
La deposizione di Giovanni Brusca al processo di Firenze contro Salvatore Baiardo è piena di incongruenze.
La più devastante riguarda una data errata, che fa crollare tutta l’impalcatura: l’uomo che azionò il telecomando della strage di Capaci sostiene di essersi mosso verso Silvio Berlusconi dopo aver letto un articolo dell’Espresso, e colloca quella lettura entro l’estate del 1993. Quell’articolo, in realtà, è uscito nel marzo del 1994. Il mese delle elezioni politiche. Non prima.
Il resto della giornata è servito a ricostruire l’incarico che Brusca dice di aver affidato a Vittorio Mangano, il boss palermitano che negli anni Settanta aveva lavorato nella villa di Arcore: andare da Berlusconi e chiedergli «una mano d’aiuto». Quell’incarico arriva quando le bombe sono già esplose tutte. Mangano doveva dire che gli attentati potevano essere spacciati per opera della sinistra, così che Berlusconi, una volta sceso in campo, «poteva utilizzarli a suo favore». Uno «strumento politico», dice Brusca. Peccato che il presunto messaggio gli sia arrivato quando oramai la campagna elettorale era finita.
Nella stessa deposizione l’ex capo mafioso di San Giuseppe Jato spiega da dove nacque la campagna di attentati fuori dalla Sicilia. Dai suggerimenti di Paolo Bellini, l’ex estremista di destra che si muoveva attorno a Cosa nostra: colpite i monumenti e lo Stato verrà a trattare. Quel consiglio, dice, fu portato a Totò Riina dopo Capaci, nel 1992, per costringere lo Stato a concedere qualcosa. Anche questo cozza con la verità ricostruita nei processi. A suggerire i luoghi simbolo per gli attentati era stato in realtà Matteo Messina Denaro. Se prendiamo per buono il suo racconto, quelle stragi nacquero per ragioni che con Berlusconi non c’entrano nulla, e solo dopo qualcuno pensò di rivenderne il significato a un imprenditore che si era candidato. Un uso postumo, l’esatto contrario di quello che si è ipotizzato per trent’anni, cioè che i mandanti delle bombe furono Berlusconi e Dell’Utri.
Sulla data, l’udienza diventa surreale. Brusca risponde di getto «nel ‘94». Il pubblico ministero Leopoldo De Gregorio gli contesta un suo verbale del 2000, dove l’incontro con Mangano era ancorato a un furto di bestiame accertato nella notte fra il 7 e l’8 ottobre 1993, perché al boss regalò la carne di quegli animali. Qualche settimana dopo, quindi, e Brusca è costretto a confermare: «Allora sì, il periodo era quello». La difesa fissa il paletto a novembre 1993.
La Corte d’assise d’appello di Palermo, in realtà, nella sentenza sulla trattativa Stato-mafia, quell’incontro lo aveva collocato nel marzo 1994. E vedremo che è così. Non è la memoria ballerina a fare notizia. Il punto è che ogni datazione, la sua e quella dei giudici, cade dopo le stragi: Capaci e via D’Amelio nel 1992, via dei Georgofili a Firenze nel maggio 1993, via Palestro a Milano e le due chiese romane in luglio. Quindi Berlusconi dovrebbe uscire di scena dalle stragi.
Cosa dicono le sentenze definitive
La ricostruzione dei giudici poggia da sempre su Marcello Dell’Utri: Mangano sarebbe stato scelto per i suoi vecchi rapporti con il futuro fondatore di Forza Italia, che avrebbe fatto da ponte verso Berlusconi. Alla difesa che gli chiede se Mangano gli avesse mai fatto quel nome, Brusca risponde di no. Racconta altro: Mangano gli parlava del suo passato in casa Berlusconi e dei rapporti con Fedele Confalonieri, presidente di Mediaset, e per arrivare in alto contava su un imprenditore delle pulizie che lavorava dentro l’azienda.
Poi c’è la nascita dell’idea. La difesa gli ricorda quello che disse ai giudici di Palermo: decise di usare Mangano dopo aver letto un articolo dell’Espresso sui rapporti fra il boss e la famiglia Berlusconi.
Lui conferma e precisa di averlo letto prima del furto dei vitelli. Quell’articolo la Corte d’assise d’appello di Palermo lo ha identificato: è lo scoop con cui Chiara Beria di Argentine, sull’Espresso, trascrisse per la prima volta l’intervista che Paolo Borsellino aveva rilasciato a due giornalisti francesi il 21 maggio 1992. In Italia restò inedita per due anni e uscì nel marzo del 1994, il mese delle elezioni. È la stessa intervista finita poi in televisione con Ranucci, in una versione alterata, come ha accertato la Corte d’appello di Milano nel 2008: non per mano di chi la mandò in onda, ma, di fatto, era manipolata.
Con quella data in mano il racconto si smonta da solo. Brusca non può aver letto nell’estate del 1993 un giornale uscito nel marzo del 1994, e quindi non può aver dato l’incarico a Mangano nell’ottobre o nel novembre del 1993, come ha ripetuto in aula. Se l’incontro è di marzo cade anche il resto, a partire da quella sua frase secondo cui non sapeva ancora del fallito attentato allo stadio Olimpico di Roma, tentato dai suoi due mesi prima. Un impianto che non regge in nessuna delle date che lui stesso fornisce.
Sul finale i giudici erano già stati chiari.
Nel 2010, nel processo a Dell’Utri, la Corte d’appello di Palermo scrisse di non poter escludere che Mangano avesse millantato con Brusca e Bagarella promesse mai ricevute. E infatti Brusca ammette che risposte vere e proprie non ne arrivarono mai: né fermatevi né andate avanti. Poi Mangano fu arrestato e, parole sue, «azzeriamo tutto». Resta la questione più imbarazzante: quel biennio Brusca non lo ha vissuto da dentro. Racconta di essere stato messo da parte dopo che ha saputo che da Antonino Gioè, intercettato nella sua abitazione di Via Ughetti, emersero i piani stragisti in continente. Brusca è stato considerato un debole per aver chiesto di fermarsi e quindi tenuto fuori da Bagarella, cognato di Riina, da Giuseppe Graviano, capo del quartiere palermitano di Brancaccio, e da Messina Denaro.
La stessa cosa l’aveva annotata la giudice di Palermo Marina Petruzzella nella sentenza del 4 novembre 2015 che assolse l’ex ministro Calogero Mannino. Lì si legge anche come lavora la memoria di Brusca: dal 1996 in poi prese «ad arricchire i suoi resoconti di elementi eclatanti, congetture e sintesi, anche confuse e di difficile comprensione, anche per gli stessi inquirenti che lo interrogavano», ricostruzioni suggerite dalle domande, dai giornali, dalle dirette radiofoniche delle deposizioni altrui.
Il resto è un catalogo di sentito dire. Dei contatti fra i Graviano e il Cavaliere dice di aver appreso dalle dichiarazioni del pentito Gaspare Spatuzza.
L’orologio da cinquecento milioni di lire che Graviano avrebbe visto al polso di Berlusconi glielo riferì Messina Denaro nell’estate del 1995, in un paese del Trapanese, mentre giocavano a carte parlando dei rispettivi orologi. Il bilancio, dentro Cosa nostra, lo aveva già tirato Bagarella. In un verbale del 2021 Brusca gli attribuisce un giudizio sui fratelli di Brancaccio: due ragazzini che si sono fatti mettere in tasca da Berlusconi, perché non ottennero nulla.
Il 14 settembre il giudice per le indagini preliminari di Caltanissetta, Santi Bologna, tornerà sulla richiesta di archiviazione della posizione di Dell’Utri per le stragi del 1992: fascicolo archiviato, riaperto nel 2022, di nuovo al capolinea. Nella stessa udienza si discuterà la richiesta del boss sanguinario Graviano di essere ascoltato, lui che si dichiara innocente e vittima di una macchinazione. A Firenze, sui morti del 1993, si è già alla sesta archiviazione. Trent’anni per finire qui: pentiti che sbagliano gli anni e riferiscono voci di terza mano, boss all’ergastolo promossi a testimoni della Storia. Il tutto sotto i ritratti di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. IL DUBBIO 11.8.2026 Damiano Aliprandi
