MORI e l’incontro con FALCONE. L’inizio di una collaborazione

 

…In Sicilia, e a Palermo in particolare, in quei primi anni non ero visto di buon occhio. La diffidenza nei miei confronti era dovuta soprattutto alla mia amicizia, e alla mia lunga collaborazione professionale, con Domenico Sica, magistrato romano che aveva conquistato la nomina di alto commissario antimafia a scapito di Falcone.
Pur essendo un eccellente magistrato di cui avevo personalmente conosciuto e apprezzato le doti di intelligenza, intuito e cultura, Sica non ne sapeva molto di mafia e conosceva ancora meno il contesto palermitano: ignorava gli equilibri instabili all’interno del Palazzo di Giustizia e non aveva messo a fuoco l’importanza di fare sponda con Falcone nel contrasto a Cosa nostra.
Si era posto fin da subito nel modo sbagliato: individualista, sicuro di sé, poco collaborativo con i colleghi, come peraltro era sempre stato. L’ostracismo nei suoi confronti era una delle poche cose che metteva d’accordo tutti, o quasi, all’interno del “palazzo dei veleni”.

Capii ben presto che Palermo non era Roma. Che la mafia non era il terrorismo e che Falcone aveva qualcosa di unico, di geniale, che nel mio immaginario lo assimilava al generale Dalla Chiesa. Due uomini accomunati dalla capacità di vedere lontano.

Questo tuttavia non fu sufficiente per superare quella diffidenza che lo stesso Falcone nutriva nei miei confronti e, più in generale, nei confronti dell’Arma.
Non era bastato nemmeno, alla prova dei fatti, l’eccellente lavoro svolto dai miei uomini nei primi mesi di servizio in Sicilia, come ad esempio l’operazione che aveva consentito l’arresto, il 6 maggio 1987, di Francesco Madonia e dei figli Antonino e Giuseppe, tre degli uomini più vicini a Totò ‘u Curtu, cioè Salvatore Riina, e tra i più potenti boss della Sicilia, tutti latitanti.
Il primo, capo della famiglia di Resuttana Colli, era componente della commissione di Cosa nostra, mentre il figlio Antonino era responsabile degli omicidi di Carlo Alberto Dalla Chiesa e Ninni Cassarà. L’altro figlio, Giuseppe, aveva ucciso il capitano dei carabinieri Emanuele Basile.

Per superare quella fase di freddezza, anche e soprattutto con Falcone, che era l’interlocutore di riferimento per la nostra attività, fu necessario l’intervento da Milano di Ilda Boccassini, che in quel periodo stava collaborando col capitano Sergio De Caprio, che da qualche mese si era trasferito nel capoluogo lombardo per seguire l’inchiesta “Duomo Connection”.

Un giorno, a sorpresa, la Boccassini, seguendo una sua intuizione, si presentò a Palermo e mi invitò nell’ufficio di Falcone. De Caprio era stato informato che per noi che eravamo rimasti in Sicilia il clima non era favorevole, così aveva chiesto alla Boccassini, che aveva un’ottima considerazione nei nostri confronti e verso il nostro lavoro, di mediare con Falcone, suo grande amico.

<<> disse con piglio energico, mentre era seduta davanti a lui con le gambe accavallate e indosso una giacca rosso fuoco, «l’unica collaborazione su cui puoi, e devi, contare in Sicilia è quella con il colonnello Mori e con i suoi uomini. Ti do la mia parola che di loro ti puoi fidare. Scordati ciò che hai visto negli ultimi anni!>>>

Falcone ascoltò senza manifestare particolari reazioni. Sistemò con cura una delle adorate papere appoggiate sulla sua scrivania e cambiò discorso.
Quando uscimmo dalla stanza, la Boccassini ci guardò compiaciuta. Io non ero molto ottimista alla luce della reazione che Falcone aveva mostrato, ma in realtà quell’incontro servì a migliorare le nostre relazioni e il suo sforzo si rivelò determinante per superare quel pregiudizio nei nostri confronti.
Una cena, io e mia moglie, Falcone e sua moglie, in un buon ristorante sul mare, a Bagheria, fece il resto: creò confidenza, diede a me e a quell’uomo tanto famoso la percezione che stavamo dalla stessa parte e che entrambi eravamo disposti a rischiare tutto.
Negli anni a venire furono diversi gli spunti investigativi che portammo in dote all’Ufficio istruzione, molti di essi frutto di decisioni difficili, rischiose, ma nella mia carriera ho sempre deciso in autonomia, con la mia testa, assumendomi ogni responsabilità.
I rapporti con Giovanni Falcone divennero eccellenti sia a livello professionale sia umano, tanť’è che quando lui concepì la DIA (Direzione investigativa antimafia) pensò a due reparti investigativi operativi, uno diretto dal sottoscritto e l’altro da Gianni De Gennaro.
Non solo, nel 1991, pochi mesi dopo che si insediò a Roma, al ministero, chiamato dal ministro Claudio Martelli.

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