Fiammetta Borsellino: Sull’ergastolo ostativo, penso che bisogna lasciare aperte delle maglie perché le situazioni vanno valutate caso per caso

 

 

25 ottobre 2019 – FIAMMETTA BORSELLINO.pdf

La testimonianza della figlia minore del giudice Paolo Borsellino a Milano, al Secondo Festival
della comunicazione sulle pene e sul carcere

 

 

Ornella Favero (Presidente della Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia)

C‟è una considerazione che faccio spesso in carcere, quando ci occupiamo di temi delicati come l‟ergastolo ostativo e parliamo delle semplificazioni di certa informazione: credo che il nostro lavoro, di persone che cercano di sensibilizzazione la società a partire dal carcere, per la maggior parte sia quello di ricomplicare le cose semplificate e banalizzate da altri. Dobbiamo sempre lavorare suquesto: le cose non sono affatto semplici. Ricordo una copertina della nostra rivista, Ristretti Orizzonti, dove Charlie Brown chiede a Lucy: “Tu cosa fai nella vita?”, e lei risponde: “Me lacomplico”. È il senso di tutto questo nostro lavoro: noi dobbiamo lavorare per uscire dalle
semplificazioni e ricostruire un pensiero complesso. È una fatica enorme. Il bisogno di ricostruire un pensiero complesso è una cosa che si capisce ancora di più rispetto a fenomeni come la mafia e a vicende come l‟inchiesta e i processi relativi all‟attentato a Paolo Borsellino.
Fiammetta è la figlia minore di Paolo Borsellino ed è una fra le poche persone che ha avuto il coraggio di non entrare nel coro sui temi dell‟antimafia e di avere un pensiero complesso che ha messo in discussione tutto, anche il ruolo di alcuni magistrati, anche degli esponenti delle forze dell‟ordine. Un pensiero complesso e un bisogno di verità che è quello che ci spinge a dialogare con
lei, per questa sua capacità di non appiattire le cose, di non semplificarle, e di chiamare per nome le responsabilità.

La testimonianza di Fiammetta Borsellino

Fiammetta Borsellino: Sull’ergastolo ostativo, penso che bisogna lasciare aperte delle maglieperché le situazioni vanno valutate caso per caso

Io farò un intervento meno tecnico anche perché sono qui per condividere la mia storia personale.
Vedo che ci sono dei ragazzi così intanto mi presento. Io sono Fiammetta Borsellino e sono la più
piccola dei tre figli di Paolo Borsellino. Mio padre è stato trucidato in un vile agguato, avvenuto
ventisette anni fa in Via D‟Amelio a Palermo, un agguato di tipo terroristico-mafioso perché Paolo
Borsellino muore, insieme ai cinque agenti della sua scorta, per l‟esplosione di un‟autobomba. Mio
padre era un uomo, un uomo che era andato a trovare sua madre, un uomo che faceva onestamente
il proprio lavoro. Io dico sempre che camminava con i calzini bucati e le scarpe aperte, perché era
una persona dedita al lavoro e poco attenta alle forme. È morto perchè ha dedicato la sua vita alla
ricerca della verità, alla liberazione di un popolo dalla schiavitù, la schiavitù mafiosa. Ma è morto
anche perché è stato lasciato solo, solo da uno Stato che probabilmente, anzi sicuramente, doveva
proteggerlo. Uno Stato che a volte rema contro, perché il male non è soltanto quello di chi spara o
impugna una pistola. Una forma di male sono anche tutti quegli aspetti di complicità e di contiguità
tra le organizzazioni criminali e determinati apparati dello Stato o potentati economici, o della
politica. Ma al di là di questo è importante capire proprio come la cultura dell‟emergenza, la rabbia
che sicuramente in quegli anni richiedeva una risposta immediata, abbiano dato luogo a quello che è
il grande inganno di via D‟Amelio. Ovvero un percorso di verità che è stato disatteso già dalle
prime ore successive all‟eccidio. Una storia di orrore e di menzogne che ha dato luogo a innocenti
condannati all‟ergastolo e falsi pentiti costruiti a tavolino tra lusinghe e torture, e a una serie di
indagini e di processi caratterizzati da gravissime anomalie.
È un ennesimo scempio fatto sul cadavere di mio padre, ma anche un‟offesa all‟intelligenza, non
soltanto della nostra famiglia, ma anche dell‟intero popolo italiano. Perché questo depistaggio, così
l‟ha definito la sentenza conclusiva del Borsellino quater, cioè il quarto processo sulla strage di via
D‟Amelio (ce ne sono voluti ben quattro di processi per arrivare ad un barlume di verità), è stato
uno dei depistaggi, se non il depistaggio più grave, nonché uno degli errori giudiziari più gravi della
storia giudiziaria di questo Paese. È una storia dove la verità, dopo che sono passati tanti anni nella
costruzione di falsi castelli, è una verità che appare enormemente compromessa, perché, mai come
oggi, la ricerca della verità è strettamente connessa alla ricerca delle ragioni della disonestà di chi
questa verità doveva cercarla. È un processo fatto male che è stato originato da tantissime cause,
come sicuramente l‟ansia di trovare immediatamente dei colpevoli, e dal non saper andare contro
una scia che si percorreva in quel momento, anche se era una scia sbagliata.
Anche il giornalismo non è stato di sicuro un giornalismo di vigilanza, perché fin dall‟inizio non si
è mai voluto parlare di questo processo, soprattutto del Borsellino quater, dove sono emerse tutte le
false verità e le anomalie. Non se n‟è voluto parlare perché quello che a mano a mano andava
emergendo era così pesante ed era così grave che si è preferito voltarsi dall‟altra parte. Per questo
motivo nel 2017, quando la Corte d‟Assise di Caltanissetta ha pronunciato il verdetto, ho deciso che
non si poteva più stare in silenzio: ho cominciato a studiare il processo, a guardare le carte. Una
cosa complicatissima, perché è un pasticcio di proporzioni enormi, il peggio forse che si poteva fare
per onorare la morte di un servitore dello Stato. Così ho cominciato a parlarne. Oggi ci sono delle
indagini in corso per cui io non posso entrare nel merito degli attuali aspetti investigativi e
processuali perché, a seguito della sentenza del Borsellino quater, che non poteva essere un punto di
arrivo ma un punto di partenza per lo sviluppo di ulteriori indagini, sono attualmente indagati tre
poliziotti dalla Procura di Caltanissetta che facevano parte del gruppo investigativo Falcone e
Borsellino e due magistrati della Procura di allora.
Ci sono stati indagini e processi fatti male, che hanno sfruttato la debolezza delle persone.
Il processo è stato costruito intorno alla figura di questo falso pentito Scarantino, una persona che è
stata subito classificata come mafiosa, ma che era un semplice venditore di sigarette di
contrabbando e un posteggiatore abusivo.
Esattamente quello che si meritava una strage come via D‟Amelio. Questa persona è stata determinata alla calunnia da coloro che lo gestivano, questo dice il Borsellino quater.
Coloro che lo gestivano, secondo il nostro ordinamento, sono le forze dell‟ordine, ma anche i magistrati che coordinanavano le attività. Questa persona è stata determinata alla calunnia, nonostante la sua evidente inattendibilità: era una persona che continuamente
accusava e ritrattava, era una persona che, sin dalle prime dichiarazioni, manifestava delle
avvisaglie di inattendibilità. Nonostante questo si è voluto andare avanti con metodi a volte contrari
alla legge.
Venivano fatti anche sopralluoghi. Io cito sempre, per esempio, il sopralluogo che avvenne fra il 29 e il 30 luglio 1992 al garage Orofino, il garage dove Scarantino diceva di avere custodito la 126. Ma Scarantino non conosceva neanche le modalità di apertura della saracinesca.
Ebbene, di questo sopralluogo non è stata fatta una verbalizzazione, né mai nessun magistrato ne ha
fatto richiesta.
Non sono stati fatti confronti che sarebbero stati importantissimi, quelli tra i pentiti che si autoaccusavano tra di loro e si rincorrevano per far convergere le loro dichiarazioni in un‟unica versione.
Parlo dei tre falsi pentiti Scarantino, Candura e Andriotta. Non furono depositati confronti importantissimi fra Scarantino e mafiosi doc, come Cancemi o Di Matteo, il padre del piccolo Giuseppe Di Matteo, e La Barbera, confronti dove questi mafiosi non riconoscevano la
persona che avevano davanti.
Tante anomalie, come appunto la gestione di Scarantino, non da parte del servizio centrale di protezione come solitamente avviene, ma direttamemente da parte del gruppo Falcone Borsellino, e tanto altro. Mancate testimonianze fondamentali come quella
dell‟allora procuratore Pietro Giammanco che era il procuratore capo quando mio padre morì, e con il quale mio padre da sempre aveva avuto dissidi, perché mio padre aveva chiesto di ritornare da Marsala a Palermo proprio per occuparsi della mafia palermitana, ma questa delega gli fu sempre negata. Gli fu concessa in maniera molto singolare il 19 luglio, proprio il giorno della strage. Con una telefonata alle sette del mattino, non giustificata sicuramente da rapporti sereni, Giammanco si preoccupò di informare mio padre di questa delega.
Io, facendo un passo indietro, dico sempre che l‟archiviazione del dossier mafia appalti era già stata architettata e pensata, l‟archiviazione di quel dossier a cui mio padre teneva tanto. Questo èdimostrato da tante cose, come le riunioni che lui volle e chiese alcuni giorni prima del 19 luglio. E dal fatto che il dossier fu archiviato esattamente due giorni dopo la sua morte.
Un depistaggio che si compie anche nei cinquantasette giorni intercorrenti tra la morte di Giovanni Falcone e la morte di mio padre. Quei cinquantasette giorni in cui mio padre dichiarava e chiedeva di poter parlare con la Procura di Caltanissetta perché diceva di sapere delle cose sulla morte del suo amico e collega.
Però lui non fu mai sentito da quella Procura, la stessa Procura che pensò bene di individuare unmagistrato, un tale Vaccara, che non aveva mai avuto niente a che fare con la mafia, e di chiedergli di venire a Palermo, proprio per pedinare mio padre e cercare di capire cosa sapeva.
Un depistaggio che inizia anche con la formazione di una Procura assolutamente inadeguata a quella che era l‟entità
della strage, una Procura retta da magistrati che non si erano mai occupati di mafia. Parlo di quello che hanno dichiarato la dottoressa Palma e il dottor Petralia, indagati nel Borsellino quater. Magistrati che non si erano mai occupati di mafia e magistrati inesperti.

Lungi da me voler fare una battaglia che cerchi di focalizzare l‟attenzione solo su alcuni responsabili, per quello ci saranno le indagini dell‟autorità giudiziaria a stabilire se ci sia stato dolo, colpa grave o soltanto irresponsabilità. Quello non lo so.
Trovare dei responsabili oggi non mi fa stare meglio, come non mi fa stare meglio che ci siano dei mafiosi come Filippo e Giuseppe Graviano, da anni chiusi in carcere nel loro mutismo. Mi farebbe stare meglio l‟assunzione di una responsabilità che passa attraverso il riconoscimento degli errori.
Passa e può passare, ma non è detto, dal dare un contributo di onestà per la ricerca della verità che oggi penso sia qualcosa che non riguarda soltanto la nostra famiglia. Penso che ognuno di noi se ne debba fare carico, non delegando solo alla magistratura questo compito, o alle Istituzioni, delle quali, nonostante tutto, bisogna avere fiducia. Se oggi si sa qualcosa sulle stragi di via D‟Amelio è perché
ci sono delle Procure che stanno lavorando e stanno lavorando bene, con problemi enormi, perché spesso il tempo perduto è difficile da recuperare: i maggiori risultati investigativi si hanno nelle ore, negli anni immediatamente successivi alle stragi. Ma non per questo bisogna perdere fiducia nelle Istituzioni perché significherebbe disattendere la vera eredità morale che ci ha lasciato nostro padre.
Lui è morto per lo Stato, era un uomo di Stato che ha cercato di difendere fino alla fine l‟idea di uno
Stato onesto, di uno Stato che si allontana da quella erronea concezione della vita come esercizio
del potere. Il potere crea soltanto distruzione, crea soltanto morte.
Queste persone che hanno dedicato, che hanno sacrificato la loro vita per il lavoro in cui credevano,
ci hanno insegnato che nella vita è importante dire apertamente da che parte stare, se stare dalla
parte di coloro che ammazzano, che opprimono, che intrallazzano, o dalla parte invece di coloro che
si prodigano per gli altri, per il bene comune e il rispetto del prossimo. Questo è stato
l‟atteggiamento che ha ispirato la vita di mio padre, che non era una persona che lavorava con
aridità burocratica, non era un mero applicatore di leggi. Io dico sempre che i migliori successi li ha
avuti perché lui, prima che al mafioso, si rivolgeva all‟uomo, a volte anche contravvenendo alle
regole.
Lui ha cercato sempre di capire l‟uomo. Mio padre diceva sempre che per combattere la
mafia devi prima conoscere i mafiosi, devi prima riconoscere il mafioso che è in te, per poterlo poi
affrontare. Questi uomini, rispetto a determinati mafiosi, si misero in una condizione di
apprendimento. Falcone diceva che Buscetta gli insegnò a parlare con i mafiosi passando dai gesti
alle parole.
Questo mi sembra un insegnamento molto importante. Senza dilungarmi, questo è
quello che mi ha portato a trovare un momento di incontro, anche in un modo abbastanza
inconsapevole. Era una strada che ho voluto percorrere senza sapere molto dove poteva andare a
finire. Quel momento di incontro con Filippo e Giuseppe Graviano, che sono appunto i mafiosi
della cosca di Brancaccio che sono stati fra gli autori della strage.

In questi giorni si è parlato tantissimo di ergastolo ostativo e ovviamente anche di Falcone e
Borsellino. Abbiamo letto titoli come: “Hanno riammazzato Falcone e Borsellino”. Ci
piacerebbe sapere l’opinione di Fiammetta su questo tema.

Fiammetta Borsellino: Io penso che, da giudici, mio padre e Giovanni Falcone non avrebbero liquidato così come viene fatto in questi giorni la questione se sia giusto o sbagliato eliminare o mantenere il carcere ostativo.
Loro ci hanno insegnato che questi problemi sono dei problemi complessi, che non possono essere semplificati in questo modo. Sicuramente io non sono una esperta in questo settore, ma penso che bisogna lasciare aperte delle maglie perché le situazioni vanno valutate caso per caso.
Non bisogna confondere dei provvedimenti che sono stati pensati ventisette anni fa sull‟onda di una gravissima emergenza, bisogna anche pensare a quello che è il contesto attuale. Sicuramente bisogna diffidare delle semplificazioni. Il problema è un problema molto complesso, che va letto in relazione all‟attuale disastrosa condizione delle carceri italiane.
Bisogna evitare le semplificazioni perché le semplificazioni come “la mafia ha perso” o “la mafia
ha vinto” o anche “la mia antimafia è migliore della tua”, fanno male.
Io sono convinta che il problema invece andasse affrontato e sono convinta che la modalità con cui si sta affrontando sia
esattamente quella giusta, quella che va incontro a quell‟altissimo senso di umanità che poi è stato il
valore che ha guidato tutta la vita di mio padre.

Sui giornali quando si è parlato tanto, e nella maggior parte dei casi a sproposito, della sentenza, prima della Corte Europea e poi della Corte Costituzionale, era stata riportata anche, forse semplificando troppo e male, una sua dichiarazione o delle sue dichiarazioni in cui lei diceva cose come “hanno ucciso di nuovo Falcone” o “hanno ucciso di nuovo mio padre”. Siccome io l’ho letto, e forse non sono stato l’unico ad averlo letto, mi fa piacere che non sia vero. Forse è il caso allora che i giornalisti presenti in sala, che la ascoltano oggi, dessero risalto a quelle bellissime parole che ho sentito da lei adesso.

Fiammetta Borsellino: Non ho fatto nessuna di queste dichiarazioni. A uccidere mio padre per la seconda volta sono stati i depistaggi: è stato il tradimento di alcuni uomini delle Istituzioni che oggi tra l‟altro, proprio per aver dato prova di altissima incapacità investigativa, hanno fatto delle carriere senza che tra l‟altro, e questo lo voglio sottolineare, il Consiglio Superiore della Magistratura si sia mai assunto una responsabilità circa l‟avvio di procedimenti disciplinari diretti  ad accertare quello che è stato fatto e perché è stato fatto.

 

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