Scaffale della legalità

 

 

ULTIMI ARRIVI

 

 

Non era il numero due. Non era l’alter ego di Falcone. Non è stata una strage fotocopia.
Hanno dovuto accelerare il massacro, e poi depistare le indagini, perché indagava sul riciclaggio del denaro del traffico di droga, in una Procura che aveva definito “un nido di vipere”. Da allora nessuno ha più indagato su dove siano finiti i narco-miliardi e sulle metamorfosi della mafia siciliana. Da allora solo carriere, retorica e “professionisti dell’antimafia”.
Non solo: nei trent’anni successivi alla strage, alla sua famiglia è accaduto l’incredibile. Finché i figli non hanno deciso di parlare e rovesciare le consuete “narrazioni”. Ma nessuno ha mai chiesto loro “scusa” per tre decenni di depistaggi, ingiustizie, bugie.
Solo oggi questa storia può essere compresa nelle sue più sconvolgenti rivelazioni. Senza di essa non si può capire la Sicilia. Questo è un viaggio al termine della notte della civetta.
Piero Melati, giornalista e scrittore è nato a Palermo. È viceredattore capo del “Venerdì di Repubblica” e si occupa di attualità e cultura. Ha seguito per il giornale “L’Ora” di Palermo la guerra di mafia e il primo Maxiprocesso a Cosa Nostra.

Cucendo insieme ricordi e punti di vista diversi, questo libro illumina la figura di Paolo Borsellino da una prospettiva nuova e racconta – attraverso la voce dei protagonisti – «una delle pagine più vergognose e tragiche della storia giudiziaria italiana».

Trent’anni in cerca della verità. Trent’anni nel nome di un’idea di giustizia da rivendicare con fermezza. Queste parole potrebbero riassumere la battaglia portata avanti dalla moglie di Paolo Borsellino, Agnese, e dai figli Lucia, Manfredi e Fiammetta per fare luce su uno degli avvenimenti più bui della nostra storia recente. Dopo la strage di via D’Amelio, infatti, al dolore per la perdita del grande magistrato e della sua scorta si è aggiunto l’ignobile capitolo del depistaggio nelle indagini sugli esecutori materiali del crimine, al quale ha fatto seguito un iter processuale lungo e tortuoso. Anni di lacune e omissioni, bugie e negligenze. Eppure, i figli di Paolo Borsellino hanno affrontato questo difficile percorso con dignità e determinazione, rimanendo spesso lontani dai riflettori e prendendo le distanze dalle celebrazioni che si sono succedute nel corso dei decenni. Lo hanno fatto con sobrietà e rispetto delle istituzioni, fedeli ai princìpi e agli insegnamenti appresi da un uomo, e da un padre, che ha dedicato la sua vita alla lotta alla mafia. In queste pagine c’è la storia di una famiglia e del suo impegno per l’affermazione del «diritto alla verità», ma c’è anche un ritratto corale del giudice che Piero Melati tratteggia con l’aiuto di molte testimonianze, tra le quali spiccano i contributi inediti di Lucia e Fiammetta Borsellino. Cucendo insieme ricordi e punti di vista diversi, questo libro illumina la figura di Paolo Borsellino da una prospettiva nuova e racconta – attraverso la voce dei protagonisti – «una delle pagine più vergognose e tragiche della storia giudiziaria italiana». E in questo modo ci esorta a raccogliere un’eredità preziosa, a partecipare attivamente alla ricerca della verità e all’affermazione della giustizia. Perché la storia di Paolo Borsellino e della sua famiglia è anche la nostra storia.

 

La Costituzione è la legge fondamentale dello Stato, ma in quanti sono in grado di elencarne i centotrentanove articoli? Che cosa si intende per economia circolare? Cosa sono i rifiuti e come si gestiscono? E il cambiamento climatico, cosa comporta? Questi sono solo quattro dei nove argomenti trattati in questo libro, grazie al quale Alessandra Viola fa luce sui temi salienti affrontati alle scuole superiori nell’insegnamento dell’educazione civica. Una materia che ci tocca tutti in prima persona, che regola la nostra vita quotidiana, che ci permette di muoverci nel nostro Paese e nel mondo consapevoli dei diritti che ci sono dovuti e dei doveri ai quali dobbiamo rispondere. E siccome questi temi ci riguardano tutti, è importante studiarli nel concreto e vedere come sono calati nella realtà di ogni giorno. Ecco quindi che ogni capitolo viene introdotto da un personaggio di spicco della cultura e della società italiana: con il presidente della Repubblica parliamo di cittadinanza europea e Costituzione; con Ambra Angiolini di salute e benessere; con FIAMMETTA BORSELLINO  di legalità; con Manuel Bortuzzo di disabilità. Ma questo libro vuole essere anche “un invito a prendere parte alla politica, alle iniziative di solidarietà, alla ricerca, partendo dalle mille iniziative locali esistenti” scrive l’autrice. “Perché le leggi possono tracciare il cambiamento, ma non lo attuano. Quello sta a tutti noi!”

 

I tanti che uccisero Falcone e Borsellino. Le stragi che hanno devastato l’Italia. Il più grande depistaggio dell’Occidente. L’asso nella manica dei misteriosi fratelli Graviano.  I nostri anni ignobili e oscuri non sono ancora finiti.

 

Una ricostruzione lucida e ardente della lotta alla criminalità organizzata tra storia e attualità, tesa a evidenziare le vulnerabilità e gli aspetti culturali e di soft power che alimentano le mafie, ma anche a rilanciare con passione l’impegno del Paese e dei suoi cittadini contro uno dei suoi nemici più insidiosi. C’era bisogno davvero del pentimento del boss Tommaso Buscetta per convincersi della forza della mafia, quando esistevano già il rapporto del questore di Palermo Ermanno Sangiorgi di fine Ottocento e quello degli anni Settanta del generale dei carabinieri dalla Chiesa? Perché quei documenti non portarono a una reazione pronta dello Stato? Che rapporto si è creato nel tempo tra la mafia e le istituzioni più inerti e accidiose, e come possiamo rimediare oggi a errori e ritardi? A rispondere a questa e molte altre domande è Giuseppe Governale, a lungo ai vertici del Ros e della Dia, che spiega in queste pagine come e perché ha prevalso troppo a lungo la convivenza con il fenomeno criminale, e poi la «cultura dello zero a zero» della classe dirigente nazionale. Come se lo Stato avesse paura di vincere, non fosse per lo sforzo di molti rappresentanti della magistratura e delle forze dell’ordine, quanto meno dagli anni Ottanta in poi. Una ricostruzione lucida e ardente della lotta alla criminalità organizzata tra storia e attualità, tesa a evidenziare le vulnerabilità e gli aspetti culturali e di soft power che alimentano le mafie, ma anche a rilanciare con passione l’impegno del Paese e dei suoi cittadini contro uno dei suoi nemici più insidiosi.

 

Quando Mimmo Bosso torna sull’Isola, dopo anni di studi trascorsi al Nord, è ancora un magistrato alle prime armi. È volenteroso e preparato, ma non c’è nessuna missione da crociato ad attenderlo, nessun ideale cui dare sfogo. Eppure, in Procura il clima è incandescente e sulle scrivanie degli inquirenti si accumulano le carte del Grosso Caso, dalle quali emergono i nomi di spicco della criminalità organizzata. Le indagini non hanno risparmiato nessuno, ci sono intrighi di Palazzo, «interessi generali e particolari. Gente con le armi e gente rispettabile. Uomini d’onore e millantatori». Mimmo Bosso impiega poco a capire che il suo non sarà un lavoro facile, ma non immagina che anche lui si troverà presto a fare i conti con il gotha della mafia siciliana. Soprattutto, non sa che un’indagine all’apparenza secondaria lo porterà sulle tracce di colui che passerà alla Storia come il più pericoloso latitante italiano: Matteo Messina Denaro. MMD. Da quel momento, l’obiettivo destinato a stravolgere la sua esistenza sarà trovarlo, inseguirlo, braccarlo. Mentre il Paese intero è scosso dalle stragi di Capaci e di via D’Amelio e il terrore viene seminato nel resto della penisola con gli attentati a Milano, a Roma e a Firenze. Come porre fine a tutto questo? Come stanare un uomo che da anni assomiglia a un fantasma e sembra essere sparito nel nulla? Nessuna pista pare attendibile e le tracce di MMD si sono perse in un dedalo di indizi, teorie, ipotesi e vicoli ciechi. Ma le risposte alle domande di Bosso potrebbero giungere da due donne e da un delitto passionale dimenticato da tutti. Forse bisogna seguire questi indizi nascosti per arrivare a mettere le mani sul ricercato numero uno d’Italia. Intrecciando con abilità e rigore la cronaca di fatti realmente accaduti alla fiction, e rileggendo la realtà attraverso il filtro della finzione romanzesca, Gaetano Pecoraro ripercorre alcune delle vicende più buie degli ultimi decenni e ci consegna una storia ricca di colpi di scena, intrisa ancora di misteri, zone d’ombra e lacune. Inseguendo l’uomo più ricercato d’Italia.

 

Un medico di successo arrestato per mafia, una famiglia che va in pezzi. Un avvocato che usa la politica per salvare l’imputato eccellente e un magistrato di fronte ad una scelta difficile. È la complessa vicenda giudiziaria attorno a cui ruota questo romanzo sulla borghesia mafiosa e sul crollo morale di un’intera classe dirigente. È un giallo dell’anima, una storia di dannazione e di redenzione impossibile, che impegna giovani e adulti, professionisti e politici di destra e di sinistra, in un Paese dominato dalla logica del compromesso. Ma è anche un racconto civile che esplora il microcosmo di un’umanità dolente in una società piegata all’imperio del successo a tutti i costi. Sullo sfondo, una città indifferente e perduta, mai chiamata col suo nome, perché può essere una qualsiasi, ma soprattutto perché è specchio dell’Italia intera.

 

1992: la tragica morte dei giudici Falcone e Borsellino e, nell’anno successivo, la mafia stragista che cerca di terrorizzare l’intero Paese. In quei momenti, assistevamo alla fine di ogni speranza, ci sentivamo sconfitti, impotenti, incapaci di invertire il corso di una storia apparentemente in mano ai violenti e ad associazioni criminali tra le più potenti del mondo. Ma il tempo dello scoramento è durato poco. E non si tratta solo di una frase retorica: di questi ultimi trent’anni possiamo raccontare una ricchissima storia di rinascita. Persino di vittoria, sotto molti aspetti. Istituzioni (dal Parlamento ai magistrati alle forze dell’ordine), società civile (amministratori locali, associazionismo), Chiesa si sono mobilitati e hanno agito in sintonia: non solo per sconfiggere la “mafia militare”, ma anche per rianimare un popolo spaventato e offrire vie di civiltà, di legalità, di nuova economia e di valori condivisi. Persino i familiari delle vittime hanno trovato voce e un loro ruolo, in questa battaglia. È la storia della rinascita dalla mafia: la vera celebrazione di questo anniversario importante. Con interviste a: Federico Cafiero de Raho, Giancarlo Caselli, Luciano Violante, Raffaele Cantone, don Luigi Ciotti, Giuseppe Di Lello, Matilde Montinaro, monsignor Michele Pennisi, monsignor Carmelo Ferraro.

 

“Falcone e Borsellino. Storia di amicizia e coraggio” il libro di Fabio Iadeluca. Il libro ricorda quanto indelebile sia il segno che hanno lasciato Falcone e Borsellino e che a distanza di 30 anni noi tutti abbiamo il dovere di continuare a onorare A trent’anni dalla strage di Capaci, il 23 maggio 2022 ricorre l’anniversario in cui la mafia uccise con un terribile attentato il giudice Giovanni Falcone, la moglie e magistrato Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Fabio Iadeluca sociologo e criminologo affermato, regala al pubblico un libro illustrato che racconta la Storia straordinaria di due uomini: “Falcone e Borsellino

 

Le stragi del 1992 hanno segnato un indelebile spartiacque nella storia del nostro Paese. Tra i protagonisti di quei fatti drammatici c’erano Giuseppe e Filippo Graviano, uomini di fiducia del boss Riina che mai si sono dissociati dall’organizzazione mafiosa. In questo straordinario libro-inchiesta per la prima volta si ricostruisce la loro storia e si cerca di fare chiarezza su alcuni dei misteri ancora irrisolti di quella stagione.

Intorno alle stragi Falcone e Borsellino, nonostante i trent’anni trascorsi e le molte sentenze giunte all’ultimo grado di giudizio, ci sono ancora molti misteri e opacità. Questo libro li affronta seguendo il filo rosso delle vite di Giuseppe e Filippo Graviano, capimafia del clan palermitano di Brancaccio. Pupilli di Salvatore Riina, Filippo è stato il regista di complesse operazioni finanziarie, Giuseppe uno spietato killer che ha vissuto la stagione delle bombe assieme a Matteo Messina Denaro. Ne viene fuori un racconto incalzante che ci porta nella Sicilia più sconosciuta, quella delle complicità con pezzi delle istituzioni e della politica. Attraverso testimonianze e documenti inediti entriamo nei segreti che legano il passato e il presente di Cosa nostra e ripercorriamo le tappe della carriera criminale della famiglia, dagli anni Settanta agli anni Novanta, mostrando come Giuseppe e Filippo hanno esercitato un forte potere anche dopo il loro arresto, nel 1994. Salvo Palazzolo ci restituisce in un vivido affresco una lunga storia criminale, ci ricorda quanto ancora non sappiamo su Cosa nostra, ma ci regala anche il racconto delle vicende dei tanti uomini coraggiosi che hanno provato a fermarli.

 

“Sono morti tanti anni fa. Giù a Palermo.
Lo sapevano che li avrebbero fermati, prima o poi. Facevano paura al potere. Italiani troppo diversi e troppo soli per avere un’altra sorte”.
“𝑼𝒐𝒎𝒊𝒏𝒊 𝒔𝒐𝒍𝒊. Pio La Torre e Carlo Alberto dalla Chiesa, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino” 𝐝𝐢 𝐀𝐭𝐭𝐢𝐥𝐢𝐨 𝐁𝐨𝐥𝐳𝐨𝐧𝐢 sarà in libreria e su tutte le piattaforme digitali il 21 aprile in una nuova edizione per Zolfo Editore.
 

 
 
 
 
Dal 26 aprile in libreria. Da Giuseppe Graviano a Matteo Messina Denaro. Uomini e donne delle bombe di mafia.
I documenti inediti, i segreti, i misteri.
A trent’anni dalle stragi eccovi la storia mai raccontata dei boss che hanno insanguinato l’Italia.
 
 

Questa è la storia di un uomo che resiste, che prova a fare la differenza, che non voleva essere un martire né un eroe.

Prima ti infangano, poi ti isolano, poi ti ammazzano.

Un’esplosione squarcia la quiete della campagna corleonese. Il giovanissimo Totò Riina assiste allo sterminio dei suoi familiari intenti a disinnescare una bomba degli Alleati per ricavarne esplosivo. È un boato che distrugge e che genera. La piaga che molti, con timidi bisbigli, chiamano mafia, ma che d’ora in poi si rivelerà a tutti come Cosa nostra, s’incarna da qui in avanti nella sua forma più diabolica. Ma con potenza uguale e contraria, per fronteggiare l’onda di quella deflagrazione scaturisce anche il suo antidoto più puro. È il coraggio, quello che sorregge l’ingegno e l’intraprendenza, che sopperisce ai mezzi spesso insufficienti: il coraggio che scorre in Giovanni Falcone, negli uomini e nelle donne che insieme a lui sono pronti a lanciarsi in una battaglia furiosa dove la vita vale il prezzo di una pallottola.

 

Un Paolo Borsellino autentico, vibrante, vivo più che mai viene magistralmente raccontato da Ezio Gavazzeni in La furia degli uomini romanzo che getta una nuova luce sulle stragi siciliane del 1992 e in particolar modo quella di via D’Amelio dove il magistrato e buona parte della sua scorta persero la vita.

 

Ci sono l’amore e l’intesa. L’impegno e il sacrificio in un Paese in tempo di guerra. Ci sono gli amici e i nemici, le battaglie e i processi, la vita quotidiana e una parte importante della nostra storia, interrotta improvvisamente quel tragico giorno di maggio del 1992, oscurato dalla strage di Capaci. Al centro della scena è una donna, Francesca Morvillo, insieme all’uomo cui ha scelto di stare accanto fino all’ultimo, consapevole del pericolo: Giovanni Falcone. Le loro vite si intrecciano nella stagione più difficile del conflitto tra lo Stato e Cosa Nostra. Francesca è figlia, sorella, moglie di giudici e magistrato a sua volta. Giovanni lancia la sfida più ambiziosa alla mafia insieme ai giudici del Pool. Felice Cavallaro ne rievoca in queste pagine i caratteri e la complicità, la forza e le debolezze. E ripercorre come in un romanzo le tappe della loro vita, dall’adolescenza al primo matrimonio di lei, dal loro incontro agli anni più felici, dal comune impegno civile alla diffidenza dei colleghi, dall’esilio forzato all’Asinara con il giudice Paolo Borsellino e sua moglie Agnese all’attentato scongiurato nella villa dell’Addaura. Fino agli intrighi più odiosi. Sullo sfondo uno Stato assente, distratto, forse anche colluso. Poi le polemiche per il trasferimento di Falcone a Roma e quel rientro a Palermo per una vacanza che non faranno mai. Dopo l’esplosione a Capaci Francesca sembra ancora in vita. I suoi occhi si aprono per l’ultimo istante. Il tempo di sussurrare poche parole: «Dov’è Giovanni?».

 


Trent’anni dopo capaci, uno straordinario faccia a faccia con Giovanni Falcone. Il racconto esclusivo di una grande amicizia e di una lunga collaborazione nella lotta contro la mafia. 
Com’era collaborare con Giovanni Falcone? Quali erano le sue riflessioni più private? Come si svolgeva il suo lavoro investigativo? In un crescendo appassionato e pieno di dettagli inediti, Pino Arlacchi racconta per la prima volta la storia della sua amicizia con Falcone dal 1980 fino a Capaci, gli incontri privati nella casa del giudice in via Notarbartolo a Palermo, l’eccezionale impresa conoscitiva e giudiziaria che porterà al maxiprocesso, i viaggi comuni negli Usa per decifrare con gli inquirenti americani le trafile del grande traffico di eroina tra la Sicilia e gli Stati Uniti, la scoperta del riciclaggio nei paradisi fiscali, i retroscena dell’incontro con Tommaso Buscetta e quelli dell’arrivo di Falcone a Roma, al ministero di Grazia e Giustizia, e del mancato pentimento di Tano Badalamenti. Il tutto all’ombra della grande sfida con Giulio Andreotti e la mafia di Stato. Sono tante le storie mai raccontate prima, che restituiscono con nettezza il profilo di un professionista e di un lavoratore instancabile, ben diverso da quello dell’eroe solitario e votato alla sconfitta depositatosi nella memoria collettiva dopo la sua tragica morte. Falcone non è morto solo e non è morto invano. Queste pagine colpiscono perché mostrano in presa diretta il lavoro sul campo di un grande magistrato, in costante intesa con un ricercatore sociale “che fabbrica cartucce che gli consentono di sparare più lontano”. Un amico fraterno che lo aiuta a valorizzare la sua intelligenza, la sua determinazione, il suo ineguagliabile senso della giustizia. Sullo sfondo c’è l’Italia degli ultimi tre decenni del secolo scorso, tratteggiata con maestria dall’autore: la strategia della tensione, la Guerra fredda e l’alleanza asimmetrica con gli Stati Uniti. Una parte importante è dedicata al racconto dell’influenza degli apparati d’intelligence americani nelle storie italiane, compresa la grande stagione della lotta alla mafia. Questo libro riempie un vuoto e rappresenta un contributo essenziale per conoscere le opere e i giorni di Giovanni Falcone.

 

 

“Papere contro la mafia: una storia di Giovanni Falcone”, raccontato ai più piccoli da Antonio Ferrara. In occasione del trentennale della strage di Capaci, il volume sarà presentato in anteprima al Salone del Libro di Torino il 21 maggio.

 

Un graphic novel dedicato a un simbolo assoluto dell’antimafia: Paolo Borsellino. Nel libro Fabio Lo Bono racconta gli ultimi cinquantasette giorni di vita del magistrato, dell’uomo, del marito e del padre Paolo Borsellino. “Un uomo solo, lasciato al suo triste destino contro nemici invisibili e in lotta contro un tempo troppo breve per completare un percorso tracciato di ricerca, verità e giustizia – scrive l’autore – un magistrato che assieme all’amico Giovanni Falcone aveva preso coscienza della forza dirompente che Cosa Nostra esercitava sulla Sicilia e sulla Nazione intera.

 

 

 


A cura  di Claudio Ramaccini Direttore Centro Studi Sociali contro le mafie -PSF