Accadde oggi GIOVANNI FALCONE e il fallito ATTENTATO all’ADDAURA del 21 giugno 1989

 

 


 

Fallito Attentato dell’Addaura

Questo è il paese felice in cui se ti si pone una bomba sotto casa, e la bomba non esplode, la colpa è tua che non l’hai fatta esplodere.
(Giovanni Falcone)


Con l’espressione “Fallito Attentato dell’Addaura” ci si riferisce storicamente al progetto di agguato contro il giudice Giovanni Falcone, avvenuto il 21 giugno 1989 nei pressi della villa al mare che il magistrato aveva affittato per l’estate nella località palermitana dell’Addaura.

L’attentato

La mattina del 21 giugno, alle 7:30, gli uomini della scorta di Falcone, durante una ricognizione diretta al mare sulla spiaggia antistante la villa sul lungomare Cristoforo Colombo n.2731, ritrovarono accanto a uno scoglio una borsa sportiva contenente una cassetta metallica con 58 cartucce di esplosivo Brixia B5, per un peso complessivo di 8 kg, insieme a una muta subacquea e a delle pinne abbandonate. Il giudice quel giorno attendeva l’arrivo dei colleghi svizzeri Carla del Ponte e Claudio Lehmann per discutere alcuni aspetti dell’inchiesta Pizza Connection[1].
Secondo quanto riferito dal pentito Angelo Fontana[2], l’attentato fallì a causa della mancata realizzazione del programmato bagno a mare insieme ai componenti della delegazione elvetica e grazie alla ricognizione degli agenti di scorta, che spaventarono gli attentatori.
Data la gravità della situazione e l’evidente difficoltà di operare su un congegno sconosciuto, gli agenti della scorta decisero di richiedere l’intervento di un artificiere esperto in anti-sabotaggio. Nella tarda mattinata del 21 giugno giunse sul luogo l’artificiere dei Carabinieri Francesco Tumino, il quale, dopo avere esaminato l’ordigno ed avere fatto sgombrare l’area, temendo che un intervento immediato potesse fare deflagrare l’ordigno per la possibile presenza di congegni antirimozione o a tempo, decise di disattivare l’ordigno utilizzando una microcarica per disarticolare i collegamenti tra il meccanismo di innesco e l’esplosivo. Questa tecnica, se permise di analizzare in condizioni di maggiore sicurezza il contenuto della borsa, danneggiò tuttavia fortemente il comando di attivazione della carica esplosiva, costringendo gli inquirenti ad una delicata e laboriosa opera di rastrellamento estesa anche allo specchio di mare antistante la piattaforma con unità subacquee, allo scopo di ricercare tutti i frammenti che componevano il congegno esplosivo.

Antefatti e contesto storico

L’attentato si inserisce in una lunga serie di avvenimenti orientati a indebolire l’azione del Pool Antimafia e a screditare la figura di Giovanni Falcone, con l’unico fine di far saltare l’impianto accusatorio del Maxiprocesso di Palermo.
A tal proposito, subito dopo l’arresto di Salvatore Contorno, che decise, dopo Tommaso Buscetta, di collaborare con il Pool, iniziarono a circolare le c.d. “Lettere del Corvo“, che contenevano accuse dirette nei confronti di magistratura e forze di polizia, soprattutto nei confronti di Giovanni Falcone e di Gianni De Gennaro. Tra le tante, vi era quella che il Pool stesse favorendo Contorno e la famiglie perdenti della Seconda Guerra di Mafia per contrastare i Corleonesi ed eliminarne i capi. Le informazioni calunniose presenti in quelle lettere si rivelarono completamente false e ancora oggi vi è il sospetto che provenissero da ambienti istituzionali interni al Palazzo di Giustizia di Palermo, soprannominato infatti “il Palazzo dei Veleni“.
L’altro episodio fu l’omicidio del barone Antonio D’Onufrio, ucciso a Palermo il 16 marzo 1989, utilizzato per screditare la figura e l’uso dei collaboratori di giustizia da parte del Pool Antimafia. In particolare, nel giugno dello stesso anno venne fatta circolare la notizia di un colloquio tra D’Onufrio, Buscetta e De Gennaro[3], tesa a dimostrare l’irregolare gestione dei collaboratori al di fuori dellel aule di giustizia. Nell’udienza del 17 luglio 2000 il Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato smentì la notizia, confermando l’affidamento di Buscetta alle autorità statunitensi fino al 1989 con controlli rigorosi che non avrebbero permesso alcuna possibilità di spostamenti di questo genere.
L’eliminazione di Falcone in quel determinato momento storico era tesa non solo ad eliminare uno dei simboli dell’accusa del Maxiprocesso di Palermo, già vincente in primo grado con oltre 360 condanne, ma anche per bloccare le indagini relative alla Pizza Connection che riguardavano il finanziere Olivero Tagnoli, stabilitosi in Svizzera e collegato a Cosa Nostra.
Diciannove giorni dopo il fallito attentato, Giovanni Falcone rilasciò un’intervista a Saverio Lodato in cui affermò:

«Ci troviamo di fronte a mentì raffinatissime che tentano di orientare certe azioni della mafia. Esistono forse punti di collegamento tra i vertici di Cosa nostra e centri occulti di potere che hanno altri interessi. Ho l’impressione che sia questo lo scenario più attendibile se si vogliono capire davvero le ragioni che hanno spinto qualcuno ad assassinarmi»[4].

Il magistrato sempre in quell’occasione aggiunse: «Sto assistendo all’identico meccanismo che portò all’eliminazione del generale Dalla Chiesa. La ricorda l’operazione di sterminio denominata Carlo Alberto? Il copione e quello. Basta avere occhi per vedere».

Le indagini

Le indagini si mossero subito nella direzione dell’attentato mafioso. Le consulenze esplosivistiche permisero di ricostruire con sufficiente chiarezza la dinamica del programmato attentato, mentre solo con le dichiarazioni di vari collaboratori di giustizia, tra cui, tra cui innanzitutto Giovan Battista Ferrante e Francesco Onorato si riuscirono a individuare Salvatore Biondino, Antonino Madonia, Vincenzo Galatolo e Angelo Galatolo come autori materiali dell’attentato e Salvatore Riina come mandante.

Gli errori dell’artificiere Tumino

Altro argomento diventato oggetto d’indagine fu l’intervento dell’artificiere Francesco Tumino, brigadiere dei carabinieri. Sin dall’inizio, l’operato di Tumino fece emergere molti dubbi, in quanto la tecnica utilizzata distrusse il meccanismo di attivazione della carica, ritenuto di fondamentale importanza per le indagini. Inoltre, Tumino in più dichiarazioni mentì ripetutamente al fine di coprire i propri errori tecnici commessi durante l’operazione di disinnesco dell’esplosivo anche se, come successivamente confermato dalle indagini, non poteva esserci alcun dubbio di rischio come “tipologia di timer” o “sensori di movimento” da impedire un’altra modalità di intervento molto meno dannosa e rischiosa rispetto a quella usata dall’artificiere. Per questa ragione Tumino venne condannato il 22 settembre 1993 a sei mesi e 20 giorni di reclusione[5]

Processo

Il processo si aprì a Caltanissetta e il 15 giugno 1998 vennero rinviati a giudizio Totò Riina, Antonio Madonia, Salvatore Biondino, Francesco Onorato, Giovan Battista Ferrante e Angelo e Vincenzo Galatolo per i reati di strage e di porto e detenzione illegale di esplosivi .

Sentenza di 1° grado

Il 27 ottobre 2000 il tribunale di Caltanissetta condannò Totò Riina, Antonio Madonia e Salvatore Biondino a 26 anni di carcere ciascuno, mentre Francesco Onorato fu condannato a 10 anni e Giovan Battista Ferrante a 3 anni, più una multa di 1.200.000 lire. Tutti furono poi condannati al risarcimento delle parti civili, costituite da Maria Falcone, Anna Falcone Cambiano, Carla Del Ponte, Comune di Palermo, Provincia di Palermo, Regione Siciliana, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Ministero di Giustizia e Ministero dell’Interno, per un totale di 25.842.500 lire. Vennero, invece, assolti Vincenzo e Angelo Galatolo.

Ulteriori gradi di giudizio

Appello

La Corte di Assise d’Appello di Caltanissetta l’8 marzo 2003 confermò le condanne nei confronti di Riina, Madonia e Biondino, mentre ridusse quelle a Ferrante e a Onorato (2 anni e 8 mesi, più 600 euro di multa, per il primo, 9 anni e 4 mesi per il secondo). Condannò, inoltre, Riina, Madonia, Ferrante e Onorato alle spese processuali, pari a 15.000€ per il 1° grado e 15.751.99€ per il 2°. Infine, confermò l’assoluzione per Galatolo Vincenzo e Galatolo Angelo.

Cassazione

La II sezione penale della Cassazione, presieduta dal Dott. Francesco Morelli, confermò il 6 maggio 2004 le condanne emesse nei precedenti gradi di giudizio. Condannò, inoltre, Riina, Madonia, Biondino e Onorato al pagamento delle spese processuali sostenute da Maria Falcone, Anna Falcone e Carla Del Ponte per un totale di 3mila euro. Infine, annullò la sentenza impugnata nei confronti di Vincenzo e Angelo Galatolo, rinviandola a un nuovo giudizio presso la Corte di Assise di Appello di Catania. Successivamente Angelo venne condannato a 13 anni di reclusione Galatolo, mentre Vincenzo fu condannato a 18 anni.

La riapertura delle indagini

Nel 2008 le indagini vennero riaperte in seguito alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Angelo Fontana e Vito Lo Forte.

La testimonianza di Angelo Fontana

Il 26 febbraio 2009 Angelo Fontana dichiarò davanti al pm Nicolò Marino e all’ispettore capo Claudio Castagna che, benché si fosse affiliato ufficialmente a Cosa Nostra solo dal 1990, la notizia dell’omicidio di Falcone era nota già dalla metà degli anni ’80. Oltre a indicare in un edificio in vicolo Pipitone a Palermo la sede delle riunioni, dichiarò che il giorno dell’attentato il commando partì con due auto, una con Madonia appostato su un villino ad altezza strada, l’altra contenente l’esplosivo che venne poi collocato in una borsa da sub e posizionato sugli scogli da cui distava circa 50 metri Angelo Galatolo, pronto ad azionare il telecomando per l’esplosione. Infine, riferì che l’attentato fallì perché, in seguito al segnale di Madonia di rientrare a causa della presenza della Polizia, Galatolo, per timore di essere scoperto, si buttò in acqua perdendo il telecomando. Le dichiarazioni di Fontana portarono i pm a richiedere un’analisi del DNA sulle tracce biologiche recuperate dalla polizia scientifica sugli oggetti abbandonati[6]. Al termine delle operazioni tecniche i periti affermarono che dai reperti rinvenuti presso l’Addaura era stato possibile estrapolare 4 profili genetici e solo uno di questi corrispondeva al profilo di uno degli indagati, Angelo Galatolo, già condannato per la fallita strage. Sugli altri 3 profili sono ancora in corso accertamenti attraverso le banche dati di polizia e carabinieri.

Le dichiarazione di Vito Lo Forte

Secondo il pentito Vito Lo Forte all’Addaura ci sarebbe stata pure la presenza di uomini dei servizi segreti (Lo Forte fa riferimento all’agente Nino Agostino e all’ex poliziotto Emanuele Piazza). Per questa ragione, i magistrati disposero anche il confronto fra i Dna ritrovati sulla scogliera dell’Addaura e quelli di Agostino e Piazza, ma nulla emerse, quindi le dichiarazioni di Lo Forte, rese ai magistrati il 10 agosto 2009 non hanno trovato alcun riscontro. L’ipotesi investigativa dei magistrati di Palermo è che Agostino e Piazza fossero impegnati nella ricerca dei latitanti, nell’ambito di strutture riservate collegate con i servizi segreti.

Note

  1. Francesco Morelli, Sentenza n.826/2004 contro Riina Salvatore + 3, Corte di Cassazione – II Sezione Penale, 6 maggio 2004, p.3
  2. * Nicolò Marino, Verbale di interrogatorio di Angelo Fontana, Tribunale di Caltanissetta, 26 febbraio 2009, p.3
  3. Attilio Bolzoni, Antimafia, anche Buscetta era a Palermo, La Repubblica, 6 giugno 1989
  4. Giovanni Falcone, intervista a Saverio Lodato, l’Unità, 10 luglio 1989
  5. Attentato dell’Addaura, reclusione per un artificiere, La Repubblica, 23 settembre 1993
  6. Sergio Lari, Procedura n. 1207/08 R.G.N.R. mod. 21, Tribunale di Caltanissetta – Direzione Distrettuale Antimafia, 12 maggio 2010, pagg. 2-4 e 7-8

Bibliografia

  • Lari, Sergio. (2010). Procedura n. 1207/08 R.G.N.R. mod. 21, Tribunale di Caltanissetta – Direzione Distrettuale Antimafia.
  • Marino, Nicolò (2009). Verbale di interrogatorio di Angelo Fontana, Tribunale di Caltanissetta, 26 febbraio.
  • Morelli, Francesco (2004). Sentenza n.826/2004 contro Riina Salvatore + 3, Corte di Cassazione – II Sezione Penale, 6 maggio.

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