui lei non è che invita il marito a ritrattare quello che aveva già detto sulle sue conoscenze sulla strage di Capaci, ma lo invita a non parlare di via d’Amelio alludendo a infiltrati esterni, anche della polizia. Non l’abbiamo incriminata perché in quel momento non avevamo la forza di andare avanti in un processo… Non è che ci siamo impietositi perché si trattava di una signora che aveva subito il sequestro e la morte di un figlio, ma abbiamo valutato che in quel momento non avevamo elementi sufficienti a sostenere un’accusa di giudizio. Forti dubbi anche su Totò Cancemi: lui fino al ’93 dice che i mandamenti coinvolti erano quelli di Guadagna e Brancaccio, ma sapevamo che non sapeva solo questo, era reticente”.

Il testimone, quindi, prosegue spiegando il motivo per cui i verbali di confronto tra i pentiti non furono depositati nell’immediatezza dell’atto: “Anche se ero l’ultimo venuto lì, sono stato il primo a pretendere che si facessero dei confronti, che non abbiamo depositato subito nel Borsellino bis, ma dopo, in coincidenza dell’udienza dibattimentale del bis in cui viene sentito Cancemi e il rinvio per il ter. Quindi comunque prima che l’istruttoria dibattimentale finisse. Su questa storia siamo stati denunciati a Catania, c’è stata l’archiviazione, ma le date sono importanti. Non depositarli subito fu una decisione dell’intera Dda stabilita in una riunione”.

E poi ancora gli elementi che furono raccolti in cui si evidenziarono delle pressioni su Scarantino per ritrattare le proprie dichiarazioni.
Dichiarazioni che, vale la pena ricordare, così come afferma la stessa sentenza del Borsellino quater, piaccia o non piaccia, aveva anche dei nuclei di verità.
Ma il cuore della deposizione è soprattutto in quei collegamenti, importantissimi, su quella ricerca della verità che va oltre Cosa nostra. Una ricerca che non si esaurì solo nel periodo vissuto come magistrato a Caltanissetta ma anche successivamente a Palermo, con inchieste come quella sulla trattativa Stato-mafia, e poi alla Procura nazionale antimafia.
Proprio Di Matteo, rispondendo ai pm, ha dichiarato che in quegli anni le indagini sulla strage impegnavano il pool “anche 8 ore al giorno” e che in quell’arco di tempo “dieci minuti potevano riguardare Scarantino” ma si parlava “anche di altre cose”.
Ma cosa intendeva con quelle “altre cose”? La domanda sul punto, purtroppo, non è stata fatta dai pubblici ministeri Gabriele Paci e Stefano Luciani, ma è stato comunque possibile comprenderlo mettendo assieme altri passaggi della deposizione: le inchieste sui “mandanti esterni”.
E’ necessario, infatti, approfondire e capire chi “prese per la manina”, come disse Cancemi, Totò Riina per le stragi e, soprattutto, quel che accadde nei 57 giorni tra Capaci e via d’Amelio e negli attimi immediatamente successivi all’attentato. A cominciare dalla sparizione dell’agenda rossa.
Indagini che, ha affermato il consigliere del Csm, “non nascono solo quando ANTIMAFIADuemila porta in Procura la fotografia del capitano Arcangioli, ma nascono da un altro filone in cui vi sono state reticenze istituzionali bestiali” ovvero da quell’inchiesta aperta, proprio su sua richiesta, sui servizi di sicurezza. L’intento era quello di scandagliare l’ipotesi di una presenza dell’ex numero tre del Sisde, Bruno Contrada, in via d’Amelio.
“Indagai a fondo sulla presenza di Bruno Contrada in via d’Amelio dopo la strage – ha detto Di Matteo -. Fui io a riaprire le indagini su di lui sulla base delle dichiarazioni del pentito Elmo che ci aveva detto di averlo visto allontanarsi dal teatro dell’attentato con una borsa, o dei documenti in mano. A quel punto lessi tutto il vecchio fascicolo, acquisii le sue agende”. “Vedendo quegli atti mi accorsi che c’era stato un ufficiale del Ros, Sinico, che era andato in procura a Palermo e aveva riferito ad alcuni magistrati di aver saputo che la prima volante accorsa dopo l’esplosione aveva constatato la presenza di Contrada. E raccontava anche di una relazione di servizio che attestava la presenza di Contrada in via d’Amelio e che poi sarebbe stata stracciata negli uffici della polizia di Palermo – ha spiegato ancora -. Fu aperta una indagine molto spinta sui Servizi Segreti. Io stavo per chiedere il rinvio a giudizio del carabiniere che, poi, si decise a fare il nome della sua fonte, anche in accordo con il colonnello Mori, che indicò in Roberto Di Legami, funzionario di polizia. Di Legami negò tutto. Fu anche rinviato a giudizio. Dell’esito di quel processo appresi successivamente, quando già ero a Palermo e seppi che Di Legami fu assolto”.
Una vicenda torbida, come ha sottolineato il magistrato, in cui è evidente che qualcuno ha mentito. Ancora Di Matteo ha raccontato di Gaetano Scotto, boss dell’Arenella a detta di numerosi collaboratori di giustizia vicino ai Servizi di sicurezza, delle dichiarazioni del pentito Totò Cancemi che parlò proprio nel processo bis su via d’Amelio, per la prima volta, di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri come mandanti delle stragi. Parole, queste ultime, che portarono all’apertura di un’inchiesta che non fu appoggiata da tutta la Procura. “Ci fu una riunione della Dda – ha ricordato Di Matteo – convocata per l’iscrizione dell’onorevole Berlusconi e Dell’Utri e fu imbarazzante. Il procuratore di allora Giovanni Tinebra si presentò con una copia di un giornale, mi pare che fosse ‘Il Giornale’ sotto braccio, che in quell’occasione pubblicò un articolo con un titolo molto critico nei confronti del collaboratore Salvatore Cancemi. Io e i colleghi Petralia e Tescaroli insistemmo per l’iscrizione. Poi, dopo una lunga e animata discussione il procuratore Tinebra diede l’ok, ma disse anche che dovevamo procedere con nomi di fantasia e che lui non avrebbe sottoscritto nessun atto”. Un vero e proprio stato di “isolamento” che in qualche maniera si era già presentato durante le indagini sui servizi dove il Procuratore capo, pur non impedendo l’inchiesta, non presenziò mai ad alcun interrogatorio o confronto (“Nelle indagini sui mandanti esterni certamente non ci fu vicino”).
Sono questi i fatti per cui quanto avvenuto con la vicenda Scarantino può essere considerato “un segmento” del grande scenario investigativo nella ricerca della verità sulla strage. Una ricerca che inevitabilmente passa attraverso la necessità di mettere in fila quel che accadde nei 57 giorni tra Capaci e via d’Amelio e nella comprensione degli elementi che portarono all’accelerazione dell’attentato. “Era chiaro che rispetto al programma originario di Cosa nostra fosse intervenuto un fattore improvviso di accelerazione – ha detto in aula Di Matteo – Furono aperti più filoni. Uno portava alla trattativa Stato-mafia. Un altro possibile era quello di mafia-appalti, però ci concentrammo anche su alcune esternazioni del dottor Borsellino come l’intervista resa ai giornalisti francesi (quella in cui parlò di indagini su Dell’Utri, ndr); una rilasciata al giornalista D’Avanzo in cui affermava che sarebbe andato a Caltanissetta a riferire una serie di circostanze utili per capire chi, e perché, aveva ucciso Falcone, facendo riferimento a fatti; e poi la considerazione su Provenzano e Riina che ‘come due pugili si fronteggiano all’interno di uno stesso ring’ in un momento in cui molti pensavano che Provenzano fosse morto e non risultava un’eventuale contrapposizione”.
Son questi gli elementi d’indagine con cui si misurava, tanto al tempo quanto oggi, la Procura di Caltanissetta. E di questo si è sempre occupato il magistrato Di Matteo.
Non possiamo dimenticare che un altro tassello sull’esistenza di mandanti esterni si evince anche dalla condanna a morte che figure come Totò Riina e Matteo Messina Denaro hanno emesso, per conto di altri, nei confronti dello stesso magistrato.
Non ne ha parlato in aula ma è noto quanto detto da Vito Galatolo, il 3 novembre 2014, quando allo stesso pm, che al tempo si occupava del processo Stato-mafia, disse: “‘Guardi che nei suoi confronti c’è un piano di attentato già in avanzatissima fase. Abbiamo già studiato come ucciderla a Palermo, abbiamo fatto pedinamenti ed abbiamo anche concepito un piano diverso per ucciderla a Roma dove lei si muove con una scorta meno professionalmente attrezzata’. In quella stanza vi era un’immagine di Falcone e Borsellino. E l’ex boss dell’Acquasanta indicò la fotografia. Prima riferendosi a Falcone disse: ‘Le vede? Con quella cosa non c’entra niente perché là è tutto chiaro’. E poi aggiunse: ‘L’altro – indicando Borsellino – Io ero piccolo e poi ho saputo. Ed è la stessa cosa che sta succedendo con lei… a noi ce l’hanno chiesto'”.
Un progetto di attentato che, come scriveranno i pm nisseni nella richiesta di archiviazione d’indagine, è ancora in corso.
Alla luce di tutto ciò, come si fa a dire di non aver constatato una volontà di dare un contributo a fare emergere la verità?
L’unica risposta che troviamo è che questi fatti, evidentemente, a Fiammetta Borsellino non interessano.
Si preferisce puntare il dito concentrandosi su eventuali errori commessi (certamente non dal pm Di Matteo, ndr).
Accusare, senza fare le dovute distinzioni, genera solo confusione.
In qualche modo lo stesso errore che fecero certi Personaggi quando, ugualmente, accusarono la Procura di Palermo e Giovanni Falcone di “nascondere le carte nei cassetti”.
Oggi come allora si è aperta una “caccia al magistrato” dai gravi contorni che porta dritti a quella delegittimazione ed isolamento di uomini che, come Di Matteo, hanno dato la propria vita nella ricerca della verità, rievocando proprio gli anni delle stragi.
E fa male che a prenderne parte non siano solo avvocati avversi o potenti di turno, sia proprio una parente stretta di un martire del nostro tempo. ANTIMAFIA2000 4.2.2020


Di Matteo: «No alla protezione a Spatuzza, rimette in discussione le stragi»

La scomparsa dell’allora capo della procura di Caltanissetta Giovanni Tinebra e di Arnaldo La Barbera, le dichiarazioni contraddittorie dello pseudo pentito Vincenzo Scarantino che perdurano nel corso degli anni e il silenzio – ineccepibile in punto di diritto – del quale si sono avvalsi gli imputati di reato connesso i poliziotti Mario Bo’, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, fa «ritenere che non si sia giunti alla concretizzazione di alcuna notizia di reato nei confronti degli indagati». Così il procuratore di Messina Maurizio de Lucia ha chiesto l’archiviazione nei confronti dei due ex pm di Caltanissetta, Carmelo Petralia e Annamaria Palma, i quali nei mesi successivi alla strage di Via D’Amelio, dove perse la vita Paolo Borsellino credettero al falso pentito Vincenzo Scarantino. In 164 pagine il pool guidato dal procuratore De Lucia ricostruisce l’inchiesta avviata dopo la scoperta dei nastri con le registrazioni delle telefonate che l’allora – considerato superpentito – Scarantino fece ai Pm che, coordinati dal capo procuratore Tinebra, seguivano le indagini del gruppo investigativo “Falcone/ Borsellino” guidati da Arnaldo La Barbera. Indagini che, anni dopo, si scoprirono, grazie alla collaborazione del vero pentito Gaspare Spatuzza, inquinate dalle false dichiarazioni di Scarantino indottrinato per allontanare la verità. Da chi sarebbe stato eterodiretto ancora bisogna accertarlo processualmente. Per la procura di Messina il depistaggio c’è stato ( così come sentenziato dal Borsellino Quater), ma non per opera dei magistrati Palma e Petralia.

Ma una riflessione, nelle conclusioni della richiesta di archiviazione, c’è stata. Le indagini, secondo la richiesta della corte di Assise di Caltanissetta che ha chiesto di valutare la condotta dei magistrati all’epoca in servizio, non hanno consentito di individuare alcuna condotta penalmente rilevante, posta in essere dai magistrati indagati o da altre figure appartenenti alla magistratura. «Indubbiamente – scrive la procura di Messina – senza la successiva collaborazione di Gaspare Spatuzza, di tale falsità non vi sarebbe stata alcuna certezza». Eppure, come vedremo più avanti, inizialmente qualche dubbio sulla sua attendibilità c’è comunque stato. «Tale dato – osserva il procuratore De Lucia – deve fa riflettere sulle possibili disfunzioni sotto il profilo dell’accertamento della verità, di vicende processuali incentrate prevalentemente su prove di natura dichiarativa provenienti da soggetti che collaborano con la giustizia, al punto da determinare che, in ben tre gradi di giudizio, non si riuscisse a svelare tale realtà».

Ma Spatuzza è stato subito ritenuto credibile a differenza di Scarantino? Per esempio, come riportato dalla richiesta di archiviazione, l’allora Pm Nino Di Matteo, qualche dubbio pare averlo manifestato. Nel capitolo relativo a Di Matteo, sentito in procura, è egli stesso a spiegare che nel 2008 si era occupato, per conto della Procura di Palermo, della collaborazione di Spatuzza. Nello specifico ha riferito che, pur avendolo ritenuto attendibile per quella parte di dichiarazioni che interessavano la Procura di Palermo, si era posto un problema di rilevanza di quelle dichiarazioni in quanto riguardanti episodi omicidiari che coinvolgevano soggetti – tra cui lo stesso Spatuzza – già giudicati con sentenze definitive. A pagina 83 della richiesta di archiviazione si aggiunge una nota. Si tratta della dichiarazione di Spatuzza dove riferisce di aver percepito un atteggiamento cauto da parte dei magistrati della procura di Palermo nei suoi confronti, anche in ragione del fatto che costoro, a suo dire, non adottavano alcun provvedimento di protezione a suo favore. Ovviamente si tratta di una sua personale percezione e quindi non oggettiva. Nella medesime nota si legge che era stata la Procura di Firenze a chiedere il programma di protezione nei suoi confronti; a quell’iniziativa si era accodata la Procura di Caltanissetta e, infine, quella di Palermo. «Infine – si legge sempre nella nota – lo Spatuzza ha escluso di aver mai ricevuto domande, anche in modo informale, dal dottor Di Matteo sulla strage di Via D’Amelio».  Secondo la procura di Messina, come si legge nella nota a pagina 84 della richiesta di archiviazione, la circostanza che la Procura di Palermo avesse inizialmente assunto «un atteggiamento cauto circa la rilevanza e l’attendibilità del contributo dichiarativo di Spatuzza» ha trovato conferma nel contenuto di un verbale di riunione di coordinamento “delle indagini sulle stragi siciliane del 1992 e del continente degli anni 1993 – 1994”, svoltasi presso la Dna il 22 Aprile del 2009. In quel verbale, tramesso a Messina il 25 marzo del 2019 a seguito di specifica richiesta della procura, sono riportati due interventi di Nino Di Matteo. Sul primo intervento, i magistrati di Messina, riferiscono: «Il dottor Di Matteo ha pure rilevato che non sempre Spatuzza, a suo giudizio, ha affermato il vero; ha aggiunto che, a suo parere, la collaborazione di Spatuzza non è di particolare rilevanza atteso che essa non consente di arrestare nessuno, né di sequestrare alcun bene, né di processare qualcuno. Ha affermato che, secondo lui, non sono particolarmente rilevanti neppure le dichiarazioni rese in ordine agli omicidi di padre Puglisi e del giovane Diego Alaimo». Il secondo intervento del Pm, sempre riferito alla medesima riunione, è così descritto: «Il dottor Di Matteo ha manifestato la sua contrarietà alla richiesta di piano provvisorio di protezione sia perché essa attribuirebbe alla dichiarazione di Spatuzza una connotazione di attendibilità che ancora non hanno, sia perché le dichiarazioni di Spatuzza, sebbene non ancora completamente riscontrate, potrebbero rimettere in discussione le ricostruzioni e le responsabilità delle stragi, oramai consacrate in sentenze irrevocabili, sia perché l’attribuzione, allo stato di una connotazione di attendibilità alle dichiarazioni di Spatuzza potrebbe indurre l’opinione pubblica a ritenere che la ricostruzione dei fatti e le responsabilità di essi, accertate con sentenze irrevocabili, siano state affidate alle dichiarazioni di falsi pentiti protetti dallo Stato, e potrebbe, per tale ultima ragione, gettare discredito sulle Istituzioni dello Stato, sul sistema di protezione dei collaboratori di giustizia e sugli stessi collaboratori di giustizia». 13.1.2020 DAMIANO ALIPRANDI – IL DUBBIO


Quando Spatuzza parlò di via D’Amelio, e non successe niente per dieci anni  Il documento completo del “colloquio investigativo” del 1998 tra il collaboratore di giustizia e i magistrati Vigna e Grasso

Che cos’è questo documento
La mattina del 26 giugno 1998 il capo della Direzione Nazionale Antimafia e il suo vice – i magistrati Pier Luigi Vigna e Piero Grasso – andarono nel carcere dell’Aquila per avere un colloquio investigativo con un mafioso che vi era detenuto, Gaspare Spatuzza. Un colloquio investigativo è un formato di interrogatorio previsto dal codice che avviene tra investigatori e detenuti, per ottenere notizie ai fini di un’indagine ma il cui contenuto non può essere usato a processo: una sorta di raccolta informale di informazioni, su cui costruire successive indagini e verifiche, e che salvo eccezioni resterà riservato.

Il verbale di quel colloquio è una trascrizione linguisticamente molto maldestra e inaccurata che fu fatta undici anni dopo, con molti palesi errori, ma racconta molte cose che erano state tenute segrete – come da norma, come per altri colloqui del genere – per sedici anni, prima di comparire per un accidente imprevisto nelle carte pubbliche di un processo nel 2013, a cui fu accluso per errore. Per capire meglio quelle cose – diverse non si capiscono completamente tuttora – c’è bisogno di alcune premesse e descrizioni di contesti che abbiamo intervallato (in corsivo) alla trascrizione: il documento originale è qui.
Ma come può capire chiunque legga la trascrizione e le sue incertezze e i suoi vuoti, sarebbe prezioso un ascolto più accurato dell’audio originale, che la Procura di Caltanissetta – che ne è in possesso – ritiene non divulgabile, con valutazione che suona piuttosto illogica, essendo invece pubblica la sua trascrizione. Ugualmente preziosi alla comprensione di cose tuttora ignote sarebbero i contenuti degli altri colloqui investigativi con Spatuzza di quel periodo.

Chi sono i personaggi

  • Gaspare Spatuzzaè un mafioso palermitano, associato alla famiglia Graviano, che era stato arrestato nel luglio 1997 dopo un conflitto a fuoco. È uno degli assassini di don Puglisi, un parroco ucciso nel 1993 per il suo impegno contro la mafia, ha partecipato al rapimento di Santino Di Matteo – il figlio tredicenne di un collaboratore giustizia che fu ucciso dopo due anni di sequestro – ed è stato condannato in primo grado all’ergastolo a Firenze per la strage di via dei Georgofili, uno degli attentati del “periodo delle bombe mafiose” tra il 1992 e il 1993, che è il tema principale del colloquio con i due magistrati. Fu in contatto fin da dopo l’arresto con gli inquirenti, e nel colloquio viene “sondato” sulla possibilità che diventi un “collaborante”. Dal verbale del colloquio si capisce che ce ne sia stato almeno un altro precedente, e che Spatuzza stia trattando con risposte molto parziali e laconiche l’eventualità di diventare un collaboratore di giustizia – succederà ufficialmente solo nel 2008, dieci anni dopo – e valutando il proprio potere contrattuale.
  • Pier Luigi Vigna, noto magistrato che condusse molte inchieste importanti, fu il Procuratore nazionale antimafia dal 1997. Fiorentino, affida la gran parte dell’interrogatorio al suo vice, anche perché siciliano e maggiore conoscitore della lingua e della cultura mafiosa. Il loro interesse principale nel colloquio è ottenere eventuali conferme all’ipotesi di un rapporto tra Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri con i boss mafiosi Graviano, rapporto più volte indagato negli scorsi decenni e mai confermato (Dell’Utri è stato invece condannato nel 2014 a sette anni di carcere per avere costruito un rapporto di protezione ed estorsione da parte di alcuni boss mafiosi nei confronti di Berlusconi negli anni Settanta e Ottanta). Il procuratore Vigna andò in pensione nel 2005 e morì nel 2012.
  • Piero Grasso, che allora aveva 53 anni, era il vice Procuratore nazionale antimafia. Prima era stato giudice a latere in un famoso “maxiprocesso” alla mafia alla fine degli anni Ottanta, in conseguenza del quale era stato preparato un attentato mafioso contro di lui, poi non eseguito. Nel 1999 sarà nominato Procuratore capo a Palermo e nel 2005 Procuratore nazionale antimafia, succedendo a Vigna (oggi quel ruolo è del magistrato Franco Roberti). Nel 2013 è stato eletto senatore per il Partito Democratico ed è diventato presidente del Senato.
  • “I Graviano”, sono le persone di cui si parla più spesso nel colloquio. Sono Giuseppe e Filippo Graviano, boss del quartiere Brancaccio di Palermo, che erano stati arrestati nel gennaio 1994 a Milano e che sono considerati gli ideatori della campagna di stragi di Cosa Nostra tra il 1992 e 1993 su cui Grasso e Vigna stanno indagando. I due fratelli sono figli di Michele Graviano, che secondo alcuni pentiti investì nelle aziende di Silvio Berlusconi i soldi della mafia: e la conservazione di rapporti con Berlusconi da parte dei figli Graviano, e addirittura il coinvolgimento di Berlusconi nelle loro attività criminali, sono spesso evocati da Vigna e Grasso in diverse domande fatte a Spatuzza.

La storia del documento
Il colloquio del giugno 1998 tra Vigna, Grasso e Spatuzza fu registrato. Pietro Grasso ha riferito al Post, tramite il suo portavoce, che sicuramente le informazioni rilevanti furono inviate da Vigna alle procure competenti: quindi evidentemente anche a Caltanissetta, dove erano in corso inchieste e processi sulla strage di via D’Amelio, su cui Spatuzza dice cose importantissime. Da lì in poi però non risulta in undici anni nessun atto compiuto dalla procura di Caltanissetta per dare seguito o riscontro a quello che Spatuzza disse, e che avrebbe sovvertito i risultati dei processi allora in corso e le condanne a molti anni di carcere di diversi imputati estranei alla strage. A quanto disse poi, Spatuzza non venne mai interrogato fino a dopo il 2008, quando decise ufficialmente di “collaborare con la giustizia” e le sentenze precedenti vennero smentite e ribaltate. Di questo colloquio del 1998 e del suo contenuto si è saputo solamente nel 2013, quando la trascrizione dell’audio – compiuta nel 2009 dalla procura di Caltanissetta, per le indagini seguenti al “pentimento” di Spatuzza – venne inserita “per un disguido” tra le carte del pubblico ministero nel processo “Borsellino quater” e l’avvocato di uno degli imputati la citò in aula e contribuì a renderla pubblica. Il procuratore di Caltanissetta Lari disse allora di avere ricevuto verbale e trascrizione da Grasso – divenuto intanto Procuratore nazionale antimafia – a dicembre 2008. Fu di conseguenza messa agli atti del processo e da allora è un documento pubblico, mentre non lo è ancora la registrazione originale del colloquio.

La trascrizione del colloquio è molto trascurata, frammentata, incompleta: ma è stata mantenuta in originale salvo la correzione di pochi palesi refusi. IL POST 13.7.2017

 


ATTENTATO – INDAGINI – INCHIESTE

I PROCESSI  

IL DEPISTAGGIO