Violante: «L’ultima volta che vidi Borsellino già sapeva di non avere più tempo»

 

 

«Lui e Falcone erano i soli ad avere le conoscenze per indicare con chi la mafia si sarebbe alleata. La loro morte ha impedito di conoscere le mosse future di Cosa nostra»

 

PARLA LUCIANO VIOLANTE

Sono passati 25 anni da quella calda domenica di luglio in via D’Amelio, nel centro di Palermo. Alle cinque del pomeriggio, una Fiat 126 rubata contenente 90 chilogrammi di tritolo telecomandati a distanza esplose davanti alla casa della madre di Paolo Borsellino, uccidendo sul colpo lui e cinque agenti di scorta. La strage di via d’Amelio segna il secondo attacco della mafia al cuore dello Stato: il primo era avvenuto solo due mesi prima, a Capaci, con l’omicidio di Giovanni Falcone. Luciano Violante, magistrato ed ex presidente della Camera, già presidente della Commissione parlamentare antimafia, li ha conosciuti entrambi: «Con loro, perdemmo le uniche due persone in grado di indicarci in quale direzione si sarebbe mossa Cosa nostra, dopo la crisi della cosiddetta prima Repubblica».

Ricorda il suo primo incontro con Paolo Borsellino?

Prima conobbi Giovanni Falcone, poi Paolo. Era il 1982, nei mesi immediatamente successivi all’omicidio di Pio La Torre, e io ero a Palermo come delegato del Pci. Per il partito mi occupavo anche di lotta alla mafia e per questo avevo rapporti non solo con le autorità politiche sull’isola, ma anche con quelle giudiziarie e di polizia.

Che magistrato era?

Borsellino era anzitutto un uomo chiuso e prudente, uno che centellinava le sue amicizie. Ricordo che parlava poco e fumava moltissimo. Nelle indagini, Falcone faceva l’azione di sfondamento, mentre a Borsellino spettava la ricucitura dei pezzi. Proprio questa sua grande capacità di ricostruire le cose era la caratteristica prima del suo modo di lavorare: all’epoca non esistevano i computer e Borsellino compilava delle agende, in cui segnava tutti i nomi delle persone in cui si imbatteva durante le indagini, con il numero del procedimento e la pagina che portava il riferimento a quella persona. Era un archivio umano: le carte del maxiprocesso erano 400mila pagine e lui era l’unico ad avere chiaro il quadro complessivo.

A proposito di agende, è nota la vicenda della famosa agenda rossa di Borsellino, trafugata e mai più trovata…

Guardi, io a quella storia non credo molto, mi è sempre sembrata una costruzione di fantasia, anche se fatta in buona fede. Non è mai emerso con precisione che quell’agenda ci fosse e che poi sia stata sottratta. Certo, però, capisco che il fatto meriti attenzione perché, attorno a tanti misteri, il fatto che un’agenda sia scomparsa sembrerebbe molto coerente. Inoltre Paolo aveva molte agende in cui segnava i riferimenti dei processi, ma mi pare che non fosse nel suo costume tenere un proprio diario come invece faceva Falcone.

Proviamo allora a ricostruire questi misteri. Come è stato possibile che la mafia abbia potuto colpire due volte in due mesi, uccidendo prima Falcone e poi Borsellino, proprio nel posto che doveva essere più protetto?

La morte di Borsellino ha alcuni aspetti strani. Il primo è l’inspiegabile assenza di divieto di parcheggio sotto la casa della madre di Borsellino, dove è stata piazzata la macchina con la bomba. La seconda questione riguarda il pentito, Gaspare Mutolo, che voleva a tutti i costi parlare con Borsellino ma il Procuratore capo impediva il colloquio, perchè riteneva che Borsellino dovesse occuparsi della mafia di Trapani e non di quella di Palermo. Il terzo elemento strano è che per la strage furono condannate persone che non c’entravano nulla, sulla base di indagini di polizia frutto di confessioni estorte anche con la violenza, pur di avere un risultato, qualsiasi esso fosse.

Dietro il colloquio con il pentito Mutolo potrebbe nascondersi il movente della strage?

Esiste certamente una convergenza sinistra tra il momento in cui Mutolo chiede di parlare con Borsellino e il suo omicidio. Dopo un duro braccio di ferro, il Procuratore capo di Palermo telefonò a Paolo la domenica mattina verso le 6, per dirgli che aveva deciso di assegnargli l’indagine e di andare immediatamente da Mutolo. Borsellino, indispettito dall’orario e in pessimi rapporti con il procuratore, gli rispose che l’avrebbe incontrato l’indomani, perché quella mattina sarebbe andato al mare e poi nel pomeriggio a trovare la madre. Quel pomeriggio stesso, però, venne ucciso.

Era una morte evitabile, quindi?

Tutte le morti lo sono. Quello che so è che le due stragi avvennero nel mezzo di un cambiamento complessivo degli equilibri politici in Italia. Dopo la caduta del Muro di Berlino e Tangentopoli, il sistema traballava e nuovi leader politici si stavano affacciando. Ecco, Falcone e Borsellino erano gli unici con le conoscenze e l’autorevolezza per indicare con chi mafia si sarebbe alleata. Non so se siano stati uccisi per questo, ma sicuramente la loro morte ha impedito di conoscere tempestivamente le mosse future della mafia.

E dunque era una morte quantomeno prevedibile?

Lei prima mi ha chiesto quando ho incontrato per la prima volta Borsellino. Io le posso raccontare l’ultima volta che l’ho visto: lui mi venne a trovare in ufficio per discutere di alcune questioni. Ricordo che stava per partire per la Germania per degli interrogatori, ma sembrava che già presagisse l’ineluttabilità della sua fine.
Detto oggi può sembrare una costruzione a posteriori, ma lui sapeva che il cerchio si stava stringendo. Attenzione, non mi trasmise un sentimento di timore, ma era evidente che cercasse di mettere a disposizione tutti i dati in suo possesso. Per questo chiese insistentemente di essere sentito dalla procura di Caltanissetta sulla strage di Capaci, ma non fece in tempo.

Era la stagione dei veleni nelle procure siciliane: un clima che isolò Borsellino?

In quella fase, le istituzioni italiane non erano tutte dalla parte della lotta alla mafia. Recentemente il Csm ha reso pubbliche le sedute del consiglio in cui è stato sentito Borsellino: per capire quale fosse il clima dominante basta leggere quei veri e propri interrogatori, con le ambiguità, l’astuzia e il cinismo di alcuni componenti del Csm. Allora la lotta alla mafia non era scontata; bisogna calarsi nel clima di quel tempo per capire quanto coraggio umano servisse per combattere quella guerra nell’isolamento generale, accettando di venire considerati dei matti, o peggio assetati di notorietà.

Sono rimaste tristemente famose le due interviste di Borsellino, nelle quali sosteneva che la lotta alla mafia stesse arretrando…

Lo disse per la prima volta ad Agrigento, durante un dibattito che avemmo insieme. Disse che ormai la lotta alla mafia stava facendo dei drammatici passi indietro e dimostrò che il nuovo consigliere istruttore aveva vanificato le indagini antimafia, poi confermò tutto nelle due interviste a Repubblica e all’Unità. A quel punto venne sottoposto ad una specie di processo da parte del Csm e il ministero della Giustizia mandò in Sicilia l’ispettore generale, con il mandato di valutare se le accuse di Paolo fossero fondate. L’esito fu che effettivamente Borsellino aveva ragione: la lotta si era fermata, perché non venivano più favorite le indagini unitarie su Cosa nostra, lasciando che che ciascun tribunale siciliano si occupasse delle proprie, senza un quadro unitario.

E’ vero, come per Falcone, che Borsellino è stato lasciato solo in vita, quanto è stato osannato dopo la strage di via d’Amelio?

Falcone e Borsellino furono oggetto di una contesa, in cui alcuni erano dalla loro parte e altri no. Il tema di fondo era: è compatibile o no la presenza della mafia in uno stato democratico? Loro ritenevano che non fosse compatibile e che bisognasse andare fino in fondo nella lotta, ovvero arrivare alle connessioni della mafia con la politica. Altri invece ritenevano che bisognasse combattere, ma con moderazione. Ricordo che, quando ero presidente della commissione antimafia, chiesi all’alto commissario Emanuele De Francesco come andava e lui rispose: “A fisarmonica, quando loro colpiscono noi rispondiamo”. Io ribattei che alla mafia andava dato il primo e non il secondo colpo. Ecco, Falcone e Borsellino avevano in mente il primo colpo. Altri invece pensavano fosse meglio una sorta di armistizio, una coabitazione tra mafia e Stato, ritenendo che il secondo colpo fosse sufficiente: bastava rispondere, senza impegnarsi a colpire per primi.

E in questa lotta tra opposti che cosa provocò la morte di Borsellino?

Per capirlo bisogna tornare indietro: prima ci fu l’omicidio di Salvo Lima, che teneva i legami tra mafia e politica; poi le stragi di Falcone e Borsellino e infine l’uccisione di Ignazio Salvo, l’esattore che teneva i rapporti economici della mafia. Nell’arco di pochi anni vennero liquidati gli antichi legami tra mafia e mondo della legalità e furono uccisi i due che potevano indicare le nuove strade che la mafia avrebbe scelto.

Si ripristinò un equilibrio, quindi?

Per comprendere meglio, le racconto un aneddoto: quando fu ucciso Giangiacomo Ciaccio Montalto, Carlo Palermo – un magistrato che prima lavorava a Bolzano – chiese di andare a Trapani. Io, che avevo sostenuto questo trasferimento, durante un viaggio in aereo ebbi una strana conversazione con un importante uomo politico siciliano, il quale mi disse che con quella mossa avevamo fatto un errore: “Questo sconquassa tutti gli equilibri, non capite che cosa può succedere”. Consideri che era un uomo non legato alla mafia ma di lungo corso politico e temeva proprio la rottura dell’equilibrio. L’idea di fondo era dunque quella di mantenere un equilibrio nel rapporto tra mafia e Stato.

Proprio il rapporto tra mafia e politica è stato al centro del processo sulla cosiddetta trattativa Stato- mafia. Trattativa c’è stata, secondo lei?

L’ho detto pubblicamente quando sono stato interrogato dalla Corte d’Assise di Palermo durante quel processo: io credo che i magistrati inquirenti abbiano commesso un errore. L’indagine ha confuso quella che potrebbe essere stata una trattativa di polizia – tipica dei casi in cui non c’erano pentiti e non esistevano ancora le intercettazioni, in cui i poliziotti trattavano con i confidenti, facendo loro piccoli favori al fine di avere notizie – con una trattativa di carattere politico, che a mio avviso non c’è mai stata. Del resto Mannino, che doveva essere il vertice, è stato assolto e Mori, che doveva essere l’esecutore, è stato assolto due volte. Ingroia se n’è andato e anche Di Matteo sta lasciando.

Un processo fondato su presupposti errati, dunque?

Posso sbagliarmi, ma ho seguito il processo con una certa attenzione e credo che sia stato sovrapposto alla realtà un preciso modello ideologico, secondo il quale lo Stato avrebbe trattato con la mafia, che però non aveva nulla a che fare con i fatti.

L’eredità di Borsellino è stata correttamente raccolta da chi lo ha seguito?

Io credo di sì: tutti i capi mafia sono stati presi, tranne Messina Denaro. Dopo le stragi l’azione messa in campo dalla magistratura e dalle forze di polizia e’ stata di grande efficacia. Lo ha detto correttamente Giuseppe Pignatone in un editoriale sul Corriere della Sera: ora bisogna lavorare nello stesso modo anche nella lotta alla ‘ ndrangheta, nella quale siamo ancora indietro.

Sarebbe irrealistico, però, parlare di sconfitta della mafia.

Ma certo, la lotta non è finita. Dobbiamo però essere grati a quelli che hanno smantellato un’organizzazione che sembrava invincibile. Ora il problema è la cultura mafiosa: le leggi e le punizioni servono ma non bastano.

E cosa serve, invece?

Se da un terreno sassoso togliamo i sassi ma non concimiamo e coltiviamo, il terreno continuerà a non dare frutti. Alla Sicilia servono politiche sociali e di crescita culturale e il nuovo strumento dell’antimafia deve essere un governo sano ed efficace nella regione. La repressione serve a riequilibrare, certo, ma non risolve i problemi: può farlo solo il buon governo, ma purtroppo la Sicilia sembra essere ancora all’anno zero. E questo non riguarda certo i giudici, ma soprattutto la politica, soprattutto quella locale.

 

GIULIA MERLO – IL DUBBIO 19 luglio 2017

 

 

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