di Alessandro Cucciolla
Ci sono momenti nella storia in cui il tempo smette di scorrere regolarmente e comincia a precipitare, come sabbia in una clessidra che qualcuno ha scosso con violenza.
I primi giorni di luglio del 1992, per Paolo Borsellino, sono stati esattamente questo: un conto alla rovescia accelerato, vissuto nella solitudine più profonda, ma affrontato con una dignità monumentale.
Oggi, a trentaquattro anni da quell’estate di sangue e fango, raccontare quei giorni non è solo un esercizio di memoria. È un dovere civile verso noi stessi, perché noi — che siamo cresciuti nel riflesso del suo coraggio — siamo a tutti gli effetti la Generazione Borsellino.
La corsa contro il tempo: “il tritolo è arrivato”
Dopo il boato di Capaci del 23 maggio, Paolo Borsellino sa di essere rimasto solo. Ma nei primi giorni di luglio, la consapevolezza della fine imminente diventa una certezza fisica, documentata.
Non sono i colleghi magistrati a informarlo, non arrivano canali ufficiali dalle istituzioni che avrebbero dovuto proteggerlo: sono gli uomini dell’Arma dei Carabinieri a confessargli la verità.
Il tritolo per lui è arrivato a Palermo. Il carico è pronto, l’ordine è esecutivo.
Da quel momento, la fretta diventa la sua ombra.
Non è la fretta del panico, ma quella del dovere. Borsellino lavora dodici, quattordici ore al giorno.
Fuma una sigaretta dopo l’altra, scrive, interroga, verbalizza. Ha fretta di lasciare tutto in ordine, di consegnare alla giustizia i tasselli mancanti prima che la mano di Cosa Nostra lo fermi.
Già ai funerali di Giovanni Falcone, stringendo la mano a un giovane Antonio Di Pietro, Borsellino era stato profetico e pragmatico:
”Dobbiamo vederci prima di andare avanti, dobbiamo coordinarci.”
Sapeva che i fili di Tangentopoli e quelli delle stragi siciliane si stavano intrecciando in un nodo scorsoio destinato a stringersi attorno al collo della Repubblica.
Il testamento davanti alle telecamere
In quei primi giorni di luglio, le interviste rilasciate da Borsellino — come quelle indimenticabili a Lamberto Sposini e alla televisione francese — smettono di essere semplici interventi giornalistici. Diventano, a tutti gli effetti, dei testamenti spirituali e investigativi.
Guardando quei filmati oggi, si percepisce una drammatica e lucidissima consapevolezza temporale.
Borsellino non parla solo ai telespettatori dell’epoca; parla alla storia. Usa i microfoni per lanciare messaggi, per mettere a verbale davanti all’opinione pubblica quello che forse non riesce più a far entrare nei palazzi di giustizia isolati.
C’è una calma straziante nei suoi occhi: la calma di un uomo che ha già accettato la sua condanna a morte, ma che rifiuta categoricamente di farsi paralizzare dalla paura.
Il cuore del mistero: il.Dossier “Mafia-Appalti”
Ma perché tanta fretta?
Cosa stava cercando Paolo Borsellino con così disperata urgenza in quel luglio del 1992?
La risposta si nasconde tra le pagine di un’indagine esplosiva: il dossier “Mafia-Appalti” redatto dal ROS dei Carabinieri.
Borsellino voleva, doveva approfondire quel faldone. Aveva intuito che la mafia non era più solo quella rurale dei Corleonesi o quella dei vicoli di Palermo; era diventata un’entità liquida capace di stringere patti con l’alta imprenditoria, con la grande edilizia e, soprattutto, con i gruppi imprenditoriali del Nord Italia.
Quell’asse economico-criminale tra la Sicilia e il Nord era il vero segreto che Falcone aveva iniziato a scoperchiare e che Borsellino stava disperatamente tentando di blindare. Un intreccio di miliardi, appalti truccati e colletti bianchi che rendeva la cupola mafiosa un partner d’affari della finanza criminale. Toccare quel dossier significava firmare la propria condanna. Paolo lo sapeva, eppure non si è fermato.
Noi, la Generazione Borsellino.
Non possiamo dimenticare quei primi giorni di luglio del 1992.
Non abbiamo il diritto di farlo. La tenacia di Paolo Borsellino in quella manciata di giorni sospesi tra la vita e il martirio è l’eredità più preziosa e pesante che la nostra storia recente ci abbia consegnato.
Oggi, a distanza di 34 anni, essere la Generazione Borsellino significa rifiutare l’indifferenza.
Significa capire che la legalità non è un concetto astratto da celebrare una volta all’anno, ma una scelta quotidiana, spesso faticosa, che richiede la stessa ostinata determinazione di quel magistrato che, sapendo di avere il tritolo sotto casa, continuava a scrivere per amore della verità.
FABIO TRIZZINO: i 57 giorni di Paolo Borsellino e il covo di vipere

