ARCHIVIO 🟧 CASELLI interroga DI PIETRO per 4 ore su tangenti e Cosa nostra


16/01/1998, LA REPUBBLICA di ATTILIO BOLZONI 

 

I grandi appalti. I collegamenti tra la Tangentopoli del Nord e gli affari di Cosa nostra siciliana. Il denaro di Palermo e quello di Milano riciclato attraverso gli stessi canali. Le indagini insabbiate sugli imprenditori.
Il famoso rapporto dei carabinieri dei Ros e le ultime rivelazioni del pentito Angelo Siino. Su questi “temi”, ieri l’ altro, il procuratore Caselli ha ascoltato per quattro ore Antonio Di Pietro.
E due sono stati i nomi che più di altri, durante l’interrogatorio, sono stati fatti in una stanza di una caserma di Roma. Quello del costruttore agrigentino Filippo Salamone e quello di Raul Gardini, il primo rinchiuso da tre mesi in un carcere per associazione mafiosa e il secondo suicida nel luglio del 1993.
La Procura di Palermo si sta addentrando nei meandri di un’ inchiesta che in codice ha il nome di “Sistema criminale”: dentro c’ è tutto quello che è accaduto in Sicilia dall’omicidio del boss dc Salvo Lima fino all’ arresto del pentito-sicario Balduccio Di Maggio.
L’ interrogatorio di Di Pietro si è concentrato sulle investigazioni che lo stesso ex pm aveva svolto con Mani pulite nel 1993, in particolare le inchieste su Enimont e Ferruzzi, ma anche su alcuni filoni d’ indagine che coinvolgevano Filippo Salamone.
Inchieste del che si sono più volte incrociate con quelle del pool antimafia di Palermo
, inchieste sui grandi appalti.
Nelle quattro ore di interrogatorio si è parlato del ruolo di Raul Gardini, dei suoi rapporti con alcune imprese mafiose palermitane, delle intuizioni che aveva avuto Giovanni Falcone (“La mafia è entrata in Borsa”, disse il giudice quando scoprì che alcuni grandi gruppi imprenditoriali erano in affari con i boss corleonesi), delle rogatorie internazionali concordate tra Di Pietro e lo stesso Falcone quando era direttore generale degli Affari penali al Ministero.
Con il procuratore Gian Carlo Caselli a interrogare l’ ex pm di Milano c’ era anche il sostituto Antonio Ingroia, uno dei due titolari (l’ altro è Roberto Scarpinato) dell’ inchiesta sul “Sistema criminale”.
In quell’indagine si ricostruisce fondamentalmente il “contesto” delle stragi siciliane dell’ estate 1992, le uccisioni di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino.
Ed è stato proprio il pentito Angelo Siino, appena un mese fa, a rivelare in 22 pagine ai pm di Caltanissetta Paolo Giordano e Luca Tescaroli le “convergenze di interessi” tra la mafia siciliana e grandi imprenditori del Nord, primi tra tutti alcuni manager del gruppo Ferruzzi-Gardini.
In quello stesso scenario si inseriva il rapporto dei carabinieri del Ros del colonnello Mario Mori e del capitano Giuseppe De Donno, rapporto che allora sfiorava appena gli interessi della “Calcestruzzi Spa” e affondava invece sugli affari e le complicità del costruttore Filippo Salamone, il fratello del pubblico ministero di Brescia che ha poi più volte messo sotto accusa Antonio Di Pietro.
L’inchiesta del procuratore Caselli e del suo sostituto Ingroia è, in sostanza, una sorta di indagine parallela a quella sui cosiddetti “mandanti esterni” delle stragi Falcone e Borsellino che sta conducendo  la procura di Caltanissetta. Un’ indagine sulla “regia occulta”, sulle possibili altre entità che avrebbero potuto ordinare – insieme a Cosa nostra corleonese – l’ uccisione dei due magistrati. E il senatore Di Pietro adesso è diventato così, con la sua deposizione, un teste- chiave del “Sistema criminale”. Per avere fiutato già cinque anni fa la “connection” tra Palermo e Milano, per avere intuito già allora il ruolo del costruttore Filippo Salamone, per avere capito come funzionava in Italia e in un certo periodo anche in Sicilia – il sistema dei grandi appalti.
E’ stato lo stesso Di Pietro il 2 dicembre scorso, in un’ intervista a Repubblica, a ricordare: “Nel 1993 mi fecero il nome di Filippo Salamone ed io intuii tutto… Intuii tutto quando alcuni notissimi imprenditori avevano segnalato e messo per iscritto il salto di qualità che si era verificato in Sicilia quando si affacciò all’ orizzonte dei rapporti tra sistema di imprese e sistema politico un tale Filippo Salamone…”.

 

 

ANTONIO DI PIETRO: «Paolo Borsellino ucciso perché avrebbe voluto indagare su mafia- appalti»