Inchiesta Hydra, pentito svela il ponte politico: alleanza tra mafie in Lombardia

 

Inchiesta Hydra Milano, il pentito Cerbo svela ponte politico e alleanza tra 'ndrangheta, camorra e Cosa nostra. 62 condanne, 45 a processo.

Inchiesta Hydra ponte politico alleanza mafie Lombardia è la svolta che sta facendo tremare il Nord. L’inchiesta Hydra della Direzione Distrettuale Antimafia di Milano ha portato alla luce un inedito sistema mafioso lombardo basato su un’alleanza stabile tra ‘ndrangheta, camorra e Cosa nostra. Un patto che per anni è stato negato, considerato impossibile, e che oggi è scritto in 62 condanne e nelle parole di un nuovo pentito.

 

L’indagine dei Carabinieri del Nucleo investigativo di Milano e dei pm Alessandra Cerreti e Rosario Ferracaneha svelato che i clan delle tre mafie storiche non agivano più solo in autonomia, ma cooperavano per spartirsi gli affari illeciti tra Milano e Varese. Non più tre mafie separate, ma un unico sistema criminale integrato.

Il procedimento ha contato complessivamente oltre 140 imputati. Nel gennaio 2026 sono arrivate 62 condanne con rito abbreviato con pene fino a 16 anni di reclusione che hanno confermato l’esistenza dell’associazione mafiosa mista. Altri 45 imputati sono stati rinviati a giudizio e il dibattimento è proseguito a Milano nell’aula bunker di San Vittore.
Gli ultimi aggiornamenti raccontano anche le difficoltà del processo. La Repubblica ha riportato il rinvio di alcune udienze a causa del crollo del controsoffitto nell’aula bunker di San Vittore a Milano per il maltempo di questi giorni. Un segnale simbolico di un processo che si svolge in condizioni difficili, sotto minaccia, ma che non si ferma.

Hydra, cosa ha scoperto la Dda di Milano sull’alleanza tra mafie

L’operazione denominata Hydra, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Milano, ha portato all’avvio di un maxiprocesso che coinvolge 143 imputati, accusati di far parte di un sodalizio mafioso attivo tra le province di Milano e Varese. L’indagine è durata anni, con intercettazioni, pedinamenti, sequestri.
La tesi della Dda è rivoluzionaria per la Lombardia. Fino a prima di Hydra si pensava che in Lombardia ci fossero le locali di ‘ndrangheta, qualche famiglia di Cosa nostra, qualche clan di camorra, ma ognuno per conto suo. Hydra dimostra che esisteva una coalizione nel territorio milanese tra le tre compagini, il cosiddetto patto tra le mafie in Lombardia.
Un consorzio criminale che gestiva appalti, droga, estorsioni, riciclaggio, truffe e bancarotte. Il tutto con una regia unica. I soldi venivano spartiti, i territori divisi, i problemi risolti insieme. Un sistema che ha inquinato l’economia legale milanese per anni.

Il pentito Scarface, chi è William Alfonso Cerbo e cosa ha rivelato

Nel corso della maxi udienza del procedimento Hydra a Milano, il procuratore Marcello Viola e i pm Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane hanno depositato atti di nuove indagini integrative, tra cui i verbali di William Alfonso Cerbo, nuovo collaboratore di giustizia.
Cerbo, figura apicale del clan catanese dei Mazzei, ha confermato l’esistenza di una presunta alleanza tra Cosa Nostra, ‘ndrangheta e camorra, attiva tra Milano e Varese. Una collaborazione che secondo le rivelazioni avrebbe avuto legami anche con il mandamento di Castelvetrano, storicamente legato a Matteo Messina Denaro.
Detenuto nel carcere di Marassi, 43 anni, Cerbo ha deciso di collaborare e ha consegnato una memoria di 27 pagine. Davanti ai pm ha detto, ammetto la partecipazione al reato associativo quale affiliato e collettore economico a Milano del clan Mazzei di Catania, ammetto i fatti per cui sono stato condannato nel procedimento Scarface e devo ammettere che tutti i reati di truffa e bancarotta sono stati da me commessi per agevolare il clan Mazzei.

Il ponte politico e i nomi che fanno rumore, da Corona a Lele Mora

Nei verbali Cerbo parla anche di un ponte politico tra i boss, di contatti con il mondo della notte e dell’imprenditoria. Racconta di Gaetano Cantarella detto Tano, appartenente a Cosa Nostra e storico affiliato al clan Mazzei incaricato di gestire gli affari a Milano, legato dapprima al mondo delle discoteche in virtù dei rapporti con Fabrizio Corona, che in più occasioni si rivolgeva a Cantarella quando aveva problemi su Milano.
In un caso, ricorda Cerbo, Fabrizio Corona gli chiese un recupero credito di 70 mila euro da fare a Palermo per una truffa patita da un amico. La conoscenza con Cantarella risale all’inverno 2011 ed è legata al mondo delle discoteche, ricordo fece venire Fabrizio Corona alla mia discoteca Bho a Catania. Nomi come Lele Mora e l’Ortomercato di Milano vengono tirati in ballo, entrambi estranei all’indagine ma indicativi dei circuiti in cui si muoveva il sistema.
La frase più importante del memoriale è, ribadisco di non aver mai spartito introiti illeciti con il sistema lombardo, i miei illeciti erano miei e della famiglia Mazzei e nessuno poteva entrarci, ma trovandomi a Milano, non essendoci più Tano non potevo esimermi dal mettermi a disposizione tra il sistema su ed i Mazzei giù. Non mi reputo un promotore di questo sistema, ma so di aver alimentato il sistema grazie al mio status di uomo della famiglia Mazzei. Solo così credo di liberarmi definitivamente da questo cancro.

Il sistema mafioso lombardo, come funzionava l’alleanza a Milano e Varese

Le indagini della Dda di Milano e dei Carabinieri hanno ricostruito l’operatività di questa alleanza, che si presume fosse dedita a diversi affari illeciti. Traffico di droga, estorsioni, riciclaggio di denaro e infiltrazioni in appalti pubblici. Il clan catanese dei Mazzei avrebbe avuto un ruolo di raccordo, e le dichiarazioni del pentito rafforzano l’idea che l’influenza criminale siciliana si estendesse fino a Milano e Varese, infiltrandosi nel tessuto economico, riciclando denaro e gestendo affari per decine di milioni di euro.
Al centro dell’inchiesta vi è l’ipotesi di un sistema mafioso lombardo, una presunta rete di collaborazioni tra esponenti di diverse organizzazioni criminali all’ombra di Matteo Messina Denaro, il boss arrestato nel gennaio 2023 dopo oltre trent’anni di latitanza e deceduto nel settembre dello stesso anno. Tra gli imputati figura Paolo Aurelio Errante Parrino, parente del boss, il che sottolinea ulteriormente il legame con il mandamento di Castelvetrano.
Il sistema funzionava così, la ‘ndrangheta lombarda garantiva controllo del territorio e appalti, la camorra portava canali di riciclaggio e droga, Cosa nostra metteva relazioni imprenditoriali e protezione politica. Un triangolo perfetto che ha permesso di spartirsi la Lombardia senza spargimenti di sangue, come una holding.

Le 62 condanne e i 45 a processo, i numeri del maxiprocesso Hydra

Il 13 gennaio 2026 il gup di Milano Emanuele Mancini ha condannato con rito abbreviato 62 imputati a pene fino a 16 anni di reclusione e ne ha mandati a processo 45 nel maxi procedimento a carico di 145 persone, scaturito dall’inchiesta Hydra della Dda.
Una sentenza storica che riconosce per la prima volta l’esistenza in Lombardia di un’associazione mafiosa mista, non solo ‘ndrangheta. Il giudice ha letto il dispositivo nell’aula bunker del carcere di San Vittore, blindata, dopo una camera di consiglio durata giorni.
Le mafie non si sono fermate dopo questa sentenza, in data 19 marzo 2026, in pubblica udienza, si è aperto il dibattimento in cui si discute la posizione dei quarantacinque rinviati a giudizio del secondo filone del maxi processo Hydra. La tesi dell’accusa resta la stessa, esiste un sistema mafioso lombardo che va oltre le singole famiglie.

Il crollo del controsoffitto e le minacce ai pm Cerreti e Viola

Il dibattimento è proseguito a Milano nell’aula bunker, ma di recente la Repubblica ha riportato il rinvio di alcune udienze a causa del crollo del controsoffitto nell’aula a causa del maltempo. Un episodio che ha costretto a spostare le udienze e che mostra le condizioni precarie in cui si celebrano i maxiprocessi in Italia.
Ma c’è di più. La gravità delle indagini è testimoniata anche dalle minacce ricevute nei mesi scorsi dal procuratore Marcello Viola e dai pm Alessandra Cerreti, che hanno portato a un rafforzamento della loro scorta. Oggi di Hydra parlano tutti ma all’inizio è stata osteggiata, se è andata avanti è solo grazie alla determinazione di un magistrato, Alessandra Cerreti, che ha continuato a raccogliere prove anche quando un gip aveva provato a fermare la richiesta di arresto per 100 di quelli che oggi sono imputati.
E forse perché questo processo, questa inchiesta spaventava perché portava direttamente ai rapporti con i vertici politici, come raccontano alcuni testimoni. Il pentito Gioacchino Amico, altro collaboratore nel procedimento Hydra, ha messo a verbale, c’è gente libera, che è molto infiltrata in politica. Parole che ora la Dda sta verificando con nuove indagini integrative sul ponte politico tra i boss.

Cosa ci insegna Hydra, perché la Lombardia non è più immune

L’inchiesta Hydra termina sei anni dopo l’inizio con una storica sentenza che riconosce per la prima volta l’esistenza in Lombardia di gruppi mafiosi che operano in stretto contatto, pur mantenendo una relativa autonomia. Non è più la mafia al Nord come fenomeno isolato, è la mafia del Nord, radicata, imprenditoriale, politica.
La collaborazione di William Alfonso Cerbo rappresenta una svolta significativa e potrebbe portare a nuove indagini, arresti e sequestri di beni, contribuendo a disarticolare l’alleanza tra Cosa Nostra, ‘ndrangheta e camorra. Resta da vedere quali saranno gli sviluppi futuri del processo e quali ulteriori dettagli emergeranno, ma è chiaro che questa vicenda avrà un impatto significativo sulla lotta alla mafia nel Nord Italia.
Un’inchiesta che parte da Varese e arriva a Catania, che lega discoteche, appalti, estorsioni e politica. Hydra, come il mostro mitologico, aveva molte teste. La Dda di Milano ne ha tagliate 62. Ne restano 45 da processare. E forse altre ancora da scoprire. VARESE PRESS

 

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