Ranucci il martire. Un uomo trasformato in icona, un programma trasformato in campo di battaglia con cavalli di Troia

 

Stanno costruendo un martire. E il martire, si chiama Sigfrido Ranucci. Non è un processo spontaneo, né un moto collettivo di indignazione: è una narrazione che si è messa in moto con precisione chirurgica, alimentata da dichiarazioni incendiarie, da un clima di sospetto permanente e da una retorica che trasforma una vicenda professionale in un dramma civile.
Ranucci, del resto, non parla più come un giornalista che lascia un programma: parla come un uomo che resiste a un assedio. Ogni frase è calibrata per evocare nemici, poteri, ombre. Ogni decisione aziendale diventa un atto ostile (la fine di Regeni…) . Ogni critica si trasforma in un attacco alla libertà d’informazione. È la grammatica del martirio: non si discute un passaggio di consegne, si combatte una battaglia morale.
La sua uscita da Report viene descritta come una deposizione forzata da poteri che non tollerano la verità.
I suoi successori, prima ancora di entrare in studio, vengono delegittimati: non sono colleghi, ma simboli di un tradimento. La rivolta interna degli inviati diventa la prova che il “capo” è stato sacrificato. E la frase su Riina – una scivolata comunicativa evidente – viene reinterpretata come gesto di coraggio, come se il giornalismo dovesse misurarsi in atti di sfida simbolica ai boss mafiosi.
Il risultato è una narrazione inquinata: un uomo trasformato in icona, un programma trasformato in campo di battaglia, un’azienda trasformata in nemico. È la logica del “noi contro loro”, che non lascia spazio alla complessità, né alla normalità dei processi editoriali. E soprattutto, è una logica che avvelena il dibattito pubblico: perché quando un giornalista diventa un martire, ogni critica diventa sacrilegio, ogni sostituzione diventa persecuzione, ogni decisione diventa complotto.
Il punto non è negare il valore del lavoro di Ranucci. Il punto è riconoscere che la martirizzazione è una strategia comunicativa che serve a sopravvivere mediaticamente, a mantenere centralità. Ma il giornalismo non ha bisogno di martiri: ha bisogno di responsabilità, di rigore, di continuità. E soprattutto ha bisogno di non confondere la verità con la narrazione di sé.

L’idea dei “cavalli di Troia” dentro Report è la chiave narrativa con cui Sigfrido Ranucci tenta di spiegare — e giustificare — ogni critica, ogni dissenso, ogni rilievo professionale che non provenga dal suo cerchio ristretto. È una costruzione retorica che trasforma il normale pluralismo redazionale in un complotto interno, utile a blindare la propria immagine e delegittimare chiunque non si allinei.
Ranucci presenta Report come un fortino assediato da infiltrati, “cavalli di Troia” che avrebbero il compito di sabotare la purezza del progetto originario. È una narrazione che funziona solo se si accetta l’idea che Report coincida con lui, e non con la redazione, la storia del programma o il servizio.
La figura del martire, già ampiamente utilizzata, si arricchisce di un nuovo capitolo: non solo Ranucci sarebbe stato osteggiato dall’esterno, ma addirittura tradito dall’interno.

Chiunque subentri, chiunque proponga un cambio di linea, chiunque non si riconosca nel suo stile viene automaticamente collocato nel ruolo del “traditore”. È un modo per rendere sospetta ogni successione, ogni passaggio di testimone, ogni fisiologica evoluzione del programma.
La retorica dei “cavalli di Troia” è un dispositivo comunicativo che serve a un obiettivo preciso: impedire che la fine della sua direzione venga letta come un normale avvicendamento professionale. Se esistono infiltrati, allora esiste un complotto. Se esiste un complotto, allora la sua uscita non è una scelta editoriale, ma un attacco alla libertà di informazione. È un modo per spostare il discorso dal merito al sospetto, dal giornalismo ai retroscena, dalla responsabilità alla persecuzione.
La narrazione di Ranucci trasforma la redazione in un campo di battaglia, dove la fiducia è sostituita dalla diffidenza.
Report diventa un brand personale, non un programma del servizio
L’idea che ogni critica sia un attacco orchestrato impedisce qualsiasi riflessione interna sulla qualità del lavoro, sugli errori, sulle scelte editoriali.
I “cavalli di Troia” non esistono. Esiste invece un giornalismo che, quando perde la centralità, tenta di trasformare la fisiologia in patologia, la successione in tradimento, la critica in sabotaggio. È una strategia che può funzionare mediaticamente, ma che avvelena il clima interno, indebolisce la credibilità del programma e riduce il servizio pubblico a un teatro di narrazioni personali.