In occasione del 34Âş anniversario della strage di via DâAmelio in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e i suoi agenti di scorta Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Vincenzo Fabio Li Muli, Emanuela Loi e Claudio Traina il Sindaco di Como, Alessandro Rapinese, lâassessore Alberto Fontana e il Direttore del Centro Studi Sociali contro le mafie â Progetto San Francesco, Claudio Ramaccini,
Domenica 19 luglio  2026 alle ore 17.00 (ora della Strage)  alla presenza delle autoritĂ civili e militari, depositeranno una corona di alloro presso la Biblioteca comunale di Como, intitolata a Paolo Borsellino, in piazzetta Venosto Lucati 1.Â
Alle 0re 19 dello stesso giorno, presso la Cattedrale di Como, si terrĂ una messa di suffragio in ricordo delle vittime di Via D’Amelio.
La commemorazione del 19 luglio non è soltanto un atto di memoria, ma un invito a trasformare il ricordo in responsabilitĂ quotidiana. Lâesempio di Paolo Borsellino e dei suoi agenti richiama ciascuno di noi a un impegno concreto contro ogni forma di criminalitĂ organizzata, affinchĂŠ la cultura della legalitĂ possa radicarsi sempre piĂš nella societĂ e nelle nuove generazioni.
LOCANDINE
Da CAPACI a VIA DâAMELIO: la nascita di una coscienza collettiva. Lenzuoli  bianchi e piazze piene: la ribellione di Palermo.
Palermo, lâestate in cui una cittĂ disse âbastaâ.
Palermo, estate 1992. Due esplosioni â una sullâautostrada di Capaci, lâaltra in via DâAmelioâ squarciano non solo il cuore dello Stato, ma anche quello di una cittĂ che per troppo tempo era stata raccontata come rassegnata, piegata, incapace di reagire. E invece, proprio da quelle macerie, nacque qualcosa di inatteso: una ribellione civile, spontanea, diffusa, che cambiò per sempre il rapporto tra Palermo e Cosa nostra.
La cittĂ ferita che si risveglia
Nei giorni successivi alla strage di Capaci, in cui oltre al giudice Falcone persero la vita Francesca Morvillo e  gli agenti di scorta Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e Vito Schifani, Palermo appare come sospesa.
Le sirene, i funerali di Stato, il dolore dei familiari: tutto contribuisce a creare un clima di lutto collettivo. Ma è dopo il 19 luglio, quando lâautobomba di via DâAmelio uccide Paolo Borsellino e cinque agenti della scorta, che la cittĂ esplode davvero. La sensazione diffusa è quella di un tradimento: lo Stato non ha saputo proteggere i suoi uomini migliori, e i palermitani non vogliono piĂš essere spettatori.
I lenzuoli bianchi: la rivoluzione domestica
Dopo Capaci e via DâAmelio, Palermo era una cittĂ inginocchiata. Non solo per la perdita di Falcone, Borsellino e delle loro scorte, ma per la sensazione di essere stata tradita, abbandonata, lasciata sola davanti al proprio dolore. Eppure, proprio in quella solitudine, nacque una forma nuova di comunitĂ .
Il movimento dei lenzuoli bianchi non fu unâinvenzione politica, nĂŠ unâiniziativa istituzionale. Fu un moto spontaneo, quasi istintivo.
Lâiniziativa partĂ da una donna, MARTA CIMINO, assistente sociale, sociologa, figlia di due giornalisti de LâOra di Palermo. Fu lei a scrivere un volantino che invitava la cittadinanza a reagire al potere mafioso, a non restare in silenzio, a mostrare pubblicamente il rifiuto della violenza e dellâomertĂ .
La cittĂ rispose. E in poche ore Palermo si trasformò in un mare bianco che nessuna mafia poteva ignorare. Ă un gesto semplice, quasi intimo, a diventare il simbolo della rivolta: i lenzuoli bianchi appesi ai balconi. In poche ore, dalle vie del centro ai quartieri popolari, Palermo si trasforma in un mosaico di drappi candidi. Non sono bandiere di partito, non sono slogan organizzati: sono il linguaggio di una cittĂ che finalmente trova il coraggio di dire ânoi non siamo con voiâ.
Un atto di rottura, perchĂŠ per la prima volta la protesta entra nelle case, si affaccia sulle strade, diventa visibile a tutti â anche a chi, fino a quel momento, aveva preferito non vedere.
Le piazze tornano a essere luoghi di democrazia
Le manifestazioni si moltiplicano. Piazza Politeama, via LibertĂ , le scuole, le parrocchie: ogni spazio diventa un luogo di discussione, di rabbia, di richiesta di veritĂ . Gli studenti sono tra i primi a mobilitarsi. Organizzano assemblee permanenti, cortei, incontri pubblici. La frattura dellâomertĂ
Il 19 luglio, appena 57 giorni dopo Capaci, un secondo attentatomafioso in via DâAmelio uccise Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta: Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina.Â
Le lenzuola bianche tornarono alle finestre, diventando un emblema nazionale di opposizione al potere mafioso.
Quel gesto simbolico, negli anni, è diventato una tradizione: un atto di ribellione civile, un segno di risveglio delle coscienze, lâespressione di una societĂ che non vuole piĂš essere complice nĂŠ spettatrice della mafia.
La ribellione non è solo emotiva. In quei mesi aumenta il numero delle denunce, soprattutto da parte dei commercianti. Le scuole iniziano a ospitare incontri sulla legalitĂ , le parrocchie aprono spazi di confronto, i giornali locali cambiano tono. La cittĂ sembra liberarsi da un peso antico: la paura di esporsi. Non è un cambiamento totale, nĂŠ immediato, ma è un segnale: lâomertĂ non è piĂš un destino inevitabile.
La politica sotto accusa
La rabbia dei palermitani non si rivolge solo alla mafia. Durante i funerali di Borsellino, la folla contesta duramente i rappresentanti delle istituzioni.
Ă un momento di rottura: la cittĂ chiede conto allo Stato delle sue omissioni, delle sue lentezze, delle sue ambiguitĂ . Ă anche il preludio a una stagione di domande che, trentâanni dopo, non hanno ancora trovato tutte le risposte.
La nascita di una nuova coscienza civile
Da quellâestate nasce una Palermo diversa. Una cittĂ che non vuole piĂš essere raccontata solo come capitale della mafia, ma come capitale della resistenza civile. Nascono associazioni, iniziative culturali, percorsi educativi. La memoria di Falcone e Borsellino diventa un patrimonio collettivo, non piĂš confinato alle aule giudiziarie o alle cerimonie ufficiali.
UnâereditĂ che continua
La ribellione del 1992 non ha sconfitto la mafia, ma ha segnato un punto di non ritorno. Ha mostrato che Palermo non è solo la cittĂ delle stragi, ma anche quella dei cittadini che scendono in strada, che appendono lenzuoli, che pretendono veritĂ . Ha dimostrato che la mafia può essere combattuta non solo nelle aule dei tribunali, ma anche nei gesti quotidiani, nella cultura, nella scuola, nella partecipazione. E soprattutto ha lasciato un messaggio che ancora oggi risuona: la dignitĂ di un popolo può essere piĂš forte della paura. Â
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