Scaffale della legalità

 

 

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Non era il numero due. Non era l’alter ego di Falcone. Non è stata una strage fotocopia.
Hanno dovuto accelerare il massacro, e poi depistare le indagini, perché indagava sul riciclaggio del denaro del traffico di droga, in una Procura che aveva definito “un nido di vipere”. Da allora nessuno ha più indagato su dove siano finiti i narco-miliardi e sulle metamorfosi della mafia siciliana. Da allora solo carriere, retorica e “professionisti dell’antimafia”.
Non solo: nei trent’anni successivi alla strage, alla sua famiglia è accaduto l’incredibile. Finché i figli non hanno deciso di parlare e rovesciare le consuete “narrazioni”. Ma nessuno ha mai chiesto loro “scusa” per tre decenni di depistaggi, ingiustizie, bugie.
Solo oggi questa storia può essere compresa nelle sue più sconvolgenti rivelazioni. Senza di essa non si può capire la Sicilia. Questo è un viaggio al termine della notte della civetta.
Piero Melati, giornalista e scrittore è nato a Palermo. È viceredattore capo del “Venerdì di Repubblica” e si occupa di attualità e cultura. Ha seguito per il giornale “L’Ora” di Palermo la guerra di mafia e il primo Maxiprocesso a Cosa Nostra.

Cucendo insieme ricordi e punti di vista diversi, questo libro illumina la figura di Paolo Borsellino da una prospettiva nuova e racconta – attraverso la voce dei protagonisti – «una delle pagine più vergognose e tragiche della storia giudiziaria italiana».

Trent’anni in cerca della verità. Trent’anni nel nome di un’idea di giustizia da rivendicare con fermezza. Queste parole potrebbero riassumere la battaglia portata avanti dalla moglie di Paolo Borsellino, Agnese, e dai figli Lucia, Manfredi e Fiammetta per fare luce su uno degli avvenimenti più bui della nostra storia recente. Dopo la strage di via D’Amelio, infatti, al dolore per la perdita del grande magistrato e della sua scorta si è aggiunto l’ignobile capitolo del depistaggio nelle indagini sugli esecutori materiali del crimine, al quale ha fatto seguito un iter processuale lungo e tortuoso. Anni di lacune e omissioni, bugie e negligenze. Eppure, i figli di Paolo Borsellino hanno affrontato questo difficile percorso con dignità e determinazione, rimanendo spesso lontani dai riflettori e prendendo le distanze dalle celebrazioni che si sono succedute nel corso dei decenni. Lo hanno fatto con sobrietà e rispetto delle istituzioni, fedeli ai princìpi e agli insegnamenti appresi da un uomo, e da un padre, che ha dedicato la sua vita alla lotta alla mafia. In queste pagine c’è la storia di una famiglia e del suo impegno per l’affermazione del «diritto alla verità», ma c’è anche un ritratto corale del giudice che Piero Melati tratteggia con l’aiuto di molte testimonianze, tra le quali spiccano i contributi inediti di Lucia e Fiammetta Borsellino. Cucendo insieme ricordi e punti di vista diversi, questo libro illumina la figura di Paolo Borsellino da una prospettiva nuova e racconta – attraverso la voce dei protagonisti – «una delle pagine più vergognose e tragiche della storia giudiziaria italiana». E in questo modo ci esorta a raccogliere un’eredità preziosa, a partecipare attivamente alla ricerca della verità e all’affermazione della giustizia. Perché la storia di Paolo Borsellino e della sua famiglia è anche la nostra storia.

 

PAOLO BORSELLINO 1992… LA VERITA’ NEGATA

Il 19 luglio 1992 Paolo Borsellino viene ucciso dalla mafia in via D’Amelio, mentre si reca a trovare la madre. La cronologia dei drammatici ultimi giorni che portano Paolo Borsellino dritto verso il sacrificio della propria vita. Il ricordo dei figli, sempre accanto al padre, magistrato in lotta contro le trame oscure della mafia e dei suoi complici; la loro enorme delusione e amarezza per le tante lacune, le troppe omissioni e manipolazioni, che hanno caratterizzato le inchieste sulla strage di via D’Amelio. I processi clamorosamente smentiti dopo 26 anni da una sentenza che ha certificato il depistaggio, definito uno dei più gravi della storia giudiziaria del nostro Paese, che ha tanti protagonisti e comparse: un danno, per la collettività tutta, che a causa del troppo tempo trascorso ha reso difficilissima, se non addirittura impossibile, la ricostruzione della verità processuale. La verità negata… Questo libro, che racconta la storia di Paolo Borsellino e del suo mondo, non è una semplice riedizione in occasione dei trent’anni dell’attentato costato la vita anche ai poliziotti della scorta, Agostino Catalano, Vincenzo Limuli, Claudio Traina, Emanuela Loi, Walter Eddie Cosina. Queste pagine rilette oggi sono anche un atto d’accusa nei confronti di chi non ha onorato l’esempio di Paolo Borsellino.

 

Dal 1986 al 1992 Paolo Borsellino fu a capo della Procura della Repubblica di Marsala: un periodo cruciale ma poco noto della vita umana e professionale di Borsellino che questo libro ricostruisce attraverso una serie di interviste ai suoi più stretti collaboratori. Furono gli anni dei primi storici processi alla mafia della provincia di Trapani, dei primi collaboratori e testimoni di giustizia nel trapanese, della polemica sui “professionisti dell’antimafia” di Leonardo Sciascia e dello scontro sullo smantellamento del pool antimafia di Palermo, dei veleni sulla gestione delle inchieste tra mafia e politica. Un periodo a cui non è stato dato il giusto peso perché letteralmente fagocitato dal Maxi Processo di Palermo e le Stragi di Capaci e via D’Amelio. Il saggio contiene un contributo storico di Salvatore Mugno; le interviste a Giuseppe Salvo, Calogero “Rino” Germanà, Nanni Cucchiara, Francesco Palermo Patera e Salvatore Inguì. E per la prima volta il discorso di saluto del magistrato ai colleghi del palazzo di giustizia avvenuto a Marsala il 4 luglio del 1992: quindici giorni prima di essere assassinato in via d’Amelio. Il suo ultimo intervento pubblico.

 


Lirio Abbate ci spiega perché la cattura di Matteo Messina Denaro è un passo decisivo per sconfiggere Cosa nostra 
Chi protegge il latitante più pericoloso d’Europa, l’intreccio di affari e politica e il peso dei segreti di Riina e Graviano È il 30 giugno 1988. Un giovane varca le porte del commissariato di Polizia di Castelvetrano, Trapani. Non è un nome noto alle forze dell’ordine, il suo. Il ragazzo, interrogato come persona informata sui fatti per un omicidio, dichiara di essere un agricoltore e di non avere nulla di rilevante da riferire sulle indagini. È molto magro, in paese lo chiamano u Siccu, lo sguardo è segnato da uno leggero strabismo.Sarà quella la prima e ultima volta in cui Matteo Messina Denaro, oggi il latitante più pericoloso d’Italia, incontra gli uomini in divisa. E parte proprio da quel giorno, e dal verbale inedito di quelle dichiarazioni, la ricostruzione della storia, umana e criminale, dell’ultimo dei corleonesi. Lirio Abbate, giornalista in prima linea nella lotta alla mafia, ricompone in queste pagine il complesso mosaico che restituisce il ritratto di un uomo invisibile da più di trent’anni. Ritroviamo qui il giovane amante del lusso e delle donne, l’affascinante eppure goffo fimminaro delle notti palermitane. Incontriamo il volto spietato del killer, dell’esecutore e del mandante di omicidi eccellenti quanto di esecuzioni per banale gelosia. E, soprattutto, inquadriamo il profilo del boss e dello stratega, del mafioso che ha avvallato e curato la scelta stragista di Cosa nostra negli anni Novanta, quando le bombe hanno imbrattato di sangue la Sicilia e l’Italia intera.E poi c’è Matteo Messina Denaro oggi. Il padre, il latitante imprendibile, l’affarista, come lo chiamava Riina. L’uomo che ha portato alle estreme conseguenze la strategia della sommersione di Bernardo Provenzano, che con gli amici Graviano ha stretto legami indissolubili con la politica, l’imprenditoria e la massoneria non solo siciliana; il boss che, forte dei segreti del capo dei capi e dell’aura leggendaria dell’inafferrabile, siede al vertice delle gerarchie mafiose.Dalla lotta per l’abolizione del carcere duro ai rapporti con imprenditori vicini alla Lega, passando per la rete occulta di complici e fiancheggiatori, Lirio Abbate ci spiega perché la cattura di Matteo Messina Denaro è un passo decisivo per sconfiggere Cosa nostra. Non ha mai fatto un giorno di carcere, u Siccu. E dietro le sbarre del 41 bis, come temono gli altri boss, il depositario dei segreti della mafia potrebbe vuotare il sacco.

 

Quando Mimmo Bosso torna sull’Isola, dopo anni di studi trascorsi al Nord, è ancora un magistrato alle prime armi. È volenteroso e preparato, ma non c’è nessuna missione da crociato ad attenderlo, nessun ideale cui dare sfogo. Eppure, in Procura il clima è incandescente e sulle scrivanie degli inquirenti si accumulano le carte del Grosso Caso, dalle quali emergono i nomi di spicco della criminalità organizzata. Le indagini non hanno risparmiato nessuno, ci sono intrighi di Palazzo, «interessi generali e particolari. Gente con le armi e gente rispettabile. Uomini d’onore e millantatori». Mimmo Bosso impiega poco a capire che il suo non sarà un lavoro facile, ma non immagina che anche lui si troverà presto a fare i conti con il gotha della mafia siciliana. Soprattutto, non sa che un’indagine all’apparenza secondaria lo porterà sulle tracce di colui che passerà alla Storia come il più pericoloso latitante italiano: Matteo Messina Denaro. MMD. Da quel momento, l’obiettivo destinato a stravolgere la sua esistenza sarà trovarlo, inseguirlo, braccarlo. Mentre il Paese intero è scosso dalle stragi di Capaci e di via D’Amelio e il terrore viene seminato nel resto della penisola con gli attentati a Milano, a Roma e a Firenze. Come porre fine a tutto questo? Come stanare un uomo che da anni assomiglia a un fantasma e sembra essere sparito nel nulla? Nessuna pista pare attendibile e le tracce di MMD si sono perse in un dedalo di indizi, teorie, ipotesi e vicoli ciechi. Ma le risposte alle domande di Bosso potrebbero giungere da due donne e da un delitto passionale dimenticato da tutti. Forse bisogna seguire questi indizi nascosti per arrivare a mettere le mani sul ricercato numero uno d’Italia. Intrecciando con abilità e rigore la cronaca di fatti realmente accaduti alla fiction, e rileggendo la realtà attraverso il filtro della finzione romanzesca, Gaetano Pecoraro ripercorre alcune delle vicende più buie degli ultimi decenni e ci consegna una storia ricca di colpi di scena, intrisa ancora di misteri, zone d’ombra e lacune. Inseguendo l’uomo più ricercato d’Italia.

 

 

Capaci, il paese siciliano della grande strage del 1992. Qui si svolge una storia semplice e allo stesso tempo incredibilmente intricata. Paolo Conigliaro, maresciallo e comandante della stazione dei carabinieri, indagando su faccende relative alla progettazione di un centro commerciale, si imbatte in un groviglio di interessi e irregolarità, connivenze e complicità. Credendo di fare il proprio dovere continua a investigare, ma si trova avviluppato in una trama politico-affaristica dove entrano in scena figure picaresche di paese e potenti venuti da fuori, riottosi colleghi e affettati superiori, importanti studi legali e procure distratte, avventurieri noti alle cronache e imprenditori già scivolati in inchieste poliziesche. Tra comparse e protagonisti, nomi che portano ad altri nomi e ad altri nomi ancora. Anche a quelli di un’antimafia finta e mistificatrice. In un surreale rovesciamento delle parti, questa è una storia in cui l’investigatore viene trascinato a giudizio e diventa l’indagato. Con una sola colpa: voler capire.

 

 

La storia del nostro Paese è pesantemente condizionata dalla presenza pervasiva di organizzazioni criminali che deprimono lo sviluppo economico e civile di diverse regioni del Sud e che nel tempo hanno allargato il loro campo d’azione infiltrandosi nei meccanismi dello Stato. Si fa fatica a definire ‘normale’ un Paese che da decenni non riesce a estirpare un fenomeno così penalizzante non solo per il Mezzogiorno, ma per l’Italia tutta. Utilizzando lo stile avvincente di un reportage ‘in presa diretta’ con i protagonisti e i testimoni degli eventi, il libro del giudice Balsamo racconta l’origine e l’evoluzione della Mafia, l’affermazione del suo potere, le sue cointeressenze economiche, l’espansione al Nord, la sua rete di relazioni internazionali, componendo un quadro coerente e persuasivo alla luce dei più recenti accertamenti giudiziari e di una serie di testimonianze inedite. Un racconto che non trascura le domande ancora aperte, come quelle sulla convergenza di interessi alla base dell’omicidio di Piersanti Mattarella e delle stragi in cui rimasero uccisi Falcone e Borsellino, e sulla individuazione delle reali motivazioni di alcuni dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana sui quali l’opinione pubblica ancora attende che venga fatta piena luce.

 


 

È tutto vero. È tutto rimasto finora nell’ombra. 1992: la mafia attacca il cuore dello Stato. 2022: trent’anni dopo, una ricostruzione inedita su quelle terribili stragi. Perché quella che fu una vera e propria guerra allo Stato è stata ideata con il contributo di una mafia segreta e intoccabile. Non solo: la strategia stragista di Cosa nostra servì al giovane boss Matteo Messina Denaro per attuare un ricambio generazionale e prendere il comando dell’organizzazione, facendo compiere un salto di qualità alla mafia e trasformandola in maniera profonda, con conseguenze che riusciamo a capire solo oggi. Non è la biografia di Riina o Messina Denaro, né un libro di storia, non si parla di depistaggi, di trattative. Questo libro individua un preciso periodo, i primi anni Novanta, un preciso luogo, la Sicilia occidentale, e lì scava in profondità per raccontare – per la prima volta – il punto cieco in cui nasce una delle pagine più nere di un passato sempre presente.

 

Il nome di Tony Gentile è pressoché ignoto al grande pubblico, sebbene abbia scattato una straordinaria fotografia che tutti conoscono e che è diventata un’icona della storia italiana contemporanea: l’immagine è quella di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino che parlano in confidenza. Tony Gentile ha scattato questa e altre fotografie negli anni terribili in cui la guerra di mafia insanguinava la Sicilia, seminando centinaia di morti. A trent’anni da quegli eventi, il volume raccoglie un corpus di immagini catturate dall’obbiettivo di Tony Gentile: fotografie che, da documenti di cronaca, sono diventati storia, e che restituiscono un’immagine polifonica della Sicilia, sospesa tra la violenza delle stragi perpetrate da Cosa nostra e la tenace resistenza della popolazione. Un libro, introdotto da Ferdinando Scianna e con un testo e un’intervista all’autore raccolta da Carlo Sala, dedicato a un territorio e a un’epoca la cui memoria è ancora profondamente viva nella coscienza del nostro Paese.

 

Il racconto dell’uomo che ha arrestato Riina e che per vent’anni ha fatto tremare i palazzi del potere. Fino a quando il potere si è vendicato.

“Mi chiamo Ultimo perché sono cresciuto in un mondo dove tutti volevano essere primi. Ho un solo talento: organizzare la lotta e scegliere gli uomini. I miei sono stati il miglior gruppo investigativo.” La vera storia dell’uomo che ha catturato Totò Riina, combattuto la ‘ndrangheta, la camorra e la corruzione per ritrovarsi alla fine messo all’angolo, isolato e attaccato dalle alte gerarchie e dalla politica. ma lui non ha mai mollato. Sergio De Caprio aggiunge nuovi tasselli al racconto in prima persona della sua vita da Capitano Ultimo. E, alla luce delle recenti sentenze sui principali casi di cui si è occupato, rilegge le vicende umane e giudiziarie che lo hanno travolto da quando, il 15 gennaio 1993, catturò Totò Riina, fu condannato a morte da Provenzano e Bagarella, e bersagliato da mille sospetti confluiti nel processo Trattativa Stato-mafia. Trent’anni dopo, ci riaccompagna nel vivo delle operazioni che lo hanno visto protagonista in incognito insieme ai suoi uomini. Vichingo, Arciere, Omar, Petalo, Pirata, Alchimista, i suoi cento investigatori invisibili che lo hanno affiancato nei lunghi appostamenti, le intercettazioni fiume, le notti insonni a indagare instancabilmente su mafia, ‘ndrangheta, camorra, la corruzione a Milano, a Palermo, a Napoli, ma anche nei palazzi del potere, da Finmeccanica allo Ior, la banca vaticana, passando per la Lega. Fino a quando si è spinto troppo oltre ed è stato fermato. Denunciato per insubordinazione e diffamazione. Accusato di essere un cane sciolto, accerchiato, demansionato, poi isolato e per due volte ripagato con la revoca della scorta. Ultimo è l’investigatore così bravo e veloce da non essere controllabile. Il soldato idealista che non guarda in faccia il potere. L’irregolare che per le gerarchie militari e della politica va domato. L’eroe senza nome che va ricondotto all’obbedienza.  

 

Il saggio di Nicola Zarbo analizza in modo chiaro e lineare la nascita e lo sviluppo della mafia. Partendo dalle sue origini del mondo agrario e pseudofeudale, ne segue gli sviluppi attraverso l’Unità d’Italia, gli accordi durante il periodo fascista, il ruolo avuto durante lo sbarco alleato e infine la sua trasformazione nel dopoguerra. Quindi la banda Giuliano, Portella della Ginestra e la trasformazione interna della struttura mafiosa. Si giunge quindi alle due guerre di mafia, lo scontro con lo Stato, arrivando infine all’epoca delle stragi e alla fine della Prima Repubblica. Un testo esplicativo, scritto in modo semplice e accessibile, ma completo e storicamente esaustivo sul fenomeno mafioso in Sicilia e i suoi sviluppi che si sono ramificati negli anni in tutta Italia e nel mondo.

 

Uccidere e farla franca. È l’attività che la mafia siciliana ha elevato a forma d’arte nella sua corsa al potere e al denaro. Una corsa che l’ha resa la più ramificata, famigerata e copiata organizzazione malavitosa del pianeta, al punto che il termine italiano ‘mafia’ si è trasformato ormai in una generica etichetta, a indicare l’intera gamma delle realtà criminali mondiali: cinesi, giapponesi, russe o turche. A differenza dei suoi imitatori globalizzati, la mafia siciliana si organizza combinando gli attributi di uno Stato ombra, di una società d’affari illegale e di una società segreta cementata dal giuramento. ‘Cosa nostra’ ricostruisce le storie degli uomini e delle donne che sono vissuti e sono morti all’ombra della mafia.

Quella di Falcone e Borsellino è senz’altro una moderna leggenda popolare. Le due stragi, la terra che si solleva a Capaci come per un terremoto, il fuoco che in via D’Amelio si leva fino al cielo. Sullo sfondo l’Italia corrotta, da Milano a Palermo, e una lunga catena di martiri che si materializza in quei due scenari da inferno. Ma quando torniamo ai fatti di trent’anni fa occorre anzitutto chiedersi se siano scomparse o almeno diminuite le ragioni di quel senso di tradimento che portò i due giudici a denunciare la latitanza dello Stato nella lotta contro la mafia. E il modo migliore per farlo è rileggere le loro parole, gli interventi che ci hanno lasciato, pronunciati quando ancora erano enunciazioni isolate, tra la reazione degli ambienti vicini a Cosa Nostra, la diffidenza del Csm e l’indifferenza di molti. Impressiona purtroppo la loro attualità: i ritardi, le colpe e i silenzi di una Sicilia e soprattutto di una nazione che, forse, non sono cambiati abbastanza, il rapporto tra mafia ed economia, le responsabilità della politica, i temporeggiamenti della magistratura, i tratti etici, culturali e organizzativi necessari per affrontare seriamente la criminalità organizzata. Ostinati e contrari è il manifesto di due uomini ostinatamente contrari alla banalità del male. Una lettura indispensabile per ogni cittadino di questo Paese.

 

La Costituzione è la legge fondamentale dello Stato, ma in quanti sono in grado di elencarne i centotrentanove articoli? Che cosa si intende per economia circolare? Cosa sono i rifiuti e come si gestiscono? E il cambiamento climatico, cosa comporta? Questi sono solo quattro dei nove argomenti trattati in questo libro, grazie al quale Alessandra Viola fa luce sui temi salienti affrontati alle scuole superiori nell’insegnamento dell’educazione civica. Una materia che ci tocca tutti in prima persona, che regola la nostra vita quotidiana, che ci permette di muoverci nel nostro Paese e nel mondo consapevoli dei diritti che ci sono dovuti e dei doveri ai quali dobbiamo rispondere. E siccome questi temi ci riguardano tutti, è importante studiarli nel concreto e vedere come sono calati nella realtà di ogni giorno. Ecco quindi che ogni capitolo viene introdotto da un personaggio di spicco della cultura e della società italiana: con il presidente della Repubblica parliamo di cittadinanza europea e Costituzione; con Ambra Angiolini di salute e benessere; con FIAMMETTA BORSELLINO  di legalità; con Manuel Bortuzzo di disabilità. Ma questo libro vuole essere anche “un invito a prendere parte alla politica, alle iniziative di solidarietà, alla ricerca, partendo dalle mille iniziative locali esistenti” scrive l’autrice. “Perché le leggi possono tracciare il cambiamento, ma non lo attuano. Quello sta a tutti noi!”

 

 

A metà tra il romanzo e il saggio, il libro racconta storie autentiche di coraggio e sacrificio, eroismo e pentimento, ma anche episodi della quotidianità, dove alcuni comportamenti non sembrano così lontani da quelli mafiosi, dove una passeggiata nel cuore di Firenze fa scoprire storie struggenti di poesia e dolore e dove una mafia silenziosa non deve farci illudere che sia scomparsa.

«Credo che questo libro possa dare un contributo reale alla crescita di una generazione che, pur non avendo vissuto i capitoli più drammatici del contrasto alle mafie, deve sapere che la minaccia criminale non è sparita, al massimo ha cambiato volto.» – Don Luigi Ciotti “Mio padre aveva davvero rubato? Non avrebbe potuto chiedere un favore al Santo? Era, come dicevano tutti, colpa dei poliziotti? L’unico modo che conoscevo per frenare le domande nella mia testa era correre: correre veloce fino al mare”. Età di lettura: da 8 anni.

 

 

Questo libro parla di Giovanni Falcone come persona anche negli anni in cui non era ancora il giudice più famoso del mondo. Sono ricordi privati, ma sobri, che lo descrivono come uomo. Il testo parla anche del suo metodo e della ricerca sulla psicologia mafiosa collegabile al suo pensiero. Il libro è arricchito dalla prefazione di Francesco La Licata e dalla postfazione di Roberto Di Bella

 

Cosa sono le mafie? Dove si trovano? E come si combattono? Le risposte nelle parole del magistrato Catello Maresca, sotto scorta dal 2008 per essersi impegnato nell’ eradicare dall’Italia il clan dei Casalesi. Che cos’è la mafia, anzi: che cosa sono le mafie? Sì perché, come un mostro mitologico, la mafia ha molte teste, e più le tagli più queste sembrano ricrescere. Ma, come tutti i mostri, anche le mafie possono essere sconfitte. Per farlo, bisogna capire come funzionano; come nascono, da chi sono formate, come e perché operano. Quali sono le differenze tra le mafie italiane e quelle estere? Ma soprattutto, come si combattono e chi sono i coraggiosi che, con impegno e dedizione, si sono dedicati nel corso degli anni a contrastare questo terribile nemico, giungendo perfino, a volte, a sacrificare la propria vita? A queste e ad altre importanti domande, Catello Maresca, magistrato, si adopera per dare una risposta, prestando a questo tema così delicato e drammatico la propria esperienza decennale, in un volume pensato e rivolto a tutte le ragazze e i ragazzi: per aiutarli a conoscere e capire, per fornire loro gli strumenti utili non solo a scoprire le ingiustizie della mafia, ma anche a difendersi da esse. Età di lettura: da 12 anni.

 

La beatificazione del giudice Rosario Livatino è un evento straordinario per la Chiesa e per tutta la società civile italiana. Questo libro, agile e profondo, ci fa comprendere come la testimonianza di Livatino può incidere sulla vita quotidiana di ognuno di noi. Da leggere, tutto d’un fiato.

 

 

Il 9 maggio 2021, la beatificazione di Rosario Livatino ha elevato questo credente, come si usa dire, all’onore degli altari. Toni Mira ha compiuto un ampio lavoro di indagine intorno alla figura dell’uomo, del cittadino, del servitore dello Stato, per offrirci la possibilità di un incontro faccia a faccia con un personaggio che è un altissimo esempio di valore civile e che scuote le coscienze di tutti noi ben più di quanto farebbe un “santo da immaginetta-. Livatino in preghiera, sì, Livatino guidato da un fortissimo senso della giustizia e della misericordia divine… ma soprattutto Livatino professionista, magistrato competente, concentrato e abile. L’uomo di legge che guadagna sul campo rispetto e autorevolezza. L’uomo scomodo per le mafie e forza trainante nel contrasto alla malavita. Un incontro vivo, emozionante e istruttivo, reso possibile dall’ascolto di molti testimoni: colleghi, collaboratori nelle indagini, persone informate sui fatti. Al termine del percorso vengono pubblicati integralmente tre discorsi di Livatino (uno dei quali inedito) che, in circostanze e su temi diversi, ci fanno scoprire la sua voce, il suo pensiero, i suoi ideali. ” Un uomo che ancora, nell’esempio e nella memoria, vive-. Dalla Prefazione di don Luigi Ciotti.

 


Grazie all’accesso a una documentazione vasta e inedita, viene ricostruita e raccontata da uno storico la vita di uno degli uomini simbolo della nostra Repubblica.

Il 3 settembre 1982 a Palermo veniva ucciso dalla mafia il generale Carlo Alberto dalla Chiesa. Nella storia dell’Italia repubblicana, dalla Chiesa era l’uomo per gli incarichi difficili, fin da quando aveva scelto di andare volontario nella Sicilia di Salvatore Giuliano. Successivamente le istituzioni democratiche si affidarono a lui in alcuni dei momenti più drammatici, chiamandolo a contrastare l’offensiva del terrorismo brigatista, sia prima che dopo il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro. La sua ultima missione, conclusasi con l’attentato che lo colpì assieme alla moglie, fu quella di prefetto di Palermo, dove era stato inviato a fronteggiare un’escalation di violenza della mafia senza precedenti. La sua carriera lo portò a vivere una molteplicità di situazioni, nel corso delle quali è stato dipinto come il più fedele dei servitori dello Stato,

 

Una storia giudiziaria del nostro paese, in un’indagine senza sconti che solleva il velo sulle contraddizioni della lotta alla mafia, tra sprechi, pregiudizi dannosi ed errori clamorosi. Un viaggio drammatico al cuore di un sistema invasivo e dispotico, che si è insinuato nella democrazia in nome di una retorica dell’emergenza, cancellando le differenze tra eccezione e ordinario, tra rispetto delle istituzioni e abuso di potere.

«Il Codice antimafia è il grimaldello per scardinare la porta già traballante dello Stato di diritto e mettere l’intera società sotto tutela giudiziaria» 
Una potente macchina di dolore umano non giustificato e non giustificabile, che adopera un diritto dei cattivi introdotto «dopo l’Unità d’Italia per combattere i briganti, usato a piene mani dal fascismo per perseguitare i dissidenti, ignorato dai repubblicani» e riportato in auge dai moderni paladini della giustizia. È questa oggi l’Antimafia, un sistema dove l’eccezione diventa regola e l’emergenza permanente è l’altare sul quale sacrificare la libertà in nome della lotta al crimine. Così confische e sequestri colpiscono migliaia di cittadini e imprenditori mai processati, o piuttosto assolti. Così sentenze anticipano leggi, pene crescono al diminuire dei reati e una falsa retorica professa l’idea che il rovesciamento dello Stato di diritto sia necessario alla vittoria sulla malavita. È un’illusione o, peggio ancora, un inganno, sostiene Alessandro Barbano, che in questo libro svela «gli abusi, gli sprechi, i lutti e l’inquinamento civile perpetrati da un apparato burocratico, giudiziario, politico e affaristico cresciuto a dismisura e fuori da ogni controllo di legalità e di merito». Come un virus che infetta ogni cellula, la menzogna di una legislazione antimafia che tutti i paesi del mondo vorrebbero imitare e l’intimidazione nei confronti di chi si azzarda a criticarla dilagano incontrastate. Per indebolire questo potere senza freni, che ha tradito il compito assegnatogli dalla democrazia, bisogna revocare la delega che una politica miope ha fatto alla magistratura e che alcune procure hanno trasformato in una leva per mettere la società sotto tutela. Oggi più che mai è necessario tornare a un diritto penale basato su fatti e prove, estirpare il peccato originale del sospetto, definire univocamente il confine fra lecito e illecito. Solo così si può capire che cos’è la mafia. E combatterla davvero.


V.SCOTTI, R.BENINI, S.STICCA, G.TARTAGLIA POLCINI, DA CORLEONE ALLA RETE SILENTE (Eurilink University Press, pp.116, 20 euro)
– Dal sangue ai ‘colletti bianchi’, dagli attentati eclatanti ai crimini silenti: a 30 anni dalla stagione delle stragi, il cambiamento di pelle della mafia, di cui aveva parlato anche Giovanni Falcone in una delle sue ultime riflessioni, ha ormai avuto il suo compimento, in Italia così come all’estero. E’ questo il tema approfondito dal libro “Da Corleone alla rete silente”, edito da Eurilink University Press e scritto da Vincenzo Scotti, all’epoca delle stragi Ministro dell’Interno, con Giovanni Tartaglia Polcini, Silvia Sticca e Romano Benini Il volume, a pochi mesi dalle sentenze del processo d’appello sulla trattativa, torna con le parole di Scotti su quanto successo nel passato, in particolare sulla guerra frontale alla mafia e su come una parte politica all’epoca avversasse questa strategia in favore di una sorta di “pax mafiosa”, anche per evitare stragi e violenze alla popolazione civile. L’obiettivo è quello di decifrare un presente in cui il fenomeno mafioso ha appunto cambiato modalità diventando silente, ma non per questo meno capace di minacciare istituzioni e democrazia: dimostrando una notevole capacità di adattamento, la mafia oggi ha strette relazioni con il potere pubblico, con il mondo degli affari, degli appalti e della finanza. Per questo motivo è quanto mai necessario, secondo gli autori, che l’Italia affronti in maniera decisiva la rivisitazione delle norme di contrasto a questo nuovo crimine organizzato sotterraneo e mercatista, che si fa forte del potere economico corruttivo stabilmente infiltrato. (ANSA).

 

 

 

“Il brillante lavoro narrativo di Vincenzo Zurlo ha il merito di squarciare il velo di omertà che le mafie stendono anche sul ruolo nefasto e mortifico delle madri di mafia. Ed apre alla conoscenza della verità che deve essere l’obiettivo primario di chi si rivolge ai giovani nella speranza di offrire loro gli strumenti per fare le scelte giuste e per imboccare anche in età non ancora matura la retta via verso un futuro roseo e ricco di bellezza”. (dalla prefazione di Catello Maresca)

 

Trent’anni fa una serie di eventi cambiò l’Italia. Si va dalle stragi di mafia di #Falcone e #Borsellino all’esplosione di Mani pulite, con l’elezione di Scalfaro a presidente in un momento drammatico della Repubblica. Uno storico rivela gli intrecci inquietanti del 1992 con una serie di domande ancora attuali come questa: perché era necessario eliminare chi avrebbe potuto far luce su un rapporto dedicato a mafia e appalti contenente nomi di imprenditori del Nord? Il 1992 è un anno di fratture e di cesure che chiude un’epoca e ne apre un’altra, in cui «c’è tutto un ribollire di episodi che si concentrano in quell’anno» come scrive #EnzoCiconte, tra i massimi storici delle mafie, ricostruendo i retroscena di un momento in cui «la guerra fredda è terminata ma i morti non riposano

 

 

Alle 16.58 del 19 luglio 1992 in via D’Amelio, a Palermo, scende la notte. Un’esplosione devasta la strada e le auto parcheggiate uccidendo il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta. È l’attentato più annunciato della storia. A meno di due mesi dalla strage di Capaci in cui è morto Giovanni Falcone, senza che sia stato fatto nulla per evitarlo. E senza essere arrivati, trent’anni dopo, a una verità definitiva su mandanti e responsabili. Giovanni Bianconi ricostruisce in queste pagine quel tragico evento tra misteri, dettagli e testimonianze inedite o dimenticate: i precedenti tentativi di attentato contro il magistrato, le polemiche sulle protezioni inadeguate, l’ipotesi della candidatura alla Superprocura e poi la bomba, i traffici intorno alla macchina in fiamme, la borsa ricomparsa vuota e l’agenda rossa sparita. Fino al grande depistaggio delle indagini, con la creazione di un falso pentito. Un delitto che porterà all’adozione di nuove norme contro la criminalità organizzata e risulterà un «pessimo affare» per i mafiosi. Ma intrighi e coperture avevano caratterizzato anche le indagini dell’attentato in cui perse la vita il prefetto Carlo Alberto dalla Chiesa dieci anni prima: come e perché sparirono le carte del generale inviato a Palermo a seguito dell’assassinio di Pio La Torre? Chi ha voluto davvero quell’omicidio rivelatosi controproducente per Cosa nostra? Anomalie, interrogativi e false piste che ricorrono in altri episodi della nostra storia, come la strage neo- fascista di Brescia del 1974. Coincidenze che l’autore ricompone come tasselli di un ampio affresco di crimini e complicità che ha segnato indelebilmente il Paese e chiede ancora verità e giustizia.

 

 

1992-2022: trent’anni dagli attentati ai giudici siciliani simbolo della lotta alla mafia. Un libro per non dimenticare.

«Gli uomini passano, le idee restano»Giovanni Falcone. Tra le pagine più buie della storia del nostro Paese ci sono, senza alcun dubbio, le stragi di Capaci e via D’Amelio. Si tratta, rispettivamente, dei luoghi simbolo in cui persero la vita i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, a distanza di 57 giorni, in un anno destinato a essere ricordato: il 1992. Le due terribili esplosioni, che mostrarono al mondo intero la ferocia brutale della mafia, arrivavano all’indomani del più grande attacco a Cosa Nostra mai condotto in Italia: un maxiprocesso conclusosi il 16 dicembre 1987 con 360 condanne. Le cosche, colpite duramente dal lavoro infaticabile dei due giudici, intrapresero quello che è da considerarsi a tutti gli effetti un atto di guerra: un messaggio di avvertimento verso l’intero Paese. Le stragi di Capaci e via D’Amelio impedirono che venisse alla luce pienamente il patto tra mafia, politica e grandi imprese, che determinava la gestione degli appalti ben al di là della Sicilia. Questo saggio si interroga anche sulle complicità, all’interno dell’apparato statale, che permisero di sottrarre l’agenda rossa di Paolo Borsellino dal luogo dell’eccidio. 1992-2022: trent’anni dagli attentati ai giudici siciliani simbolo della lotta alla mafia. Un libro per non dimenticare. Lo scenario di Capaci; Gli inizi; La genesi del pool antimafia; Il metodo Falcone; La nuova Cosa Nostra Corleonese; La vittoria del maxiprocesso e la condanna a morte; Il dito di Sciascia o la delegittimazione; Come l’Ulisse dantesco: i delitti politici di Palermo; Una centrale unica degli appalti; La deliberazione …a via D’Amelio Lo scenario di via D’Amelio; Giuditta e Biagio; Emanuele Basile e l’altare maggiore; Il santuario di Cosa Nostra; Con Mauro Rostagno; Giudici e pentiti; Il peso del potere; L’accelerazione; In odium fidei; La prigionia di Paolo Borsellino; I suggeritori, un assassino ignoto e un’intercapedine.

 

1992-2022. Sono trascorsi trent’anni dalla strage di Capaci nella quale persero la vita Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Quel crimine – insieme all’uccisione di Paolo Borsellino, avvenuta meno di due mesi dopo – rappresentò una cesura storica destinata a imprimersi in modo indelebile nella memoria collettiva di un Paese e obbligò uomini e donne a una presa di coscienza nei confronti della lotta alla mafia. Bisognava dire «basta», perché da quel momento Cosa nostra sarebbe diventata una «cosa» di tutti, nessuno escluso. Negli anni a seguire, la figura di Giovanni Falcone è stata più volte celebrata in occasione di anniversari che hanno contribuito a tenerne vivo il ricordo e a consegnarlo alle nuove generazioni. Con intenti sempre nobili, ma con esiti spesso discutibili, ammantati di cliché e messaggi privi di sostanza.
E dunque, al di là del semplice esercizio della memoria, ci sono alcune domande che dovremmo porci per dare senso al tempo e permettere all’esperienza passata di rivivere attivamente nel presente: che cosa resta oggi dell’insegnamento di Giovanni Falcone? In quale modo il suo esempio, il suo «metodo» e la sua idea di Antimafia possono trovare applicazione nel contesto attuale della lotta al crimine organizzato?
Marcelle Padovani – che nel corso della sua carriera giornalistica conobbe e lavorò con Giovanni Falcone – tenta in queste pagine di «attualizzare» il pensiero del grande magistrato e di comprendere l’influenza esercitata dalla sua eredità. Tessendo ricordi, aneddoti e colloqui con alcuni uomini di giustizia, l’autrice riesce a intrecciare passato, presente e futuro, a «celebrare l’Antimafia di oggi senza dimenticare di rendere omaggio a quella del passato». Il risultato è un libro che va oltre le facili celebrazioni e che ha il merito di fare «il punto sull’acquisito, l’immutabile, il positivo» della giustizia. Sempre in compagnia di Giovanni Falcone. Del suo ricordo, ma anche del suo esempio concreto, presente, vivissimo.

 

“Il brillante lavoro narrativo di Vincenzo Zurlo ha il merito di squarciare il velo di omertà che le mafie stendono anche sul ruolo nefasto e mortifico delle madri di mafia. Ed apre alla conoscenza della veritá che deve essere l’obiettivo primario di chi si rivolge ai giovani nella speranza di offrire loro gli strumenti per fare le scelte giuste e per imboccare anche in etá non ancora matura la retta via verso un futuro roseo e ricco di bellezza”. (dalla prefazione di Catello Maresca

 

«Il 13 giugno del 1983, in via Scobar, tra i palazzoni senz’anima del sacco edilizio di Palermo, venivano uccisi tre carabinieri, il capitano D’Aleo, l’appuntato Bommarito e il carabiniere scelto Morici. Questo libro, scritto da Francesca Bommarito, contribuisce non solo a rendere onore alle vittime di quel vile agguato ma anche a inquadrarlo finalmente in un preciso disegno strategico della mafia corleonese e dei suoi vertici di allora, primi tra tutti Salvatore Riina e Bernardo Brusca. Per questo fu prima ucciso il capitano Basile e tre anni dopo il capitano D’Aleo. Sia l’uno che l’altro si erano avvalsi della preziosa collaborazione di un umile appuntato dei carabinieri, Giuseppe Bommarito, che con la sua tenacia, il suo fiuto investigativo, la sua capacità di conoscere e controllare il territorio, aveva intuito l’importanza di Monreale nello scacchiere complessivo di “cosa nostra” e messo in luce le complicità di politici e pubblici amministratori con i mafiosi. Per questo fu ucciso Bommarito. Tutti coloro che hanno sacrificato la loro vita per svolgere con passione, impegno e correttezza la loro “missione” meritano lo stesso rispetto.» 

 

 

«La mafia cresce nel silenzio e nell’indifferenza. Conoscerla aiuta a combatterla.»«Per sottrarre gli scolari ai Mangiafuoco della mafia, della camorra, della ‘ndrangheta»Gian Antonio Stella Antonio Nicaso ha raccolto in questo libro le principali informazioni sulla mafia e sulle mafie, in Italia e nel mondo, ma anche sui metodi di lotta alle organizzazioni mafiose e sull’educazione alla legalità. Perché l’arma più potente per combattere la mafia è la conoscenza. Edizione aggiornata con la prefazione di Gian Antonio Stella.

Alcuni tra i maggiori studiosi del fenomeno mafioso e tra i magistrati più impegnati in inchieste sulla mafia riflettono sulla natura della criminalità organizzata, sulla sua evoluzione e sulla realtà attuale. Se il modello mafioso a cui si è fatto maggiore riferimento è quello della mafia siciliana, negli ultimi decenni si è assistito a fenomeni come il radicamento di mafie storiche in aree diverse da quelle originarie e il nascere di nuovi attori del mondo del crimine, di problematica definibilità. Le politiche antimafia hanno registrato successi innegabili con l’arresto e le condanne di capi e gregari, le confische dei beni, ma debbono confrontarsi con problemi di fondo: la riforma della giustizia, la condizione della magistratura e la necessità di riformare l’ordinamento giudiziario, dopo eventi, come il caso Palamara, che più che fatti isolati sono spie di un sistema che richiede un’adeguata politica di rinnovamento.

 

Trent’anni dopo, un libro-inchiesta ricostruisce la storia di Rita Atria, abbandonata dalle Istituzioni, le stesse che avrebbero dovuto prendersi cura di lei. “Farò della mia vita anche della spazzatura, ma lo farò per ciò che io sola ritengo conveniente”, scriveva Rita alla sorella nell’ultima lettera, qui pubblicata per la prima volta. Sola, con il coraggio dei suoi 17 anni, si mette contro la mafia partannese affidandosi al giudice Paolo Borsellino, consapevole della fine che le sarebbe potuta toccare. Il 26 luglio 1992, una settimana dopo il massacro di via d’Amelio, Rita sarà indirettamente la settima vittima di quella stessa strage. Dagli archivi polverosi di tribunali e procure le autrici faranno emergere ciò che il lettore non ha mai saputo.

 

Ciao 

Questa è la storia di Lea Garofalo, la donna-coraggio che si è ribellata alla ‘ndrangheta, che ha tagliato i ponti con la criminalità organizzata. Nata in una famiglia mafiosa, ha visto morire suo padre, suo fratello, i suoi cugini, i suoi parenti, i suoi amici, i suoi conoscenti. Un vero e proprio sterminio compiuto da uomini senza cuore, attaccati al potere e illusi dal falso rispetto della prepotenza criminale. Lea ha conosciuto la ‘ndrangheta da vicino: come tante donne, ha subìto la violenza brutale della mafia calabrese. Ha denunciato quello che ha visto, quello che ha sentito: una lunga serie di omicidi, droga, usura, minacce, violenze di ogni tipo. Ha raccontato la ‘ndrangheta che uccide, che fa affari, che fa schifo! È stata uccisa perché si è contrapposta alla cultura mafiosa, che non perdona il tradimento – soprattutto – di una fimmina. A 36 anni è stata rapita a Milano per ordine del suo ex compagno, dopo un precedente tentativo di sequestro in Molise, a Campobasso. La sua colpa? Voler cambiare vita, insieme a Denise. Per la figlia si è messa contro il convivente, i parenti, il fratello Floriano. In questo Paese «senza memoria» lo Stato dovrebbe vergognarsi per come ha trattato e continua a trattare questi cittadini onesti, che hanno semplicemente fatto il proprio dovere. Gli esempi non possono essere accatastati. Devono poter sbocciare come candide rose, per inebriare le nostre menti delle loro passioni, della loro forza e del loro immenso coraggio. Senza dimenticare i familiari delle vittime, nemmeno loro possono essere lasciati soli. Le mafie, sino a oggi, hanno ucciso più di 150 donne. Solo grazie alle fimmine è possibile immaginare un futuro diverso per questo Paese, un futuro senza il puzzo opprimente di queste organizzazioni criminali, che possono tutto per la loro immensa potenza economica e militare. Per i loro legami secolari con la politica e le Istituzioni. Con Lea e con Denise non hanno potuto nulla. Prefazione di Sebastiano Ardita. Postfazione di Cesare Giuzzi.

 

 

Questa è la storia inedita della figlia di un padrino e della sua ribellione soffocata. Lo hanno svelato i pentiti: Lia Pipitone sarebbe stata uccisa per ordine del padre, uno dei capimafia più fedeli a Riina e Provenzano. La colpa: avrebbe intrattenuto una relazione extraconiugale. Ma dopo un processo il padre è stato scagionato e il giallo è rimasto irrisolto. Adesso l’indagine di un figlio e di un giornalista riapre il caso della giovane assassinata a Palermo il 23 settembre 1983 durante una finta rapina. Il giorno dopo l’omicidio il più caro amico di Lia si suicidò: così recita la versione ufficiale dei fatti, che continua a essere carica di misteri e messinscene architettate dai boss. Perché il gotha di Cosa nostra arrivò a tanto contro una giovane di 25 anni? Di che cosa avevano paura i mafiosi? Alessio Cordaro, il figlio di Lia, nel 1983 aveva quattro anni. Questo libro è il suo diario, alla ricerca della verità sulla morte della madre. Ma è anche un’indagine giornalistica vecchio stile di Salvo Palazzolo: il clan dell’Acquasanta, a cui apparteneva Antonino Pipitone, il padre della ragazza uccisa, ha segnato l’ascesa, gli affari e i delitti eccellenti della Cosa nostra di Riina e Provenzano. “Se muoio, sopravvivimi” è il titolo di una poesia di Pablo Neruda. Era la poesia preferita da Lia Pipitone.

 

La storia di dieci protagoniste nella loro lotta contro la mafia. Far conoscere la storia di alcune delle tantissime donne in prima linea, civilmente e professionalmente, per prevenire e contrastare i fenomeni mafiosi e corruttivi. È l’obiettivo di questo libro, promosso da Avviso Pubblico e Regione Lazio, realizzato con testi e illustrazioni. Da Angela Altamura, dirigente della Divisione Anticrimine della Questura di Roma, alla giudice Paola Di Nicola e al sostituto procuratore Maria Monteleone, entrambe attive anche nel contrasto alle violenze contro le donne. Da Roxana Roman, la barista che ha denunciato alcuni appartenenti ai clan delle periferie romane, a Tiziana Ronzio che si batte per liberare dalla morsa criminale la quotidianità di Tor Bella Monaca.

 

 

Una storia di crescita e riscatto per raccontare ai ragazzi che di fronte alla mafia c’è sempre la possibilità di percorrere una strada diversa. C’è un mondo intero, popolato di ragazzi che non riescono a immaginare un futuro diverso da quello di chi li ha preceduti, ma anche di ragazzi che invece decidono di percorrere una strada nuova, differente, in cui la direzione è indicata da quella bella parola che lì in paese fa tanta paura: giustizia. 

Giustizia: che bella parola! Eppure è impronunciabile, in quel paese che dall’alto della collina scambia sguardi con il mare infinito della Calabria. Lara l’ha capito presto, tra gli ulivi del nonno, alle prese con i soprusi del vicino di casa, e sui banchi di scuola, dove a dettare legge sono Totò e i suoi amici. Un giorno, in un edificio abbandonato, Lara e Totò trovano un cagnolino bianco e morbido, che guaisce chiedendo aiuto. È lei a vederlo per prima, eppure il ragazzo reclama prepotentemente il suo diritto di tenere il cucciolo tutto per sé: non ci sta a farselo portare via da quella ragazzina che lo affronta a testa alta, senza paura. Ma Lara ha ormai intuito che il solo modo per sconfiggere la mafia, che serpeggia tra le case e le vie del paese, è guardarla in faccia con onestà e coraggio. Così decide di fare a Totò una proposta che non può rifiutare… Costellata dalle figure straordinarie di Falcone e Borsellino, magistrati vittime della mafia nel 1992, e di Gherardo Colombo, ex magistrato d’ispirazione per la protagonista e per molti, una storia di crescita e riscatto per raccontare ai ragazzi che di fronte alla mafia c’è sempre la possibilità di percorrere una strada diversa. Età di lettura: da 10 anni.

 

Carmelina, una donna giovane, bella, forte, moglie del numero 2 di Cosa Nostra, è cresciuta a pane e mafia: era mafioso suo padre, lo sono i suoi fratelli, suo marito. Le stragi che negli anni Novanta sconvolgono Palermo e l’Italia intera la costringono a riflettere sulla vita, sul dolore, sui lutti, sul codice d’onore, la vendetta, l’omertà. Il pentimento del fratello Alessandro, primo “sbirro” dei corleonesi, è un disonore per la famiglia. E una condanna: il tradimento si paga con la vita. Sarà un massacro. Per Carmelina niente sarà più come prima e, seguendo il consiglio di un bizzarro parrino, comincia a scrivere. Pagine che legge, rilegge e poi distrugge, per non lasciare pericolosi pizzini in giro.

 

Questo volume raccoglie alcune delle più drammatiche audizioni di Falcone e Borsellino: le prime (luglio-agosto 1981) rese nell’ambito delle polemiche dei magistrati con il nuovo capo dell’Ufficio istruzione di Palermo, Antonino Meli, quanto al “disarmo dell’antimafia”. Le seconde rese in merito alle “accuse mosse da Leoluca Orlando a Falcone sul suo operato” (Falcone, ottobre 1991) e in merito a “Mafia, affari e politica: tra fuga di notizie, ecc.” (Borsellino, dicembre 1991). Queste ultime possono considerarsi una sorta d’inconsapevole testamento, visto che entrambi sarebbero morti solo dopo pochi mesi. Testi ancora inediti nella loro integrità e poco conosciuti. Al di là del valore di documento storico, essi hanno un valore esperienziale – un valore ‘letterario’ in quanto trattano della condizione umana, e quindi sono in qualche modo ‘patrimonio di tutti’. Si tratta infatti del destino di una sorta di Dioscuri moderni, Falcone e Borsellino, coetanei, nati nello stesso quartiere della Kalsa a Palermo, amici sin dall’infanzia durante le tante partite di calcio… Molti gli spunti di riflessione su cui soffermarsi con Ilio Mannucci Pacini, Presidente della Corte d’Assise di Milano, in merito a una storia umana straordinaria.

Una vita contro la mafia, intrappolata nella ragnatela di una spy story molto italiana. Renato Cortese, il superpoliziotto che arrestò Bernardo Provenzano dopo 43 anni di latitanza, è finito suo malgrado al centro dell’intrigo internazionale che ruota intorno alla figura dell’oligarca kazako Mukhtar Ablyazov. Un ricercato da catturare, fuggito all’estero con una borsa piena di miliardi di euro o un sedicente oppositore che manovra per deporre il regime nell’ex Repubblica sovietica? O, come è più probabile, entrambe le cose. Nel gorgo di una bufera politica, nella tempesta di una campagna mediatica, in una giostra di paradossi diplomatico-giudiziari, la vicenda kafkiana che ha sconvolto la vita dell’investigatore più famoso d’Italia. Fermato da un’accusa infamante a un passo dal raccogliere i frutti di una carriera in prima linea.

 

Cosa è veramente la massoneria italiana? In nessun altro Paese al mondo ci sono tante logge e tante “obbedienze” diverse e irregolari. Intorno alla metà degli anni ’70 è stato siglato un “patto” tra massoneria coperta, organizzazioni mafiose e destra eversiva, ed è nata una holding con finalità criminali e politiche. Per molto tempo questo mondo infetto è rimasto sconosciuto, tanto che solo di recente è stata provata l’esistenza di un secondo elenco di iscritti alla loggia P2. Piera Amendola descrive un numero abnorme di logge occulte, associazioni paramassoniche e ordini cavallereschi illegittimi, ricostruendo le vicende di alcuni personaggi – tra i quali spicca Giovanni Alliata di Montereale -, e spiega come funziona questo mondo, come è nata e si è consolidata un’alleanza che rappresenta un pericolo per la nostra democrazia.

 

 

Natale 1991, in un casolare fuori Enna, durante un vertice di Cosa Nostra, viene decisa la stagione delle stragi del 1992, che si concretizzerà negli omicidi di Salvo Lima, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Nello stesso momento, in una località vicino a Monza, si sta svolgendo una riunione che vede la presenza di diversi personaggi del mondo imprenditoriale e istituzionale. Il loro intento: creare le condizioni per un golpe bianco. L’agente dei Servizi segreti Francesco Mauri cercherà di far luce su quella lunga serie di omicidi e di attentati di stampo mafioso che ha segnato la storia del nostro Paese: dall’assassinio del giudice Antonino Scopelliti fino al momento della sparizione dell’agenda rossa dalla borsa di Paolo Borsellino, pochi minuti dopo l’esplosione in cui perse la vita con gran parte della sua scorta. Un romanzo avvincente in cui le stragi del 1992, soprattutto quella di via D’Amelio, sono rivisitate minuziosamente in tutta la loro genesi, con riferimenti a vicende e a personaggi di quel periodo.

 

 

Rimangono il doloroso vuoto della perdita, lo strazio delle famiglie, l’inesauribile scia delle polemiche per la nebbia, che ancora circonda la strage di via D’Amelio. Ma continuiamo a ignorare chi azionò il timer e dove fosse nascosto. L’ultimo processo, il Borsellino quater, nel 2019 ha indicato in Vittorio Tutino uno degli esecutori materiali. E gli altri? Insomma, undici anni dopo la pubblicazione della prima edizione di “Milano ordina: uccidete Borsellino” sono state rafforzate, anche dagli ultimi collaboratori di giustizia, le tesi sostenute nel libro. Una nuova edizione che registra e commenta tutti gli eventi e le indagini degli ultimi 11 anni.

 

I tanti che uccisero Falcone e Borsellino. Le stragi che hanno devastato l’Italia. Il più grande depistaggio dell’Occidente. L’asso nella manica dei misteriosi fratelli Graviano.  I nostri anni ignobili e oscuri non sono ancora finiti.

 

Le stragi del 1992 hanno lasciato un segno indelebile nella memoria di tutti gli italiani. Trent’anni fa Giovanni Tizian era un ragazzo di dieci anni, già orfano del padre ucciso dalla ?ndrangheta. In questo memoir appassionato ripercorre il ricordo drammatico della scia di sangue che ha unito in un filo comune la sua famiglia a quelle delle tante altre vittime e traccia un amaro bilancio: sono trascorsi trent’anni ma quel 1992 che doveva trasformare l’Italia ha lasciato ogni cosa immutata. Quel dolore collettivo non ci ha cambiati, ha solo prodotto una breve indignazione. Per il resto tutto è rimasto come prima: la cultura mafiosa, la prepotenza, l’umiliazione degli ultimi, dei più deboli, di chi è sotto ricatto. I tratti tipici della mafiosità li ritroviamo purtroppo ancora in ampi strati della società. In queste pagine, trent’anni della nostra storia letti prima con gli occhi di un bambino già ferito nel suo diritto all’ingenuità per la violenza che gli si dispiega intorno; poi con gli occhi del ragazzo che cerca con la sua famiglia un nuovo inizio nella ‘normale’ Emilia; infine con gli occhi del giornalista che da anni si occupa delle trame torbide del potere. Perché anche quando sembra impossibile ottenere giustizia e verità, può e deve rimanere il desiderio di lottare.

 

“Giovanni Falcone era il più importante, il più capace, il più famoso tra i giudici che hanno combattuto la mafia. Per questo nello stesso giorno in cui fui nominato ministro della Giustizia lo chiamai e gli affidai l’incarico più importante del ministero, quello di direttore degli Affari Penali. Insieme, abbiamo pensato e organizzato la più organica, determinata ed efficace strategia di contrasto a Cosa Nostra. La mafia reagì uccidendo prima Falcone poi Borsellino con una violenza terroristica più efferata e rabbiosa di quella armata in precedenza contro i molti giudici, poliziotti, uomini politici che l’avevano contrastata. Pur tra tante affinità, la storia di Falcone è diversa da quella degli altri uomini dello Stato che hanno combattuto la mafia perché solo a Falcone è capitato di essere perseguitato in vita non solo da Cosa Nostra, ma anche di essere avversato da colleghi magistrati, dalle loro istituzioni come il CSM e dall’Associazione Nazionale Magistrati, nonché da politici e da giornalisti di varie fazioni. Ancora oggi di quest’altra faccia della luna poco si sa perché poco è stato detto. Fece eccezione l’amico più caro di Falcone, Paolo Borsellino: ‘La magistratura che forse ha più responsabilità di tutti cominciò a far morire Giovanni Falcone ben prima che la mafia lo assassinasse a Capaci’. Da allora sono passati trent’anni. Per rispetto di Falcone, dei ragazzi che non hanno vissuto quel tempo, degli adulti che non lo hanno capito o lo hanno dimenticato, sento il dovere di tornare a riflettere per raccontare le verità di allora e quelle più recenti che ho appreso insieme al ruolo di chi, nel bene e nel male, ne fu protagonista dentro le istituzioni dello Stato, nella società e nel mondo dell’informazione.” (Claudio Martelli).

 

 

«La mafia non è affatto invincibile. È un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine. Ma per vincere si devono impegnare tutte le forze migliori» – Giovanni Falcone Che cos’è la mafia? Come agisce? Cambia nome a seconda del luogo: Cosa nostra, Camorra, ‘Ndrangheta. Ha dei capi e tante giovani leve. Semina violenza: dalle faide alle stragi. Si infiltra nel mondo politico-economico, vive grazie alle estorsioni, miete vittime innocenti… A trent’anni dagli attentati a Falcone e Borsellino, Gian Carlo Caselli e Guido Lo Forte – che dei due magistrati eroi hanno raccolto l’eredità – ci raccontano attraverso una serie di parole chiave (da Antimafia a Zero Mafia, passando per Boss, Legalità, Maxiprocesso, New York, Omertà, Pentiti, Pizzo e molte altre) la storia della mafia e dei suoi protagonisti. E nel mostrarci come è stata ci indicano anche come combatterla, a partire dal bullismo scolastico, la prima forma di prepotenza da contrastare, perché anche in questo caso, come per la mafia, chi tace è complice.

 

Nel giugno del 1992, sull’onda dell’emozione e dello sdegno per la strage di Capaci in cui perse la vita il giudice Giovanni Falcone, il Parlamento adottò un nuovo regime di restrizione per i detenuti di mafia. Un passo decisivo ma anche l’inizio di un braccio di ferro tra Stato e mafia che è tutt’altro che finito. Sebastiano Ardita, magistrato in prima linea nel contrasto alla criminalità organizzata, per nove anni al vertice del dipartimento penitenziario, ci accompagna in un viaggio che è una preziosa testimonianza personale e un originale racconto dietro le quinte di vent’anni di giustizia – e ingiustizia – in Italia. Come è cambiata la mafia in questi anni? E chi comanda davvero dietro le sbarre? Come è possibile che si verifichino episodi come le rivolte incendiarie del marzo 2020, con decine di morti ed evasi e scarcerazioni di boss in circuiti di alta sicurezza? E perché potrebbe succedere di nuovo? L’autore ripercorre l’evoluzione della lotta a Cosa Nostra, ricorda il sacrificio dell’agente di custodia Giuseppe Montalto e il suo incontro in carcere con Bernardo Provenzano, spiega la strategia dei Graviano e fa luce sul potere dei leader mafiosi più irriducibili. Ma il suo è anche un atto di accusa sui limiti della classe politica e sulla condizione delle nostre prigioni che sono, ancora troppo spesso, i luoghi in cui comincia una carriera criminale.

 

New York, 1920. Quartiere di Hell’s Kitchen, un nome che evoca bolge dantesche e descrive perfettamente una realtà di miseria, speranza e razzismo. È lì che inizia la storia di Mario Puzo, figlio dell’immigrazione italiana e autore de “Il padrino”, un libro dal successo planetario destinato a fondare il mito di Cosa nostra con cui facciamo i conti tuttora. Il film che Francis Ford Coppola trae dal romanzo entra con prepotenza nell’immaginario collettivo del pubblico mondiale – dagli spot pubblicitari ai videogame, dal turismo alla musica, dai cartoni animati alle serie tv – e influenza persino atteggiamenti e comportamenti delle organizzazioni mafiose. A cinquant’anni dal lancio cinematografico, Antonio Nicaso e Rosario Scalia fanno i conti con quella leggenda: ripercorrono la genesi rocambolesca della «tragedia shakespeariana» attraverso le storie incrociate dei suoi principali artefici; ricostruiscono i boicottaggi della mafia e i compromessi fatti per girare a New York, ma anche i capricci di Marlon Brando e l’ira di Frank Sinatra; ne setacciano i molti simboli e allusioni; e ne propongono la lettura come saga di emarginazione, ascesa e integrazione di un’intera comunità, quella italo-americana. Un’opera rigorosa e affascinante che mira a decostruire l’ampia mitologia che ha fornito nel tempo un’autenticazione di nobiltà al crimine organizzato. Una chiave di lettura fondamentale per capire la mafia di oggi.

 

1992: la tragica morte dei giudici Falcone e Borsellino e, nell’anno successivo, la mafia stragista che cerca di terrorizzare l’intero Paese. In quei momenti, assistevamo alla fine di ogni speranza, ci sentivamo sconfitti, impotenti, incapaci di invertire il corso di una storia apparentemente in mano ai violenti e ad associazioni criminali tra le più potenti del mondo. Ma il tempo dello scoramento è durato poco. E non si tratta solo di una frase retorica: di questi ultimi trent’anni possiamo raccontare una ricchissima storia di rinascita. Persino di vittoria, sotto molti aspetti. Istituzioni (dal Parlamento ai magistrati alle forze dell’ordine), società civile (amministratori locali, associazionismo), Chiesa si sono mobilitati e hanno agito in sintonia: non solo per sconfiggere la “mafia militare”, ma anche per rianimare un popolo spaventato e offrire vie di civiltà, di legalità, di nuova economia e di valori condivisi. Persino i familiari delle vittime hanno trovato voce e un loro ruolo, in questa battaglia. È la storia della rinascita dalla mafia: la vera celebrazione di questo anniversario importante. Con interviste a: Federico Cafiero de Raho, Giancarlo Caselli, Luciano Violante, Raffaele Cantone, don Luigi Ciotti, Giuseppe Di Lello, Matilde Montinaro, monsignor Michele Pennisi, monsignor Carmelo Ferraro.

Luigi Ilardo è per tutti un boss temuto e rispettato, Michele Riccio un colonnello dei carabinieri con un nome di copertura. Si incontrano come due fantasmi, soprattutto di notte, tra il 1994 e il 1996. La loro missione è la cattura di Bernardo Provenzano. Per farlo cadere nella rete organizzano summit, scambiano lettere, pianificano strategie. Ma il boss è imprendibile, ha alle spalle mastini potenti che lo informeranno del doppio gioco. Sembra un film ma è una storia vera. Un infiltrato dentro Cosa nostra negli anni delle stragi e all’inizio della Seconda repubblica. Un libro che fa toccare con mano il disegno ignobile della trattativa.

 

Una ricostruzione lucida e ardente della lotta alla criminalità organizzata tra storia e attualità, tesa a evidenziare le vulnerabilità e gli aspetti culturali e di soft power che alimentano le mafie, ma anche a rilanciare con passione l’impegno del Paese e dei suoi cittadini contro uno dei suoi nemici più insidiosi. C’era bisogno davvero del pentimento del boss Tommaso Buscetta per convincersi della forza della mafia, quando esistevano già il rapporto del questore di Palermo Ermanno Sangiorgi di fine Ottocento e quello degli anni Settanta del generale dei carabinieri dalla Chiesa? Perché quei documenti non portarono a una reazione pronta dello Stato? Che rapporto si è creato nel tempo tra la mafia e le istituzioni più inerti e accidiose, e come possiamo rimediare oggi a errori e ritardi? A rispondere a questa e molte altre domande è Giuseppe Governale, a lungo ai vertici del Ros e della Dia, che spiega in queste pagine come e perché ha prevalso troppo a lungo la convivenza con il fenomeno criminale, e poi la «cultura dello zero a zero» della classe dirigente nazionale. Come se lo Stato avesse paura di vincere, non fosse per lo sforzo di molti rappresentanti della magistratura e delle forze dell’ordine, quanto meno dagli anni Ottanta in poi. Una ricostruzione lucida e ardente della lotta alla criminalità organizzata tra storia e attualità, tesa a evidenziare le vulnerabilità e gli aspetti culturali e di soft power che alimentano le mafie, ma anche a rilanciare con passione l’impegno del Paese e dei suoi cittadini contro uno dei suoi nemici più insidiosi.

 

 

Arrivata nel 1979 alla procura di Milano, Ilda Boccassini capisce subito che la vita non sarà facile. Raccogliendo il palese malumore dell’allora procuratore, il “Corriere della Sera” commenta il giorno stesso che “il lavoro inquirente poco si adatta alle donne: maternità e preoccupazioni famigliari male si conciliano con un lavoro duro, stressante e anche pericoloso”. Inizia così per “Ilda la rossa” un corpo a corpo dentro e fuori la procura, che durerà fino al giorno della pensione, nel dicembre 2019. Il lavoro è duro, certo, ma entusiasmante già dal primo periodo, a partire dai successi ottenuti insieme a Giovanni Falcone nell’indagine “Duomo connection”, che svela la presenza di Cosa nostra a Milano. Fino al giorno in cui tutto finisce e tutto comincia: il 23 maggio 1992, lo squarcio sull’autostrada,
la strage di Capaci. Si parte allora per la Sicilia, bisogna indagare su quelle morti, sconsigliata da tutti, perseguitata dal senso di colpa per i figli lasciati a Milano. Ma è necessario capire, dare giustizia. Il ritorno in procura,
nella stessa stanza numero 30, è già Seconda repubblica e sarà segnato dai processi Imi-Sir, Lodo Mondadori, “Toghe sporche”, che la portano ad affrontare anche Silvio Berlusconi, fino agli anni duemila con il caso Ruby. E con quei processi, l’inizio di una campagna d’odio che dura da decenni.
Queste pagine ripercorrono gli avvenimenti da uno straordinario punto di vista: quello di una donna libera, sotto la toga e nella vita che ha scelto, con la forza di pochi e la fragilità di tutti

 

Questo libro, dal titolo “Un giorno questa terra sarà bellissima”, con la preziosa prefazione di Salvatore Borsellino, è un “viaggio”, tra l’immaginario e la realtà, della giovane autrice Silvia Camerino, attivista del Movimento Agende Rosse, che decide di affrontare con la testa, il cuore e la scrittura, i luoghi e i volti lungo lo scenario di paesi del Sud, che vanno dalla Calabria alla Sicilia, fino a Palermo, città saccheggiata e violentata lungo un trentennio di sangue innocente. Un cammino duro nella narrazione dell’autrice, ma fortemente spinta dal desiderio di incontrare la memoria viva di Paolo Borsellino, il giudice puro e intrepido che non ha mai smesso di credere nel riscatto di questa terra, e di amarla per sempre nonostante il male così presente. Un viaggio, quello di Silvia, che osa spingersi nel profondo degli animi, in mezzo alle testimonianze delle vittime, dei familiari, dei sopravvissuti, e farci scoprire che là dove la violenza ha devastato, lì i fiori della rinascita sono ancora più belli.

Come mafia non comanda. Inchiesta sulla morte di Vincenzo Spinelli, un martire civile

Il 30 agosto 1982 un commando uccide l’imprenditore Vincenzo Spinelli. Nella Palermo dei delitti eccellenti – pochi giorni dopo verrà ucciso il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa -, nessuno sembra far caso all’ennesimo crimine. Al dolore per indagini condotte superficialmente si aggiunge nei familiari la vergogna di fronte a coloro che insinuano possibili collusioni con la criminalità organizzata. Per anni la sua storia viene ignorata dagli investigatori e dall’opinione pubblica, ma le figlie e la moglie non si rassegnano e riescono a far riaprire le indagini, per giungere alla verità: il coraggioso commerciante è stato ucciso da Cosa nostra, per vendetta e per impedire che il suo esempio si propagasse. Attraverso documenti inediti, colloqui con i familiari e con il magistrato che seguì il processo di primo grado, il libro ricostruisce la storia di questo eroe civile.

 

New York, 1920. Quartiere di Hell’s Kitchen, un nome che evoca bolge dantesche e descrive perfettamente una realtà di miseria, speranza e razzismo. È lì che inizia la storia di Mario Puzo, figlio dell’immigrazione italiana e autore de “Il padrino”, un libro dal successo planetario destinato a fondare il mito di Cosa nostra con cui facciamo i conti tuttora. Il film che Francis Ford Coppola trae dal romanzo entra con prepotenza nell’immaginario collettivo del pubblico mondiale – dagli spot pubblicitari ai videogame, dal turismo alla musica, dai cartoni animati alle serie tv – e influenza persino atteggiamenti e comportamenti delle organizzazioni mafiose. A cinquant’anni dal lancio cinematografico, Antonio Nicaso e Rosario Scalia fanno i conti con quella leggenda: ripercorrono la genesi rocambolesca della «tragedia shakespeariana» attraverso le storie incrociate dei suoi principali artefici; ricostruiscono i boicottaggi della mafia e i compromessi fatti per girare a New York, ma anche i capricci di Marlon Brando e l’ira di Frank Sinatra; ne setacciano i molti simboli e allusioni; e ne propongono la lettura come saga di emarginazione, ascesa e integrazione di un’intera comunità, quella italo-americana. Un’opera rigorosa e affascinante che mira a decostruire l’ampia mitologia che ha fornito nel tempo un’autenticazione di nobiltà al crimine organizzato. Una chiave di lettura fondamentale per capire la mafia di oggi.

 

 

Un medico di successo arrestato per mafia, una famiglia che va in pezzi. Un avvocato che usa la politica per salvare l’imputato eccellente e un magistrato di fronte ad una scelta difficile. È la complessa vicenda giudiziaria attorno a cui ruota questo romanzo sulla borghesia mafiosa e sul crollo morale di un’intera classe dirigente. È un giallo dell’anima, una storia di dannazione e di redenzione impossibile, che impegna giovani e adulti, professionisti e politici di destra e di sinistra, in un Paese dominato dalla logica del compromesso. Ma è anche un racconto civile che esplora il microcosmo di un’umanità dolente in una società piegata all’imperio del successo a tutti i costi. Sullo sfondo, una città indifferente e perduta, mai chiamata col suo nome, perché può essere una qualsiasi, ma soprattutto perché è specchio dell’Italia intera.

 

1992: la tragica morte dei giudici Falcone e Borsellino e, nell’anno successivo, la mafia stragista che cerca di terrorizzare l’intero Paese. In quei momenti, assistevamo alla fine di ogni speranza, ci sentivamo sconfitti, impotenti, incapaci di invertire il corso di una storia apparentemente in mano ai violenti e ad associazioni criminali tra le più potenti del mondo. Ma il tempo dello scoramento è durato poco. E non si tratta solo di una frase retorica: di questi ultimi trent’anni possiamo raccontare una ricchissima storia di rinascita. Persino di vittoria, sotto molti aspetti. Istituzioni (dal Parlamento ai magistrati alle forze dell’ordine), società civile (amministratori locali, associazionismo), Chiesa si sono mobilitati e hanno agito in sintonia: non solo per sconfiggere la “mafia militare”, ma anche per rianimare un popolo spaventato e offrire vie di civiltà, di legalità, di nuova economia e di valori condivisi. Persino i familiari delle vittime hanno trovato voce e un loro ruolo, in questa battaglia. È la storia della rinascita dalla mafia: la vera celebrazione di questo anniversario importante. Con interviste a: Federico Cafiero de Raho, Giancarlo Caselli, Luciano Violante, Raffaele Cantone, don Luigi Ciotti, Giuseppe Di Lello, Matilde Montinaro, monsignor Michele Pennisi, monsignor Carmelo Ferraro.

 

“Falcone e Borsellino. Storia di amicizia e coraggio” il libro di Fabio Iadeluca. Il libro ricorda quanto indelebile sia il segno che hanno lasciato Falcone e Borsellino e che a distanza di 30 anni noi tutti abbiamo il dovere di continuare a onorare A trent’anni dalla strage di Capaci, il 23 maggio 2022 ricorre l’anniversario in cui la mafia uccise con un terribile attentato il giudice Giovanni Falcone, la moglie e magistrato Francesca Morvillo e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro. Fabio Iadeluca sociologo e criminologo affermato, regala al pubblico un libro illustrato che racconta la Storia straordinaria di due uomini: “Falcone e Borsellino

 

Le stragi del 1992 hanno segnato un indelebile spartiacque nella storia del nostro Paese. Tra i protagonisti di quei fatti drammatici c’erano Giuseppe e Filippo Graviano, uomini di fiducia del boss Riina che mai si sono dissociati dall’organizzazione mafiosa. In questo straordinario libro-inchiesta per la prima volta si ricostruisce la loro storia e si cerca di fare chiarezza su alcuni dei misteri ancora irrisolti di quella stagione.

Intorno alle stragi Falcone e Borsellino, nonostante i trent’anni trascorsi e le molte sentenze giunte all’ultimo grado di giudizio, ci sono ancora molti misteri e opacità. Questo libro li affronta seguendo il filo rosso delle vite di Giuseppe e Filippo Graviano, capimafia del clan palermitano di Brancaccio. Pupilli di Salvatore Riina, Filippo è stato il regista di complesse operazioni finanziarie, Giuseppe uno spietato killer che ha vissuto la stagione delle bombe assieme a Matteo Messina Denaro. Ne viene fuori un racconto incalzante che ci porta nella Sicilia più sconosciuta, quella delle complicità con pezzi delle istituzioni e della politica. Attraverso testimonianze e documenti inediti entriamo nei segreti che legano il passato e il presente di Cosa nostra e ripercorriamo le tappe della carriera criminale della famiglia, dagli anni Settanta agli anni Novanta, mostrando come Giuseppe e Filippo hanno esercitato un forte potere anche dopo il loro arresto, nel 1994. Salvo Palazzolo ci restituisce in un vivido affresco una lunga storia criminale, ci ricorda quanto ancora non sappiamo su Cosa nostra, ma ci regala anche il racconto delle vicende dei tanti uomini coraggiosi che hanno provato a fermarli.

 

“Sono morti tanti anni fa. Giù a Palermo.
Lo sapevano che li avrebbero fermati, prima o poi. Facevano paura al potere. Italiani troppo diversi e troppo soli per avere un’altra sorte”.
“𝑼𝒐𝒎𝒊𝒏𝒊 𝒔𝒐𝒍𝒊. Pio La Torre e Carlo Alberto dalla Chiesa, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino” 𝐝𝐢 𝐀𝐭𝐭𝐢𝐥𝐢𝐨 𝐁𝐨𝐥𝐳𝐨𝐧𝐢 sarà in libreria e su tutte le piattaforme digitali il 21 aprile in una nuova edizione per Zolfo Editore.
 

 
 
 
 
Dal 26 aprile in libreria. Da Giuseppe Graviano a Matteo Messina Denaro. Uomini e donne delle bombe di mafia.
I documenti inediti, i segreti, i misteri.
A trent’anni dalle stragi eccovi la storia mai raccontata dei boss che hanno insanguinato l’Italia.
 
 

Questa è la storia di un uomo che resiste, che prova a fare la differenza, che non voleva essere un martire né un eroe.

Prima ti infangano, poi ti isolano, poi ti ammazzano.

Un’esplosione squarcia la quiete della campagna corleonese. Il giovanissimo Totò Riina assiste allo sterminio dei suoi familiari intenti a disinnescare una bomba degli Alleati per ricavarne esplosivo. È un boato che distrugge e che genera. La piaga che molti, con timidi bisbigli, chiamano mafia, ma che d’ora in poi si rivelerà a tutti come Cosa nostra, s’incarna da qui in avanti nella sua forma più diabolica. Ma con potenza uguale e contraria, per fronteggiare l’onda di quella deflagrazione scaturisce anche il suo antidoto più puro. È il coraggio, quello che sorregge l’ingegno e l’intraprendenza, che sopperisce ai mezzi spesso insufficienti: il coraggio che scorre in Giovanni Falcone, negli uomini e nelle donne che insieme a lui sono pronti a lanciarsi in una battaglia furiosa dove la vita vale il prezzo di una pallottola.

 

Un Paolo Borsellino autentico, vibrante, vivo più che mai viene magistralmente raccontato da Ezio Gavazzeni in La furia degli uomini romanzo che getta una nuova luce sulle stragi siciliane del 1992 e in particolar modo quella di via D’Amelio dove il magistrato e buona parte della sua scorta persero la vita.

 

Ci sono l’amore e l’intesa. L’impegno e il sacrificio in un Paese in tempo di guerra. Ci sono gli amici e i nemici, le battaglie e i processi, la vita quotidiana e una parte importante della nostra storia, interrotta improvvisamente quel tragico giorno di maggio del 1992, oscurato dalla strage di Capaci. Al centro della scena è una donna, Francesca Morvillo, insieme all’uomo cui ha scelto di stare accanto fino all’ultimo, consapevole del pericolo: Giovanni Falcone. Le loro vite si intrecciano nella stagione più difficile del conflitto tra lo Stato e Cosa Nostra. Francesca è figlia, sorella, moglie di giudici e magistrato a sua volta. Giovanni lancia la sfida più ambiziosa alla mafia insieme ai giudici del Pool. Felice Cavallaro ne rievoca in queste pagine i caratteri e la complicità, la forza e le debolezze. E ripercorre come in un romanzo le tappe della loro vita, dall’adolescenza al primo matrimonio di lei, dal loro incontro agli anni più felici, dal comune impegno civile alla diffidenza dei colleghi, dall’esilio forzato all’Asinara con il giudice Paolo Borsellino e sua moglie Agnese all’attentato scongiurato nella villa dell’Addaura. Fino agli intrighi più odiosi. Sullo sfondo uno Stato assente, distratto, forse anche colluso. Poi le polemiche per il trasferimento di Falcone a Roma e quel rientro a Palermo per una vacanza che non faranno mai. Dopo l’esplosione a Capaci Francesca sembra ancora in vita. I suoi occhi si aprono per l’ultimo istante. Il tempo di sussurrare poche parole: «Dov’è Giovanni?».

 


Trent’anni dopo capaci, uno straordinario faccia a faccia con Giovanni Falcone. Il racconto esclusivo di una grande amicizia e di una lunga collaborazione nella lotta contro la mafia. 
Com’era collaborare con Giovanni Falcone? Quali erano le sue riflessioni più private? Come si svolgeva il suo lavoro investigativo? In un crescendo appassionato e pieno di dettagli inediti, Pino Arlacchi racconta per la prima volta la storia della sua amicizia con Falcone dal 1980 fino a Capaci, gli incontri privati nella casa del giudice in via Notarbartolo a Palermo, l’eccezionale impresa conoscitiva e giudiziaria che porterà al maxiprocesso, i viaggi comuni negli Usa per decifrare con gli inquirenti americani le trafile del grande traffico di eroina tra la Sicilia e gli Stati Uniti, la scoperta del riciclaggio nei paradisi fiscali, i retroscena dell’incontro con Tommaso Buscetta e quelli dell’arrivo di Falcone a Roma, al ministero di Grazia e Giustizia, e del mancato pentimento di Tano Badalamenti. Il tutto all’ombra della grande sfida con Giulio Andreotti e la mafia di Stato. Sono tante le storie mai raccontate prima, che restituiscono con nettezza il profilo di un professionista e di un lavoratore instancabile, ben diverso da quello dell’eroe solitario e votato alla sconfitta depositatosi nella memoria collettiva dopo la sua tragica morte. Falcone non è morto solo e non è morto invano. Queste pagine colpiscono perché mostrano in presa diretta il lavoro sul campo di un grande magistrato, in costante intesa con un ricercatore sociale “che fabbrica cartucce che gli consentono di sparare più lontano”. Un amico fraterno che lo aiuta a valorizzare la sua intelligenza, la sua determinazione, il suo ineguagliabile senso della giustizia. Sullo sfondo c’è l’Italia degli ultimi tre decenni del secolo scorso, tratteggiata con maestria dall’autore: la strategia della tensione, la Guerra fredda e l’alleanza asimmetrica con gli Stati Uniti. Una parte importante è dedicata al racconto dell’influenza degli apparati d’intelligence americani nelle storie italiane, compresa la grande stagione della lotta alla mafia. Questo libro riempie un vuoto e rappresenta un contributo essenziale per conoscere le opere e i giorni di Giovanni Falcone.

 

 

“Papere contro la mafia: una storia di Giovanni Falcone”, raccontato ai più piccoli da Antonio Ferrara. In occasione del trentennale della strage di Capaci, il volume sarà presentato in anteprima al Salone del Libro di Torino il 21 maggio.

 

Un graphic novel dedicato a un simbolo assoluto dell’antimafia: Paolo Borsellino. Nel libro Fabio Lo Bono racconta gli ultimi cinquantasette giorni di vita del magistrato, dell’uomo, del marito e del padre Paolo Borsellino. “Un uomo solo, lasciato al suo triste destino contro nemici invisibili e in lotta contro un tempo troppo breve per completare un percorso tracciato di ricerca, verità e giustizia – scrive l’autore – un magistrato che assieme all’amico Giovanni Falcone aveva preso coscienza della forza dirompente che Cosa Nostra esercitava sulla Sicilia e sulla Nazione intera.

 

Paolo Borsellino è uno dei simboli della lotta alla mafia e dell’impegno civile, un esempio di vita che cancella le forme d’indifferenza e di prevaricazione ancora oggi imperanti. Eppure, per la sua dedizione assoluta al lavoro, e per il suo carattere schivo, furono rarissimi i suoi interventi scritti, nonostante l’intensa attività oratoria, e la personalità complessa e umanissima. In questo volume sono presentati gli scritti privati e gli appunti di Borsellino, dimenticati per troppo tempo e invece fondamentali per comprenderne il pensiero. Una raccolta di riflessioni originali, redatte con energia e fiducia, sulle problematiche civili affrontate da Borsellino durante la carriera, contesti ancora oggi di urgente attualità: la sicurezza personale dei cittadini, la rete del traffico di droghe, le implicazioni tra mafia e lavoro, e tra mafia e cultura popolare. Ma anche scritti più personali – come la durissima commemorazione dell’amico Giovanni Falcone – che ci restituiscono finalmente tutta la forza, la sensibilità e il coraggio di un grande magistrato.

 

Siamo tra la fine degli anni ’80 e gli inizi degli anni ’90 ad Alcamo, cittadina della provincia di Trapani, di circa 50.000 abitanti. Alcamo vede l’inizio di una sanguinosa guerra tra due fazioni mafiose: una capeggiata dal famigerato boss Vincenzo Milazzo, strettamente legato al più “blasonato” Totò Riina, l’altra, facente capo al Clan dei Greco, legata a una sorta di mafia “pastorizia” detta Stidda. E’una guerra che non mi appartiene, sono consapevole dei rischi e pericoli annessi, non sono né un ingenuo né uno sprovveduto, ho appena finito di scontare 5 anni di “Università del crimine”, Casa di Reclusione di Spoleto (PG), dove ero considerato una sorta di avvocato intramurario (mafiosi, camorristi, ndranghetisti, terroristi, etc. etc. si rivolgevano a me per consigli giuridici e per come” pilotare” i rispettivi avvocati).

 

È tutto vero. È tutto rimasto finora nell’ombra. 1992: la mafia attacca il cuore dello Stato. 2022: trent’anni dopo, una ricostruzione inedita su quelle terribili stragi. Perché quella che fu una vera e propria guerra allo Stato è stata ideata con il contributo di una mafia segreta e intoccabile. Non solo: la strategia stragista di Cosa nostra servì al giovane boss Matteo Messina Denaro per attuare un ricambio generazionale e prendere il comando dell’organizzazione, facendo compiere un salto di qualità alla mafia e trasformandola in maniera profonda, con conseguenze che riusciamo a capire solo oggi. Non è la biografia di Riina o Messina Denaro, né un libro di storia, non si parla di depistaggi, di trattative. Questo libro individua un preciso periodo, i primi anni Novanta, un preciso luogo, la Sicilia occidentale, e lì scava in profondità per raccontare ? per la prima volta ? il punto cieco in cui nasce una delle pagine più nere di un passato sempre presente.

Un racconto degli ultimi 50 anni di storia italiana. Il viaggio a ritroso che i lettori sono invitati a percorrere è reso possibile dalle parole di Luciano Traina, fratello di Claudio Traina, uomo della scorta di Paolo Borsellino rimasto vittima della strage di via D’Amelio nel 1992. Dai ricordi di una vita vissuta al servizio della lotta contro lo strapotere mafioso, uniti a parentesi storiche ben dettagliate dall’autore Domenico Rizzo e a testimonianze di chi ha conosciuto Luciano e la sua famiglia, emerge un uomo sensibile e forte al tempo stesso, capace di prendere il meglio da un tragico evento che gli ha sconvolto la vita e di farne il suo baluardo nella lotta contro la violenza e l’illegalità mafiosa. Prefazione di Salvo Palazzolo.

 

“Ci sono storie che non finiscono, ci sono storie che non possono finire perché troppo importante è il percorso, e fondamentale è lo scopo. Il mio amico Giovanni racconta una storia che non può finire perché è prima di tutto la storia di una amicizia. Ma è anche la storia di un rapporto professionale fatto di condivisione: tempo e spazi, studio intenso, paure grandissime, gioie immense, piccoli passi avanti e cocenti frustrazioni. Il libro che avete tra le mani è assai prezioso perché è la storia di un rapporto di amicizia e professionale insieme, ed è una storia che ci riguarda. Ciò che questo libro racconta ha un inizio ma non finisce con la morte di Giovanni Falcone perché, a trent’anni dalla strage di Capaci, lo sguardo di Pietro Grasso è rivolto al futuro, un futuro che si apre a tutto ciò che non è ancora stato fatto e che potrebbe realizzarsi.” Dalla Prefazione di Roberto Saviano Nel trentennale della strage di Capaci, Pietro Grasso racconta ai ragazzi Giovanni Falcone, la loro amicizia e le tante battaglie vissute accanto al giudice simbolo della lotta alla mafia.

 

La caccia al latitante più ricercato d’Italia. Matteo Messina Denaro, ricercato dal 1993, ultimo dei boss protagonisti della stagione stragista di Cosa Nostra ancora a piede libero, è fra i latitanti più pericolosi al mondo. «Figlioccio» di Totò Riina e indiscusso leader della mafia trapanese, Messina Denaro pare un fantasma inafferrabile: in questi trent’anni, innumerevoli sono state le piste seguite, colossale lo sforzo profuso dallo Stato, mentre gli annunci di una cattura imminente continuano a susseguirsi. Speranze sempre frustrate. In questo libro, Marco Bova percorre nei dettagli ogni tentativo, ogni strada sbagliata, ogni inciampo. E impietosamente mette inevidenza gli errori, le dispute e le gelosie interne, le interferenze, a cronica mancanza di coordinamento e soprattutto i tentativi di affossare chi lavorava con impegno perla cattura. Dall’altra parte emerge una mafia in evoluzione, anzi già trasformatasi in una Cosa Nuova: i legami con la massoneria e con i «salotti buoni», le infiltrazioni nel mondo dell’alta finanza, gli interessi internazionali. Matteo Messina Denaro, erede della mafia rozza e brutale dei corleonesi, è il simbolo di questa mutazione. Che lo Stato non riesce ea volte non vuole comprendere. Che lo Stato non sa o non vuole arrestare.

 

Che la mafia sia un fenomeno sociale e culturale prima ancora che criminale è evidente fin dall’uso grammaticale del temine: si parla di “mafia”, come nome comune, per indicare una mentalità, un atteggiamento, un modo di relazionarsi agli altri; e poi ci sono le mafie con i loro diversi nomi propri: Cosa nostra, ‘Ndrangheta, Sacra corona unita, Società foggiana e così via. Nel linguaggio corrente i due piani spesso si intersecano, col rischio, però, di generare una confusione concettuale di cui le stesse organizzazioni mafiose si sono sempre avvantaggiate. “La mafia non esiste” è stato il refrain durato per decenni, proprio perché era difficile trovare un nesso diretto e giudiziariamente rilevante tra un comportamento diffuso e specifiche azioni delittuose. Nel definire con precisione la natura del fenomeno e l’organizzazione, la struttura gerarchica, i rituali e le “specializzazioni” delle diverse organizzazioni mafiose, questo libro, frutto da una parte della lunga esperienza investigativa e dall’altra di quella di insegnamento dell’autore, svolge un compito chiarificatore e didattico allo stesso tempo. Perché proprio oggi che la mafia non viene più percepita come un’emergenza nazionale – agire lontana dai riflettori, del resto, è proprio la sua modalità di (non) comunicazione – conoscerla e capirne i segreti diventa un’urgenza morale.

 

Gerlando Alberti, vecchio boss di Palermo, a un poliziotto che gli chiede cosa sia la mafia, risponde ridendo: “Che cos’è? Una marca di formaggio?” Totò Riina, uno dei mandanti delle terribili stragi di Palermo, alla domanda di un magistrato, finge di non conoscerla: “Questa mafia di cui tutti parlano io l’ho letta solo sui giornali”. Anche Mommo Piromalli, importante boss della ‘ndrangheta, risponde con sarcasmo: “Che cosa è la mafia? E qualcosa che si mangia? E qualcosa che si beve? Io non conosco la mafia, non l’ho mai vista”. Nonostante quello che dicono i boss mafiosi, noi sappiamo che la mafia esiste sul serio. E sicuramente non è una marca di formaggio. Antonio Nicaso, forte anche della sua decennale esperienza giornalistica, ha messo insieme tutte le principali informazioni sulla mafia e sulle mafie, in Italia e nel mondo. In questo libro si parla di ingiustizie, ma anche di giustizia, impegno e legalità. Dopo averlo letto, anche voi vorrete fare la vostra parte. Età di lettura: da 12 anni.

 

La corruzione, l’infiltrazione criminale, i legami con i poteri forti – occulti e non – sono oggi parte di una strategia di reciproca legittimazione messa in opera da decenni da tutte le mafie e in particolare dalla ‘ndrangheta. Lo scambio di favori fra criminalità e certa parte della politica è continuo e costante, il ricatto reciproco un peso enorme sulla cosa pubblica, con ripercussioni su tutti i settori, dalle opere pubbliche alla sanità, dal gioco di Stato allo sport. Il vero problema è che né i ricorrenti disastri ambientali, né il consumo dissennato del territorio, né il degrado di opere e servizi sembrano più scalfire l’opinione pubblica. In Italia c’è un’assuefazione che sconcerta. Quello che è di tutti non appartiene a nessuno. Che importa se la corruzione avvelena l’economia, provocando gravi disuguaglianze sociali o se la mafia ammorba l’esistenza di tanta gente? E perché nessun governo ha mai inserito fra i propri obiettivi primari la lotta alla corruzione e alla criminalità economica? Questo di Nicola Gratteri e Antonio Nicaso è un libro che racconta una verità amara.

 

Angelo Siino, «pentito» eccellente e collaboratore di giustizia, dopo aver svelato nelle aule dei tribunali i volti e i meccanismi del potere mafioso, racconta qui la sua vita attraverso la penna del suo storico avvocato, Alfredo Galasso. L’uomo conosciuto come il ministro dei Lavori Pubblici di Cosa Nostra, colui che per anni ha gestito da parte mafiosa l’affidamento di molti appalti, ci racconta in prima persona delle sue frequentazioni con i boss Provenzano, Riina, Brusca, Bontate, Ciancimino, e di come questi abbiano arbitrariamente gestito – o manipolato – tutti i gangli del potere alla loro portata. Ma il quadro offerto da Siino si allarga poi a comprendere i lati oscuri della trattativa Stato-mafia e l’espansione degli interessi di Cosa Nostra nel Nord Italia, o quella che è stata piuttosto la discesa degli affaristi settentrionali nei meandri delle dinamiche mafiose. Dietro alla storia di un’organizzazione criminale ci sono storie di uomini che scelgono di farne parte: Siino ci guida anche nella quotidianità di Cosa Nostra, tra grandi manciate all’aperto e lunghi viaggi in macchina per portare a termine missioni segrete, fino a quei fortuiti incontri di paese che con poche parole paiono orchestrare i destini una nazione. La testimonianza di Siino ci mostra dunque tanto il lato straordinario quanto quello per così dire ordinario del potere mafioso, rivelandocene forse l’aspetto più spaventoso: la normalità percepita di un male che affligge sempre più tutta l’Italia.

 

La storia di Giusy Vitale è una storia vera. La storia di una donna che mette tutto il suo coraggio per uscire dal mondo violento e spietato di una famiglia che appartiene alla mafia siciliana, per diventare una collaboratrice di giustizia. Giuseppina è l’ultima nata di una famiglia numerosa di contadini siciliani: prima di lei ci sono tre fratelli e una sorella. La vita della famiglia Vitale prosegue come quella di tante altre fin quando i fratelli maggiori cominciano ad avere piccoli guai con la giustizia; e , nel giro di qualche anno i Vitale iniziano a frequentare stabilmente le carceri italiane e diventano il braccio armato dei Corleonesi, il clan capeggiato da Totò Riina. Il salto di livello della loro affiliazione ha effetti immediati nella vita della famiglia: in casa si respira una violenza.

 

Descrizioni, esclamazioni, dichiarazioni di intenti. Minacce, insulti, promesse. Appellativi, ordini, maledizioni. Attilio Bolzoni entra nel gergo della mafia, rivelando cosa significano davvero per Cosa Nostra parole come omertà, denaro, dignità, famiglia, affari, religiosità, amicizia. Le regole e i “valori” degli uomini d’onore, patti, ricatti e tradimenti, ascoltati dalla parlata di chi li ha dettati, imposti, vissuti. Un libro in cui ogni pagina di appunti è il volto di un mafioso. O lo specchio del suo modo di vivere. Di un suo “ragionamento”. Ogni voce è una lente di ingrandimento con cui si osserva una scena, si segue una vicenda, si comprende un mondo. E dove le parole della mafia, rimaste impigliate tra gli appunti di un cronista, si intrecciano agli sguardi, ai gesti di protagonisti e comparse per comporre un grande e rigoroso romanzo che da voce a mezzo secolo di sto

 

 

Un viaggio dentro il mondo di Cosa Nostra, grazie alle confessioni di Tommaso Buscetta. La vita drammatica di Tommaso Buscetta, il primo grande pentito mafioso, che ha rivelato a Falcone i misteri e le vicende di Cosa nostra nella ricostruzione di Pino Arlacchi, profondo conoscitore dei fenomeni internazionali mafiosi e criminali. Una testimonianza di straordinaria intensità, un documento umano e politico unico. Una lunga vita fatta di illegalità, fughe, odio e pentimenti. Le incredibili vicende raccontate in prima persona da Tommaso Buscetta (Palermo 1928 – New York 2000) ci portano nel cuore di Cosa nostra e del fenomeno mafioso, e ci aiutano a capire un mondo che continua a suscitare enorme interesse e a sollecitare la fantasia creativa di scrittori e registi non solo italiani. Da Palermo all’America Latina, il contrabbando, le continue fughe in Messico, Svizzera, Canada, Stati Uniti (grazie anche a operazioni di chirurgia plastica), fino all’arresto, il carcere e la svolta che lo portò a diventare il primo grande pentito di mafia. Una cavalcata straordinaria di fatti e personaggi che incrocia vicende personali (il tentato suicidio, la morte di ben undici suoi parenti nella guerra tra mafiosi), grande criminalità e affari di Stato come gli omicidi di Moro e Dalla Chiesa, e il ruolo di personaggi politici di primo piano, innanzitutto Andreotti

 

Una strutturata presentazione del problema mafioso, partendo dalla sua evoluzione nel tempo, descrivendo il lungo e articolato percorso attraverso il quale si è concretizzata l’azione di contrasto alla criminalità organizzata cristallizzandosi in due nomi: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. I due giudici vengono quindi mostrati come indelebile esempio morale e civico, venendo analizzati anche dal punto di vista umano e attraverso i loro interventi pubblici. Nel testo sono riportati anche gli ultimi aggiornamenti sulle indagini e sui processi riguardanti le stragi di Capaci e di via D’Amelio. Da fenomeno proprio della periferia, la mafia oggi coinvolge l’intero sistema politico italiano per dominarlo: le uccisioni di giudici, politici e alti funzionari vanno interpretate come lotta tra gruppi di potere che si annidano nelle stesse istituzioni dello Stato e che combattono per detenerne il controllo. La questione mafiosa dev’essere riconosciuta come una minaccia globale e lo Stato deve sconfiggere questo morbo con i fatti, giorno dopo giorno. Non è vero che la mafia non conosce la paura. La mafia teme chi non la teme. Prefazione di Salvo Palazzolo.

Racconto autobiografico e insieme pamphlet politico, “La linea della palma” è anche un j’accuse sul mondo a cavallo tra vecchio e nuovo Millennio; una lunga conversazione in cui Camilleri, sollecitato dal giornalista Saverio Lodato, mette a nudo la sua esperienza di scrittore e di uomo di spettacolo, ma anche di uomo impegnato politicamente. Sono pagine di grande intensità, a volte pungenti sino all’invettiva, dense di ricordi sull’universo familiare, sugli anni del fascismo e della guerra, sulla mafia di ieri e di oggi, e su quella mentalità subdola e strisciante che – proprio come le vegetazioni tropicali delle palme di cui parla un altro illustre siciliano, Leonardo Sciascia – dalla Sicilia penetra in tutta Italia e in Europa.

 

Malgrado il perseguimento della repressione antimafiosa – che ha portato all’arresto di molti capomafia come, soltanto nel 2006, Bernardo Provenzano che dal 1993 aveva preso il posto di Salvatore Riina – non si può dire affatto che la situazione sia cambiata in senso positivo. Inoltre, basta ricordare che, a livello parlamentare, soltanto uno dei partiti della sinistra si è opposto, peraltro senza fortuna, all’inclusione nella nuova Commissione parlamentare antimafia di due deputati (gli onorevoli Vito e Pomicino) condannati in maniera definitiva per delitti contro la pubblica amministrazione. Non c’è insomma a oggi, pur dopo la vittoria elettorale del centrosinistra, una sensibilità comune che ponga la legalità, e quindi la lotta alla mafia, al primo posto. Di qui la sensazione, diffusa nella pubblica opinione democratica, che la lotta alla mafia sia rimasta ancora in una condizione di stallo e di vera e propria impotenza. Eppure attraversiamo, senza dubbio alcuno, un momento decisivo per il futuro del nostro paese. (Nicola Tranfaglia).

L’emergenza della pandemia Covid-19 ha portato le mafie a giocare un ruolo ancora più visibile nelle nostre vite quotidiane. In questo testo si presenta la prima relazione su mafie e Covid-19 approvata all’unanimità dalla Commissione antimafia, a giugno del 2021. Questo documento, frutto di analisi, confronti e audizioni, rappresenta il primo posizionamento ufficiale della politica nazionale sul tema. In questo volume si ripercorre la storia dell’antimafia e il panorama normativo che la definisce. Si pone l’attenzione sulla centralità della lotta alle disuguaglianze come condizione essenziale per combattere e vincere le mafie e come nuova sfida per il movimento antimafia. L’autore presenta ed esplora il concetto di antimafia di prossimità per individuare strategie per intervenire in maniera sempre più capillare e partecipata nella lotta alla mafia e suggerisce una serie di azioni quotidiane a cui tutti dovremmo prestare attenzione.

 

Ogni anno il 21 marzo sul palco di molte piazze italiane vengono scanditi i nomi delle 1055 vittime delle mafie. La graphic novel “Più forti della mafia” prende spunto dalla manifestazione di Libera per focalizzare l’attenzione sulle storie di alcune di esse.
Tutto ruota attorno a Salvatore Raiti, carabiniere ucciso a Palermo insieme con altri due colleghi e l’autista della Mercedes con cui stavano trasportando un boss catanese. Quella che è passata alla storia come la strage della circonvallazione è una delle tante storie raccontate e disegnate nel libro.
Falcone, Borsellino, Rita Atria, Emanuela Loi, i piccoli Cocò Campolongo, Giuseppe Di Matteo, Nicholas Green dialogano fra di loro per raccontare le loro storie evri adire che il loro esempio sia da monito nel mondo dei vivi perché s’imponga la cultura legalità e si sconfigga la criminalità in tutte le sue manifestazioni.
“Essere contro la mafia è un fatto di coscienza e non di carta d’identità” dice don Luigi Ciotti tra i personag

Dopo la morte dell’amico e collega Giovanni Falcone, il coraggio è ciò che spinge, nonostante la paura, il giudice Paolo Borsellino a compiere fino in fondo il proprio dovere. Di magistrato e di uomo, perché pubblico e privato si contaminano sempre nella sua vita: i pensieri del giudice si rispecchiano in quelli dell’uomo e viceversa. L’autore decide così di raccontare la vita del magistrato Borsellino attraverso la descrizione dell’uomo Paolo, un uomo tutto d’un pezzo, un uomo che non accetta compromessi, un uomo dal forte rigore morale, un uomo semplice diventato eroe, il cui lavoro però non è ancora finito. Il percorso iniziato da Paolo e Giovanni è tuttora lontano dal raggiungere il traguardo, ma – come ricorda l’autore – con il loro esempio ci hanno fornito gli strumenti etici e una mappa morale per proseguirlo nel loro nome. È un cammino difficile ma, come ogni cosa complessa, è formato da tante cose semplici, servono tanti piccoli passi nella giusta direzione, e questo saggio non è altro che uno di essi.

 

I miei maffiosi: “In questi ventiquattro articoli, cronache, riflessioni sulla mafia, scritti su vari giornali dal 1970 al 1986, La Cava (…) coglie il passaggio da un’antica, presunta “buona mafia” (che in realtà aveva un volto cruento) del mondo rurale, agropastorale in dissoluzione alla mafia che si afferma con i sequestri di persona, con le rapine violente. (…) Nella narrazione entrano le voci della gente, dell’amico, della barista, delle persone che incontra, degli stessi mafiosi che inevitabilmente incrocia: la sua è un’etnografia dall’interno; il suo è un ascolto silenzioso e proficuo di chi è rimasto e conosce il linguaggio e i codici delle persone. (…) Con durezza e melanconia, con lucidità e rigore, con profondità di analisi, La Cava afferma un modo di raccontare la realtà che forse andrebbe riscoperta in un periodo in cui la mafia viene banalizzata, altre volte enfatizzata, a volte “compresa”, talora quasi giustificata o ridotta a colore, altre volte ridotta a luogo comune o peggio negata.” (Vito Teti)

 

 

Letizia Battaglia, la fotogiornalista italiana piú famosa e premiata al mondo, racconta per la prima volta e in prima persona senza censure la sua vita. È la biografia di una donna che ha trovato il coraggio di combattere per conquistare se stessa. La fotografia è la scintilla che fa brillare la stella nel suo cielo, dentro la camera scorre la pellicola di libertà con cui rivoluzionerà il significato delle immagini nel racconto di cronaca e, soprattutto, la sua vita. Un libro profondo, sincero e appassionante, in cui la sua storia, di donna e fotoreporter, s’interseca con la Storia di Palermo, insanguinata dalla guerra di mafia. Sabrina Pisu, coautrice del volume, ricostruisce e analizza gli scenari socio politici e gli esiti giudiziari di quella stagione in cui Letizia Battaglia ha avuto un ruolo di primo piano, come grande e coraggiosa testimone, impegnata per costruire una società piú giusta.

 

 

Roma, domenica 23 gennaio 1994. Una giornata festiva come tante. Il campionato di calcio di Serie A ha in programma il match Roma-Udinese. Quasi 44 mila tifosi affollano l’Olimpico mentre un gruppo di carabinieri presidia gli ingressi dello stadio. Nessuno sa che, in viale dei Gladiatori, antistante l’entrata dell’impianto sportivo, è stata parcheggiata una Lancia Thema imbottita di esplosivo e tondini di ferro che il boss di Cosa nostra, Gaspare Spatuzza è pronto a far saltare in aria: potrebbe essere la più sanguinosa strage di mafia di tutti i tempi. Ad evitare l’ecatombe sarà il malfunzionamento del telecomando che dovrebbe innescare l’ordigno? O qualcos’altro? Antonio Padellaro, presente quel giorno alla partita, ripercorre quelle ore straordinarie (siamo alla vigilia della discesa in campo di Silvio Berlusconi). Che avrebbero potuto cambiare la storia del nostro Paese.

 

Le stragi del 1992 hanno lasciato un segno indelebile nella memoria di tutti gli italiani. Trent’anni fa Giovanni Tizian era un ragazzo di dieci anni, già orfano del padre ucciso dalla ?ndrangheta. In questo memoir appassionato ripercorre il ricordo drammatico della scia di sangue che ha unito in un filo comune la sua famiglia a quelle delle tante altre vittime e traccia un amaro bilancio: sono trascorsi trent’anni ma quel 1992 che doveva trasformare l’Italia ha lasciato ogni cosa immutata. Quel dolore collettivo non ci ha cambiati, ha solo prodotto una breve indignazione. Per il resto tutto è rimasto come prima: la cultura mafiosa, la prepotenza, l’umiliazione degli ultimi, dei più deboli, di chi è sotto ricatto. I tratti tipici della mafiosità li ritroviamo purtroppo ancora in ampi strati della società. In queste pagine, trent’anni della nostra storia letti prima con gli occhi di un bambino già ferito nel suo diritto all’ingenuità per la violenza che gli si dispiega intorno; poi con gli occhi del ragazzo che cerca con la sua famiglia un nuovo inizio nella ‘normale’ Emilia; infine con gli occhi del giornalista che da anni si occupa delle trame torbide del potere. Perché anche quando sembra impossibile ottenere giustizia e verità, può e deve rimanere il desiderio di lottare.

 

 

Qui non vi è stata alcuna rivoluzione dei lenzuoli. Qui si continua a dire che non vi è “alcuna infiltrazione mafiosa”. Tutti dicono “qui” e non “da noi” e forse anche questo vuol dire qualcosa. La mafia rende tutto cenere. Se soffi sulla cenere non c’è nulla in essa che opponga resistenza per non volarsene via. Rendere cenere ogni cosa è la sua forza. Dove vi è cenere non vi è più nulla. Non c’è Stato. Non c’è sviluppo. Immutabile. Così com’è.

 

C’era un tempo in cui la mafia garganica non esisteva. Bisognava vincere la credenza che fosse una magia, popolata dal potente di turno che impone il suo comando, la sua forza e la sua violenza. Non esisteva perché tutti la negavano. Anche i Magistrati che se ne occupavano. Una faida come le altre. La mafia garganica, però, esisteva, eccome. Ammazzava ed ammazza.

 

 

L’agenda rossa di Paolo BorsellinoProfondo neroL’agenda nera della Seconda repubblicaDepiStato: quattro libri fondamentali per la prima volta riproposti in un unico volume. L’inchiesta completa sullo stragismo italiano con radici siciliane e il suo carico di complicità istituzionali. Un groviglio criminale che è una componente strutturale della storia della Repubblica, fin dagli anni successivi alla Seconda guerra mondiale. Una storia nera da troppi bollata come fantasia di complottisti, che in queste pagine può essere finalmente ripercorsa dal principio, restituendo alla parola complotto l’accezione originaria di intrigo e macchinazione criminale. C’è una storia ufficiale e c’è una storia sotterranea che l’attraversa, salendo raramente in superficie, più spesso viaggiando sottotraccia, sempre avvolta da un alone di mistero. È fatta così la storia d’Italia almeno dal Secondo dopoguerra, passando per le stragi del 1992-93 che segnarono la fine della Prima repubblica travolta da un bagno di sangue e arrivando fino a oggi. Nel mezzo, processi, depistaggi, ricatti, complicità istituzionali e il silenzio molto spesso complice di un’informazione che ha preferito che le vittime, e in particolar modo Falcone e Borsellino, diventassero eroi buoni solo a fare i protagonisti di fiction televisive, lasciando che la cronaca si trasformasse in tragedia ma senza occuparsi delle ragioni che l’hanno determinata, dribblando i dubbi e ignorando i punti oscuri, disinteressandosi della verità storica e strumentalizzando talvolta quella giudiziaria, come sta avvenendo in merito al processo sulla trattativa Stato-mafia, di cui si racconta in queste pagine. Questo libro nero ripercorre oltre settant’anni di massacri ed è il risultato di più di vent’anni di lavoro investigativo su mafia e potere. Un viaggio nell’indicibile della storia criminale italiana che demistifica una volta per tutte la narrazione di una mafia tutta coppole storte, lupara e pizzini sgrammaticati, sconfitta dallo Stato e dalla forza della legge. Il numero, le dimensioni e il livello delle protezioni politiche e delle coperture giudiziarie e investigative che hanno segnato gli anni delle stragi e quelli della lotta alla mafia rappresentano una componente strutturale della storia italiana che non può essere ignorata. Queste pagine lo documentano con chiarezza, attraverso un racconto dei fatti narrativamente incalzante e giornalisticamente sempre puntuale. Il volume è arricchito dai testi di Marco Travaglio, che ha firmato l’introduzione a L’agenda rossa di Paolo Borsellino, e di Salvatore Borsellino, fratello del magistrato ucciso in via D’Amelio, autore del contributo posto in appendice a DepiStato.

 

 
 
L’inchino della statua di un santo davanti alla casa di un mafioso è un fenomeno pregno di valenza simbolica. Davide Fadda ne indaga presupposti ideologici e contesti socio-religiosi anche mediante interviste a esponenti del clero cattolico (mons. Gaetano Currà, don Francesco Michele Stabile), a magistrati (Giancarlo Caselli) e a studiosi dell’intrigato rapporto fra chiese cristiane e organizzazioni mafiose (Salvatore Lupo, Augusto Cavadi). L’autore mette a fuoco due casi di studio in particolare: la processione della Madonna delle Grazie di Oppido Mamertina e la processione della Madonna del Rosario di San Paolo Bel Sito.

 

Pio La Torre è stato l’unico parlamentare della Repubblica ucciso dalla mafia mentre era ancora in carica. A trentacinque anni dalla sua morte, avvenuta il 30 aprile 1982, i suoi due figli, Franco e Filippo, raccontano l’eccezionale normalità di un eroe che non ha mai voluto diventare un eroe, l’umanità di un uomo e di un padre ancora scomodo, che interroga ciascuno di noi, chiedendoci fino a dove siamo disposti a metterci in gioco per vivere davvero le nostre battaglie. «Il motivo per cui nostro padre poté fare quello che fece sta proprio in questa identificazione totale e piena con le sue battaglie. Oggi come allora queste parole possono sembrare retoriche eppure non lo sono. Pochi hanno avuto e hanno la credibilità per pronunciarle, pochi possono davvero dire “Io

 

C’è stato un tempo in cui, nella Sicilia lacerata da una furiosa guerra di mafia, si fecero largo gruppi di picciotti senza regole e senza padroni, che si misero in testa di arricchirsi con le rapine e con le estorsioni. Presto vennero coinvolti nelle faide tra vecchi e nuovi boss di Cosa nostra e si trasformarono in killer spietati. Li chiamavano stiddari. Tra la fine degli anni Ottanta e gli inizi dei Novanta seminarono il terrore nelle province di Agrigento, Caltanissetta, Enna, Ragusa e Trapani. Boss “posati”, allontanati dalle “famiglie”, li usarono come manovalanza per sistemare i propri conti interni. Ma chi erano davvero i picciotti della Stidda? E perché uccidevano così crudelmente? Di loro si sapeva poco e niente, fino a quando non ammazzarono il giudice Rosario Livatino. Quel delitto segnò l’inizio della fine. Tre processi hanno sentenziato chi sono i colpevoli. Eppure dietro quell’omicidio eclatante si dipanano misteri ancora irrisolti.

 

Nostro Onore. Una donna magistrato contro la mafia: Marzia Sabellastudiava per diventare notaio, senza però “immaginare che avrebbero sventrato autostrade e quartieri, senza prevedere – racconta – che il suo treno sarebbe stato colpito dallo stesso esplosivo per deragliare su un altro binario”. Non era un tempo qualunque. Era il 1993, quando, dopo le stragi, lo Stato reagiva alla mafia. Ed era impossibile sottrarsi alla chiamata: magistrato, dunque. Alla procura di Palermo. Cosi, i primi processi: gli ‘scecchi morti’, le indagini di routine, quindi la pedofilia. Poi Cosa nostra: dall’arresto di Bernardo Provenzano alle indagini per la ricerca di Matteo Messina Denaro, l’ultimo capo latitante. E, nel frattempo, il cambiamento del sentire comune verso la magistratura e la trasformazione del suo stesso ufficio, fino a non riconoscerlo più come il proprio posto. Con una narrazione vibrante, ma priva di enfasi e che sa cedere all’ironia, “Nostro Onore” ci conduce nella realtà della mafia siciliana e, al contempo, nel quotidiano di chi lotta contro di essa dal “palazzaccio” di piazza Vittorio Emanuele Orlando. Ma, soprattutto, ci restituisce un ritratto antieroico dei magistrati, anche quando vivono eventi straordinari e imparano a ripararsi dalla seduzione degli “abbagli da telecamera sempre accesa”. Perché, l’onore, quello vero, è dato dalla “sacralità del Codice e di chi, di quel Codice, difende le ragioni”

 

“High tech e lupara.” Potrebbe essere il titolo di un’improbabile parodia cinematografica. Invece è la sconcertante ma fedele fotografia che Nicola Gratteri ci dà della ‘ndrangheta. In una veloce e appassionante conversazione con Antonio Nicaso, che sullo stesso argomento ha firmato con lui “Fratelli di sangue”, Gratteri ritorna ad approfondire un fenomeno criminale di portata internazionale che, dopo lunghi e colpevoli ritardi, inizia finalmente a essere percepito nella sua vera dimensione. A rivelare la forza dell’organizzazione criminale calabrese bastano poche cifre: il suo fatturato annuo è di 44 miliardi.

 

 

Oggi la criminalità organizzata non ha più bisogno di sparare, ha acquisito la capacità di muoversi sottotraccia, senza suscitare clamore o allarme, dilagando, apparentemente senza freni. In Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto e Piemonte, così come in Valle d’Aosta, Liguria e Trentino, le mafie raramente sono giunte con le armi in pugno. Si sono piuttosto presentate con il volto rassicurante di figure professionali in grado di offrire servizi e soluzioni a basso costo, a partire dallo smaltimento dei rifiuti fino a una sorta di welfare di prossimità, più efficace rispetto a quello spesso carente dello Stato. «La gente ci descrive come fossimo dei mostri, delle persone senza scrupoli, come se ammazzassimo la gente così a caso. Non è vero. Sappiamo farlo quando serve. Io so essere cattivo, quando serve. Se non serve faccio la persona normale.» Queste parole, pronunciate da un boss calabrese e intercettate dalla Direzione distrettuale antimafia di Milano, sono rappresentative della strategia che da almeno sessant’anni le mafie mettono in campo per infiltrarsi in maniera sempre più capillare nel tessuto socio-economico del nostro Paese. Oggi la criminalità organizzata non ha più bisogno di sparare, ha acquisito la capacità di muoversi sottotraccia, senza suscitare clamore o allarme, dilagando, apparentemente senza freni. In Lombardia, Emilia-Romagna, Veneto e Piemonte, così come in Valle d’Aosta, Liguria e Trentino, le mafie raramente sono giunte con le armi in pugno. Si sono piuttosto prese

 

Una storia vera, vissuta in una frontiera del mondo. Protagonista una famiglia siciliana che nel pieno delle guerre di mafia lotta per liberare la propria terra. Una grande saga, tratteggiata con l’arancione intenso dei mandarini tardivi di Ciaculli, sotto il sole di Sicilia. Agrumi profumatissimi coltivati nella Tenuta Favarella, residuo della mitica Conca d’Oro. Con le armi della legge e della fiducia nella verità e nello Stato, i Tagliavia – eredi di un’illustre tradizione marittima e del patrimonio trasmesso dall’ultimo armatore – hanno dovuto contrastare la prepotenza criminale di Cosa nostra e dei boss Michele e Salvatore Greco, lungo un’aspra e tormentata battaglia giudiziaria condotta per affermare il sacrosanto diritto sulle proprie terre. In questo libro, per la prima volta, viene raccontata un’epopea civile dimenticata del secondo dopoguerra italiano, intrecciando ricordi privati d’infanzia e giovinezza, amori e disincanti dei componenti della famiglia Tagliavia con vicende politiche locali e nazionali. Senza che mai lo sguardo dell’autore abbandoni il filo della narrazione di quella coraggiosa sfida. Una sfida che è anche una finestra che si riapre su una speranza di un futuro diverso.

 

Violenza, onore, omertà sono i codici della ‘ndrangheta. All’interno delle famiglie rispettarli è un dovere che non si discute. Le madri crescono i figli per consegnarli a un mondo fondato su questi valori, i figli sanno che un giorno dovranno fare il mestiere dei padri. Una catena familiare che si tramanda solida, affidabile, generazione dopo generazione. Roberto Di Bella, giudice minorile a Reggio Calabria, in venticinque anni ha processato prima i padri, poi i loro figli. Sempre per gli stessi reati. Ha visto ragazzi che avevano ancora una luce nello sguardo procedere inesorabilmente verso una vita adulta fatta di violenza e carcere duro. E ha capito due cose. La prima è che la ‘ndrangheta non si sceglie, si eredita. La seconda è che non voleva più stare a guardare. Bisognava dare a questi ragazzi una possibilità. Farli tornare liberi di scegliere. Mostrare loro altri mondi, altre vite, un futuro ritagliato sui loro sogni e non sulle richieste di una società criminale. E l’unico modo per farlo era allontanarli dalla Calabria, dalla ragnatela di ricatti, pressioni, allusioni che il loro nucleo familiare avrebbe messo in atto. Un percorso non sempre semplice, anzi, spesso faticoso e doloroso, ma che ha restituito a molti ragazzi la possibilità concreta di una vita diversa da quella segnata dal carcere e dalla violenza dei loro padri. Roberto Di Bella in queste pagine ci racconta come è maturata in lui questa scelta, le reazioni dei ragazzi, la collaborazione, inaspettata, di molte madri. Un’esperienza vissuta giorno dopo giorno che nel tempo ha dato vita a un protocollo oggi adottato anche in realtà diverse dalla Calabria.

 

Un viaggio lungo più di un secolo tra le organizzazioni criminali che hanno infestato l’area settentrionale della Calabria. Un viaggio tra boss e picciotti prima della “picciotteria” e poi della ’ndrangheta compiuto esaminando sentenze, documenti di archivio, pubblicazioni e giornali d’epoca e ricercando, come una volta facevano i grandi giornalisti, le foto più significative di personaggi che hanno dominato città e paesi forti, a volte, di un impressionante consenso sociale. Il libro di Arcangelo Badolati è l’opera più completa ed esaustiva scritta sulle organizzazioni criminali della provincia di Cosenza. Traccia la mappa delle cosche calabresi e la catena di comando che ne determina strategie e interessi individuando l’esistenza di due “crimini”, uno a Cirò e l’altro a San…

 

 

Cos’è la mafia, come e quando è nata, come si è sviluppata, come è cambiata, quali sono i suoi legami con il potere, con la politica, con le istituzioni, con l’imprenditoria? Enzo Ciconte ricostruisce la storia delle organizzazioni criminali: cosa nostra, ’ndrangheta, camorra, sacra corona unita e anche quelle di origine straniera (cinese, albanese, nigeriana, colombiana, bulgara, romena e altre) da anni attive e stanziali in Italia. Partendo dalle origini, che si possono far risalire agli inizi dell’Ottocento, passando dal momento cruciale dell’Unità d’Italia e del fascismo, per arrivare alla Repubblica e alle connessioni sempre vive tra politica e cupole: quella delle mafie non è soltanto una storia criminale, ma sostanzialmente una storia del potere.Con linguaggio divulgativo e narrazione avvincente Enzo Ciconte ci consegna un saggio fondamentale e necessario per comprendere il fenomeno mafioso in tutte le sue articolazioni. Un libro che è anche un manuale di resistenza civile, un invito alle giovani generazioni perché dalla conoscenza possa nascere un futuro di riscatto.

 

 

La Palermo degli anni Ottanta, un crocevia di affari e intrighi tra politici, imprenditori, burocrati e mafiosi.
 “Stava raccontando la Mafia e il potere. Lo hanno fermato con quattro colpi di pistola”
 Mai come in quella stagione Cosa Nostra ha fatto politica, impugnando le armi per soffocare nel sangue e nel terrore ogni volontà di cambiamento. Sotto i suoi colpi, il 12 gennaio 1988, cadde Giuseppe Insalaco, un democristiano che aveva bruciato le tappe di una fortunata carriera nel partito di Salvo Lima e Vito Ciancimino, fi no a diventare sindaco. Nei suoi 101 giorni alla guida del Municipio si era ribellato ai suoi padrini, sfidando a sorpresa i padroni degli appalti. Disarcionato da un’inchiesta giudiziaria, espulso dalla politica, aveva cominciato a raccontare i segreti dei rapporti tra mafia e potere. Fu fermato con quattro colpi di pistola. Ricostruire la sua storia, fi n qui offuscata da una potente damnatio memoriae, è tanto più necessario nel momento in cui al Quirinale siede un siciliano come Sergio Mattarella che dalla ferocia di quegli anni è stato colpito in prima persona, con l’assassinio del fratello Piersanti, il presidente della Regione che sognava una Sicilia “con le carte in regola”.

 

   

 

Uno diverso approccio verso uno dei temi più affrontati nell’editoria. La Mafia. «Un giorno, parlando della mia attività di scrittore sulle vicende di mafia, un mio amico mi chiese: “Ma per quale motivo ti stai occupando di cose da adulti?”». Stefano Baudino, classe 1994, si occupa di mafia sin dai tempi del liceo. Oggi va lui nelle scuole, a parlarne ai giovani delle ultime generazioni. Per Baudino la mafia non è una cosa da adulti. Al contrario. La mafia la devono, la possono capire anche i ragazzi e le ragazze di oggi. La storia di Cosa nostra, le sue strutture, i suoi codici. Falcone e Borsellino (il libro contiene un’intervista toccante al fratello di quest’ultimo, Salvatore); il maxi-processo, le stragi del ’92. Fino alla trattativa Stato-mafia, che questo libro affronta senza reticenze: perché è ai giovani prima di tutto che bisogna dire la verità, se si vuole che questo Paese diventi migliore, un Paese finalmente adulto.

 
 

Il libro racconta il tumulto all’interno di Cosa Nostra che le donne hanno provocato, subìto. Muovendosi fra silenzi, esplosioni di dolore e di ira, propositi buoni o insensati, ripensamenti, vendette. Donne che incoraggiano i loro uomini a uscire dal circuito mafioso in cui sono cresciuti e magari hanno avuto successo. Li aiutano, gli dischiudono le potenzialità di una vita nuova, libera, sono al loro fianco nei rifugi all’estero o in Italia, sotto un altro nome, in luoghi continuamente diversi che il loro stato di collaboratori di giustizia gli garantisce. E donne che non condividono un percorso simile, si schierano clamorosamente contro i mariti o si chiudono in casa per godere almeno della rete di solidarietà della cosca. Le più giovani diverse da quelle anziane. Quelle che si pentono. Quelle che piantano il marito. Quelle che si suicidano. Quelle che tutto vedono e sanno ma non parlano né vengono consultate dai loro uomini, e quelle che – come ha detto Giovanni Falcone – «decise e sicure di sé, sono entrate in rotta di collisione con il mondo chiuso, oscuro, tragico, ripiegato su se stesso e sempre sul chi vive di Cosa Nostra» si raccontano e si alternano in questo libro.

 

 

Che cos’è cambiato dopo la morte di don Pino Puglisi, detto “padre”, ucciso a Palermo da ‘Cosa nostra’ il 15 settembre 1993 per il suo impegno evangelico e sociale? Il primo martire della Chiesa eliminato dalla mafia e proclamato beato nel 2013 ha lasciato una sfida da raccogliere: l’elaborazione di una pastorale più vicina agli ultimi e capace di fronteggiare i fenomeni mafiosi, soprattutto quelli di natura culturale. Dalle parole di condanna di Giovanni Paolo II a quelle di scomunica di Papa Francesco si è realmente passati, nella Chiesa, «dalle parole ai fatti»? I sacerdoti e le comunità cristiane sanno come comportarsi in modo evangelico di fronte alla prepotenza mafiosa? Esistono esempi di buone pratiche cristiane, che potrebbero essere riprodotte in contesti simili?

 

Si può testimoniare di un prete che la Chiesa cattolica proclama “beato” senza cedere alla retorica, alla falsificazione storica, al buonismo” interpretativo? I tre autori di questo libro ci provano: hanno conosciuto don Pino Puglisi (ucciso dalla mafia il 15 settembre 1993) e hanno scritto di lui in diverse occasioni. Nella prima e nella quarta parte Francesco Palazzo ricostruisce i tre anni di don Puglisi a Brancaccio, con qualche cenno a quanto accaduto dopo. Traccia inoltre una storia recente, sino all’arrivo di don Pino, della parrocchia di S. Gaetano e del quartiere. Nella seconda parte Augusto Cavadi riflette sul significato teologico e filosofico di questo martirio evidenziando soprattutto come esso costituisca la spia eloquente di una comunità ecclesiale spesso indifferente. Nella terza parte Rosaria Cascio ricostruisce la metodologia pastorale di don Pino alla luce della sua formazione teologica e psicologica e delle diverse esperienze nel corso della sua generosa esistenza. Il volume è impreziosito dalle testimonianze di don Francesco Michele Stabile e di Salvo Palazzolo.

 

 

 

Romanzo fra realtà irreali e fantasie reali. Il racconto si svolge nell’entroterra marchigiano nell’alta Valfoglia e Valmetauro, in provincia di Pesaro, ai confini con la Toscana. Si dice che spesso la realtà superi la fantasia. Quando invece si vive una vita semplice, fatta di piccole cose, dove le priorità sono famiglia, lavoro, casa, diciamo quel vivere terra-terra, non sempre è così. In questi casi può succedere di vivere la fantasia oltre la realtà delle cose semplici cui sei sottoposto. Trovo naturale il desiderio di vivere e di fare parte, noi animali con il mondo di tutte le creature viventi della nostra stessa natura. Io mi rapporto, nonostante tutto e con tutto ciò, solo nella prima parte del racconto. La seconda parte è incentrata alla ricerca ossessiva della verità dopo un delitto. Un delitto, maturato in menti sottili e distorte dove la vita degli altri non ha nessun valore, che si lascerà dietro una scia di sangue e morti nel mondo della mala e delle forze dell’ordine. Nell’alternarsi dei fatti, spunta una breve ma intensa storia d’amore fra due cuori emarginati e soli. La storia d’amore s’interromperà e riprenderà, mentre gli anni scivoleranno via chiudendo una parentesi di vita. Un anomalo rapimento richiederà l’aiuto di un branco di lupi, riportandolo alla ribalta, sull’altopiano della Sila nell’Aspromonte. Si aprirà una nuova visione della realtà, di gioia e di dolore. Il tutto sfocerà in…

Le organizzazioni criminali mafiose rappresentano un pericolo per la nostra società. Questo dizionario, realizzato con il prezioso apporto di dottrina e di esperienza di docenti universitari, magistrati, avvocati e appartenenti alle Forze dell’ordine, vuole essere un contributo alla conoscenza delle mafie di ogni tipo, per meglio e più efficacemente contrastarle. Intende quindi analizzare, con pregevole dovizia di particolari, dal punto di vista storiografico, sociologico, antropologico e giudiziario, il fenomeno mafioso nel suo complesso prima, e gli elementi caratterizzanti ogni singola sua manifestazione poi. Il volume si avvale, inoltre, di un CD contenente centinaia di grafici, tabelle, mappe inedite, documentazione storico-processuale e una molteplicità di atti degli organi istituzionali preposti al contrasto della criminalità organizzata.

 

Mafia e antimafia, complicità ed eroismi. Una storia lunga 150 anni rivive nelle pagine del saggio di Pippo Di Vita, che contiene l’analisi del fenomeno e le testimonianze di numerosi familiari e amici delle vittime della mafia: magistrati, investigatori, sindacalisti, giornalisti, politici. Il volume è preceduto da una prefazione di Sandro Provvisionato, storico inviato del settimanale Europeo, del Tg5 e di altri media nazionali, nonché esperto di misteri italiani. Il libro è suddiviso in due parti: nella prima, Pippo Di Vita descrive il significato, la nascita, l’organizzazione e il successo della mafia, viva ed attiva ancora ai nostri giorni, e il suo stretto rapporto con la politica, senza la quale non potrebbe e non può esistere. Nella seconda parte, affronta la realtà dell’antimafia, realizzata da uomini che l’hanno combattuta sul serio. Tra i familiari intervistati, vi sono Rita Borsellino, Giovanni Chinnici, Michele Costa, Franca De Mauro, Maria Falcone, Carmine Mancuso, Alfredo Morvillo, Placido Rizzotto, Antonio Scaglione e tanti altri. Il sindaco di Palermo Leoluca Orlando è stato intervistato in qualità di consulente del presidente Piersanti Mattarella.

 

La presente opera è finalizzata a delineare, in modo analitico, l’importante disciplina concernente le misure di prevenzione personali e patrimoniali, nonché quella inerente alla documentazione antimafia diretta a prevenire l’infiltrazione della criminalità organizzata nelle commesse pubbliche, in base al dettato normativo del D.Lgs. n. 159/2011, recante il “Codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione, nonché nuove disposizioni in materia di documentazione antimafia, a norma degli articoli 1 e 2 della legge 13 agosto 2010, n. 136″. Il testo è aggiornato in relazione al recente D.Lgs. n. 50/2016, disciplinante l'”Attuazione delle direttive 2014/23/UE, 2014/24/UE e 2014/25/UE sull’aggiudicazione dei contratti di concessione, sugli appalti pubblici e sulle procedure d’appalto degli enti erogatori nei settori dell’acqua, dell’energia, dei trasporti e dei servizi postali, nonché per il riordino della disciplina vigente in materia di contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture”, e riporta le proposte di modifica normativa riconducibili ai lavori parlamentari riferibili all’Atto Senato n. 2134 della XVII Legislatura.

Dal controllo dei culti patronali ai riti di affiliazione fino alla promozione di un’immagine sacralizzata del capomafia: le organizzazioni criminali attingono spesso al repertorio devozionale cattolico. Il controllo dell’immaginario devoto consacra il ruolo dei boss come depositari di valori tradizionali, promuove un’immagine del capomafia che si fonda su un presunto rapporto privilegiato con il sacro, dimostra il suo potere sul territorio. Ma all’indomani della stagione dello stragismo mafioso, con la visita di Giovanni Paolo II in Sicilia nel maggio del 1993 e con l’assassinio di don Puglisi nel settembre dello stesso anno, la Chiesa cattolica ha intrapreso un’opera di riconquista e di risemantizzazione dello spazio devozionale.

 

Nella sua appassionata denuncia, Vittorio V. Alberti affronta alla radice la piaga originaria che consuma la società italiana e mina alle basi qualunque prospettiva di progresso civile.
“Ecco la corruzione: la meritocrazia della lusinga, dell’intrigo, della piaggeria, del servilismo, dell’ipocrisia invece che della competenza.”
Nella sua appassionata denuncia, Vittorio V. Alberti affronta alla radice la piaga originaria che consuma la società italiana e mina alle basi qualunque prospettiva di progresso civile. E la radice va ricercata proprio in una cultura che disprezza il merito, la riflessione, la ricerca della bellezza in nome di miopi interessi personali o di gruppo. È contro la cultura della mafia e della corruzione che è indispensabile battersi, come sostengono nel saggio introduttivo il procuratore della repubblica di Roma, Giuseppe Pignatone, e nella postfazione il fondatore dell’associazione Libera, don Luigi Ciotti. “La corruzione e la mafia sono simboli maledetti di questa grande corruzione culturale, sono bruttezza. Per ricucire un futuro la strada è nel passato, nel nostro patrimonio, che è bellezza. Ecco l’idea: la potenza culturale italiana per combattere la corruzione e le mafie. Il patrimonio di intelligenza e bellezza, che è il nostro valore, la nostra identità, è nostro e nessuna forza oscura può togliercelo a meno che non glielo lasciamo fare, come spesso avviene per nostra colpa.”

 

La storia di Cosa Nostra dagli anni Sessanta fino alle ultime rivelazioni sulla trattativa fra Stato e mafia. Uno studio rigoroso e acuto – i cui risultati furono apprezzati anche da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino oggi completamente rivisto e aggiornato fino ai nostri giorni. Uno strumento per comprendere la natura di Cosa Nostra, per fare luce sui torbidi rapporti, sempre in bilico tra collusione e aperto conflitto, fra lo Stato e questo enorme potere criminale, per ricordare gli eroi, i vincitori e gli sconfitti di una guerra infinita. Un’opera enciclopedica che mette a sistema, senza censure né retorica, i fatti che hanno segnato la storia della mafia; una fotografia fedele della sua evoluzione, priva dell’alone folcloristico che solitamente offusca le cronache criminali; il punto d’arrivo e allo stesso tempo la premessa di una riflessione sul futuro di Cosa Nostra. E del nostro Paese.

 

 

Un alfabeto per leggere le principali dinamiche criminali che investono oggi il mondo e per decifrare quelle future, indicando questioni, nessi, prospettive, somiglianze e differenze. Con i contributi di: Thomas Aureliani, Martina Bedetti, Federica Cabras, Nicolò Dalponte, Sarah Mazzenzana, Roberto Nicolini, Carmela Racioppi.

 

La mafia – sostiene la curatrice di questo volume – è un fenomeno che interessa la società intera in quanto avanguardia capitalistica che commercia e usa l’umano come “cosa”. Questa modalità di considerare la mafia non tanto come un prodotto deteriore di una società povera quanto piuttosto come l’emergenza di una novità destinata a ottenere un sempre più ampio successo nel mondo è data da una specifica contingenza storica, ovvero la crisi determinata dal declino degli immutabili e dalla volontà di evitare che essi declinino. La perdita delle certezze che la cultura tradizionale garantiva rispetto al perché vivere è causa di una forte angoscia sociale che produce come esito il desiderio regressivo di tornare a credere a ciò in cui non si crede più. Il tema dei diritti umani e la questione della loro universalizzazione dipana il filo rosso della discussione all’interno della polarità tra crisi determinata dal declino di certezze e anticulturalità. Il testo si espone dunque come un percorso in cui intellettuali, scienziati e politici offrono le proprie riflessioni relativamente ai diversi nodi che tale percorso implica, sia assumendo posizioni in contrasto, sia offrendo approfondimenti e testimonianze. Scritti di: Antonino Inastasi, Pietro Barcellona, Paolo Corsini, Paola Degani, Natalino Irti, Emanuele Severino, Renate Siebert, Ines Testoni, Luciano Violante, Adriano Zamperini.

 

 

 

La vita dentro Cosa Nostra. Con un’intervista esclusiva al braccio destro di Totò Riina.
Sono un sopravvissuto. Sono la memoria orale della mafia.
«Insomma ti sei pentito dei tuoi ventidue omicidi?» Non può più eludere la domanda Gaspare Mutolo. Uomo d’onore di Cosa nostra, guardaspalle del boss palermitano Rosario Riccobono, killer e autista del corleonese sanguinario Totò Riina. Diciannove anni da “operativo” della mafia, decine di estorsioni, minacce, brutali assassini. Nel mentre, la rassicurante quotidianità di una moglie e quattro figli che sanno ma non fanno domande. Fino alla scelta di dissociarsi, nel giugno del 1992, «perché non pesa ammazzare gente del proprio ambiente», ma uccidere guardie, magistrati, semplici cittadini sì. Come se ci fosse una mafia “buona”, rispettosa del codice d’onore, e una “spavalda”, assassina, mossa da vendetta per uno Stato non più connivente. Dopo tanti silenzi, Mutolo cede all’urgenza di parlare e in un flusso di coscienza, arginato nell’ultima parte da nuove, incalzanti

 

Sono passati venticinque anni da quando, nelle stragi di Capaci e di Via d’Amelio, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono stati assassinati dalla mafia insieme agli agenti della scorta. Alberto Melis, attraverso le parole delle loro sorelle, Maria Falcone e Rita Borsellino, ricostruisce l’infanzia dei due magistrati con l’intento di ricordare ai ragazzi il loro esempio ma anche di dare un messaggio di speranza. Perché la mafia si può davvero sconfiggere se tutti noi, anche da piccoli, facciamo il nostro dovere, come diceva Falcone, e scegliamo di stare dalla parte giusta del mondo. Quella dell’onestà.

 


 

 

 

         

 

 

 

 

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A cura  di Claudio Ramaccini Direttore Centro Studi Sociali contro le mafie -PSF