21 giugno 1989 🟧 Fallisce l’ATTENTATO all’ADDAURA a GIOVANNI FALCONE

 

Il borsone contenente l’esplosivo dell’attentato fallito contro il giudice Giovanni Falcone fu ritrovato la mattina del 21 giugno da quattro agenti di polizia (Lo Re, Di Maria, Lo Piccolo e Lindiri) durante un servizio di perlustrazione e vigilanza sulla scogliera antistante l’abitazione estiva del magistrato.



ADDAURA – Intervista a Falcone


Dalla SENTENZA

 


 

Fallito Attentato dell’Addaura

Questo è il paese felice in cui se ti si pone una bomba sotto casa, e la bomba non esplode, la colpa è tua che non l’hai fatta esplodere. (Giovanni Falcone)


VIDEO


La strage sventata dell’Addaura fu l’inizio della fine di Giovanni Falcone: la pista bresciana

Brixia. È l’antico nome romano della città di Brescia. Ma è anche una marca particolare di esplosivo. Nel 1989 almeno due killer di Cosa Nostra hanno collocato 58 candelotti di Brixia tra gli scogli dell’Addaura, davanti alla casa al mare affittata da Giovanni Falcone, per uccidere il giudice antimafia. L’attentato è fallito solo perché la borsa piena di esplosivo fu scoperta, alle 7.30 del mattino del 21 giugno 1989, da quattro poliziotti della scorta. L’ordigno era pronto a scoppiare e poteva ammazzare chiunque nel raggio di 60 metri (come hanno accertato quattro periti, sbugiardando le voci di un finto attentato, diffuse dai mafiosi e rilanciate anche da personaggi delle istituzioni) con due detonatori già in funzione, attivabili con un radiocomando. Tre anni prima della strage di Capaci, quell’attentato sventato fu l’inizio della fine di Falcone: isolato, calunniato e delegittimato da mesi, il magistrato avvertì subito la gravità dell’attacco parlando di «menti raffinatissime». Parole rimaste enigmatiche, nonostante diversi processi e le condanne definitive dei boss mafiosi capeggiati da Totò Riina.
Le sentenze confermano l’assoluta segretezza dell’attentato dell’Addaura anche all’interno di Cosa Nostra. Tra centinaia di pentiti di mafia, pochissimi ne hanno saputo qualcosa. Il primo a parlarne, solo nel luglio 1996, fu Giovambattista Ferrante, un collaboratore di giustizia di comprovata attendibilità, che aveva custodito e preparato l’esplosivo Brixia. L’attentato fu deciso non dalla commissione, la cosiddetta cupola che riuniva tutti i capi-mandamento, ma da un vertice ristretto dei boss corleonesi. Come mandante è stato condannato l’allora capo dei capi Salvatore Riina, come organizzatori il suo braccio destro Salvatore Biondino e il boss palermitano Antonino Madonia, come autori materiali due mafiosi della famiglia assegnataria del territorio dell’Addaura, Angelo e Vincenzo Galatolo. Nei primi processi erano rimasti «avvolti nell’oscurità più profonda», come si legge nelle sentenze, perfino i nomi degli esecutori.
Dopo Ferrante, un altro pentito, Francesco Onorato, ha descritto la riunione preparatoria con Madonia e Biondino, che solo «cinque o sei giorni prima» gli diede l’ordine di spiare la casa di Falcone. Quando ha confessato i suoi delitti, Giovanni Brusca ha potuto aggiungere solo un’allusione successiva di Riina: una settimana dopo la strage di Capaci, nel famigerato brindisi tra boss per festeggiare la morte del magistrato, Biondino attaccò Madonia per aver fallito l’attentato di tre anni prima, affidandolo a giovani «picciutteddi» incapaci. E Riina, senza smentirlo, gli intimò di tacere: «Ora lo abbiamo fatto, non ne parliamo più».
Le parole di Falcone sulle «menti raffinatissime» hanno spinto diverse procure a indagare su complicità esterne alla mafia, o quantomeno convergenze di interessi, e possibili coperture istituzionali. Il pentito Francesco Di Carlo ha parlato di quattro emissari dei servizi segreti, un italiano e tre stranieri, che dopo l’Addaura, nel 1990, gli chiesero di trovare un killer di mafia per eliminare Falcone. Mentre Angelo Siino ha chiamato in causa un big della massoneria. I sospetti di depistaggio sono rafforzati dalla condanna per falso documentale e falsa testimonianza dell’artificiere dei carabinieri, Vincenzo Tumino, che arrivò solo alle 11.30 all’Addaura, dove decise di distruggere con una micro-carica il congegno d’innesco, eliminando così una prova: ai processi, di fronte ai giudici e ai periti che gli rimproveravano quel «grave errore tecnico», ha cambiato versione più volte, accusando altri ufficiali (innocenti) o inventandosi di aver visto un timer, che invece non c’era.
Le indagini degli ultimi anni ipotizzano anche legami con l’omicidio del poliziotto Antonino Agostino, ucciso con la moglie a Palermo nell’agosto 1989, e con la tragica scomparsa del suo collega Emanuele Piazza. I sospetti su apparati deviati dei servizi sono talmente diffusi che il boss Madonia ha potuto strumentalizzarli per proporre una pista alternativa a Cosa Nostra, stroncata dalla Cassazione che reso definitive le condanne dei mafiosi. Tra tante ipotesi investigative in attesa di conferme, indagini da approfondire, testimonianze parziali, depistaggi e illazioni dietrologiche, questa inchiesta giornalistica ricostruisce, semplicemente, le cose che stavano davanti agli occhi di Falcone quando fu trovata la bomba dell’Addaura. Prima di tutto, quel tipo di esplosivo, con la X di Brixia in evidenza in tutte le foto, che permisero al pentito Ferrante di riconoscerlo con certezza. Cosa Nostra lo ha usato solo per un’altra strage: l’attentato in autostrada contro un altro giudice, Carlo Palermo, ferito dall’autobomba che il 2 aprile 1985, a Pizzolungo (Trapani), distrusse una macchina in transito e uccise una madre, Barbara Rizzo, con i suoi gemellini di 6 anni, Salvatore e Giuseppe Asta. Per quella strage sono stati condannati Riina, un boss di Trapani e altri due mafiosi dell’attentato all’Addaura. Carlo Palermo si era trasferito da Trento a Trapani per portare avanti le indagini di un magistrato, Giangiacomo Ciaccio Montalto, il primo a indagare sulla mafia di quella provincia e sui traffici di droga e armi da guerra, che fu ucciso da tre killer nella notte del 25 gennaio 1983. A Trento il giudice Palermo aveva aperto la prima istruttoria su quei traffici internazionali, fondata su un rapporto del Viminale che segnalava l’arrivo in Siria e Turchia di navi che partivano dalla Sicilia con armi da guerra, da scambiare con carichi di droga. Attaccato dal Psi di Craxi, il giudice si vide scippare e insabbiare l’inchiesta. Prima dell’attentato di Pizzolungo, si è sentito e incontrato con Falcone, che era amico anche di Ciaccio Montalto, che negli anni ’70 lo aveva salvato dall’aggressione di un detenuto.
Falcone ha difeso anche pubblicamente le indagini dei colleghi. Ha scelto di farlo a Brescia, nel febbraio 1984, a un convegno all’università dove ha lanciato l’allarme sulla «saldatura fra traffici internazionali di armi e di stupefacenti». Ha parlato di «gravi e complesse istruttorie» che hanno «accertato scambi tra eroina e forniture di armi sofisticate in Medio Oriente da parte di organizzazioni mafiose siciliane». Falcone a Brescia ha denunciato anche «l’intima connessione» di quei traffici con «le attività finanziarie di riciclaggio internazionale del denaro, effettuate da menti esperte».
Nei giorni dell’attentato dell’Addaura, Falcone stava indagando con due magistrati elvetici, Carla Del Ponte e Claudio Lehmann, proprio sul riciclaggio dei soldi accumulati dalla mafia nelle banche svizzere. A Lugano, nel febbraio 1989, avevano interrogato insieme un imprenditore di Brescia, Oliviero Tognoli, arrestato dopo cinque anni di latitanza. È l’inchiesta che ha poi portato alla condanna di Vito Roberto Palazzolo, il grande riciclatore dei tesori di Cosa Nostra, sequestrati solo in minima parte negli anni successivi. Falcone aveva accolto a Palermo i colleghi e li aveva invitati a fare il bagno all’Addaura proprio nel giorno in cui fu scoperta la bomba. Dopo la sua morte, i due magistrati svizzeri hanno testimoniato sotto giuramento che Tognoli in Svizzera aveva iniziato a parlare, confidando tra l’altro che era stato il poliziotto Bruno Contrada, nel 1984, a fare la soffiata che gli permise di scappare, ma rifiutandosi di sottoscrivere l’accusa in un verbale, per paura. In Italia Contrada è stato condannato con sentenza definitiva, che però è stata cancellata da un discusso verdetto della Corte europea, che ha dichiarato inapplicabile l’accusa di concorso esterno, senza smentire i fatti accertati. Le sentenze sull’Addaura confermano il «legame evidente» tra l’attentato e la missione a Palermo dei magistrati svizzeri, finiti con Falcone nel mirino della mafia.
Contrada ha sempre smentito ogni accusa. E il suo lunghissimo processo non è bastato a chiarire perché avesse tradito il pool antimafia per favorire proprio quell’imprenditore di Brescia. L’Espresso ora ha scoperto che, nei mesi che precedono l’attentato all’Addaura, Falcone stava lavorando a un’indagine più ampia sulla finanza bresciana. E ha rintracciato uno dei testimoni, un nobile che vive in uno splendido castello vicino a Parma: il principe Diofebo Meli Lupi di Soragna. In salotto, accanto al suo cane da caccia, il nobile aggrotta le ciglia mentre si sforza di ricordare tutti i dettagli dell’interrogatorio con Falcone: «Mi aveva convocato a Palermo come consigliere d’amministratore della Fintbrescia, la società di leasing del gruppo Finbrescia. Ho preso l’aereo e ho dormito in albergo. Falcone mi ha sentito nel suo ufficio, seduto alla sua scrivania. Voleva sapere perché una società di Brescia aveva finanziato una ditta siciliana, mi pare di trasporti, poi fallita, e chi aveva deciso quell’operazione. Ricordo la sua cordialità e gentilezza: era un vero signore, serio e correttissimo. Era molto interessato alle mie risposte e mi ha salutato calorosamente. Quando sono tornato a Brescia, mi è arrivata in ufficio una sua lettera personale di ringraziamento».
Più di trent’anni dopo, il principe non sa precisare il nome della società siciliana su cui indagava Falcone. La Fintbrescia è fallita nel 1990, proprio per aver prestato troppi soldi a imprese disastrate. A comandare nell’intero gruppo Finbrescia, ricorda il nobile, erano quattro grandi azionisti, tutti bresciani, che negli anni d’oro erano ricchissimi e controllavano decine di aziende con soci eccellenti, dalla Valtur al Banco Ambrosiano. Al nome di Tognoli, il principe risponde che ne aveva sentito parlare perché frequentava uno degli azionisti, ma non ricorda altro. Dopo l’Addaura, quando Falcone è stato esautorato, di questa indagine si è perso anche la memoria.
Scavando nel passato, oggi emerge un’impressionante catena di coincidenze che legano Brescia e Palermo. I candelotti dell’Addaura sono stati prodotti dalla Sei (Società esplosivi industriali) nella fabbrica di Ghedi, che ha chiuso nel 1985. La mafia di Trapani ne aveva a quintali. Il pentito Ferrante ricorda di averne portati «diversi sacchi a Palermo, circa 200 chili» prima dell’attentato al giudice Carlo Palermo. A consegnare il carico fu un colletto bianco della mafia di Trapani, Bruno Calcedonio: «un architetto, molto distinto, alto, con barba e capelli brizzolati, ben curati». Cinque anni dopo la strage di Pizzolungo, per colpire Falcone e i magistrati svizzeri all’Addaura, i boss Riina e Madonia decisero di usare proprio l’esplosivo bresciano, rimasto fino ad allora imboscato vicino a Palermo: una richiesta che sorprese i custodi mafiosi. Ebbene: il gruppo Finbrescia, tra le sue partecipazioni, aveva il 18 per cento della Misar, una fabbrica bresciana di mine fondata nel 1977 da ex tecnici della Valsella, che aveva come fornitore la Sei di Ghedi. Le mine della Misar, in pratica, venivano riempite con esplosivo prodotto dalla stessa fabbrica del Brixia.
Altro tragico collegamento. Riccardo Pisa, uno dei grandi azionisti del gruppo Finbrescia, è nato a Palermo, dove si era trasferito e aveva fatto fortuna il padre, Piero, che nel capoluogo siciliano ha fondato grosse società di costruzioni, come Cpc e Abc (Anonima bresciana costruzioni), che hanno edificato tra l’altro l’aeroporto di Punta Raisi. Piero Pisa è stato ucciso dalla mafia a Palermo il 4 gennaio 1982. Si è detto che si era rifiutato di pagare il pizzo. Ma l’omicidio è rimasto impunito: un caso irrisolto.
Ultima suggestiva coincidenza, tra le tante che si potrebbero citare. Antonio Spada, socio fondatore e grande azionista della Finbrescia, è stato sentito nel processo sulle stragi mafiose del 1993, come testimone, perché era il tesoriere dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio. Un ente cavalleresco con 1500 affiliati, da principi borbonici a vertici militari e leader politici, che riuniva la sua giunta esecutiva all’interno di uno dei monumenti che furono scelti come bersagli di Cosa Nostra (non si è mai saputo da chi e perché): la chiesa di San Giorgio al Velabro. Nelle sentenze sull’Addaura si legge che sulla borsa sportiva che custodiva l’esplosivo della mafia c’era un marchio vistoso: «Veleria San Giorgio» 18.5.20222 L’ESPRESSO


Con l’espressione Fallito Attentato dell’Addaura” ci si riferisce storicamente al progetto di agguato contro il giudice Giovanni Falcone, avvenuto il 21 giugno 1989 nei pressi della villa al mare che il magistrato aveva affittato per l’estate nella località palermitana dell’Addaura.

L’attentato

La mattina del 21 giugno, alle 7:30, gli uomini della scorta di Falcone, durante una ricognizione diretta al mare sulla spiaggia antistante la villa sul lungomare Cristoforo Colombo n.2731, ritrovarono accanto a uno scoglio una borsa sportiva contenente una cassetta metallica con 58 cartucce di esplosivo Brixia B5, per un peso complessivo di 8 kg, insieme a una muta subacquea e a delle pinne abbandonate. Il giudice quel giorno attendeva l’arrivo dei colleghi svizzeri Carla del Ponte e Claudio Lehmann per discutere alcuni aspetti dell’inchiesta Pizza Connection[1].
Secondo quanto riferito dal pentito Angelo Fontana[2], l’attentato fallì a causa della mancata realizzazione del programmato bagno a mare insieme ai componenti della delegazione elvetica e grazie alla ricognizione degli agenti di scorta, che spaventarono gli attentatori.
Data la gravità della situazione e l’evidente difficoltà di operare su un congegno sconosciuto, gli agenti della scorta decisero di richiedere l’intervento di un artificiere esperto in anti-sabotaggio. Nella tarda mattinata del 21 giugno giunse sul luogo l’artificiere dei Carabinieri Francesco Tumino, il quale, dopo avere esaminato l’ordigno ed avere fatto sgombrare l’area, temendo che un intervento immediato potesse fare deflagrare l’ordigno per la possibile presenza di congegni antirimozione o a tempo, decise di disattivare l’ordigno utilizzando una microcarica per disarticolare i collegamenti tra il meccanismo di innesco e l’esplosivo. Questa tecnica, se permise di analizzare in condizioni di maggiore sicurezza il contenuto della borsa, danneggiò tuttavia fortemente il comando di attivazione della carica esplosiva, costringendo gli inquirenti ad una delicata e laboriosa opera di rastrellamento estesa anche allo specchio di mare antistante la piattaforma con unità subacquee, allo scopo di ricercare tutti i frammenti che componevano il congegno esplosivo.

Antefatti e contesto storico

L’attentato si inserisce in una lunga serie di avvenimenti orientati a indebolire l’azione del Pool Antimafia e a screditare la figura di Giovanni Falcone, con l’unico fine di far saltare l’impianto accusatorio del Maxiprocesso di Palermo.
A tal proposito, subito dopo l’arresto di Salvatore Contorno, che decise, dopo Tommaso Buscetta, di collaborare con il Pool, iniziarono a circolare le c.d. “Lettere del Corvo“, che contenevano accuse dirette nei confronti di magistratura e forze di polizia, soprattutto nei confronti di Giovanni Falcone e di Gianni De Gennaro. Tra le tante, vi era quella che il Pool stesse favorendo Contorno e la famiglie perdenti della Seconda Guerra di Mafia per contrastare i Corleonesi ed eliminarne i capi. Le informazioni calunniose presenti in quelle lettere si rivelarono completamente false e ancora oggi vi è il sospetto che provenissero da ambienti istituzionali interni al Palazzo di Giustizia di Palermo, soprannominato infatti “il Palazzo dei Veleni“.
L’altro episodio fu l’omicidio del barone Antonio D’Onufrio, ucciso a Palermo il 16 marzo 1989, utilizzato per screditare la figura e l’uso dei collaboratori di giustizia da parte del Pool Antimafia. In particolare, nel giugno dello stesso anno venne fatta circolare la notizia di un colloquio tra D’Onufrio, Buscetta e De Gennaro[3], tesa a dimostrare l’irregolare gestione dei collaboratori al di fuori dellel aule di giustizia. Nell’udienza del 17 luglio 2000 il Servizio Centrale Operativo della Polizia di Stato smentì la notizia, confermando l’affidamento di Buscetta alle autorità statunitensi fino al 1989 con controlli rigorosi che non avrebbero permesso alcuna possibilità di spostamenti di questo genere.
L’eliminazione di Falcone in quel determinato momento storico era tesa non solo ad eliminare uno dei simboli dell’accusa del Maxiprocesso di Palermo, già vincente in primo grado con oltre 360 condanne, ma anche per bloccare le indagini relative alla Pizza Connection che riguardavano il finanziere Olivero Tagnoli, stabilitosi in Svizzera e collegato a Cosa Nostra.
Diciannove giorni dopo il fallito attentato, Giovanni Falcone rilasciò un’intervista a Saverio Lodato in cui affermò:

«Ci troviamo di fronte a mentì raffinatissime che tentano di orientare certe azioni della mafia. Esistono forse punti di collegamento tra i vertici di Cosa nostra e centri occulti di potere che hanno altri interessi. Ho l’impressione che sia questo lo scenario più attendibile se si vogliono capire davvero le ragioni che hanno spinto qualcuno ad assassinarmi»[4].

Il magistrato sempre in quell’occasione aggiunse: «Sto assistendo all’identico meccanismo che portò all’eliminazione del generale Dalla Chiesa. La ricorda l’operazione di sterminio denominata Carlo Alberto? Il copione e quello. Basta avere occhi per vedere».

Le indagini

Le indagini si mossero subito nella direzione dell’attentato mafioso. Le consulenze esplosivistiche permisero di ricostruire con sufficiente chiarezza la dinamica del programmato attentato, mentre solo con le dichiarazioni di vari collaboratori di giustizia, tra cui, tra cui innanzitutto Giovan Battista Ferrante e Francesco Onorato si riuscirono a individuare Salvatore Biondino, Antonino Madonia, Vincenzo Galatolo e Angelo Galatolo come autori materiali dell’attentato e Salvatore Riina come mandante.

Gli errori dell’artificiere Tumino

Altro argomento diventato oggetto d’indagine fu l’intervento dell’artificiere Francesco Tumino, brigadiere dei carabinieri. Sin dall’inizio, l’operato di Tumino fece emergere molti dubbi, in quanto la tecnica utilizzata distrusse il meccanismo di attivazione della carica, ritenuto di fondamentale importanza per le indagini. Inoltre, Tumino in più dichiarazioni mentì ripetutamente al fine di coprire i propri errori tecnici commessi durante l’operazione di disinnesco dell’esplosivo anche se, come successivamente confermato dalle indagini, non poteva esserci alcun dubbio di rischio come “tipologia di timer” o “sensori di movimento” da impedire un’altra modalità di intervento molto meno dannosa e rischiosa rispetto a quella usata dall’artificiere. Per questa ragione Tumino venne condannato il 22 settembre 1993 a sei mesi e 20 giorni di reclusione[5]

Processo

Il processo si aprì a Caltanissetta e il 15 giugno 1998 vennero rinviati a giudizio Totò Riina, Antonio Madonia, Salvatore Biondino, Francesco Onorato, Giovan Battista Ferrante e Angelo e Vincenzo Galatolo per i reati di strage e di porto e detenzione illegale di esplosivi .

Sentenza di 1° grado

Il 27 ottobre 2000 il tribunale di Caltanissetta condannò Totò Riina, Antonio Madonia e Salvatore Biondino a 26 anni di carcere ciascuno, mentre Francesco Onorato fu condannato a 10 anni e Giovan Battista Ferrante a 3 anni, più una multa di 1.200.000 lire. Tutti furono poi condannati al risarcimento delle parti civili, costituite da Maria Falcone, Anna Falcone Cambiano, Carla Del Ponte, Comune di Palermo, Provincia di Palermo, Regione Siciliana, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Ministero di Giustizia e Ministero dell’Interno, per un totale di 25.842.500 lire. Vennero, invece, assolti Vincenzo e Angelo Galatolo.

Ulteriori gradi di giudizio

Appello

La Corte di Assise d’Appello di Caltanissetta l’8 marzo 2003 confermò le condanne nei confronti di Riina, Madonia e Biondino, mentre ridusse quelle a Ferrante e a Onorato (2 anni e 8 mesi, più 600 euro di multa, per il primo, 9 anni e 4 mesi per il secondo). Condannò, inoltre, Riina, Madonia, Ferrante e Onorato alle spese processuali, pari a 15.000€ per il 1° grado e 15.751.99€ per il 2°. Infine, confermò l’assoluzione per Galatolo Vincenzo e Galatolo Angelo.

Cassazione

La II sezione penale della Cassazione, presieduta dal Dott. Francesco Morelli, confermò il 6 maggio 2004 le condanne emesse nei precedenti gradi di giudizio. Condannò, inoltre, Riina, Madonia, Biondino e Onorato al pagamento delle spese processuali sostenute da Maria Falcone, Anna Falcone e Carla Del Ponte per un totale di 3mila euro. Infine, annullò la sentenza impugnata nei confronti di Vincenzo e Angelo Galatolo, rinviandola a un nuovo giudizio presso la Corte di Assise di Appello di Catania. Successivamente Angelo venne condannato a 13 anni di reclusione Galatolo, mentre Vincenzo fu condannato a 18 anni.

La riapertura delle indagini

Nel 2008 le indagini vennero riaperte in seguito alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Angelo Fontana e Vito Lo Forte.

La testimonianza di Angelo Fontana

Il 26 febbraio 2009 Angelo Fontana dichiarò davanti al pm Nicolò Marino e all’ispettore capo Claudio Castagna che, benché si fosse affiliato ufficialmente a Cosa Nostra solo dal 1990, la notizia dell’omicidio di Falcone era nota già dalla metà degli anni ’80. Oltre a indicare in un edificio in vicolo Pipitone a Palermo la sede delle riunioni, dichiarò che il giorno dell’attentato il commando partì con due auto, una con Madonia appostato su un villino ad altezza strada, l’altra contenente l’esplosivo che venne poi collocato in una borsa da sub e posizionato sugli scogli da cui distava circa 50 metri Angelo Galatolo, pronto ad azionare il telecomando per l’esplosione. Infine, riferì che l’attentato fallì perché, in seguito al segnale di Madonia di rientrare a causa della presenza della Polizia, Galatolo, per timore di essere scoperto, si buttò in acqua perdendo il telecomando. Le dichiarazioni di Fontana portarono i pm a richiedere un’analisi del DNA sulle tracce biologiche recuperate dalla polizia scientifica sugli oggetti abbandonati[6]. Al termine delle operazioni tecniche i periti affermarono che dai reperti rinvenuti presso l’Addaura era stato possibile estrapolare 4 profili genetici e solo uno di questi corrispondeva al profilo di uno degli indagati, Angelo Galatolo, già condannato per la fallita strage. Sugli altri 3 profili sono ancora in corso accertamenti attraverso le banche dati di polizia e carabinieri.

Le dichiarazione di Vito Lo Forte

Secondo il pentito Vito Lo Forte all’Addaura ci sarebbe stata pure la presenza di uomini dei servizi segreti (Lo Forte fa riferimento all’agente Nino Agostino e all’ex poliziotto Emanuele Piazza). Per questa ragione, i magistrati disposero anche il confronto fra i Dna ritrovati sulla scogliera dell’Addaura e quelli di Agostino e Piazza, ma nulla emerse, quindi le dichiarazioni di Lo Forte, rese ai magistrati il 10 agosto 2009 non hanno trovato alcun riscontro. L’ipotesi investigativa dei magistrati di Palermo è che Agostino e Piazza fossero impegnati nella ricerca dei latitanti, nell’ambito di strutture riservate collegate con i servizi segreti.

Note

  1. Francesco Morelli, Sentenza n.826/2004 contro Riina Salvatore + 3, Corte di Cassazione – II Sezione Penale, 6 maggio 2004, p.3
  2. * Nicolò Marino, Verbale di interrogatorio di Angelo Fontana, Tribunale di Caltanissetta, 26 febbraio 2009, p.3
  3. Attilio Bolzoni, Antimafia, anche Buscetta era a Palermo, La Repubblica, 6 giugno 1989
  4. Giovanni Falcone, intervista a Saverio Lodato, l’Unità, 10 luglio 1989
  5. Attentato dell’Addaura, reclusione per un artificiere, La Repubblica, 23 settembre 1993
  6. Sergio Lari, Procedura n. 1207/08 R.G.N.R. mod. 21, Tribunale di Caltanissetta – Direzione Distrettuale Antimafia, 12 maggio 2010, pagg. 2-4 e 7-8

Bibliografia

  • Lari, Sergio. (2010). Procedura n. 1207/08 R.G.N.R. mod. 21, Tribunale di Caltanissetta – Direzione Distrettuale Antimafia.
  • Marino, Nicolò (2009). Verbale di interrogatorio di Angelo Fontana, Tribunale di Caltanissetta, 26 febbraio.
  • Morelli, Francesco (2004). Sentenza n.826/2004 contro Riina Salvatore + 3, Corte di Cassazione – II Sezione Penale, 6 maggio.

WIKIMAFIA


TESTO


 

FALCONE, l’Addaura le talpe a Palazzo di Giustizia

 

CAPACI e ADDAURA – I processi

 

FALLITO ATTENTATO A GIOVANNI FALCONE ALL’ADDAURA – Perizia DNA