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16 Giugno 2023 Â Il programma Rai condotto da Sigfrido Ranucci sembra non correre alcun rischio â quantomeno sotto il profilo penale â nel continuare la narrazione di fatti e misfatti totalmente inventati.
Neppure se gli stessi finiscono con il depistare indagini su latitanti e fatti di mafia.
Ă questa la conclusione che si può trarre dallâarchiviazione dellâesposto presentato dalla vedova di Antonio Vaccarino, lâex sindaco di Castelvetrano che nei primi anni del 2000, nel corso di unâoperazione condotta col Sisde di Mario Mori, ha intrattenuto contatti epistolari con lâallora latitante Matteo Messina Denaro per permetterne la cattura.
La corrispondenza tra Vaccarino, con lo pseudonimo di Svetonio, e Matteo Messina Denaro, con quello di Alessio, nel tempo ha dato adito a ricostruzioni degne delle migliori teorie complottiste.
Non ai livelli di QAnon che annunciò lâimminente arresto di Hillary Clinton nel 2017 (mai verificatosi), o di quelli che vedono nei leader mondiali una razza superiore, forse aliena, che riesce a controllare il mondo, bensĂŹ piĂš allâitaliana, con gli immancabili servizi segreti deviati protagonisti di una tresca dagli oscuri contorni.
A dare la stura al piĂš classico dei complotti, una perizia calligrafica richiesta dalla procura di Palermo di allora, con la quale si escludeva che lâautore dei pizzini firmati Alessio fosse Matteo Messina Denaro.
A cavalcare lâonda â nulla di piĂš normale in un paese ammalato di complottismo -, la trasmissione di Rai3 Report del 24 maggio 2021, con unâintervista condotta da Paolo Mondani a un anonimo ripreso di spalle che con la voce contraffatta afferma di sapere chi fosse lâuomo che scriveva i pizzini al posto del latitante: un carabiniere suo amico, impiegato in banca e sotto copertura dei servizi segreti.
Quella che oggi appare non solo come una bufala pazzesca, e non certamente un servizio giornalistico mandato in onda da unâemittente pubblica nazionale, ma anche â se a seguito dellâesposto presentato si fosse accertato che a scrivere nel corso di tutti questi anni era veramente Matteo Messina Denaro â come un bel favore reso â certamente inconsapevolmente da parte dei giornalisti â a un latitante che in passato stava molto attento a non lasciare tracce di sè, chiedendo ai suoi contatti di bruciare gli scritti dopo averli letti.
Il rinvenimento di un pizzino, infatti, avrebbe potuto spostare le attenzioni dal boss in direzione di un fantomatico âamanuenseâ.
Un anonimo, come lâanonimo era lâintervistato dal programma di Ranucci.
A seguito dellâarresto di Matteo Messina Denaro, grazie al rinvenimento di nuovi pizzini pubblicati e messi a confronto anche da altre testate giornalistiche (come nel caso di questo articolo a firma di Egidio Morici), è apparso evidente â anche allâocchio di un profano â che lâautore delle missive â sia quella di trenta anni fa scritta alla sua ex, che quelle piĂš recenti inviate alla sorella, a boss di âcosa nostraâ e a Vaccarino â era sempre lo stesso.

A far luce sul âmisteriosoâ â quanto inesistente â amanuense, in servizio (non deviato, per caritĂ ) 24 ore su 24 da trentâanni a questa parte per scrivere pizzini a boss, famigliari e forse anche la lista della spesa, la perizia di 237 pagine redatta dalla criminalista Katia Sartori, esperta in scienze forensi, su incarico della moglie dellâex sindaco di Castelvetrano.
Una perizia che ha ribaltato lâesito di quella che allâepoca aveva chiesto la procura di Palermo, âa seguito delle cui conclusioni â scriveva Damiano Aliprandi in un suo articolo con il quale si chiede chi ha infangato lâoperazione condotta da Mario Mori âla moglie dellâex sindaco di Castelvetrano ha presentato un esposto per fugare ogni dubbio in merito a chi scrivesse al marito, ponendo fine allâazione di discredito in suo danno, ma anche in danno del Sisde diretto allora dal generale Mario Moriâ.
Lâesposto, presentato il 3 maggio 2023, il 22 dello stesso mese è stato oggetto di richiesta di archiviazione da parte della procura di Palermo che non ha individuato spunti dâindagine, allâinfuori della lettera di minacce scritta da Matteo Messina Denaro a Vaccarino il 15 novembre 2007, il cui reato sarebbe comunque prescritto da tempo.
Secondo quanto scritto dal pm nella richiesta di archiviazione, il delitto sarebbe stato commesso mediante la spedizione della missiva redatta da un soggetto che solo allâesito delle recenti acquisizioni documentali conseguite alla cattura di Matteo Messina Denaro potrebbe identificarsi nel capomafia castelvetranese, e solo grazie alla comparazione dei numerosi reperti sequestrati presso i covi del boss (trattandosi peraltro di analisi ancora in corso di svolgimento) si potrĂ eventualmente affermare su solide basi fattuali che la missiva in questione sia stata effettivamente redatta dallâex primula rossa castelvetranese.
Il magistrato scrive inoltre che in base agli accertamenti peritali effettuati nel corso di diversi processi numerosi pizzini sequestrati nei covi di latitanti erano ideologicamente riconducibili alla volontĂ del Messina Denaro,  ma era stato accertato che tali scritti non erano stati vergati personalmente dallo stesso, cosĂŹ come gli accertamenti peritali a suo tempo eseguiti hanno escluso la riconducibilitĂ alla mano dellâallora latitante per quelli inviati a Vaccarino, dovendosi dunque ritenere  la missiva redatta e sottoscritta da fonte anonima.
âSoltanto oggi â si legge nella richiesta di archiviazione â, grazie ai numerosi sequestri di materiale grafologico sicuramente riconducibile alla âmanoâ di Matteo Messina Denaro, tale situazione di incertezza potrebbe essere superata; e tuttavia ogni accertamento in tal senso si rivelerebbe del tutto inutile giacchĂŠ, come si è detto, il reato per cui si procede è senza dubbio estinto per prescrizione in epoca peraltro assai risalenteâ
Dura lex, sed lex, avrebbero detto i giuristi romani dellâepoca dellâimperatore Giustiniano I.
Tantâè, e forse per conoscere chi fosse il vero autore dei pizzini â nonostante lo si veda ad occhio nudo e lo confermi la perizia redatta dalla criminalista Katia Sartori â servirĂ ancora del tempo.
Report â seppure pare non intervistare piĂš anonimi âsuggeritoriâ che narrano di carabinieri-banchieri-007 che scrivevano i pizzini â potrĂ ancora propinare ai propri ignari telespettatori bufale e fake news pur di aumentare lâaudience del programma, senza incorrere in conseguenze penali.
Che poi le suddette bufale finiscano con il depistare possibili indagini in corso, è un fatto del tutto marginale.
La legge (art. 656 c.p.) prevede infatti che commette reato chiunque pubblica o diffonde notizie false, esagerate o tendenziose, per le quali possa essere turbato lâordine pubblico.
Evidentemente lâordine pubblico non è âturbatoâ dalle continue illazioni sullâoperato delle forze dellâordine e altre istituzioni; nĂŠ tantomeno la legge prevede che commette reato chi âdepistaâ le indagini inventando false notizie e intervistando anonimi liberi di raccontare ciò che vogliono senza che nessuno accerti la veridicitĂ dei fatti narrati.
âPerchĂŠ un uomo, mantenendo lâanonimato, si è prestato a dichiarare una falsitĂ usando una trasmissione del servizio pubblico in prima serata? Il pensiero non può non andare a qualcosa che ha a che fare con una forma di depistaggio vero e proprio. Chi è questo anonimo e perchĂŠ ha testimoniato un evento falso, creando lâennesima versione complottista che â di fatto â infanga indirettamente Mario Mori e anche Antonio Vaccarino perchĂŠ partecipe di questa inesistente macchinazione?â â si chiedeva Aliprandi nel suo articolo.
Forse non lo sapremo mai.
Tranne che Report non decida di proporre querela a seguito di questo articolo sulle bufale propinate ai telespettatori (potrebbe però finire come un processo con un ex pentito, il quale confessò in aula anche un omicidio per il quale non era mai stato indagato), dandoci modo di chiamare a testimoniare lâanonimo intervistato, al quale sarebbero tante le domande che vorremmo porre.
Ma Ranucci non è lâex pentito di cui sopra, e si guarderĂ bene dal farloâŚ
Gian J. Morici. 16 Giugno 2023 LA VALLE DEI TEMPLI

13 Agosto 2026 – Ranucci, il bambino e lâacqua sporca
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Ho preferito rimanere in silenzio in attesa di capire come si sarebbe evoluta la vicenda che coinvolge Ranucci, ma di fronte a un evidente tentativo di delegittimazione volto a screditare lâintera attivitĂ dâinchiesta di Report e del suo conduttore, ritengo indispensabile fare chiarezza e mostrare lâassurditĂ di chi punta il dito sulla persona per non guardare la sostanza dei fatti.
La situazione in cui si trova Ranucci richiama da vicino il celebre episodio di Tersite nellâIliade. Mentre Odisseo tenta di ristabilire lâordine tra le truppe greche sconfortate, Tersite, descritto come un guerriero deforme, sgradevole e rancoroso, è lâunico soldato semplice che trova il coraggio di protestare apertamente contro lâaviditĂ di Agamennone. La risposta del potere non consiste nel smentire le sue argomentazioni, ma nel colpirlo fisicamente e ridicolizzarlo. Odisseo lo percuote con violenza e lâintero esercito, quello stesso esercito che stava per abbandonare Agamennone, ne ride, ricompattandosi attraverso la punizione del capro espiatorio.
La parabola giornalistica di Sigfrido Ranucci e lâesperienza di Report si inseriscono precisamente in questa dinamica antica. Molto spesso chi svolge un giornalismo dâinchiesta capace di scavare nei palazzi del potere viene spinto dalla narrazione pubblica nel medesimo ruolo del soldato omerico, e quando le veritĂ documentate si rivelano inoppugnabili nel merito, la reazione di chi comanda non punta a contestare i dati, ma a colpire la figura di chi li ha resi noti.
Ranucci si ritrova oggi al centro di un attacco mirato a trasformarlo in un personaggio sgradevole, accusato di agire per livore personale o simpatia ideologica. Esattamente come accadeva nellâassemblea degli Achei, la propaganda dominante cerca di spostare lâattenzione dalla notizia al giornalista che la racconta.
Oggi, proprio come di fronte alla protesta di Tersite, la questione fondamentale dovrebbe essere quella se i fatti emersi dalle inchieste di Report corrispondono al vero o no. A questa dinamica si aggiunge un addebito frequente sollevato da vari esponenti della maggioranza, che accusano il programma e la sua conduzione di parzialitĂ politica, sostenendo che le indagini prendano di mira prevalentemente il centrodestra, lasciando in ombra le responsabilitĂ del centrosinistra.
Ridurre però lâefficacia o la legittimitĂ del giornalismo dâinchiesta a una pura bilancia di appartenenza politica significa fraintendere la natura stessa del controllo sul potere. Lâobiettivo di un giornalismo libero non deve essere il bilanciamento manuale delle parti colpite per accontentare i vari schieramenti, ma la verifica rigorosa dei fatti ovunque si nascondano irregolaritĂ , e la tutela di una democrazia matura non risiede nel silenziare chi indaga o nel delegittimare chi solleva questioni sgradite, ma nel moltiplicare le voci capaci di farlo. La soluzione ideale non è zittire un conduttore o ridimensionare un programma scomodo, ma desiderare dieci, cento giornalisti dâinchiesta per ogni parte politica. Dieci reporter dedicati a scavare rigorosamente a destra, e altri dieci dedicati a fare esattamente lo stesso a sinistra, pronti ad analizzare ogni sfumatura di gestione del potere, senza sconti per nessuno.
Solo attraverso unâesposizione costante di tutti gli schieramenti al vaglio dellâopinione pubblica è possibile garantire unâinformazione davvero trasparente. La pluralitĂ si costruisce aumentando le domande e il rigore investigativo su tutti i fronti, mai eliminando chi osa farle.
Certamente è stato quantomeno ingenuo, se non apertamente da sciocchi, concedere confidenza o definire amico un personaggio promiscuo e controverso come Valter Lavitola, poichĂŠ chi fa del giornalismo dâinchiesta il proprio mestiere vive immerso nellâesigenza di distinguere le fonti dal proprio perimetro personale, e frequentare contesti o figure dalla reputazione compromessa espone inevitabilmente a un cortocircuito di immagine. In un ambiente privo di sconti come quello della comunicazione pubblica, una superficialitĂ del genere offre un fianco prestato alle critiche piĂš severe e strumentali.
Ma lâingenuitĂ di una frequentazione inopportuna o un errore di valutazione sulle relazioni personali, rappresentano una vera e propria complicitĂ , o significa stravolgere la realtĂ dei fatti? Essere imprudenti non equivale a essere complici. Forse schiocchi â non me ne voglia Ranucci â ma non certo complici, non fino a prova contraria. La complicitĂ presuppone una condivisione dâintenti, un patto dâinteressi o un concorso in condotte illecite, elementi che non emergono e che contrastano con il lavoro investigativo svolto sul campo.
Accostare la leggerezza personale alla malafede professionale è lâennesimo tentativo di distogliere lo sguardo dal contenuto delle inchieste per concentrarlo sulle fragilitĂ dellâindividuo. Ranucci, che nemmeno a me è stato mai particolarmente simpatico, e del quale non ho condiviso tutte le inchieste, ha commesso un errore di leggerezza nel lasciarsi affiancare da una figura ambigua, ma questo invalida la veridicitĂ delle inchieste portate a termine e trasforma un giornalista dâattacco in un alleato del malaffare?
Ancora una volta si ripropone la necessitĂ di distinguere il valore dellâopera e dei fatti documentati dalle contraddizioni o dagli scivoloni personali di chi li racconta. Lâimprudenza o lâinaccortezza nelle relazioni sociali sono colpe individuali che si possono criticare sul piano dellâopportunitĂ , ma non bastano a trasformare chi indaga nel complice del sistema che ha contribuito a svelare.
Bisogna infatti ricordare quale sia il valore sociale e la ricaduta concreta del giornalismo portato avanti da Report. Al di lĂ delle polemiche politiche o delle personali scivolate umane, la storia recente del paese evidenzia come molte delle inchieste mandate in onda dalla redazione guidata da Ranucci non si siano concluse con un semplice dibattito televisivo, ma abbiano squarciato veli di omertĂ su scandali istituzionali, finanziari e ambientali di prima grandezza.
In piĂš di unâoccasione, il lavoro investigativo svolto sul campo ha fornito elementi conoscitivi preziosi e materiale documentale dâinizio che ha spinto la magistratura a spalancare le porte delle proprie Procure. Ă stato il giornalismo di Report a portare in luce intrecci tra criminalitĂ organizzata, colletti bianchi, appalti pubblici truccati, frodi sui fondi europei e smaltimenti illeciti di rifiuti tossici che successivamente si sono trasformati in vere e proprie indagini penali, processi, sequestri e condanne.
Quando unâinchiesta giornalistica costringe la giustizia ordinaria ad attivarsi, significa che lâinformazione ha svolto fino in fondo la sua funzione costituzionale di cane da guardia della democrazia. Il giornalista non si sostituisce ai giudici, ma arriva spesso laddove le istituzioni non hanno ancora posato lo sguardo o non hanno avuto la forza di scavare.
Mettere sotto attacco Report o delegittimare il conduttore per distogliere lâattenzione dal contenuto equivale a voler spegnere la spia dâallarme quando câè un incendio in corso. Se quelle denunce hanno consentito di avviare fascicoli giudiziari e di tutelare lâinteresse pubblico svelando malaffare e corruzione, significa che la sostanza del lavoro rimane un presidio di legalitĂ insostituibile, indipendentemente dai tentativi di trasformare chi lo realizza in un bersaglio da abbattere.
E mentre la politica e la comunicazione di palazzo cercano in ogni modo di distrarre lâopinione pubblica spostando lâattenzione sui dettagli personali, sulle simpatie ideologiche o sugli errori di frequentazione, la domanda da porsi diventa unâaltra: ha davvero senso buttare via il bambino con lâacqua sporca?
Gian J. Morici – LA VALLE DEI TEMPLI
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