PAOLO BORSELLINO in libreria
Nell’estate «dei veleni», il Corvo imbuca sei lettere anonime indirizzate alle più alte cariche della Repubblica. Si accusa Giovanni Falcone di aver trasformato il pentito Salvatore Contorno in un killer di Stato per stanare Totò Riina, il capo dei capi di Cosa Nostra. Potrebbe essere la pietra tombale sul maxiprocesso. Poco dopo, la bomba all’Addaura nella villa di Falcone e le insinuazioni sull’autenticità dell’attentato. Una triangolazione micidiale di vendette e interessi coincidenti, un’oscura trama criminale ordita da «menti raffinatissime» per delegittimare e isolare gli uomini di punta dell’antimafia. All’alba della stagione delle stragi, inizia così un estenuante calvario mediatico e giudiziario, uno dei momenti più bassi della giustizia italiana. Giudici contro giudici, Palazzi infetti, sussurri e pettegolezzi, storie di ieri e di oggi. Storie di mafia e servizi segreti in cui si fatica a capire chi sono i buoni e chi i cattivi.

Trecento giorni di sole è il racconto di un figlio che non ha avuto il tempo di parlare da uomo a uomo con suo padre, è il racconto di un magistrato che ha lottato per squarciare il velo su un fenomeno, quello mafioso, di cui pochi – allora – erano disposti a riconoscere l’esistenza; è il racconto di un uomo che, a costo della vita, ha lottato per rendere l’Italia un Paese migliore. Il 29 luglio 1983 un terrificante boato irrompe in casa Chinnici. Giovanni ha diciannove anni e una vita intera davanti; ma in quella giornata di sole, una delle trecento di cui gode ogni anno la Sicilia, ancora non sa che dovrà viverla senza quel padre amato, forte e rispettato che risponde al nome di Rocco Chinnici. Ucciso sotto casa con la prima auto-bomba della mafia, il giudice Chinnici, il «maestro» di Falcone e Borsellino, fu colui che alla fine degli anni Settanta capì l’importanza di lavorare affinché le istituzioni riconoscessero l’esistenza del fenomeno mafioso e lo affrontassero con gli strumenti adeguati; colui che istituì quello che, qualche mese dopo il suo omicidio, divenne noto come il Pool antimafia di Palermo. Giovanni Chinnici riannoda il filo della propria esistenza e di una parte fondamentale del nostro Paese, mettendo in luce le gioie e i timori di un giudice consapevole del proprio tragico destino, ma deciso a spendersi fino all’ultimo. Lo fa rievocando momenti di vita personale – dalle estati spensierate a San Ciro alle ore trascorse in tribunale osservando suo papà lavorare – e attraverso i momenti più delicati e significativi della carriera del padre, dalle indagini sul rapporto tra mafia e poteri economico-politici agli omicidi di Piersanti Mattarella e Carlo Alberto Dalla Chiesa. Sullo sfondo, una Palermo dapprima felice, poi tormentata dalla Seconda guerra di mafia e addolorata per le morti dei ragazzi a causa dell’eroina, attraversata da una profonda trasformazione urbanistica e sociale, ma sempre sovrastata da un cielo azzurrissimo e illuminata da una luce accecante. Trecento giorni di sole è il racconto di un figlio che non ha avuto il tempo di parlare da uomo a uomo con suo padre, è il racconto di un magistrato che ha lottato per squarciare il velo su un fenomeno, quello mafioso, di cui pochi – allora – erano disposti a riconoscere l’esistenza; è il racconto di un uomo che, a costo della vita, ha lottato per rendere l’Italia un Paese migliore.

“Sulla strage di via D’Amelio si è consumato il più grande depistaggio della storia d’Italia, il culmine di quei misteri che hanno inquinato la vita della nostra Repubblica. Ma se il depistaggio fosse una necessità del potere e la storia nient’altro che una successione di fake news?” Quando, il 19 luglio del 1992, un’autobomba distrusse via D’Amelio a Palermo uccidendo il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta, il depistaggio che mirava a nascondere colpevoli e mandanti era già iniziato. E sarebbe continuato per più di vent’anni. Enrico Deaglio, uno dei pochi giornalisti italiani ad aver raccontato questa vicenda terribile e incredibile nei suoi più minuti dettagli, parte da questo “depistaggio perfetto” per tracciare una breve storia e fenomenologia dell’insabbiamento, dell’accusa posticcia, del complotto per nascondere la verità: tutte cose su cui l’Italia repubblicana non ha l’esclusiva, ma di certo molta esperienza. Dall’affare Dreyfus al delitto Kennedy, dai romanzi di Sciascia ai film di Hollywood, dalla Sicilia mafiosa indietro fino alla millenaria storia del biblico capro espiatorio, Deaglio ci conduce in una galleria impressionante di casi e ricorrenze, all’inseguimento di una verità che viene a galla – se viene a galla – troppo tardi per cambiare le cose, buona al massimo per scriverci libri di storia, lasciandoci il dubbio che sia la natura stessa delle cose, del potere e della società, a garantire l’esistenza e la costante fortuna del depistaggio.
Perché tante stragi e delitti in Italia rimangono impuniti? La ricerca della verità è un percorso a ostacoli e in troppi casi, prima ancora di cercare i colpevoli, si è messa in dubbio la credibilità di chi accusava. È accaduto a Giovanni Falcone quando si disse che la bomba dell’Addaura l’aveva piazzata lui stesso e a Paolo Borsellino la cui agenda rossa, misteriosamente scomparsa, sarebbe stata un «parasole». Don Diana? «Era un camorrista.» Peppino Impastato? «Un terrorista.» La lista dei nomi infangati per distrarre l’attenzione dai delitti è lunga. E la strategia ha un preciso nome in gergo, «mascariamento». Per comprenderne i drammatici effetti, Paolo Borrometi ci accompagna in un viaggio nella storia d’Italia in cui denuncia i traditori, i criminali che mirano a creare confusione nel Paese per raggiungere i propri interessi illegittimi. A discapito della verità. Un reportage giornalistico tra anomalie, depistaggi e buchi neri che parte dallo sbarco degli americani in Sicilia nel 1943 per arrivare ai giorni nostri, passando per le bombe degli anni Settanta e la strategia della tensione: da Portella della Ginestra a via Fani, dall’Italicus al Rapido 904, da Bologna a Capaci e Via d’Amelio, fino all’arresto del latitante Matteo Messina Denaro. Una storia, alternativa e potente, del lato oscuro del Paese.

Ferruccio Pinotti restituisce il vivido affresco di una torbida vicenda criminale, soffermandosi sui rapporti che Cosa nostra intrattiene con entità esterne al suo perimetro e riportando i racconti e le testimonianze inedite di chi ha provato a fermare quei mafiosi, di chi ne è rimasto vittima, di chi si impegna tuttora a rintracciare i colpevoli.Intorno alle stragi del 1993, nonostante i trent’anni trascorsi e le numerose sentenze giunte all’ultimo grado di giudizio, permangono ancora molti misteri e opacità. Tanto che sono tuttora in corso inchieste sui «concorrenti esterni» per la collocazione delle bombe esplose a Firenze, Milano e Roma che causarono dieci morti e centosei feriti. A ricostruire le inchieste nei particolari ed evidenziarne il rilievo è ora questo libro che segue il filo rosso che porta agli assassini di Falcone e Borsellino ma anche a quello di don Pino Puglisi. Nella cornice storica e investigativa si stagliano gli indiscussi strateghi mafiosi di quei fatti drammatici. Innanzitutto Matteo Messina Denaro, a lungo latitante, simbolo di una mafia in evoluzione che di lì a poco si trasformerà in una «Cosa nuova», fatta di legami con i «salotti buoni» dell’imprenditoria, di infiltrazioni nel mondo dell’alta finanza, di proiezioni e interessi internazionali. Oltre a lui emergono figure come i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, i boss di Brancaccio. Il primo regista di complesse operazioni finanziarie. Il secondo vero e proprio «gemello diverso» del trapanese Messina Denaro. Tutti e tre irriducibili uomini di fiducia del boss Totò Riina. E depositari di indicibili segreti.

Cosa sono le mafie? Dove si trovano? E come si combattono? Le risposte nelle parole del magistrato Catello Maresca, sotto scorta dal 2008 per essersi impegnato nell’ eradicare dall’Italia il clan dei Casalesi. Che cos’è la mafia, anzi: che cosa sono le mafie? Sì perché, come un mostro mitologico, la mafia ha molte teste, e più le tagli più queste sembrano ricrescere. Ma, come tutti i mostri, anche le mafie possono essere sconfitte. Per farlo, bisogna capire come funzionano; come nascono, da chi sono formate, come e perché operano. Quali sono le differenze tra le mafie italiane e quelle estere? Ma soprattutto, come si combattono e chi sono i coraggiosi che, con impegno e dedizione, si sono dedicati nel corso degli anni a contrastare questo terribile nemico, giungendo perfino, a volte, a sacrificare la propria vita? A queste e ad altre importanti domande, Catello Maresca, magistrato, si adopera per dare una risposta, prestando a questo tema così delicato e drammatico la propria esperienza decennale, in un volume pensato e rivolto a tutte le ragazze e i ragazzi: per aiutarli a conoscere e capire, per fornire loro gli strumenti utili non solo a scoprire le ingiustizie della mafia, ma anche a difendersi da esse. Età di lettura: da 12 anni.

Capaci, il paese siciliano della grande strage del 1992. Qui si svolge una storia semplice e allo stesso tempo incredibilmente intricata. Paolo Conigliaro, maresciallo e comandante della stazione dei carabinieri, indagando su faccende relative alla progettazione di un centro commerciale, si imbatte in un groviglio di interessi e irregolarità, connivenze e complicità. Credendo di fare il proprio dovere continua a investigare, ma si trova avviluppato in una trama politico-affaristica dove entrano in scena figure picaresche di paese e potenti venuti da fuori, riottosi colleghi e affettati superiori, importanti studi legali e procure distratte, avventurieri noti alle cronache e imprenditori già scivolati in inchieste poliziesche. Tra comparse e protagonisti, nomi che portano ad altri nomi e ad altri nomi ancora. Anche a quelli di un’antimafia finta e mistificatrice. In un surreale rovesciamento delle parti, questa è una storia in cui l’investigatore viene trascinato a giudizio e diventa l’indagato. Con una sola colpa: voler capire.

La storia del nostro Paese è pesantemente condizionata dalla presenza pervasiva di organizzazioni criminali che deprimono lo sviluppo economico e civile di diverse regioni del Sud e che nel tempo hanno allargato il loro campo d’azione infiltrandosi nei meccanismi dello Stato. Si fa fatica a definire ‘normale’ un Paese che da decenni non riesce a estirpare un fenomeno così penalizzante non solo per il Mezzogiorno, ma per l’Italia tutta. Utilizzando lo stile avvincente di un reportage ‘in presa diretta’ con i protagonisti e i testimoni degli eventi, il libro del giudice Balsamo racconta l’origine e l’evoluzione della Mafia, l’affermazione del suo potere, le sue cointeressenze economiche, l’espansione al Nord, la sua rete di relazioni internazionali, componendo un quadro coerente e persuasivo alla luce dei più recenti accertamenti giudiziari e di una serie di testimonianze inedite. Un racconto che non trascura le domande ancora aperte, come quelle sulla convergenza di interessi alla base dell’omicidio di Piersanti Mattarella e delle stragi in cui rimasero uccisi Falcone e Borsellino, e sulla individuazione delle reali motivazioni di alcuni dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana sui quali l’opinione pubblica ancora attende che venga fatta piena luce.

Questa, più che una storia di mafia, è la storia di un gruppo di ragazzi, cresciuti nella Sicilia degli anni Ottanta, compagni di gioco sullo stesso campetto di terra battuta, che si allontanano fino a diventare nemici. “I ragazzi di Regalpetra” racconta la lunga guerra di mafia che agli inizi degli anni Novanta insanguinò una parte della Sicilia. E il conflitto, che vedeva amici di un tempo gli uni contro gli altri, esplose anche nei luoghi di Leonardo Sciascia, il grande scrittore che settant’anni fa fece letteratura delle cronache del suo paese proprio con “Le parrocchie di Regalpetra”. Riconnettendosi idealmente a quelle cronache paesane, Gaetano Savatteri ricostruisce come il seme della violenza sia germogliato. Un libro-verità, con nomi e cognomi, vittime e carnefici, di uno scontro che provocò decine di morti. «Una delle più interessanti storie di mafia che abbia letto», come scrive nella sua prefazione lo storico Salvatore Lupo, autore di studi fondamentali su Cosa Nostra. Savatteri aveva conosciuto quei ragazzi, diventati adulti e mafiosi. È andato a cercarli nelle tane da pentiti dove vivono nascosti o nelle galere dove scontano ergastoli. Per tentare di capire come siano potuti diventare avversari, seminando lutti e dolori che alla fine hanno devastato le vite di tutti. Prefazione di Salvatore Lupo.

Il nome di Tony Gentile è pressoché ignoto al grande pubblico, sebbene abbia scattato una straordinaria fotografia che tutti conoscono e che è diventata un’icona della storia italiana contemporanea: l’immagine è quella di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino che parlano in confidenza. Tony Gentile ha scattato questa e altre fotografie negli anni terribili in cui la guerra di mafia insanguinava la Sicilia, seminando centinaia di morti. A trent’anni da quegli eventi, il volume raccoglie un corpus di immagini catturate dall’obbiettivo di Tony Gentile: fotografie che, da documenti di cronaca, sono diventati storia, e che restituiscono un’immagine polifonica della Sicilia, sospesa tra la violenza delle stragi perpetrate da Cosa nostra e la tenace resistenza della popolazione. Un libro, introdotto da Ferdinando Scianna e con un testo e un’intervista all’autore raccolta da Carlo Sala, dedicato a un territorio e a un’epoca la cui memoria è ancora profondamente viva nella coscienza del nostro Paese.

Il saggio di Nicola Zarbo analizza in modo chiaro e lineare la nascita e lo sviluppo della mafia. Partendo dalle sue origini del mondo agrario e pseudofeudale, ne segue gli sviluppi attraverso l’Unità d’Italia, gli accordi durante il periodo fascista, il ruolo avuto durante lo sbarco alleato e infine la sua trasformazione nel dopoguerra. Quindi la banda Giuliano, Portella della Ginestra e la trasformazione interna della struttura mafiosa. Si giunge quindi alle due guerre di mafia, lo scontro con lo Stato, arrivando infine all’epoca delle stragi e alla fine della Prima Repubblica. Un testo esplicativo, scritto in modo semplice e accessibile, ma completo e storicamente esaustivo sul fenomeno mafioso in Sicilia e i suoi sviluppi che si sono ramificati negli anni in tutta Italia e nel mondo.

Leoluca Bagarella, Giovanni Brusca, Pasquale Cuntrera: nomi famosi, nomi infami, che rimangono scolpiti nella memoria di tutti perché rappresentano la mafia delle stragi dell’estate del 1993, dell’uccisione di Giovanni Falcone e Pietro Borsellino, del potere di Toto Riina e Bernardo Provenzano. Catturare questi uomini, spesso latitanti per anni, nascosti tra le pieghe di una Sicilia e di una Palermo in cui il territorio spesso sfugge al controllo dello stato, è un’impresa investigativa di grande difficoltà: si tratta di saper parlare con i pentiti, conoscere il modo di ragionare dei mafiosi, muoversi tra la criminalità comune, le donne dei capimafia e alcuni spietati assassini. Alfonso Sabella è stato per anni magistrato inquirente a Palermo, al tempo del pool antimafia guidato da Giancarlo Caselli. Ha catturato Bagarella e Brusca, ha visitato le camere della morte dove avvenivano le torture e le uccisioni più cruente, ha raccolto i racconti di pentiti maggiori e minori e soprattutto ha accumulato una enorme riserva di storie. Storie con tutta la violenza delle guerre di mafia di cui fanno le spese anche gli innocenti, storie di intercettazioni telefoniche e imboscate per strada, storie in cui le gesta dei mafiosi si modellano sui film e la televisione. Soprattutto storie vere, che ci fanno vivere in prima persona le emozioni, i drammi, le delusioni e i trionfi di un magistrato che per anni è stato un cacciatore di mafiosi di professione.

Uccidere e farla franca. È l’attività che la mafia siciliana ha elevato a forma d’arte nella sua corsa al potere e al denaro. Una corsa che l’ha resa la più ramificata, famigerata e copiata organizzazione malavitosa del pianeta, al punto che il termine italiano ‘mafia’ si è trasformato ormai in una generica etichetta, a indicare l’intera gamma delle realtà criminali mondiali: cinesi, giapponesi, russe o turche. A differenza dei suoi imitatori globalizzati, la mafia siciliana si organizza combinando gli attributi di uno Stato ombra, di una società d’affari illegale e di una società segreta cementata dal giuramento. ‘Cosa nostra’ ricostruisce le storie degli uomini e delle donne che sono vissuti e sono morti all’ombra della mafia.

La Costituzione è la legge fondamentale dello Stato, ma in quanti sono in grado di elencarne i centotrentanove articoli? Che cosa si intende per economia circolare? Cosa sono i rifiuti e come si gestiscono? E il cambiamento climatico, cosa comporta? Questi sono solo quattro dei nove argomenti trattati in questo libro, grazie al quale Alessandra Viola fa luce sui temi salienti affrontati alle scuole superiori nell’insegnamento dell’educazione civica. Una materia che ci tocca tutti in prima persona, che regola la nostra vita quotidiana, che ci permette di muoverci nel nostro Paese e nel mondo consapevoli dei diritti che ci sono dovuti e dei doveri ai quali dobbiamo rispondere. E siccome questi temi ci riguardano tutti, è importante studiarli nel concreto e vedere come sono calati nella realtà di ogni giorno. Ecco quindi che ogni capitolo viene introdotto da un personaggio di spicco della cultura e della società italiana: con il presidente della Repubblica parliamo di cittadinanza europea e Costituzione; con Ambra Angiolini di salute e benessere; con FIAMMETTA BORSELLINO di legalità; con Manuel Bortuzzo di disabilità. Ma questo libro vuole essere anche “un invito a prendere parte alla politica, alle iniziative di solidarietà, alla ricerca, partendo dalle mille iniziative locali esistenti” scrive l’autrice. “Perché le leggi possono tracciare il cambiamento, ma non lo attuano. Quello sta a tutti noi!”

A metà tra il romanzo e il saggio, il libro racconta storie autentiche di coraggio e sacrificio, eroismo e pentimento, ma anche episodi della quotidianità, dove alcuni comportamenti non sembrano così lontani da quelli mafiosi, dove una passeggiata nel cuore di Firenze fa scoprire storie struggenti di poesia e dolore e dove una mafia silenziosa non deve farci illudere che sia scomparsa.

«Credo che questo libro possa dare un contributo reale alla crescita di una generazione che, pur non avendo vissuto i capitoli più drammatici del contrasto alle mafie, deve sapere che la minaccia criminale non è sparita, al massimo ha cambiato volto.» – Don Luigi Ciotti “Mio padre aveva davvero rubato? Non avrebbe potuto chiedere un favore al Santo? Era, come dicevano tutti, colpa dei poliziotti? L’unico modo che conoscevo per frenare le domande nella mia testa era correre: correre veloce fino al mare”. Età di lettura: da 8 anni.

Rosario Angelo Livatino non ha bisogno di parole. Per lui parlano le azioni, i decreti, le agende, le conferenze. Rosario coglieva appieno la pericolosità del suo lavoro, ma non indietreggiò e continuò ad agire, sorretto dalla propria fede interiore e dalla convinzione che gli operatori di giustizia servono lo Stato e non si servono mai dello Stato. Queste pagine presentano al lettore in maniera più articolata e completa la figura del primo giudice beato. Tra i molti inediti: indagini, errori giudiziari, documenti relativi a studi universitari. Particolarmente significativo è lo spazio dato alle agende sulle quali dal 1978, mese dopo mese, Rosario Livatino annota il proprio vissuto. In queste pagine sono stati operati significativi collegamenti tra i suoi appunti e il suo delicato lavoro.
La beatificazione del giudice Rosario Livatino è un evento straordinario per la Chiesa e per tutta la società civile italiana. Questo libro, agile e profondo, ci fa comprendere come la testimonianza di Livatino può incidere sulla vita quotidiana di ognuno di noi. Da leggere, tutto d’un fiato.
Il 9 maggio 2021, la beatificazione di Rosario Livatino ha elevato questo credente, come si usa dire, all’onore degli altari. Toni Mira ha compiuto un ampio lavoro di indagine intorno alla figura dell’uomo, del cittadino, del servitore dello Stato, per offrirci la possibilità di un incontro faccia a faccia con un personaggio che è un altissimo esempio di valore civile e che scuote le coscienze di tutti noi ben più di quanto farebbe un “santo da immaginetta-. Livatino in preghiera, sì, Livatino guidato da un fortissimo senso della giustizia e della misericordia divine… ma soprattutto Livatino professionista, magistrato competente, concentrato e abile. L’uomo di legge che guadagna sul campo rispetto e autorevolezza. L’uomo scomodo per le mafie e forza trainante nel contrasto alla malavita. Un incontro vivo, emozionante e istruttivo, reso possibile dall’ascolto di molti testimoni: colleghi, collaboratori nelle indagini, persone informate sui fatti. Al termine del percorso vengono pubblicati integralmente tre discorsi di Livatino (uno dei quali inedito) che, in circostanze e su temi diversi, ci fanno scoprire la sua voce, il suo pensiero, i suoi ideali. ” Un uomo che ancora, nell’esempio e nella memoria, vive-. Dalla Prefazione di don Luigi Ciotti.

Una storia giudiziaria del nostro paese, in un’indagine senza sconti che solleva il velo sulle contraddizioni della lotta alla mafia, tra sprechi, pregiudizi dannosi ed errori clamorosi. Un viaggio drammatico al cuore di un sistema invasivo e dispotico, che si è insinuato nella democrazia in nome di una retorica dell’emergenza, cancellando le differenze tra eccezione e ordinario, tra rispetto delle istituzioni e abuso di potere.
«Il Codice antimafia è il grimaldello per scardinare la porta già traballante dello Stato di diritto e mettere l’intera società sotto tutela giudiziaria»
Una potente macchina di dolore umano non giustificato e non giustificabile, che adopera un diritto dei cattivi introdotto «dopo l’Unità d’Italia per combattere i briganti, usato a piene mani dal fascismo per perseguitare i dissidenti, ignorato dai repubblicani» e riportato in auge dai moderni paladini della giustizia. È questa oggi l’Antimafia, un sistema dove l’eccezione diventa regola e l’emergenza permanente è l’altare sul quale sacrificare la libertà in nome della lotta al crimine. Così confische e sequestri colpiscono migliaia di cittadini e imprenditori mai processati, o piuttosto assolti. Così sentenze anticipano leggi, pene crescono al diminuire dei reati e una falsa retorica professa l’idea che il rovesciamento dello Stato di diritto sia necessario alla vittoria sulla malavita. È un’illusione o, peggio ancora, un inganno, sostiene Alessandro Barbano, che in questo libro svela «gli abusi, gli sprechi, i lutti e l’inquinamento civile perpetrati da un apparato burocratico, giudiziario, politico e affaristico cresciuto a dismisura e fuori da ogni controllo di legalità e di merito». Come un virus che infetta ogni cellula, la menzogna di una legislazione antimafia che tutti i paesi del mondo vorrebbero imitare e l’intimidazione nei confronti di chi si azzarda a criticarla dilagano incontrastate. Per indebolire questo potere senza freni, che ha tradito il compito assegnatogli dalla democrazia, bisogna revocare la delega che una politica miope ha fatto alla magistratura e che alcune procure hanno trasformato in una leva per mettere la società sotto tutela. Oggi più che mai è necessario tornare a un diritto penale basato su fatti e prove, estirpare il peccato originale del sospetto, definire univocamente il confine fra lecito e illecito. Solo così si può capire che cos’è la mafia. E combatterla davvero.

Chi sono i mafiosi? E gli eroi dell’antimafia? Al di là di tutti i cliché, sono uomini come tanti, con le loro passioni e debolezze. Ma le loro vite sono segnate da una presenza oscura e ingombrante, un potere tentacolare che si fonda sulla violenza e l’illegalità e che impone, senza mezzi termini, di decidere: con o contro. Da un esperto in materia, 101 racconti nel cuore pulsante della mafia e dei suoi protagonisti, celebri e meno famosi: non solo criminali e complici, ma anche eroi della legalità democratica e cittadini caduti sotto il fuoco dei mafiosi solo per caso. La Sicilia aspra e misteriosa di Provenzano e Riina emerge in tutta la sua crudezza per svelarci, tra verità e leggenda, le mille sfaccettature di un potere strisciante che supera i confini territoriali e si annida indisturbata nel sottobosco della politica. E per ricordarci che la mafia non è mai scomparsa: prospera nel silenzio e vive tra di noi.

V.SCOTTI, R.BENINI, S.STICCA, G.TARTAGLIA POLCINI, DA CORLEONE ALLA RETE SILENTE (Eurilink University Press, pp.116, 20 euro) – Dal sangue ai ‘colletti bianchi’, dagli attentati eclatanti ai crimini silenti: a 30 anni dalla stagione delle stragi, il cambiamento di pelle della mafia, di cui aveva parlato anche Giovanni Falcone in una delle sue ultime riflessioni, ha ormai avuto il suo compimento, in Italia così come all’estero. E’ questo il tema approfondito dal libro “Da Corleone alla rete silente”, edito da Eurilink University Press e scritto da Vincenzo Scotti, all’epoca delle stragi Ministro dell’Interno, con Giovanni Tartaglia Polcini, Silvia Sticca e Romano Benini Il volume, a pochi mesi dalle sentenze del processo d’appello sulla trattativa, torna con le parole di Scotti su quanto successo nel passato, in particolare sulla guerra frontale alla mafia e su come una parte politica all’epoca avversasse questa strategia in favore di una sorta di “pax mafiosa”, anche per evitare stragi e violenze alla popolazione civile. L’obiettivo è quello di decifrare un presente in cui il fenomeno mafioso ha appunto cambiato modalità diventando silente, ma non per questo meno capace di minacciare istituzioni e democrazia: dimostrando una notevole capacità di adattamento, la mafia oggi ha strette relazioni con il potere pubblico, con il mondo degli affari, degli appalti e della finanza. Per questo motivo è quanto mai necessario, secondo gli autori, che l’Italia affronti in maniera decisiva la rivisitazione delle norme di contrasto a questo nuovo crimine organizzato sotterraneo e mercatista, che si fa forte del potere economico corruttivo stabilmente infiltrato. (ANSA).

“Il brillante lavoro narrativo di Vincenzo Zurlo ha il merito di squarciare il velo di omertà che le mafie stendono anche sul ruolo nefasto e mortifico delle madri di mafia. Ed apre alla conoscenza della verità che deve essere l’obiettivo primario di chi si rivolge ai giovani nella speranza di offrire loro gli strumenti per fare le scelte giuste e per imboccare anche in età non ancora matura la retta via verso un futuro roseo e ricco di bellezza”. (dalla prefazione di Catello Maresca)

Trent’anni fa una serie di eventi cambiò l’Italia. Si va dalle stragi di mafia di #Falcone e #Borsellino all’esplosione di Mani pulite, con l’elezione di Scalfaro a presidente in un momento drammatico della Repubblica. Uno storico rivela gli intrecci inquietanti del 1992 con una serie di domande ancora attuali come questa: perché era necessario eliminare chi avrebbe potuto far luce su un rapporto dedicato a mafia e appalti contenente nomi di imprenditori del Nord? Il 1992 è un anno di fratture e di cesure che chiude un’epoca e ne apre un’altra, in cui «c’è tutto un ribollire di episodi che si concentrano in quell’anno» come scrive #EnzoCiconte, tra i massimi storici delle mafie, ricostruendo i retroscena di un momento in cui «la guerra fredda è terminata ma i morti non riposano

«Il 13 giugno del 1983, in via Scobar, tra i palazzoni senz’anima del sacco edilizio di Palermo, venivano uccisi tre carabinieri, il capitano D’Aleo, l’appuntato Bommarito e il carabiniere scelto Morici. Questo libro, scritto da Francesca Bommarito, contribuisce non solo a rendere onore alle vittime di quel vile agguato ma anche a inquadrarlo finalmente in un preciso disegno strategico della mafia corleonese e dei suoi vertici di allora, primi tra tutti Salvatore Riina e Bernardo Brusca. Per questo fu prima ucciso il capitano Basile e tre anni dopo il capitano D’Aleo. Sia l’uno che l’altro si erano avvalsi della preziosa collaborazione di un umile appuntato dei carabinieri, Giuseppe Bommarito, che con la sua tenacia, il suo fiuto investigativo, la sua capacità di conoscere e controllare il territorio, aveva intuito l’importanza di Monreale nello scacchiere complessivo di “cosa nostra” e messo in luce le complicità di politici e pubblici amministratori con i mafiosi. Per questo fu ucciso Bommarito. Tutti coloro che hanno sacrificato la loro vita per svolgere con passione, impegno e correttezza la loro “missione” meritano lo stesso rispetto.»

«La mafia cresce nel silenzio e nell’indifferenza. Conoscerla aiuta a combatterla.»«Per sottrarre gli scolari ai Mangiafuoco della mafia, della camorra, della ‘ndrangheta» – Gian Antonio Stella Antonio Nicaso ha raccolto in questo libro le principali informazioni sulla mafia e sulle mafie, in Italia e nel mondo, ma anche sui metodi di lotta alle organizzazioni mafiose e sull’educazione alla legalità. Perché l’arma più potente per combattere la mafia è la conoscenza. Edizione aggiornata con la prefazione di Gian Antonio Stella.

Alcuni tra i maggiori studiosi del fenomeno mafioso e tra i magistrati più impegnati in inchieste sulla mafia riflettono sulla natura della criminalità organizzata, sulla sua evoluzione e sulla realtà attuale. Se il modello mafioso a cui si è fatto maggiore riferimento è quello della mafia siciliana, negli ultimi decenni si è assistito a fenomeni come il radicamento di mafie storiche in aree diverse da quelle originarie e il nascere di nuovi attori del mondo del crimine, di problematica definibilità. Le politiche antimafia hanno registrato successi innegabili con l’arresto e le condanne di capi e gregari, le confische dei beni, ma debbono confrontarsi con problemi di fondo: la riforma della giustizia, la condizione della magistratura e la necessità di riformare l’ordinamento giudiziario, dopo eventi, come il caso Palamara, che più che fatti isolati sono spie di un sistema che richiede un’adeguata politica di rinnovamento.
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Angelo Siino, «pentito» eccellente e collaboratore di giustizia, dopo aver svelato nelle aule di tribunali i volti e i meccanismi del potere mafioso, racconta qui la sua vita attraverso la penna del suo storico avvocato, Alfredo Galasso. L’uomo conosciuto come il ministro dei Lavori Pubblici di Cosa Nostra, colui che per anni ha gestito da parte mafiosa l’affidamento di molti appalti, ci racconta in prima persona delle sue frequentazioni con i boss Provenzano, Riina, Brusca, Bontate, Ciancimino, e di come questi abbiano arbitrariamente gestito – o manipolato – tutti i gangli del potere alla loro portata. Ma il quadro offerto da Siino si allarga poi a comprendere i lati oscuri della trattattiva Stato-mafia e l’espansione degli interessi di Cosa Nostra nel Nord Italia, o quella che è stata piuttosto la discesa degli affaristi settentrionali nei meandri delle dinamiche mafiose. Dietro alla storia di un’organizzazione criminale ci sono storie di uomini che scelgono di farne parte: Siino ci guida anche nella quotidianità di Cosa Nostra, tra grandi manciate all’aperto e lunghi viaggi in macchina per portare a termine missioni segrete, fino a quei fortuiti incontri di paese che con poche parole paiono orchestrare i destini di una nazione. La testimonianza di Siino ci mostra dunque tanto il lato straordinario quanto quello per così dire ordinario del potere mafioso, rivelandoci che forse il suo aspetto più spaventoso sia proprio la percepita normalità di questo male che affligge sempre più tutta l’Italia.
Una vita contro la mafia, intrappolata nella ragnatela di una spy story molto italiana. Renato Cortese, il superpoliziotto che arrestò Bernardo Provenzano dopo 43 anni di latitanza, è finito suo malgrado al centro dell’intrigo internazionale che ruota intorno alla figura dell’oligarca kazako Mukhtar Ablyazov. Un ricercato da catturare, fuggito all’estero con una borsa piena di miliardi di euro o un sedicente oppositore che manovra per deporre il regime nell’ex Repubblica sovietica? O, come è più probabile, entrambe le cose. Nel gorgo di una bufera politica, nella tempesta di una campagna mediatica, in una giostra di paradossi diplomatico-giudiziari, la vicenda kafkiana che ha sconvolto la vita dell’investigatore più famoso d’Italia. Fermato da un’accusa infamante a un passo dal raccogliere i frutti di una carriera in prima linea.

Cosa è veramente la massoneria italiana? In nessun altro Paese al mondo ci sono tante logge e tante “obbedienze” diverse e irregolari. Intorno alla metà degli anni ’70 è stato siglato un “patto” tra massoneria coperta, organizzazioni mafiose e destra eversiva, ed è nata una holding con finalità criminali e politiche. Per molto tempo questo mondo infetto è rimasto sconosciuto, tanto che solo di recente è stata provata l’esistenza di un secondo elenco di iscritti alla loggia P2. Piera Amendola descrive un numero abnorme di logge occulte, associazioni paramassoniche e ordini cavallereschi illegittimi, ricostruendo le vicende di alcuni personaggi – tra i quali spicca Giovanni Alliata di Montereale -, e spiega come funziona questo mondo, come è nata e si è consolidata un’alleanza che rappresenta un pericolo per la nostra democrazia.

Natale 1991, in un casolare fuori Enna, durante un vertice di Cosa Nostra, viene decisa la stagione delle stragi del 1992, che si concretizzerà negli omicidi di Salvo Lima, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Nello stesso momento, in una località vicino a Monza, si sta svolgendo una riunione che vede la presenza di diversi personaggi del mondo imprenditoriale e istituzionale. Il loro intento: creare le condizioni per un golpe bianco. L’agente dei Servizi segreti Francesco Mauri cercherà di far luce su quella lunga serie di omicidi e di attentati di stampo mafioso che ha segnato la storia del nostro Paese: dall’assassinio del giudice Antonino Scopelliti fino al momento della sparizione dell’agenda rossa dalla borsa di Paolo Borsellino, pochi minuti dopo l’esplosione in cui perse la vita con gran parte della sua scorta. Un romanzo avvincente in cui le stragi del 1992, soprattutto quella di via D’Amelio, sono rivisitate minuziosamente in tutta la loro genesi, con riferimenti a vicende e a personaggi di quel periodo.

Le stragi del 1992 hanno lasciato un segno indelebile nella memoria di tutti gli italiani. Trent’anni fa Giovanni Tizian era un ragazzo di dieci anni, già orfano del padre ucciso dalla ?ndrangheta. In questo memoir appassionato ripercorre il ricordo drammatico della scia di sangue che ha unito in un filo comune la sua famiglia a quelle delle tante altre vittime e traccia un amaro bilancio: sono trascorsi trent’anni ma quel 1992 che doveva trasformare l’Italia ha lasciato ogni cosa immutata. Quel dolore collettivo non ci ha cambiati, ha solo prodotto una breve indignazione. Per il resto tutto è rimasto come prima: la cultura mafiosa, la prepotenza, l’umiliazione degli ultimi, dei più deboli, di chi è sotto ricatto. I tratti tipici della mafiosità li ritroviamo purtroppo ancora in ampi strati della società. In queste pagine, trent’anni della nostra storia letti prima con gli occhi di un bambino già ferito nel suo diritto all’ingenuità per la violenza che gli si dispiega intorno; poi con gli occhi del ragazzo che cerca con la sua famiglia un nuovo inizio nella ‘normale’ Emilia; infine con gli occhi del giornalista che da anni si occupa delle trame torbide del potere. Perché anche quando sembra impossibile ottenere giustizia e verità, può e deve rimanere il desiderio di lottare.

«La mafia non è affatto invincibile. È un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine. Ma per vincere si devono impegnare tutte le forze migliori» – Giovanni Falcone Che cos’è la mafia? Come agisce? Cambia nome a seconda del luogo: Cosa nostra, Camorra, ‘Ndrangheta. Ha dei capi e tante giovani leve. Semina violenza: dalle faide alle stragi. Si infiltra nel mondo politico-economico, vive grazie alle estorsioni, miete vittime innocenti… A trent’anni dagli attentati a Falcone e Borsellino, Gian Carlo Caselli e Guido Lo Forte – che dei due magistrati eroi hanno raccolto l’eredità – ci raccontano attraverso una serie di parole chiave (da Antimafia a Zero Mafia, passando per Boss, Legalità, Maxiprocesso, New York, Omertà, Pentiti, Pizzo e molte altre) la storia della mafia e dei suoi protagonisti. E nel mostrarci come è stata ci indicano anche come combatterla, a partire dal bullismo scolastico, la prima forma di prepotenza da contrastare, perché anche in questo caso, come per la mafia, chi tace è complice.

Nel giugno del 1992, sull’onda dell’emozione e dello sdegno per la strage di Capaci in cui perse la vita il giudice Giovanni Falcone, il Parlamento adottò un nuovo regime di restrizione per i detenuti di mafia. Un passo decisivo ma anche l’inizio di un braccio di ferro tra Stato e mafia che è tutt’altro che finito. Sebastiano Ardita, magistrato in prima linea nel contrasto alla criminalità organizzata, per nove anni al vertice del dipartimento penitenziario, ci accompagna in un viaggio che è una preziosa testimonianza personale e un originale racconto dietro le quinte di vent’anni di giustizia – e ingiustizia – in Italia. Come è cambiata la mafia in questi anni? E chi comanda davvero dietro le sbarre? Come è possibile che si verifichino episodi come le rivolte incendiarie del marzo 2020, con decine di morti ed evasi e scarcerazioni di boss in circuiti di alta sicurezza? E perché potrebbe succedere di nuovo? L’autore ripercorre l’evoluzione della lotta a Cosa Nostra, ricorda il sacrificio dell’agente di custodia Giuseppe Montalto e il suo incontro in carcere con Bernardo Provenzano, spiega la strategia dei Graviano e fa luce sul potere dei leader mafiosi più irriducibili. Ma il suo è anche un atto di accusa sui limiti della classe politica e sulla condizione delle nostre prigioni che sono, ancora troppo spesso, i luoghi in cui comincia una carriera criminale.

New York, 1920. Quartiere di Hell’s Kitchen, un nome che evoca bolge dantesche e descrive perfettamente una realtà di miseria, speranza e razzismo. È lì che inizia la storia di Mario Puzo, figlio dell’immigrazione italiana e autore de “Il padrino”, un libro dal successo planetario destinato a fondare il mito di Cosa nostra con cui facciamo i conti tuttora. Il film che Francis Ford Coppola trae dal romanzo entra con prepotenza nell’immaginario collettivo del pubblico mondiale – dagli spot pubblicitari ai videogame, dal turismo alla musica, dai cartoni animati alle serie tv – e influenza persino atteggiamenti e comportamenti delle organizzazioni mafiose. A cinquant’anni dal lancio cinematografico, Antonio Nicaso e Rosario Scalia fanno i conti con quella leggenda: ripercorrono la genesi rocambolesca della «tragedia shakespeariana» attraverso le storie incrociate dei suoi principali artefici; ricostruiscono i boicottaggi della mafia e i compromessi fatti per girare a New York, ma anche i capricci di Marlon Brando e l’ira di Frank Sinatra; ne setacciano i molti simboli e allusioni; e ne propongono la lettura come saga di emarginazione, ascesa e integrazione di un’intera comunità, quella italo-americana. Un’opera rigorosa e affascinante che mira a decostruire l’ampia mitologia che ha fornito nel tempo un’autenticazione di nobiltà al crimine organizzato. Una chiave di lettura fondamentale per capire la mafia di oggi.

2012-2018. Anni di fatti, inchieste, stravolgimenti politici, promesse, rivelazioni ed evoluzioni. Anni di mafia e di antimafia. Un fenomeno quello della criminalità organizzata che, nonostante gli arresti continui, resiste da oltre centocinquantanni di storia d’Italia. Un fenomeno che mostra sempre più quei sintomi, fino quasi a confondersi, di quell’altra metastasi chiamata corruzione. Lo dicono gli addetti ai lavori e lo dimostrano i numeri. In questo spazio-tempo si inserisce l’occhio dell’osservatore esterno che si trova ad analizzare gli accadimenti. La penna è quella di Saverio Lodato che di questi temi, con analisi spesso spietate, si è occupato a lungo nella propria carriera di giornalista e scrittore. È così che nasce questa raccolta di articoli. È l’occasione per offrire un punto di vista ulteriore, magari “controcorrente” su argomenti sempre più spesso accantonati dal grande mainstream. Un modo per ribadire che ad oltre vent’anni dalle stragi che hanno insanguinato il Paese nei primi anni Novanta, c’è ancora molto da fare e che “antimafia” non è una parola morta. Perché, come spiega lo stesso Lodato “Il bello non è scrivere per scrivere. Il bello è scrivere per scrivere ciò che si pensa”.

Luigi Ilardo è per tutti un boss temuto e rispettato, Michele Riccio un colonnello dei carabinieri con un nome di copertura. Si incontrano come due fantasmi, soprattutto di notte, tra il 1994 e il 1996. La loro missione è la cattura di Bernardo Provenzano. Per farlo cadere nella rete organizzano summit, scambiano lettere, pianificano strategie. Ma il boss è imprendibile, ha alle spalle mastini potenti che lo informeranno del doppio gioco. Sembra un film ma è una storia vera. Un infiltrato dentro Cosa nostra negli anni delle stragi e all’inizio della Seconda repubblica. Un libro che fa toccare con mano il disegno ignobile della trattativa.

Una ricostruzione lucida e ardente della lotta alla criminalità organizzata tra storia e attualità, tesa a evidenziare le vulnerabilità e gli aspetti culturali e di soft power che alimentano le mafie, ma anche a rilanciare con passione l’impegno del Paese e dei suoi cittadini contro uno dei suoi nemici più insidiosi. C’era bisogno davvero del pentimento del boss Tommaso Buscetta per convincersi della forza della mafia, quando esistevano già il rapporto del questore di Palermo Ermanno Sangiorgi di fine Ottocento e quello degli anni Settanta del generale dei carabinieri dalla Chiesa? Perché quei documenti non portarono a una reazione pronta dello Stato? Che rapporto si è creato nel tempo tra la mafia e le istituzioni più inerti e accidiose, e come possiamo rimediare oggi a errori e ritardi? A rispondere a questa e molte altre domande è Giuseppe Governale, a lungo ai vertici del Ros e della Dia, che spiega in queste pagine come e perché ha prevalso troppo a lungo la convivenza con il fenomeno criminale, e poi la «cultura dello zero a zero» della classe dirigente nazionale. Come se lo Stato avesse paura di vincere, non fosse per lo sforzo di molti rappresentanti della magistratura e delle forze dell’ordine, quanto meno dagli anni Ottanta in poi. Una ricostruzione lucida e ardente della lotta alla criminalità organizzata tra storia e attualità, tesa a evidenziare le vulnerabilità e gli aspetti culturali e di soft power che alimentano le mafie, ma anche a rilanciare con passione l’impegno del Paese e dei suoi cittadini contro uno dei suoi nemici più insidiosi.

Storie che formano un’unica storia, quella della parte nascosta e criminale del nostro paese e la storia di chi si è opposto, o è rimasto vittima. Una storia straziante e sanguinosa, ma appassionante e necessaria come ogni grande narrazione. Lucarelli prende la storia d’Italia appena dietro la memoria più recente e la trasforma in un patrimonio di trame, personaggi e vite esemplari, sul filo che unisce la realtà criminale e l’altra, quella alla luce del sole. Riscopriamo così, fin dall’immediato dopoguerra e dai contadini che occupano le terre in Sicilia e si scontrano con Cosa nostra, le imprese di banditi milanesi e sardi, della Camorra dal lontanissimo passato, di mafiosi e uomini della ‘Ndrangheta che hanno impresso il loro segno su ogni zolla di terra, ogni metro cubo di cemento. E scopriamo, soprattutto, la storia di chi ha cercato di resistere, perché da lì nasce la speranza del nostro tempo.

Questo libro, dal titolo “Un giorno questa terra sarà bellissima”, con la preziosa prefazione di Salvatore Borsellino, è un “viaggio”, tra l’immaginario e la realtà, della giovane autrice Silvia Camerino, attivista del Movimento Agende Rosse, che decide di affrontare con la testa, il cuore e la scrittura, i luoghi e i volti lungo lo scenario di paesi del Sud, che vanno dalla Calabria alla Sicilia, fino a Palermo, città saccheggiata e violentata lungo un trentennio di sangue innocente. Un cammino duro nella narrazione dell’autrice, ma fortemente spinta dal desiderio di incontrare la memoria viva di Paolo Borsellino, il giudice puro e intrepido che non ha mai smesso di credere nel riscatto di questa terra, e di amarla per sempre nonostante il male così presente. Un viaggio, quello di Silvia, che osa spingersi nel profondo degli animi, in mezzo alle testimonianze delle vittime, dei familiari, dei sopravvissuti, e farci scoprire che là dove la violenza ha devastato, lì i fiori della rinascita sono ancora più belli.

Il 30 agosto 1982 un commando uccide l’imprenditore Vincenzo Spinelli. Nella Palermo dei delitti eccellenti – pochi giorni dopo verrà ucciso il Generale Carlo Alberto Dalla Chiesa -, nessuno sembra far caso all’ennesimo crimine. Al dolore per indagini condotte superficialmente si aggiunge nei familiari la vergogna di fronte a coloro che insinuano possibili collusioni con la criminalità organizzata. Per anni la sua storia viene ignorata dagli investigatori e dall’opinione pubblica, ma le figlie e la moglie non si rassegnano e riescono a far riaprire le indagini, per giungere alla verità: il coraggioso commerciante è stato ucciso da Cosa nostra, per vendetta e per impedire che il suo esempio si propagasse. Attraverso documenti inediti, colloqui con i familiari e con il magistrato che seguì il processo di primo grado, il libro ricostruisce la storia di questo eroe civile.

New York, 1920. Quartiere di Hell’s Kitchen, un nome che evoca bolge dantesche e descrive perfettamente una realtà di miseria, speranza e razzismo. È lì che inizia la storia di Mario Puzo, figlio dell’immigrazione italiana e autore de “Il padrino”, un libro dal successo planetario destinato a fondare il mito di Cosa nostra con cui facciamo i conti tuttora. Il film che Francis Ford Coppola trae dal romanzo entra con prepotenza nell’immaginario collettivo del pubblico mondiale – dagli spot pubblicitari ai videogame, dal turismo alla musica, dai cartoni animati alle serie tv – e influenza persino atteggiamenti e comportamenti delle organizzazioni mafiose. A cinquant’anni dal lancio cinematografico, Antonio Nicaso e Rosario Scalia fanno i conti con quella leggenda: ripercorrono la genesi rocambolesca della «tragedia shakespeariana» attraverso le storie incrociate dei suoi principali artefici; ricostruiscono i boicottaggi della mafia e i compromessi fatti per girare a New York, ma anche i capricci di Marlon Brando e l’ira di Frank Sinatra; ne setacciano i molti simboli e allusioni; e ne propongono la lettura come saga di emarginazione, ascesa e integrazione di un’intera comunità, quella italo-americana. Un’opera rigorosa e affascinante che mira a decostruire l’ampia mitologia che ha fornito nel tempo un’autenticazione di nobiltà al crimine organizzato. Una chiave di lettura fondamentale per capire la mafia di oggi.

Un medico di successo arrestato per mafia, una famiglia che va in pezzi. Un avvocato che usa la politica per salvare l’imputato eccellente e un magistrato di fronte ad una scelta difficile. È la complessa vicenda giudiziaria attorno a cui ruota questo romanzo sulla borghesia mafiosa e sul crollo morale di un’intera classe dirigente. È un giallo dell’anima, una storia di dannazione e di redenzione impossibile, che impegna giovani e adulti, professionisti e politici di destra e di sinistra, in un Paese dominato dalla logica del compromesso. Ma è anche un racconto civile che esplora il microcosmo di un’umanità dolente in una società piegata all’imperio del successo a tutti i costi. Sullo sfondo, una città indifferente e perduta, mai chiamata col suo nome, perché può essere una qualsiasi, ma soprattutto perché è specchio dell’Italia intera.

1992: la tragica morte dei giudici Falcone e Borsellino e, nell’anno successivo, la mafia stragista che cerca di terrorizzare l’intero Paese. In quei momenti, assistevamo alla fine di ogni speranza, ci sentivamo sconfitti, impotenti, incapaci di invertire il corso di una storia apparentemente in mano ai violenti e ad associazioni criminali tra le più potenti del mondo. Ma il tempo dello scoramento è durato poco. E non si tratta solo di una frase retorica: di questi ultimi trent’anni possiamo raccontare una ricchissima storia di rinascita. Persino di vittoria, sotto molti aspetti. Istituzioni (dal Parlamento ai magistrati alle forze dell’ordine), società civile (amministratori locali, associazionismo), Chiesa si sono mobilitati e hanno agito in sintonia: non solo per sconfiggere la “mafia militare”, ma anche per rianimare un popolo spaventato e offrire vie di civiltà, di legalità, di nuova economia e di valori condivisi. Persino i familiari delle vittime hanno trovato voce e un loro ruolo, in questa battaglia. È la storia della rinascita dalla mafia: la vera celebrazione di questo anniversario importante. Con interviste a: Federico Cafiero de Raho, Giancarlo Caselli, Luciano Violante, Raffaele Cantone, don Luigi Ciotti, Giuseppe Di Lello, Matilde Montinaro, monsignor Michele Pennisi, monsignor Carmelo Ferraro.



Mafia e antimafia, complicità ed eroismi. Una storia lunga 150 anni rivive nelle pagine del saggio di Pippo Di Vita, che contiene l’analisi del fenomeno e le testimonianze di numerosi familiari e amici delle vittime della mafia: magistrati, investigatori, sindacalisti, giornalisti, politici. Il volume è preceduto da una prefazione di Sandro Provvisionato, storico inviato del settimanale Europeo, del Tg5 e di altri media nazionali, nonché esperto di misteri italiani. Il libro è suddiviso in due parti: nella prima, Pippo Di Vita descrive il significato, la nascita, l’organizzazione e il successo della mafia, viva ed attiva ancora ai nostri giorni, e il suo stretto rapporto con la politica, senza la quale non potrebbe e non può esistere. Nella seconda parte, affronta la realtà dell’antimafia, realizzata da uomini che l’hanno combattuta sul serio. Tra i familiari intervistati, vi sono Rita Borsellino, Giovanni Chinnici, Michele Costa, Franca De Mauro, Maria Falcone, Carmine Mancuso, Alfredo Morvillo, Placido Rizzotto, Antonio Scaglione e tanti altri. Il sindaco di Palermo Leoluca Orlando è stato intervistato in qualità di consulente del presidente Piersanti Mattarella.

Un lavoro di ricostruzione durato decenni. Le prove della sotterranea opera di manipolazione esercitata sulle sorti della nostra fragile Repubblica da una struttura occulta e parallela nata in continuità con il fascismo. L’analisi del “doppio livello” del potere, sotto il controllo degli americani, che ha tenuto l’Italia sotto scacco da Piazza Fontana, l’Italicus, Brescia, l’uccisione di Aldo Moro, la P2, Gladio fino ai delitti eccellenti di Falcone e Borsellino. E poi le altre stragi di mafia, Tangentopoli e la grande crisi di sistema che all’inizio degli anni Novanta portò al tramonto della vecchia Repubblica. Un’indagine resa possibile in seguito all’emersione di testimonianze dirette, preziosi documenti rimasti a lungo sepolti negli archivi del Viminale, piste disperse nell’immensa mole di atti giudiziari riguardanti gli attentati e le stragi che per oltre mezzo secolo hanno insanguinato il paese.

È una storia come tante, quella narrata ne Il vurricatore: Lillino Palazzolo è un giovane siciliano, entrato a far parte di Cosa nostra senza un vero perché. Da picciotto, diventa col tempo il seppellitore ufficiale della famiglia mafiosa cui si è affiliato. Una parabola ascendente che si incrina nel periodo turbolento della latitanza e che termina bruscamente nella laboriosa rete tesa dagli uomini della Catturandi. Lillino Palazzolo è un personaggio liberamente ispirato alla figura di Gaspare Pulizzi, mafioso legato alla famiglia di Carini, oggi collaboratore di giustizia. Sebbene i nomi, i fatti e le circostanze narrate siano in parte frutto della fantasia dell’autore, egli stesso ci ricorda, pagina dopo pagina, che “sono ispirati da una realtà ancor più dura e cruenta di quella descritta sulla carta”.

Siamo tra la fine degli anni ’80 e gli inizi degli anni ’90 ad Alcamo, cittadina della provincia di Trapani, di circa 50.000 abitanti. Alcamo vede l’inizio di una sanguinosa guerra tra due fazioni mafiose: una capeggiata dal famigerato boss Vincenzo Milazzo, strettamente legato al più “blasonato” Totò Riina, l’altra, facente capo al Clan dei Greco, legata a una sorta di mafia “pastorizia” detta Stidda. E’una guerra che non mi appartiene, sono consapevole dei rischi e pericoli annessi, non sono né un ingenuo né uno sprovveduto, ho appena finito di scontare 5 anni di “Università del crimine”, Casa di Reclusione di Spoleto (PG), dove ero considerato una sorta di avvocato intramurario (mafiosi, camorristi, ndranghetisti, terroristi, etc. etc. si rivolgevano a me per consigli giuridici e per come” pilotare” i rispettivi avvocati).

Un racconto degli ultimi 50 anni di storia italiana. Il viaggio a ritroso che i lettori sono invitati a percorrere è reso possibile dalle parole di Luciano Traina, fratello di Claudio Traina, uomo della scorta di Paolo Borsellino rimasto vittima della strage di via D’Amelio nel 1992. Dai ricordi di una vita vissuta al servizio della lotta contro lo strapotere mafioso, uniti a parentesi storiche ben dettagliate dall’autore Domenico Rizzo e a testimonianze di chi ha conosciuto Luciano e la sua famiglia, emerge un uomo sensibile e forte al tempo stesso, capace di prendere il meglio da un tragico evento che gli ha sconvolto la vita e di farne il suo baluardo nella lotta contro la violenza e l’illegalità mafiosa. Prefazione di Salvo Palazzolo.

“Ci sono storie che non finiscono, ci sono storie che non possono finire perché troppo importante è il percorso, e fondamentale è lo scopo. Il mio amico Giovanni racconta una storia che non può finire perché è prima di tutto la storia di una amicizia. Ma è anche la storia di un rapporto professionale fatto di condivisione: tempo e spazi, studio intenso, paure grandissime, gioie immense, piccoli passi avanti e cocenti frustrazioni. Il libro che avete tra le mani è assai prezioso perché è la storia di un rapporto di amicizia e professionale insieme, ed è una storia che ci riguarda. Ciò che questo libro racconta ha un inizio ma non finisce con la morte di Giovanni Falcone perché, a trent’anni dalla strage di Capaci, lo sguardo di Pietro Grasso è rivolto al futuro, un futuro che si apre a tutto ciò che non è ancora stato fatto e che potrebbe realizzarsi.” Dalla Prefazione di Roberto Saviano Nel trentennale della strage di Capaci, Pietro Grasso racconta ai ragazzi Giovanni Falcone, la loro amicizia e le tante battaglie vissute accanto al giudice simbolo della lotta alla mafia.

Che la mafia sia un fenomeno sociale e culturale prima ancora che criminale è evidente fin dall’uso grammaticale del temine: si parla di “mafia”, come nome comune, per indicare una mentalità, un atteggiamento, un modo di relazionarsi agli altri; e poi ci sono le mafie con i loro diversi nomi propri: Cosa nostra, ‘Ndrangheta, Sacra corona unita, Società foggiana e così via. Nel linguaggio corrente i due piani spesso si intersecano, col rischio, però, di generare una confusione concettuale di cui le stesse organizzazioni mafiose si sono sempre avvantaggiate. “La mafia non esiste” è stato il refrain durato per decenni, proprio perché era difficile trovare un nesso diretto e giudiziariamente rilevante tra un comportamento diffuso e specifiche azioni delittuose. Nel definire con precisione la natura del fenomeno e l’organizzazione, la struttura gerarchica, i rituali e le “specializzazioni” delle diverse organizzazioni mafiose, questo libro, frutto da una parte della lunga esperienza investigativa e dall’altra di quella di insegnamento dell’autore, svolge un compito chiarificatore e didattico allo stesso tempo. Perché proprio oggi che la mafia non viene più percepita come un’emergenza nazionale – agire lontana dai riflettori, del resto, è proprio la sua modalità di (non) comunicazione – conoscerla e capirne i segreti diventa un’urgenza morale.

Gerlando Alberti, vecchio boss di Palermo, a un poliziotto che gli chiede cosa sia la mafia, risponde ridendo: “Che cos’è? Una marca di formaggio?” Totò Riina, uno dei mandanti delle terribili stragi di Palermo, alla domanda di un magistrato, finge di non conoscerla: “Questa mafia di cui tutti parlano io l’ho letta solo sui giornali”. Anche Mommo Piromalli, importante boss della ‘ndrangheta, risponde con sarcasmo: “Che cosa è la mafia? E qualcosa che si mangia? E qualcosa che si beve? Io non conosco la mafia, non l’ho mai vista”. Nonostante quello che dicono i boss mafiosi, noi sappiamo che la mafia esiste sul serio. E sicuramente non è una marca di formaggio. Antonio Nicaso, forte anche della sua decennale esperienza giornalistica, ha messo insieme tutte le principali informazioni sulla mafia e sulle mafie, in Italia e nel mondo. In questo libro si parla di ingiustizie, ma anche di giustizia, impegno e legalità. Dopo averlo letto, anche voi vorrete fare la vostra parte. Età di lettura: da 12 anni.

La corruzione, l’infiltrazione criminale, i legami con i poteri forti – occulti e non – sono oggi parte di una strategia di reciproca legittimazione messa in opera da decenni da tutte le mafie e in particolare dalla ‘ndrangheta. Lo scambio di favori fra criminalità e certa parte della politica è continuo e costante, il ricatto reciproco un peso enorme sulla cosa pubblica, con ripercussioni su tutti i settori, dalle opere pubbliche alla sanità, dal gioco di Stato allo sport. Il vero problema è che né i ricorrenti disastri ambientali, né il consumo dissennato del territorio, né il degrado di opere e servizi sembrano più scalfire l’opinione pubblica. In Italia c’è un’assuefazione che sconcerta. Quello che è di tutti non appartiene a nessuno. Che importa se la corruzione avvelena l’economia, provocando gravi disuguaglianze sociali o se la mafia ammorba l’esistenza di tanta gente? E perché nessun governo ha mai inserito fra i propri obiettivi primari la lotta alla corruzione e alla criminalità economica? Questo di Nicola Gratteri e Antonio Nicaso è un libro che racconta una verità amara.

Fiumi di denaro, ville, terreni, titoli di Stato, pacchetti azionari, obbligazioni, criptovalute, oro, diamanti, uranio. Le immense risorse delle mafie raccontate in 15 storie tratte dalla cronaca e dalle inchieste giudiziarie. Ricchezze faraoniche che a volte lo Stato stenta a gestire. L’Agenzia Nazionale per i Beni Sequestrati e Confiscati è l’organismo che si occupa della gestione degli immobili e delle aziende sottoposte a sequestro e confisca, ma i risultati non sono sempre soddisfacenti. Eppure la possibilità di battere le mafie passa necessariamente dall’azione di contrasto alle capacità finanziarie delle organizzazioni criminali di stampo mafioso. Rafforzare e rendere efficiente il sistema può essere la mossa vincente. In questo libro vi spieghiamo come.

Angelo Siino, «pentito» eccellente e collaboratore di giustizia, dopo aver svelato nelle aule dei tribunali i volti e i meccanismi del potere mafioso, racconta qui la sua vita attraverso la penna del suo storico avvocato, Alfredo Galasso. L’uomo conosciuto come il ministro dei Lavori Pubblici di Cosa Nostra, colui che per anni ha gestito da parte mafiosa l’affidamento di molti appalti, ci racconta in prima persona delle sue frequentazioni con i boss Provenzano, Riina, Brusca, Bontate, Ciancimino, e di come questi abbiano arbitrariamente gestito – o manipolato – tutti i gangli del potere alla loro portata. Ma il quadro offerto da Siino si allarga poi a comprendere i lati oscuri della trattativa Stato-mafia e l’espansione degli interessi di Cosa Nostra nel Nord Italia, o quella che è stata piuttosto la discesa degli affaristi settentrionali nei meandri delle dinamiche mafiose. Dietro alla storia di un’organizzazione criminale ci sono storie di uomini che scelgono di farne parte: Siino ci guida anche nella quotidianità di Cosa Nostra, tra grandi manciate all’aperto e lunghi viaggi in macchina per portare a termine missioni segrete, fino a quei fortuiti incontri di paese che con poche parole paiono orchestrare i destini una nazione. La testimonianza di Siino ci mostra dunque tanto il lato straordinario quanto quello per così dire ordinario del potere mafioso, rivelandocene forse l’aspetto più spaventoso: la normalità percepita di un male che affligge sempre più tutta l’Italia.

Il mafioso don Calogero, prestando denaro a usura, accumula ricchezza. Il suo sogno proibito, però, è procurarsi un titolo nobiliare per dimostrare a se stesso di essere un uomo “eccezionale”. I conti Vizzini, immolando la loro unica figlia, potrebbero far sì che quella visione onirica si avveri. La ragazza, però, fuggirà e le ire del malavitoso sconvolgeranno la contea. Le linee essenziali dell’opera sono di Lino che, alla fine degli anni Sessanta, ha consegnato alla memoria alcune esperienze di vita vissuta e i suoi primi contatti con il soprannaturale. Gianluca ha modificato lo stile narrativo, arricchito la trama, ordinato il susseguirsi degli eventi e descritto con maggiore oculatezza i luoghi.

Descrizioni, esclamazioni, dichiarazioni di intenti. Minacce, insulti, promesse. Appellativi, ordini, maledizioni. Attilio Bolzoni entra nel gergo della mafia, rivelando cosa significano davvero per Cosa Nostra parole come omertà, denaro, dignità, famiglia, affari, religiosità, amicizia. Le regole e i “valori” degli uomini d’onore, patti, ricatti e tradimenti, ascoltati dalla parlata di chi li ha dettati, imposti, vissuti. Un libro in cui ogni pagina di appunti è il volto di un mafioso. O lo specchio del suo modo di vivere. Di un suo “ragionamento”. Ogni voce è una lente di ingrandimento con cui si osserva una scena, si segue una vicenda, si comprende un mondo. E dove le parole della mafia, rimaste impigliate tra gli appunti di un cronista, si intrecciano agli sguardi, ai gesti di protagonisti e comparse per comporre un grande e rigoroso romanzo che da voce a mezzo secolo di sto

Una strutturata presentazione del problema mafioso, partendo dalla sua evoluzione nel tempo, descrivendo il lungo e articolato percorso attraverso il quale si è concretizzata l’azione di contrasto alla criminalità organizzata cristallizzandosi in due nomi: Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. I due giudici vengono quindi mostrati come indelebile esempio morale e civico, venendo analizzati anche dal punto di vista umano e attraverso i loro interventi pubblici. Nel testo sono riportati anche gli ultimi aggiornamenti sulle indagini e sui processi riguardanti le stragi di Capaci e di via D’Amelio. Da fenomeno proprio della periferia, la mafia oggi coinvolge l’intero sistema politico italiano per dominarlo: le uccisioni di giudici, politici e alti funzionari vanno interpretate come lotta tra gruppi di potere che si annidano nelle stesse istituzioni dello Stato e che combattono per detenerne il controllo. La questione mafiosa dev’essere riconosciuta come una minaccia globale e lo Stato deve sconfiggere questo morbo con i fatti, giorno dopo giorno. Non è vero che la mafia non conosce la paura. La mafia teme chi non la teme. Prefazione di Salvo Palazzolo.

Racconto autobiografico e insieme pamphlet politico, “La linea della palma” è anche un j’accuse sul mondo a cavallo tra vecchio e nuovo Millennio; una lunga conversazione in cui Camilleri, sollecitato dal giornalista Saverio Lodato, mette a nudo la sua esperienza di scrittore e di uomo di spettacolo, ma anche di uomo impegnato politicamente. Sono pagine di grande intensità, a volte pungenti sino all’invettiva, dense di ricordi sull’universo familiare, sugli anni del fascismo e della guerra, sulla mafia di ieri e di oggi, e su quella mentalità subdola e strisciante che – proprio come le vegetazioni tropicali delle palme di cui parla un altro illustre siciliano, Leonardo Sciascia – dalla Sicilia penetra in tutta Italia e in Europa.

Malgrado il perseguimento della repressione antimafiosa – che ha portato all’arresto di molti capomafia come, soltanto nel 2006, Bernardo Provenzano che dal 1993 aveva preso il posto di Salvatore Riina – non si può dire affatto che la situazione sia cambiata in senso positivo. Inoltre, basta ricordare che, a livello parlamentare, soltanto uno dei partiti della sinistra si è opposto, peraltro senza fortuna, all’inclusione nella nuova Commissione parlamentare antimafia di due deputati (gli onorevoli Vito e Pomicino) condannati in maniera definitiva per delitti contro la pubblica amministrazione. Non c’è insomma a oggi, pur dopo la vittoria elettorale del centrosinistra, una sensibilità comune che ponga la legalità, e quindi la lotta alla mafia, al primo posto. Di qui la sensazione, diffusa nella pubblica opinione democratica, che la lotta alla mafia sia rimasta ancora in una condizione di stallo e di vera e propria impotenza. Eppure attraversiamo, senza dubbio alcuno, un momento decisivo per il futuro del nostro paese. (Nicola Tranfaglia).
Un lungo viaggio, dal 1945 a oggi, attraverso la violenza e gli orrori della mafia. Una storia che non ha mai seguito un codice d’onore come dimostrano i barbari assassinii di Claudio Domino e Giuseppe Di Matteo simboli di un’orribile e lungo elenco di bambini innocenti uccisi dalla mafia.

L’emergenza della pandemia Covid-19 ha portato le mafie a giocare un ruolo ancora più visibile nelle nostre vite quotidiane. In questo testo si presenta la prima relazione su mafie e Covid-19 approvata all’unanimità dalla Commissione antimafia, a giugno del 2021. Questo documento, frutto di analisi, confronti e audizioni, rappresenta il primo posizionamento ufficiale della politica nazionale sul tema. In questo volume si ripercorre la storia dell’antimafia e il panorama normativo che la definisce. Si pone l’attenzione sulla centralità della lotta alle disuguaglianze come condizione essenziale per combattere e vincere le mafie e come nuova sfida per il movimento antimafia. L’autore presenta ed esplora il concetto di antimafia di prossimità per individuare strategie per intervenire in maniera sempre più capillare e partecipata nella lotta alla mafia e suggerisce una serie di azioni quotidiane a cui tutti dovremmo prestare attenzione.

Ogni anno il 21 marzo sul palco di molte piazze italiane vengono scanditi i nomi delle 1055 vittime delle mafie. La graphic novel “Più forti della mafia” prende spunto dalla manifestazione di Libera per focalizzare l’attenzione sulle storie di alcune di esse.
Tutto ruota attorno a Salvatore Raiti, carabiniere ucciso a Palermo insieme con altri due colleghi e l’autista della Mercedes con cui stavano trasportando un boss catanese. Quella che è passata alla storia come la strage della circonvallazione è una delle tante storie raccontate e disegnate nel libro.
Falcone, Borsellino, Rita Atria, Emanuela Loi, i piccoli Cocò Campolongo, Giuseppe Di Matteo, Nicholas Green dialogano fra di loro per raccontare le loro storie evri adire che il loro esempio sia da monito nel mondo dei vivi perché s’imponga la cultura legalità e si sconfigga la criminalità in tutte le sue manifestazioni.
“Essere contro la mafia è un fatto di coscienza e non di carta d’identità” dice don Luigi Ciotti tra i personag

I miei maffiosi: “In questi ventiquattro articoli, cronache, riflessioni sulla mafia, scritti su vari giornali dal 1970 al 1986, La Cava (…) coglie il passaggio da un’antica, presunta “buona mafia” (che in realtà aveva un volto cruento) del mondo rurale, agropastorale in dissoluzione alla mafia che si afferma con i sequestri di persona, con le rapine violente. (…) Nella narrazione entrano le voci della gente, dell’amico, della barista, delle persone che incontra, degli stessi mafiosi che inevitabilmente incrocia: la sua è un’etnografia dall’interno; il suo è un ascolto silenzioso e proficuo di chi è rimasto e conosce il linguaggio e i codici delle persone. (…) Con durezza e melanconia, con lucidità e rigore, con profondità di analisi, La Cava afferma un modo di raccontare la realtà che forse andrebbe riscoperta in un periodo in cui la mafia viene banalizzata, altre volte enfatizzata, a volte “compresa”, talora quasi giustificata o ridotta a colore, altre volte ridotta a luogo comune o peggio negata.” (Vito Teti)

Molte tragiche vicende criminali che nell’ultimo sessantennio hanno occupato le prime pagine dei notiziari non solo nazionali, trovano la loro origine nel rinnovato patto tra la mafia siciliana e quella americana siglato nei primi anni del secondo dopoguerra. Soprattutto il traffico degli stupefacenti, per gli ingenti profitti che esso procura, ha messo in crisi vecchi e consolidati assetti delinquenziali, provocando di conseguenza una lunga catena di omicidi, sia all’interno delle famiglie mafiose, che nei confronti delle componenti istituzionali più determinate nella lotta al crimine organizzato. Di volta in volta, l’alleanza tra le due mafie, nonostante le differenze strutturali che le contraddistinguono, è servita anche di valido supporto nelle fasi critiche che entrambe hanno attraversato. In ultimo, gli USA sono diventati terra di esilio dei boss fuggiti dalla Sicilia all’indomani della guerra scatenata tra i clan negli anni ’80. Il paventato ritorno degli “scappati” nell’isola sta però determinando un nuovo scontro tra favorevoli e contrari, i cui sviluppi ulteriori al momento attuale non è facile prevedere.

Roma, domenica 23 gennaio 1994. Una giornata festiva come tante. Il campionato di calcio di Serie A ha in programma il match Roma-Udinese. Quasi 44 mila tifosi affollano l’Olimpico mentre un gruppo di carabinieri presidia gli ingressi dello stadio. Nessuno sa che, in viale dei Gladiatori, antistante l’entrata dell’impianto sportivo, è stata parcheggiata una Lancia Thema imbottita di esplosivo e tondini di ferro che il boss di Cosa nostra, Gaspare Spatuzza è pronto a far saltare in aria: potrebbe essere la più sanguinosa strage di mafia di tutti i tempi. Ad evitare l’ecatombe sarà il malfunzionamento del telecomando che dovrebbe innescare l’ordigno? O qualcos’altro? Antonio Padellaro, presente quel giorno alla partita, ripercorre quelle ore straordinarie (siamo alla vigilia della discesa in campo di Silvio Berlusconi). Che avrebbero potuto cambiare la storia del nostro Paese.

Le stragi del 1992 hanno lasciato un segno indelebile nella memoria di tutti gli italiani. Trent’anni fa Giovanni Tizian era un ragazzo di dieci anni, già orfano del padre ucciso dalla ?ndrangheta. In questo memoir appassionato ripercorre il ricordo drammatico della scia di sangue che ha unito in un filo comune la sua famiglia a quelle delle tante altre vittime e traccia un amaro bilancio: sono trascorsi trent’anni ma quel 1992 che doveva trasformare l’Italia ha lasciato ogni cosa immutata. Quel dolore collettivo non ci ha cambiati, ha solo prodotto una breve indignazione. Per il resto tutto è rimasto come prima: la cultura mafiosa, la prepotenza, l’umiliazione degli ultimi, dei più deboli, di chi è sotto ricatto. I tratti tipici della mafiosità li ritroviamo purtroppo ancora in ampi strati della società. In queste pagine, trent’anni della nostra storia letti prima con gli occhi di un bambino già ferito nel suo diritto all’ingenuità per la violenza che gli si dispiega intorno; poi con gli occhi del ragazzo che cerca con la sua famiglia un nuovo inizio nella ‘normale’ Emilia; infine con gli occhi del giornalista che da anni si occupa delle trame torbide del potere. Perché anche quando sembra impossibile ottenere giustizia e verità, può e deve rimanere il desiderio di lottare.

Qui non vi è stata alcuna rivoluzione dei lenzuoli. Qui si continua a dire che non vi è “alcuna infiltrazione mafiosa”. Tutti dicono “qui” e non “da noi” e forse anche questo vuol dire qualcosa. La mafia rende tutto cenere. Se soffi sulla cenere non c’è nulla in essa che opponga resistenza per non volarsene via. Rendere cenere ogni cosa è la sua forza. Dove vi è cenere non vi è più nulla. Non c’è Stato. Non c’è sviluppo. Immutabile. Così com’è.
“Io desidero fare un augurio. Vi auguro la pace, signor Presidente, a tutti voi auguro la pace perché la pace è la tranquillità dello spirito e della coscienza e per il compito che vi aspetta la serenità è la base fondamentale per giudicare. Non sono parole mie, sono parole di nostro Signore che lo raccomandò a Mosè: quando devi giudicare, che ci sia la massima serenità, che è la base fondamentale. Vi auguro ancora, signor Presidente, che questa pace vi accompagnerà per il resto della vostra vita”. Era l’11 novembre del 1987, ultima udienza del primo maxiprocesso a Cosa nostra, quando poco prima che la Corte presieduta da Alfonso Giordano si ritirasse in camera di consiglio per emettere la sentenza, Michele Greco, “il Papa” della Mafia, chiese e ottenne la parola augurando “la pace” a tutta la Corte. Fu lui, “il papa”, a chiudere, con un’intimidazione velata e agghiacciante, il processo che si concluse con pesantissime condanne. Fu lui a scrivere in carcere il primo e unico memoriale che porti la firma di un capo dei capi. Greco, l’imprenditore che inventò due nuovi tipi di agrumi e che al contempo era il più scaltro dei mafiosi. L’autore, il giornalista di “Repubblica” Francesco Viviano, riporta le parole di quel memoriale e la vita di Greco, intingendo la penna nel solco dannato della mentalità mafiosa, intrisa di riti di sangue, di bugie e morte, di presunti codici d’onore e faide tra parenti. Fino a far riflettere sulla fine della mafia dei don, oggi decapitata di tutti i suoi vertici.

C’era un tempo in cui la mafia garganica non esisteva. Bisognava vincere la credenza che fosse una magia, popolata dal potente di turno che impone il suo comando, la sua forza e la sua violenza. Non esisteva perché tutti la negavano. Anche i Magistrati che se ne occupavano. Una faida come le altre. La mafia garganica, però, esisteva, eccome. Ammazzava ed ammazza.

L’agenda rossa di Paolo Borsellino, Profondo nero, L’agenda nera della Seconda repubblica, DepiStato: quattro libri fondamentali per la prima volta riproposti in un unico volume. L’inchiesta completa sullo stragismo italiano con radici siciliane e il suo carico di complicità istituzionali. Un groviglio criminale che è una componente strutturale della storia della Repubblica, fin dagli anni successivi alla Seconda guerra mondiale. Una storia nera da troppi bollata come fantasia di complottisti, che in queste pagine può essere finalmente ripercorsa dal principio, restituendo alla parola complotto l’accezione originaria di intrigo e macchinazione criminale. C’è una storia ufficiale e c’è una storia sotterranea che l’attraversa, salendo raramente in superficie, più spesso viaggiando sottotraccia, sempre avvolta da un alone di mistero. È fatta così la storia d’Italia almeno dal Secondo dopoguerra, passando per le stragi del 1992-93 che segnarono la fine della Prima repubblica travolta da un bagno di sangue e arrivando fino a oggi. Nel mezzo, processi, depistaggi, ricatti, complicità istituzionali e il silenzio molto spesso complice di un’informazione che ha preferito che le vittime, e in particolar modo Falcone e Borsellino, diventassero eroi buoni solo a fare i protagonisti di fiction televisive, lasciando che la cronaca si trasformasse in tragedia ma senza occuparsi delle ragioni che l’hanno determinata, dribblando i dubbi e ignorando i punti oscuri, disinteressandosi della verità storica e strumentalizzando talvolta quella giudiziaria, come sta avvenendo in merito al processo sulla trattativa Stato-mafia, di cui si racconta in queste pagine. Questo libro nero ripercorre oltre settant’anni di massacri ed è il risultato di più di vent’anni di lavoro investigativo su mafia e potere. Un viaggio nell’indicibile della storia criminale italiana che demistifica una volta per tutte la narrazione di una mafia tutta coppole storte, lupara e pizzini sgrammaticati, sconfitta dallo Stato e dalla forza della legge. Il numero, le dimensioni e il livello delle protezioni politiche e delle coperture giudiziarie e investigative che hanno segnato gli anni delle stragi e quelli della lotta alla mafia rappresentano una componente strutturale della storia italiana che non può essere ignorata. Queste pagine lo documentano con chiarezza, attraverso un racconto dei fatti narrativamente incalzante e giornalisticamente sempre puntuale. Il volume è arricchito dai testi di Marco Travaglio, che ha firmato l’introduzione a L’agenda rossa di Paolo Borsellino, e di Salvatore Borsellino, fratello del magistrato ucciso in via D’Amelio, autore del contributo posto in appendice a DepiStato.

Pio La Torre è stato l’unico parlamentare della Repubblica ucciso dalla mafia mentre era ancora in carica. A trentacinque anni dalla sua morte, avvenuta il 30 aprile 1982, i suoi due figli, Franco e Filippo, raccontano l’eccezionale normalità di un eroe che non ha mai voluto diventare un eroe, l’umanità di un uomo e di un padre ancora scomodo, che interroga ciascuno di noi, chiedendoci fino a dove siamo disposti a metterci in gioco per vivere davvero le nostre battaglie. «Il motivo per cui nostro padre poté fare quello che fece sta proprio in questa identificazione totale e piena con le sue battaglie. Oggi come allora queste parole possono sembrare retoriche eppure non lo sono. Pochi hanno avuto e hanno la credibilità per pronunciarle, pochi possono davvero dire “Io

C’è stato un tempo in cui, nella Sicilia lacerata da una furiosa guerra di mafia, si fecero largo gruppi di picciotti senza regole e senza padroni, che si misero in testa di arricchirsi con le rapine e con le estorsioni. Presto vennero coinvolti nelle faide tra vecchi e nuovi boss di Cosa nostra e si trasformarono in killer spietati. Li chiamavano stiddari. Tra la fine degli anni Ottanta e gli inizi dei Novanta seminarono il terrore nelle province di Agrigento, Caltanissetta, Enna, Ragusa e Trapani. Boss “posati”, allontanati dalle “famiglie”, li usarono come manovalanza per sistemare i propri conti interni. Ma chi erano davvero i picciotti della Stidda? E perché uccidevano così crudelmente? Di loro si sapeva poco e niente, fino a quando non ammazzarono il giudice Rosario Livatino. Quel delitto segnò l’inizio della fine. Tre processi hanno sentenziato chi sono i colpevoli. Eppure dietro quell’omicidio eclatante si dipanano misteri ancora irrisolti.

Nostro Onore. Una donna magistrato contro la mafia: Marzia Sabellastudiava per diventare notaio, senza però “immaginare che avrebbero sventrato autostrade e quartieri, senza prevedere – racconta – che il suo treno sarebbe stato colpito dallo stesso esplosivo per deragliare su un altro binario”. Non era un tempo qualunque. Era il 1993, quando, dopo le stragi, lo Stato reagiva alla mafia. Ed era impossibile sottrarsi alla chiamata: magistrato, dunque. Alla procura di Palermo. Cosi, i primi processi: gli ‘scecchi morti’, le indagini di routine, quindi la pedofilia. Poi Cosa nostra: dall’arresto di Bernardo Provenzano alle indagini per la ricerca di Matteo Messina Denaro, l’ultimo capo latitante. E, nel frattempo, il cambiamento del sentire comune verso la magistratura e la trasformazione del suo stesso ufficio, fino a non riconoscerlo più come il proprio posto. Con una narrazione vibrante, ma priva di enfasi e che sa cedere all’ironia, “Nostro Onore” ci conduce nella realtà della mafia siciliana e, al contempo, nel quotidiano di chi lotta contro di essa dal “palazzaccio” di piazza Vittorio Emanuele Orlando. Ma, soprattutto, ci restituisce un ritratto antieroico dei magistrati, anche quando vivono eventi straordinari e imparano a ripararsi dalla seduzione degli “abbagli da telecamera sempre accesa”. Perché, l’onore, quello vero, è dato dalla “sacralità del Codice e di chi, di quel Codice, difende le ragioni”

Una storia vera, vissuta in una frontiera del mondo. Protagonista una famiglia siciliana che nel pieno delle guerre di mafia lotta per liberare la propria terra. Una grande saga, tratteggiata con l’arancione intenso dei mandarini tardivi di Ciaculli, sotto il sole di Sicilia. Agrumi profumatissimi coltivati nella Tenuta Favarella, residuo della mitica Conca d’Oro. Con le armi della legge e della fiducia nella verità e nello Stato, i Tagliavia – eredi di un’illustre tradizione marittima e del patrimonio trasmesso dall’ultimo armatore – hanno dovuto contrastare la prepotenza criminale di Cosa nostra e dei boss Michele e Salvatore Greco, lungo un’aspra e tormentata battaglia giudiziaria condotta per affermare il sacrosanto diritto sulle proprie terre. In questo libro, per la prima volta, viene raccontata un’epopea civile dimenticata del secondo dopoguerra italiano, intrecciando ricordi privati d’infanzia e giovinezza, amori e disincanti dei componenti della famiglia Tagliavia con vicende politiche locali e nazionali. Senza che mai lo sguardo dell’autore abbandoni il filo della narrazione di quella coraggiosa sfida. Una sfida che è anche una finestra che si riapre su una speranza di un futuro diverso.
La storia del “sequestro Matarazzi”
Un bagaglio infinito di esperienze, come quella legata al “Sequestro Matarazzi”, che è il titolo del suo ultimo libro, edito da Città del Sole, e che racconta le vicende legata al rapimento di Tobia Matarazzi, avvenuto nel giugno del 1975. Il saggio descrive, con uno stile efficace, asciutto, privo delle sovrastrutture narrative utilizzate in questo tipo di lavori, la vicenda relativa al rapimento del giovane Tobia Matarazzi, un sequestro anomalo che si è concluso in soli venticinque giorni con la sua liberazione e senza il pagamento del riscatto: «L’epilogo felice fu il frutto di una grande mobilitazione della cosca egemone in quel territorio. Era un punto di onore scoprire chi aveva preso l’iniziativa criminale poco tollerata dalla vecchia guardia. È vero che ci fu un grande impiego delle forze dell’ordine, ma senza l’intervento della malavita locale difficilmente si sarebbe riuscito a portare a casa il risultato, come poi hanno dimostrato i fatti che sono accaduti negli anni a venire».

Cos’è la mafia, come e quando è nata, come si è sviluppata, come è cambiata, quali sono i suoi legami con il potere, con la politica, con le istituzioni, con l’imprenditoria? Enzo Ciconte ricostruisce la storia delle organizzazioni criminali: cosa nostra, ’ndrangheta, camorra, sacra corona unita e anche quelle di origine straniera (cinese, albanese, nigeriana, colombiana, bulgara, romena e altre) da anni attive e stanziali in Italia. Partendo dalle origini, che si possono far risalire agli inizi dell’Ottocento, passando dal momento cruciale dell’Unità d’Italia e del fascismo, per arrivare alla Repubblica e alle connessioni sempre vive tra politica e cupole: quella delle mafie non è soltanto una storia criminale, ma sostanzialmente una storia del potere.Con linguaggio divulgativo e narrazione avvincente Enzo Ciconte ci consegna un saggio fondamentale e necessario per comprendere il fenomeno mafioso in tutte le sue articolazioni. Un libro che è anche un manuale di resistenza civile, un invito alle giovani generazioni perché dalla conoscenza possa nascere un futuro di riscatto.

Che cos’è cambiato dopo la morte di don Pino Puglisi, detto “padre”, ucciso a Palermo da ‘Cosa nostra’ il 15 settembre 1993 per il suo impegno evangelico e sociale? Il primo martire della Chiesa eliminato dalla mafia e proclamato beato nel 2013 ha lasciato una sfida da raccogliere: l’elaborazione di una pastorale più vicina agli ultimi e capace di fronteggiare i fenomeni mafiosi, soprattutto quelli di natura culturale. Dalle parole di condanna di Giovanni Paolo II a quelle di scomunica di Papa Francesco si è realmente passati, nella Chiesa, «dalle parole ai fatti»? I sacerdoti e le comunità cristiane sanno come comportarsi in modo evangelico di fronte alla prepotenza mafiosa? Esistono esempi di buone pratiche cristiane, che potrebbero essere riprodotte in contesti simili?

Si può testimoniare di un prete che la Chiesa cattolica proclama “beato” senza cedere alla retorica, alla falsificazione storica, al buonismo” interpretativo? I tre autori di questo libro ci provano: hanno conosciuto don Pino Puglisi (ucciso dalla mafia il 15 settembre 1993) e hanno scritto di lui in diverse occasioni. Nella prima e nella quarta parte Francesco Palazzo ricostruisce i tre anni di don Puglisi a Brancaccio, con qualche cenno a quanto accaduto dopo. Traccia inoltre una storia recente, sino all’arrivo di don Pino, della parrocchia di S. Gaetano e del quartiere. Nella seconda parte Augusto Cavadi riflette sul significato teologico e filosofico di questo martirio evidenziando soprattutto come esso costituisca la spia eloquente di una comunità ecclesiale spesso indifferente. Nella terza parte Rosaria Cascio ricostruisce la metodologia pastorale di don Pino alla luce della sua formazione teologica e psicologica e delle diverse esperienze nel corso della sua generosa esistenza. Il volume è impreziosito dalle testimonianze di don Francesco Michele Stabile e di Salvo Palazzolo.

Romanzo fra realtà irreali e fantasie reali. Il racconto si svolge nell’entroterra marchigiano nell’alta Valfoglia e Valmetauro, in provincia di Pesaro, ai confini con la Toscana. Si dice che spesso la realtà superi la fantasia. Quando invece si vive una vita semplice, fatta di piccole cose, dove le priorità sono famiglia, lavoro, casa, diciamo quel vivere terra-terra, non sempre è così. In questi casi può succedere di vivere la fantasia oltre la realtà delle cose semplici cui sei sottoposto. Trovo naturale il desiderio di vivere e di fare parte, noi animali con il mondo di tutte le creature viventi della nostra stessa natura. Io mi rapporto, nonostante tutto e con tutto ciò, solo nella prima parte del racconto. La seconda parte è incentrata alla ricerca ossessiva della verità dopo un delitto. Un delitto, maturato in menti sottili e distorte dove la vita degli altri non ha nessun valore, che si lascerà dietro una scia di sangue e morti nel mondo della mala e delle forze dell’ordine. Nell’alternarsi dei fatti, spunta una breve ma intensa storia d’amore fra due cuori emarginati e soli. La storia d’amore s’interromperà e riprenderà, mentre gli anni scivoleranno via chiudendo una parentesi di vita. Un anomalo rapimento richiederà l’aiuto di un branco di lupi, riportandolo alla ribalta, sull’altopiano della Sila nell’Aspromonte. Si aprirà una nuova visione della realtà, di gioia e di dolore. Il tutto sfocerà in…

Le organizzazioni criminali mafiose rappresentano un pericolo per la nostra società. Questo dizionario, realizzato con il prezioso apporto di dottrina e di esperienza di docenti universitari, magistrati, avvocati e appartenenti alle Forze dell’ordine, vuole essere un contributo alla conoscenza delle mafie di ogni tipo, per meglio e più efficacemente contrastarle. Intende quindi analizzare, con pregevole dovizia di particolari, dal punto di vista storiografico, sociologico, antropologico e giudiziario, il fenomeno mafioso nel suo complesso prima, e gli elementi caratterizzanti ogni singola sua manifestazione poi. Il volume si avvale, inoltre, di un CD contenente centinaia di grafici, tabelle, mappe inedite, documentazione storico-processuale e una molteplicità di atti degli organi istituzionali preposti al contrasto della criminalità organizzata.

Mafia e antimafia, complicità ed eroismi. Una storia lunga 150 anni rivive nelle pagine del saggio di Pippo Di Vita, che contiene l’analisi del fenomeno e le testimonianze di numerosi familiari e amici delle vittime della mafia: magistrati, investigatori, sindacalisti, giornalisti, politici. Il volume è preceduto da una prefazione di Sandro Provvisionato, storico inviato del settimanale Europeo, del Tg5 e di altri media nazionali, nonché esperto di misteri italiani. Il libro è suddiviso in due parti: nella prima, Pippo Di Vita descrive il significato, la nascita, l’organizzazione e il successo della mafia, viva ed attiva ancora ai nostri giorni, e il suo stretto rapporto con la politica, senza la quale non potrebbe e non può esistere. Nella seconda parte, affronta la realtà dell’antimafia, realizzata da uomini che l’hanno combattuta sul serio. Tra i familiari intervistati, vi sono Rita Borsellino, Giovanni Chinnici, Michele Costa, Franca De Mauro, Maria Falcone, Carmine Mancuso, Alfredo Morvillo, Placido Rizzotto, Antonio Scaglione e tanti altri. Il sindaco di Palermo Leoluca Orlando è stato intervistato in qualità di consulente del presidente Piersanti Mattarella.

La presente opera è finalizzata a delineare, in modo analitico, l’importante disciplina concernente le misure di prevenzione personali e patrimoniali, nonché quella inerente alla documentazione antimafia diretta a prevenire l’infiltrazione della criminalità organizzata nelle commesse pubbliche, in base al dettato normativo del D.Lgs. n. 159/2011, recante il “Codice delle leggi antimafia e delle misure di prevenzione, nonché nuove disposizioni in materia di documentazione antimafia, a norma degli articoli 1 e 2 della legge 13 agosto 2010, n. 136″. Il testo è aggiornato in relazione al recente D.Lgs. n. 50/2016, disciplinante l'”Attuazione delle direttive 2014/23/UE, 2014/24/UE e 2014/25/UE sull’aggiudicazione dei contratti di concessione, sugli appalti pubblici e sulle procedure d’appalto degli enti erogatori nei settori dell’acqua, dell’energia, dei trasporti e dei servizi postali, nonché per il riordino della disciplina vigente in materia di contratti pubblici relativi a lavori, servizi e forniture”, e riporta le proposte di modifica normativa riconducibili ai lavori parlamentari riferibili all’Atto Senato n. 2134 della XVII Legislatura.

Dal controllo dei culti patronali ai riti di affiliazione fino alla promozione di un’immagine sacralizzata del capomafia: le organizzazioni criminali attingono spesso al repertorio devozionale cattolico. Il controllo dell’immaginario devoto consacra il ruolo dei boss come depositari di valori tradizionali, promuove un’immagine del capomafia che si fonda su un presunto rapporto privilegiato con il sacro, dimostra il suo potere sul territorio. Ma all’indomani della stagione dello stragismo mafioso, con la visita di Giovanni Paolo II in Sicilia nel maggio del 1993 e con l’assassinio di don Puglisi nel settembre dello stesso anno, la Chiesa cattolica ha intrapreso un’opera di riconquista e di risemantizzazione dello spazio devozionale.

Nella sua appassionata denuncia, Vittorio V. Alberti affronta alla radice la piaga originaria che consuma la società italiana e mina alle basi qualunque prospettiva di progresso civile.
“Ecco la corruzione: la meritocrazia della lusinga, dell’intrigo, della piaggeria, del servilismo, dell’ipocrisia invece che della competenza.”
Nella sua appassionata denuncia, Vittorio V. Alberti affronta alla radice la piaga originaria che consuma la società italiana e mina alle basi qualunque prospettiva di progresso civile. E la radice va ricercata proprio in una cultura che disprezza il merito, la riflessione, la ricerca della bellezza in nome di miopi interessi personali o di gruppo. È contro la cultura della mafia e della corruzione che è indispensabile battersi, come sostengono nel saggio introduttivo il procuratore della repubblica di Roma, Giuseppe Pignatone, e nella postfazione il fondatore dell’associazione Libera, don Luigi Ciotti. “La corruzione e la mafia sono simboli maledetti di questa grande corruzione culturale, sono bruttezza. Per ricucire un futuro la strada è nel passato, nel nostro patrimonio, che è bellezza. Ecco l’idea: la potenza culturale italiana per combattere la corruzione e le mafie. Il patrimonio di intelligenza e bellezza, che è il nostro valore, la nostra identità, è nostro e nessuna forza oscura può togliercelo a meno che non glielo lasciamo fare, come spesso avviene per nostra colpa.”

La storia di Cosa Nostra dagli anni Sessanta fino alle ultime rivelazioni sulla trattativa fra Stato e mafia. Uno studio rigoroso e acuto – i cui risultati furono apprezzati anche da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino oggi completamente rivisto e aggiornato fino ai nostri giorni. Uno strumento per comprendere la natura di Cosa Nostra, per fare luce sui torbidi rapporti, sempre in bilico tra collusione e aperto conflitto, fra lo Stato e questo enorme potere criminale, per ricordare gli eroi, i vincitori e gli sconfitti di una guerra infinita. Un’opera enciclopedica che mette a sistema, senza censure né retorica, i fatti che hanno segnato la storia della mafia; una fotografia fedele della sua evoluzione, priva dell’alone folcloristico che solitamente offusca le cronache criminali; il punto d’arrivo e allo stesso tempo la premessa di una riflessione sul futuro di Cosa Nostra. E del nostro Paese.

Un alfabeto per leggere le principali dinamiche criminali che investono oggi il mondo e per decifrare quelle future, indicando questioni, nessi, prospettive, somiglianze e differenze. Con i contributi di: Thomas Aureliani, Martina Bedetti, Federica Cabras, Nicolò Dalponte, Sarah Mazzenzana, Roberto Nicolini, Carmela Racioppi.

Nel racconto d’apertura del volume Antonio Ingroia rievoca il suo primo giorno da magistrato, nella Procura di Marsala, sotto la giuda di Paolo Borsellino. “Entrai nel suo ufficio intimorito per il confronto con un giudice già così importante. Procuratore – esordii quasi balbettando – sono qui per il mio insediamento, quando crede che potrò iniziare a lavorare in questo ufficio? E lui: ma scusa, collega – disse con tono grave – ti sembro forse tanto vecchio da dovermi dare del lei? E giù una fragorosa risata che ruppe subito il ghiaccio e mi rivelò il volto umano di quello che per me era un uomo-mito…” L’incontro segnerà il destino professionale del giudice allora ragazzino, il suo impegno proseguirà nella sede di Palermo su posizioni sempre più risolute ed esposte nella lotta contro la mafia, e presto dovrà continuare senza le figure di riferimento di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino. Nel labirinto degli dèi è il racconto-testimonianza di uno dei più autorevoli magistrati antimafia italiani della sua scelta e della sua dedizione, esercitate nei luoghi in cui, per antica tradizione o per dannazione, lo scempio della giustizia e del diritto è condotto con più sistematica virulenza, con più corale partecipazione, fino a compenetrare le relazioni e persino la mentalità dell’intera società.

La mafia – sostiene la curatrice di questo volume – è un fenomeno che interessa la società intera in quanto avanguardia capitalistica che commercia e usa l’umano come “cosa”. Questa modalità di considerare la mafia non tanto come un prodotto deteriore di una società povera quanto piuttosto come l’emergenza di una novità destinata a ottenere un sempre più ampio successo nel mondo è data da una specifica contingenza storica, ovvero la crisi determinata dal declino degli immutabili e dalla volontà di evitare che essi declinino. La perdita delle certezze che la cultura tradizionale garantiva rispetto al perché vivere è causa di una forte angoscia sociale che produce come esito il desiderio regressivo di tornare a credere a ciò in cui non si crede più. Il tema dei diritti umani e la questione della loro universalizzazione dipana il filo rosso della discussione all’interno della polarità tra crisi determinata dal declino di certezze e anticulturalità. Il testo si espone dunque come un percorso in cui intellettuali, scienziati e politici offrono le proprie riflessioni relativamente ai diversi nodi che tale percorso implica, sia assumendo posizioni in contrasto, sia offrendo approfondimenti e testimonianze. Scritti di: Antonino Inastasi, Pietro Barcellona, Paolo Corsini, Paola Degani, Natalino Irti, Emanuele Severino, Renate Siebert, Ines Testoni, Luciano Violante, Adriano Zamperini.
Il Global Slavery Index 2016 – il rapporto annuale sulla schiavitù nel mondo – conta in 129.600 le persone ridotte in schiavitù in Italia, collocandoci al 49esimo posto nel ranking dei 167 Paesi presi in considerazione. In Europa unicamente la Polonia fa peggio. Siamo il vertice europeo della sparizione dei minori non accompagnati e dello sfruttamento delle prostitute provenienti dalla Nigeria e dai Paesi ex Socialisti, ma siamo soprattutto lo Stato dove caporalato e impresa tendono a fondersi con le più consolidate organizzazioni mafiose. Questo intreccio è “Mafia Caporale”. Il business di questa metamafia è l’illecito sfruttamento del lavoro. Dall’agricoltura ai servizi, fino alla piccola industria, il mercato del lavoro si riempie di lavoratori e di lavoratrici schiavizzati. Mafia Caporale è oggi più forte del collocamento pubblico, e dà vita a una moltitudine di agenzie di somministrazione lavoro dentro le quali lava somme inimmaginabili di denaro sporco. Sarte, braccianti, camgirls, muratori, prostitute, blogger, coccobello!, lavavetri, parcheggiatori, vigilanti, camionisti, mendicanti e minori, sono solo alcuni dei volti della schiavitù di cui i parla Leonardo Palmisano nel suo viaggio al nord al sud di Italia dove ha incontrato personalmente ognuno di loro, e per ognuno ha raccolto una storia, un’immagine, un ritratto. Non si può rimanere indifferenti dopo la lettura di “Mafia Caporale”, ogni storia rimane impressa nella memoria.

La sincerità di un testimone d’eccellenza della lotta alla mafia e l’ironia delle vignette di Vauro fanno di questo libro un’opera insostituibile. È la primavera del 1977 quando Peppino Impastato, insieme a un gruppo di amici, inaugura Radio Aut, una radio libera nel vero senso della parola. Da Cinisi, feudo del boss Tano Badalamenti, e dall’interno di una famiglia mafiosa, Peppino scuote la Sicilia denunciando i reati della mafia e l’omertà dei suoi compaesani. Una voce, la sua, talmente potente che viene fatta tacere per sempre. Ma, in realtà, la voce di Peppino da allora non ha mai smesso di parlare, di lottare, di illuminare una strada lunga, ma che oggi è percorsa ormai da migliaia di persone. Per la prima volta, Giovanni, fratello di Peppino, che ne ha raccolto il testimone, fa il punto della situazione delle mafie – e delle antimafie – in Italia.

Un percorso storico-politico che affronta, analizzandolo, il periodo che intercorre tra la fine del maxiprocesso del 1992, l’omicidio Lima, le stragi di Capaci e via D’Amelio, gli attentati del 1993,l’inizio della seconda Repubblica e gli attuali processi di Caltanissetta e Palermo. Il testo tratta il tema delle trattative tra il Potere e la criminalità organizzata, passando attraverso un’intervista esclusiva a Salvatore Borsellino che accompagna l’intera narrazione. L’autrice conclude con un’intervista ai due cronisti giudiziari Sandra Rizza e Giuseppe Lo Bianco.

La Palermo degli anni Ottanta, un crocevia di affari e intrighi tra politici, imprenditori, burocrati e mafiosi. “Stava raccontando la Mafia e il potere. Lo hanno fermato con quattro colpi di pistola”
Mai come in quella stagione Cosa Nostra ha fatto politica, impugnando le armi per soffocare nel sangue e nel terrore ogni volontà di cambiamento. Sotto i suoi colpi, il 12 gennaio 1988, cadde Giuseppe Insalaco, un democristiano che aveva bruciato le tappe di una fortunata carriera nel partito di Salvo Lima e Vito Ciancimino, fi no a diventare sindaco. Nei suoi 101 giorni alla guida del Municipio si era ribellato ai suoi padrini, sfidando a sorpresa i padroni degli appalti. Disarcionato da un’inchiesta giudiziaria, espulso dalla politica, aveva cominciato a raccontare i segreti dei rapporti tra mafia e potere. Fu fermato con quattro colpi di pistola. Ricostruire la sua storia, fi n qui offuscata da una potente damnatio memoriae, è tanto più necessario nel momento in cui al Quirinale siede un siciliano come Sergio Mattarella che dalla ferocia di quegli anni è stato colpito in prima persona, con l’assassinio del fratello Piersanti, il presidente della Regione che sognava una Sicilia “con le carte in regola”.
Mafia: un fenomeno che ormai attraversa verticalmente le grandi imprese, le piccole attività, il popolo minuto dei quartieri, la politica e l’amministrazione. Per capirne le dimensioni e l’incidenza nella vita del nostro Paese, l’autore ripercorre le diverse fasi che hanno contraddistinto il fenomeno in Sicilia, puntando l’attenzione su alcuni casi eclatanti: dall’assassinio di Falcone al processo Andreotti, dagli anni di Caselli alle strategie antimafiose del governo.

In passato si pensava che la criminalità organizzata affondasse le sue radici, almeno in Italia, in un’entità immateriale, «la cultura del Meridione», e si immaginava che il soggiorno obbligato al Nord sarebbe bastato a redimere i mafiosi. Non era vero. In presenza di una combinazione di fattori economici e sociali qualunque zona si è rivelata a rischio (come dimostra il caso della ‘ndrangheta a Bardonecchia, nel «civile» Piemonte). E una volta che un territorio viene minacciato dalla violenza mafiosa, la politica diventa decisiva, al Sud come al Nord. Il trapianto delle mafie, con la globalizzazione, è in forte espansione in tutto il mondo ed è proprio la struttura socioeconomica dei paesi in forte sviluppo, quando non siano governati da organi legittimi, che può favorire l’infiltrazione vincente delle mafie nei territori. Oppure al contrario, talvolta, la loro espulsione. Nel mondo globale le mafie sono appunto sempre più in movimento, ma non sono invincibili. Bisogna osservarle da vicino, ricostruire il loro operato, come fa il criminologo Federico Varese (sia con la ‘ndrangheta o con le mafie cinesi o ancora con la Solncevo russa), traendo dalle storie dei loro successi e, tanto più, dei loro insuccessi, lezioni davvero cruciali.

La letteratura sulla mafia si accresce ogni giorno di nuovi titoli, ma i contributi scientifici non sono molto numerosi e anch’essi spesso ripropongono stereotipi o usano paradigmi che colgono solo alcuni aspetti del fenomeno mafioso. Questo saggio passa in rassegna gli studi più recenti su mafia e altre forme di criminalità organizzata ed espone le linee essenziali di un “paradigma della complessità” che legge la mafia come fenomeno polimorfico e pone al centro dell’analisi l’interazione tra gruppi criminali e contesto sociale, un modello che può applicarsi anche ad altre organizzazioni. Ritardi e carenze degli studi sulla criminalità organizzata, che costituisce uno dei fenomeni più preoccupanti della società contemporanea, pongono un problema di fondo: i saperi separati sono messi in crisi dalla complessità, ma l’interdisciplinarietà è più predicata che praticata. Il futuro delle scienze sociali è legato a una scelta di lavoro comune, ma ancora oggi, di fronte a mutamenti del contesto che richiedono un profondo mutamento degli strumenti cognitivi, il pluralismo metodologico suscita consensi a cui non seguono pratiche conseguenti.

La professione del protagonista è l’omicidio su commissione: un lavoro che al servizio della mafia americana – l’uomo è in grado di eseguire con estrema precisione. Lo chiamano “The Ice Man” perché uno dei modi che predilige per impartire la morte è quello di rinchiudere le sue vittime in un congelatore, sbarazzandosi dei corpi soltanto dopo un lungo periodo di ibernazione. Ma la vera specialità di “The Ice Man” consiste nell’accontentare sempre i desideri della sua committenza e, quando la mafia desidera far morire un uomo tra le sofferenze più atroci, sa che l’omicida non si farà scrupoli nell’uccidere i malcapitati nei modi più terrificanti che una mente criminale è in grado di immaginare. Più efferata di un libro dell’orrore, la biografia di Philip Carlo si immerge nei meandri della vita del più spietato degli assassini.
Il 30 gennaio 1992 fu una calda giornata d’inverno, a Palermo. Ma al celebre Maxiprocesso il gelo avvolse gli imputati di Cosa Nostra, che ricevettero condanne in Cassazione tanto dure quanto inaspettate. Non doveva andare in quel modo, non secondo gli accordi. Nessun giudice, nessun politico, nessuno avrebbe dovuto voltare loro le spalle. Inizia così uno dei periodi più cupi della storia italiana: quello delle stragi di Capaci e di via D’Amelio, delle vittime innocenti della lotta contro il sistema criminale più pericoloso. La morte dei giudici Falcone e Borsellino lanciò un forte segnale alle istituzioni: la mafia non voleva essere sottomessa dallo Stato, e avrebbe eliminato ogni ostacolo sulla sua strada. Per questo qualcuno scelse di scendere a patti con il nemico, di trattare piuttosto che combattere contro l’illegalità. Ma c’è stata davvero la Trattativa? Ce n’è stata solo una? Chi mercanteggiò con Cosa Nostra? In questo libro Roberta Ruscica ricostruisce intrecci, accordi, contatti, l’affaire mafia-appalti e descrive, attraverso le parole dei pentiti, i retroscena più inquietanti della Cupola, da come vennero prese le decisioni più infauste alla progettazione di piani destabilizzanti, attuati e non. Dai boss di Cosa Nostra ai boss di Stato, un libro inchiesta che apre nuovi e documentati scenari. Con un’intervista esclusiva a Teresa Principato, il procuratore aggiunto di Palermo in prima linea nella caccia al superlatitante Matteo Messina Denaro.
Sono trascorsi quasi 150 anni da quando la parola “mafia” è comparsa per la prima volta in un testo scritto; si trattava di un’opera teatrale a quattro mani, composta da Giuseppe Rizzotto e Gaetano Mosca nel 1863 e intitolata I mafiusi di la Vicaria. L’immagine del mafioso come “uomo d’onore”, giusto con i deboli, al di sopra della legge dello Stato ma sottoposto a un codice ben preciso, rimane tenacemente radicata nell’immaginario collettivo: solo nel 1984, grazie alla testimonianza del collaboratore di giustizia Tommaso Buscetta, si comincia a far luce sulla struttura dell’organizzazione. Il filo rosso di questo racconto per immagini parte dalle origini del fenomeno mafioso in Sicilia per attraversare epoche e continenti diversi: la grande emigrazione negli Stati Uniti e il Proibizionismo, la situazione in Italia durante il fascismo e all’indomani della Seconda guerra mondiale, i sanguinosi conflitti tra le cosche mafiose, il maxiprocesso del 1986, la stagione delle stragi. Si susseguono nomi e ritratti di criminali entrati nella leggenda popolare. Accanto ad essi spiccano le figure di coloro che sono stati vittime della mafia, a testimonianza del costante impegno civile di magistrati, forze dell’ordine e privati cittadini: chi ha combattuto tenacemente contro Cosa Nostra al prezzo della propria vita, chi si è ribellato ha rifiutato di piegarsi a soprusi e prepotenze. Questo libro vuole essere soprattutto la loro storia.
Se la trattativa fosse un reato, se lo Stato avesse ceduto, se la mafia avesse tratto benefici, allora le istituzioni sarebbero colpevoli. Ma non è così. Giovanni Fiandaca e Salvatore Lupo sostengono una tesi sorprendente: l’impianto accusatorio del pool di magistrati di Palermo non regge, i comportamenti di cui all’accusa non sono reato e Cosa Nostra non è stata salvata. Perché dunque si è scelto di celebrare questo processo? Perché gli italiani hanno bisogno di pensare che la mafia abbia vinto (e debba sempre vincere)? Uno sguardo nuovo su un processo ricco di ambiguità, di coni d’ombra, di nodi tecnici da sciogliere, nel quale si fondono e si confondono tre piani: giudiziario, storico-politico, etico.

I rapporti tra le mafie e il mondo dell’imprenditoria rappresentano un fenomeno tanto diffuso quanto pericoloso che condiziona pesantemente il sistema socio-economico di vaste aree del Paese, ostacolando l’esercizio della libera concorrenza e il regolare processo di crescita secondo le leggi di mercato. In tale contesto, un’efficace azione di contrasto sul piano giudiziario richiede una conoscenza teorico-pratica sia dei sofisticati meccanismi economico-gestionali attraverso cui tali relazioni si manifestano nella realtà sia dei modelli normativi utilizzabili per inquadrare le stesse all’interno di una corretta e sistematica disciplina sanzionatoria personale e reale. Proprio nell’ottica di agevolare i magistrati inquirenti, i giudici e le forze di polizia impegnati in questo difficile compito, il presente volume si pone quale strumento di consultazione economico-giuridica completo, agile e di immediata fruibilità sulle complesse questioni interpretative e applicative connesse alla definizione dei rapporti tra mafia e impresa. Nel contempo, di fronte al crescente interesse che la criminalità organizzata ed economica continua a suscitare nella formazione universitaria e post-universitaria, il testo può rappresentare un valido ausilio didattico di tipo “interdisciplinare” (in grado, cioè, di coniugare gli aspetti economico-gestionali con quelli giuridici), anche per quanti si vogliano approcciare in modo esaustivo e consapevole alla specifica materia.

Con Matteo Messina Denaro Cosa Nostra guadagna 200 milioni al mese, e 35 miliardi all’anno. Uccide di meno e investe anche in Borsa, in parchi eolici, villaggi turistici, servizi di alta tecnologia. Resta perciò indimenticabile la stagione delle grandi stragi del 1992-1994. Vi perirono Falcone, Borsellino, i luogotenenti di politici, decine di agenti di scorta. Le due ultime sentenze del Tribunale di Palermo hanno confermato un episodio impressionante: nel 1992-1994 lo Stato offrì a criminali efferati come Riina, Provenzano, Brusca e altri, benefici penitenziari (come l’attenuazione del carcere duro, e sconti di pena) se avessero interrotto estorsioni e massacri. Non ci pensarono proprio. Tutto è cambiato perché la mafia ha sempre fatto politica. Sempre.

Questo volume fa seguito ad un ciclo di incontri svoltisi a Firenze nel ricordo dell’eccezionale impegno per la lotta alla mafia profuso dai magistrati Piero Luigi Vigna e Gabriele Chelazzi. Le giornate di studio hanno avuto come particolare oggetto la strage di via dei Georgofili, le strategie di contrasto alla criminalità organizzata e il tema dell’ergastolo ostativo. Il lavoro si articola attraverso interviste e saggi. Nelle prime, approfondimenti di grande interesse e attualità sulle problematiche più significative nella tutela della legalità si accompagnano talora alla testimonianza diretta su esperienze umane e professionali straordinariamente coinvolgenti. Gli studi investono le recenti evoluzioni normative e giurisprudenziali sui temi del momento come il ragionevole dubbio nei processi di mafia, il ruolo dei collaboratori di giustizia, il vaglio sulla costituzionalità dell’ergastolo ostativo.

La mafia foggiana, la «quarta mafia», è l’ultima riconosciuta ufficialmente, dopo Cosa Nostra, camorra, ’ndrangheta, e per molti anni è stata sottovalutata. Il suo marchio di fabbrica sono soprattutto le estorsioni a commercianti e imprenditori: attentati intimidatori, bombe, incendi. La sua ombra si estende su tutto il territorio provinciale attraverso quattro gruppi: la Società nella città di Foggia, la mafia dei «montanari» sul Gargano, quella cerignolana nel basso Tavoliere, infine la mafia autoctona nella zona di San Severo, considerata una costola della Società. Organizzazioni violente e spregiudicate, fondate sul vincolo di sangue, che hanno saputo radicarsi nel tessuto sociale della Capitanata, unendo la tradizione familiare alla modernità dei settori di sviluppo economico, e oggi considerate una vera emergenza nazionale.
Questo libro è un viaggio nella memoria dei veri Eroi dell’antimafia, attraverso le storie vissute dall’autore lungo il suo cammino di lotta a tutte le mafie. Un diario caratterizzato dalle forti emozioni emerse dai molteplici incontri che hanno lasciato una traccia indelebile nel cuore e nella mente di Mario Bruno Belsito, che ama definirsi “un operaio dell’antimafia sociale”. Mario Bruno Belsito ha come fine quello di risvegliare e scuotere le coscienze di tutti, giovani e adulti, perché attraverso la lettura di questo libro possano meglio conoscere e combattere le mafie. Per un mondo più giusto e migliore. Prefazione di Salvatore Borsellino. Postfazione di Piera Aiello.
Il 13 settembre 1982 entrò in vigore la Legge n. 646, nota come Legge Rognoni – La Torre, che introdusse per la prima volta nel Codice penale italiano il reato di “associazione a delinquere di tipo mafioso” (art. 416 bis) e la conseguente previsione di misure patrimoniali applicabili all’accumulazione illecita di capitali. A spiegare perché ancora oggi è fondamentale preservare il provvedimento approvato quarant’anni fa, è questo libro monografico, che inaugura la collana AP-profondimenti promossa da Avviso pubblico, Enti locali e regioni contro mafie e corruzione, curato da Enzo Ciconte, che apre le riflessioni con una descrizione storica del percorso della legge, il testo contiene anche i contributi di un magistrato, di un dirigente di Polizia e di un Sindaco che, da diversi punti di vista, si sono cimentati con l’applicazione del sistema delle misure di prevenzione e con l’utilizzo per finalità di carattere sociale delle ricchezze sottratte alle mafie. Vi è anche un contributo di Giuliano Turone, magistrato che indagò sulla mafia e sulla P2, riconosciuto come uno dei più autorevoli studiosi del reato associativo di tipo mafioso. Vengono inoltre pubblicati un’intervista inedita a Virginio Rognoni e gli stralci di alcuni documenti storici recentemente desecretati, insieme a dati statistici su beni e aziende confiscate.

Dalla legge Rognoni La Torre ad oggi. Storia, applicazione della normativa, incidenza nelle politiche pubbliche di coesione territoriale e di sviluppo locale
La giornalista infiltrata nei nuovi santuari del crimine internazionale. «Floriana Bulfon, nonostante le minacce, è sempre andata avanti con le sue inchieste.» Chi sono i nuovi boss che stanno rivoluzionando la criminalità internazionale? E quali sono i clan che dominano il mercato mondiale della droga, da Napoli ad Amsterdam? Sono baroni invisibili: si incontrano nei grattacieli di Dubai per celebrare matrimoni fastosi e muovono tonnellate di stupefacenti nei porti di tutto il mondo. Gestiscono investimenti miliardari dall’insospettabile Cipro e nascondono dipinti di Van Gogh tra i condomini di Castellammare di Stabia. Sono personaggi violenti: ex eroi della guerra civile di Sarajevo, padrini che scatenano sparatorie negli incontri di boxe a Dublino e uccidono i giornalisti che parlano di loro. Ma conoscono la forza dell’innovazione, creando reti di cellulari invisibili e banche online per le criptovalute. È questa la nuova mafia, una Macro Mafia internazionale che va dal Sudamerica all’Italia, dall’Olanda agli Emirati, dall’Irlanda all’ex Jugoslavia. Con documenti inediti e storie raccolte sul campo, incontri ravvicinati con i boss e conversazioni riservate con i detective in prima linea, Floriana Bulfon, una delle più autorevoli giornaliste d’inchiesta italiane, rivela per la prima volta in questo libro l’alleanza dei clan che si sta trasformando in una vera e propria corporazione multinazionale, cresciuta sfruttando i punti deboli del mondo globalizzato e contro cui gli investigatori internazionali, dall’FBI alle polizie europee, hanno scatenato una caccia anch’essa globale. Un’inchiesta in presa diretta che ci conduce al cuore del nuovo super cartello criminale, una “caccia ai boss” che apre uno squarcio inedito sul vero volto della mafia contemporanea.
La “quarta mafia” è la definizione mediatica delle mafie foggiane, una criminalità emergente che coniuga arcaicità e modernità, localismo e globalizzazione. Una mafia rimasta a lungo invisibile rispetto a quelle tradizionali, solo perché poco raccontata e conosciuta. Capace, però, al pari della mafia siciliana, della camorra e della ‘ndrangheta, di irradiarsi in tutto il Paese e di sgretolare la sicurezza pubblica anche in territori lontani dalla sua zona di origine. La “Società” foggiana, la mafia garganica e la mafia cerignolana sono raccontate attraverso quarant’anni di vicende criminali tratte da fonti giudiziarie e da documenti investigativi. Contrabbando, narcotraffico, estorsioni, costellate da centinaia di omicidi commessi con ferocia brutale. Nel tempo, la “quarta mafia” ha saputo fare il salto di qualità, trasformarsi in una mafia moderna, in grado di permeare l’economia e la vita pubblica delle comunità assoggettate. È penetrata così dentro imprese sane, ha imposto i propri obiettivi ad amministratori conniventi ed ha cambiato per sempre le regole del gioco. Negli ultimi anni, lo scioglimento per mafia di alcuni comuni e l’improvviso aumento della violenza omicida, hanno lasciato intravedere ad un pubblico più ampio alcuni frammenti di un disastro civile. Questo libro contribuisce a disvelare l’origine, l’evoluzione e gli assetti attuali di un fenomeno criminale complesso e pericoloso, assurto ormai a problema nazionale.
«Il Grande complotto è un mito, non una mera falsificazione. In quanto mito, rielaborò materiali reali, rispondendo alla necessità di spiegare ribaltamenti improvvisi, imprevedibili sviluppi della grande storia. Nacque in tempo di guerra, per poi prendere forma nel dopoguerra…». Sono passati esattamente ottant’anni dalla mattina del 10 luglio del 1943 in cui i soldati di stanza in Sicilia, pochi in numero e male armati, videro riempirsi l’orizzonte delle navi delle truppe anglo-americane, pronte a sbarcare sul suolo italiano, imponendo una svolta radicale al conflitto mondiale. Cosa successe veramente in quelle ore, e cosa avvenne prima e dopo lo sbarco in Sicilia? E, soprattutto, quale fu il reale ruolo della mafia in questa vicenda? A riflettere su questo nodo ancora irrisolto è Salvatore Lupo, che alla storia della mafia e allo studio dell’Italia fascista ha dedicato il cuore della sua decennale ricerca. In questo suo ultimo, folgorante libro, Lupo parte dalla ricostruzione dello sbarco in Sicilia per ragionare più compiutamente sul modo in cui gli Stati Uniti si rapportarono all’una e all’altra mafia, quella americana e quella siciliana, in un momento che per eccellenza usiamo definire di grande storia, la seconda guerra mondiale. L’autore sgombra subito il campo da una narrazione che ha riscosso un permanente (e crescente) successo presso il pubblico, una ricostruzione fortunatissima, ma poco convincente. Non è vero – sostiene Lupo – che nel luglio del ’43, con l’operazione Husky, le armate americane si siano presentate sulle coste siciliane forti di un preventivo accordo con la mafia, e abbiano per questo facilmente trionfato sui loro nemici. L’idea del Grande complotto risulta del tutto infondata, sebbene sia innegabile che l’America in armi fu indotta dalla situazione di emergenza ad assumere un atteggiamento tollerante nei confronti delle due mafie, sia nella fase precedente sia in quella successiva all’operazione Husky. Il libro ricostruisce le vicende – spesso intricate – che si consumarono sul suolo americano, mettendo in luce le ragioni per cui nel ’42 i servizi segreti della marina statunitense interpellarono Lucky Luciano, il grande capo della mafia italo-americana, e quale fu il carattere effettivo, quali gli scopi di questa «collaborazione». Si sofferma inoltre su quanto accadde poi in Sicilia, laddove le componenti americane dell’Allied Military Government (AMG), nonché i servizi di sicurezza statunitensi, si confrontarono con i gruppi mafiosi isolani e col movimento separatista che in quella particolare fase li rappresentava politicamente. L’intero percorso è ricomposto sulla scorta della più solida documentazione, archivistica e non. Quello che emerge è un quadro in cui il lettore trova poca leggenda, e molta storia.
D’Artagnan, al secolo Cosimo Cristina, è una promessa del giornalismo siciliano. Abita a Termini Imerese, una terra alla mercé di una mafia sconosciuta e silenziosa. Cosimo è il primo a scriverne e lo fa con ostinazione. C’è chi lo detesta e chi lo minaccia. Lo chiamano D’Artagnan per via del pizzetto che porta e per il suo modo di vestirsi estroso e fuori dagli schemi. Collabora con i più importanti giornali italiani e arriva a fondarne un suo: Prospettive Siciliane. Poi, il 5 maggio 1960, D’Artagnan viene ritrovato morto lungo i binari della ferrovia. Ha solo 25 anni. Il caso viene subito archiviato come suicidio. Ma cinque anni dopo, il suo migliore amico, critico d’arte e fratello di un famoso generale dei carabinieri, avverte un grande peso sulla coscienza. È convinto che Cosimo non sia morto suicida e decide di contattare le uniche persone che crede possano aiutarlo a fare luce sul caso: la fidanzata di Cosimo, Enza, e il Vicequestore di Palermo Angelo Mangano. Inizia così la ricerca di una verità scomoda, per riabilitare il nome di un giovane impavido che riteneva il giornalismo non solo un privilegio, ma un dovere. Una storia che, ancora oggi, è importante raccontare per non far cadere nell’oblio il coraggio di chi ha provato a cambiare le cose e a combattere un mostro che molti non riescono nemmeno a pronunciare: la Mafia.
Il libro di Antonio Anastasi è la prima biografia di Nicolino Grande Aracri, uno dei boss più potenti e spietati della ’ndrangheta. Vertice indiscusso di una cosca che da Cutro si è proiettata nel Nord Italia, soprattutto in Emilia, Grande Aracri ha sfidato equilibri centenari della ’ndrangheta con il suo progetto di una nuova “provincia” mafiosa, autonoma e paritetica rispetto al crimine di Polsi, l’organismo di raccordo che da sempre governa la mafia calabrese. Il libro ricostruisce le relazioni del boss con imprenditori, massoni, uomini politici, fino al tentativo di collaborazione con la giustizia con cui Grande Aracri puntava a salvare i suoi familiari dalle nuove indagini alterando dati processuali. «È una finestra sul mondo oscuro e pericoloso della mafia calabrese, in cui le alleanze e le rivalità, le tradizioni e le leggi non scritte si intrecciano in un labirinto inestricabile di violenza e potere», scrive Antonio Nicaso nella prefazione.

Questo volume, curato dal prof. Isaia Sales, con la collaborazione della Fondazione Giancarlo Siani onlus, raccoglie 57 articoli e inchieste di Giancarlo Siani, che si trovò ad affrontare, dal 1980 al 1985, dalle pagine della rivista Il Lavoro nel Sud e da Il Mattino, due grandi questioni sociali: la spietata crisi industriale e l’affermarsi dei clan di camorra, come mai era avvenuto nel passato. Siamo negli anni Ottanta, gli anni del dopo terremoto. Giancarlo Siani scrive reportage da fabbriche in crisi, pubblica resoconti di manifestazioni di protesta degli operai, intervista sindacalisti, studenti e disoccupati, e si spinge a scrivere analisi e soluzioni per contrastare la chiusura di centinaia di fabbriche di tutti i distretti industriali campani, con la perdita di migliaia di posti di lavoro. Solo nella città di Napoli si perdono 15.416 addetti all’industria. Questo volume contiene gli interventi di Paolo Siani, Luigi Sbarra, Pieropaolo Bombardieri, Maurizio Landini, Isaia Sales, Carlo Borgomeo, Doriana Buonavita, Nicola Ricci, Giovanni Sgambati. Gli scritti di Giancarlo dedicati al lavoro sono un documento straordinario per i giovani, gli operai e per i sindacalisti.
Il periodo più nero della nostra Repubblica. La grande crisi di sistema che colpì l’Italia tra il 1992 e il 1993, e che trovò soluzione nella nascita della Seconda repubblica, è segnata da avvenimenti tragici dai risvolti ancora non chiari.
Il cosiddetto golpe Nardi, l’assalto alla sede Rai di Saxa Rubra da parte di un gruppo di mercenari in contatto con la Cia, le stragi di Milano, Firenze, Roma, quelle mafiose di Palermo, il black-out a Palazzo Chigi, e in mezzo Tangentopoli, gli scandali del Sismi e del Sisde, la fine dei partiti storici, la crisi economica. La sequenza di avvenimenti di quel biennio ricostruita in questo libro ha qualcosa di impressionante e fa pensare a una regia che passa attraverso le nostre stesse istituzioni. Come dimostra l’autrice, tutti questi fatti portano il segno di una grande opera di destabilizzazione messa in pratica anche con la collaborazione delle mafie e con l’intento di causare un effetto shock sulla popolazione, creando un clima di incertezza e di paura, e disgregando le nostre strutture di intelligence. Centinaia di testimonianze, inchieste, processi hanno offerto le prove che in Italia è stata combattuta una guerra non convenzionale a tutto campo e sotterranea. Furono azioni coordinate? E se sì da chi? Non lo sappiamo. Di certo tutte insieme, in un contesto di destabilizzazione permanente, provocarono un ribaltamento politico generale. Un golpe a tutti gli effetti.
Delitti di criminalità organizzata e collaboratori di giustizia: luci ed ombre del regime penitenziale premiale scritto per la Collana scientifica di Diritto Penale (Penale.it) curata da Daniele Minotti e pubblicato nel 2017 rispondeva all’intento di dare della tematica una completezza che, nel pregio dell’attualità, tenesse conto non solamente della normativa e della giurisprudenza ma anche delle fenomenologie e delle problematiche connesse alla disciplina giuridica nella sua specialità. La ricerca compendiativa e i tanti spunti di analisi fecero del volume un testo corposo ma di dichiarato entusiastico interesse da parte del curatore e dell’editore. Ciò incoraggiò la nostra scelta di favorirne la diffusione attraverso il formato editoriale più accessibile. Il testo ottenne immediatamente uno sbalorditivo successo di pubblico sia in ambito accademico che in contesti socioculturali. Successo culminato nel conseguimento del Premio internazionale giuridico-scientifico ‘Giovanni Falcone-Paolo Borsellino’. Il riconoscimento, assegnato venerdì 22 febbraio 2019 nella prestigiosa cornice della sala del Refettorio della Camera dei Deputati, alla presenza di autorità accademiche e personalità del mondo del giornalismo, della cultura e delle istituzioni, ha potenziato, per l’eco prodotta nei media, la sua fortuna editoriale.
“L’opera selezionata per la nomination ha conquistato la vittoria -dichiarò pubblicamente il presidente del premio Alfredo Bassioni- non solo per la puntuale analisi scientifica del fenomeno mafioso e del connesso regime punitivo ma anche per la chiarezza espositiva che ne fa un’opera di facile ed interessante lettura”.
“Dopo un’attenta disamina delle dinamiche comportamentali delittuose della criminalità organizzata, condotta analizzando le tecniche di penetrazione dei sodalizi criminali nel tessuto sociale, istituzionale, politico ed economico per sovvertirne le regole, il volume di Giordano e Leccese si incentra sulle criticità del cosiddetto doppio binario dell’attuale regime penitenziario ponendo l’accento, in particolare, sulla controversa condizione dei collaboratori di giustizia. Nel lavoro -si legge nella motivazione- viene analizzato con compiuta proprietà espositiva il trattamento differenziato – il sistema definito come “doppio binario” perché imperniato sulla previsione di circuiti trattamentali diversi a seconda del titolo di reato su cui si fonda la detenzione- che il diritto carcerario riserva ai detenuti per delitti di criminalità organizzata, rispetto agli altri detenuti. Tutta l’opera, scritta con proprietà di linguaggio, denota una competenza notevole in materia e una capacità di descrivere in modo chiaro e puntuale ma al contempo scorrevole la complessa tematica rendendo comprensibile e piacevole la lettura del contenuto anche ai non addetti ai lavori”.
A cinque anni dalla prima edizione la seconda è improntata non soltanto al necessario aggiornamento normativo, dottrinale e giurisprudenziale del testo ma anche ad una decisiva revisione di alcune parti, nelle quali l’evoluzione legislativa ha inciso in maniera significativa in modo da presentare al lettore un’opera aderente alle sue esigenze di formazione o di informazione. L’aggiornamento critico di un testo scientifico rappresenta un’occasione stimolante per gli studiosi ma anche un impegno personale gravoso ed è per questo che desideriamo ringraziare tutti coloro che in questi anni hanno sostenuto il nostro lavoro con preziosi suggerimenti incoraggiandoci ad affidare alle stampe questo testo in versione rinnovata.

Mafie e dintorni raccoglie gli articoli pubblicati dall’autore nel corso di un triennio su Girodivite. Il titolo contiene già la morale del volume. Non è data mafia senza il supporto di quei “dintorni” che sono, nella plurisecolare storia italiana, i poteri e i gruppi pubblici e privati che hanno consentito alle consorterie criminali di mantenere un’inossidabile longevità e di accreditarsi quali interlocutrici privilegiate nel processo di contenimento di ogni convinto slancio democratico dal basso e di erosione dei diritti collettivi e individuali. Una vicenda antica e recente che pare diffondersi ben al di là dei confini nazionali, se è vero che quello mafioso è ormai un fenomeno planetario capace di fungere da valvola regolatrice dei meccanismi economici e sociali del mondo globalizzato. Parte del ricavato della vendita del libro sarà devoluta al rifugio ‘Il Bau’ di Alpignano (TO) dell’Associazione Bastardini Odv.

A trent’anni dalla scomparsa avvenuta il 15 settembre 1993, riscopriamo la figura eroica di Pino Puglisi e dei suoi ragazzi strappati alla mafia. Don Pino ha dato ai ragazzi di Brancaccio un’alternativa, ha restituito loro la dignità e un futuro. Per questo è morto don Pino, per questo è un martire: avrebbe potuto starsene tranquillo in sacrestia, senza disturbare nessuno. Ma lui preferiva rompere le scatole. Età di lettura: da 10 anni.

Un lavoro di ricostruzione durato decenni. Le prove della sotterranea opera di manipolazione esercitata sulle sorti della nostra fragile Repubblica da una struttura occulta e parallela nata in continuità con il fascismo. L’analisi del “doppio livello” del potere, sotto il controllo degli americani, che ha tenuto l’Italia sotto scacco da Piazza Fontana, l’Italicus, Brescia, l’uccisione di Aldo Moro, la P2, Gladio fino ai delitti eccellenti di Falcone e Borsellino. E poi le altre stragi di mafia, Tangentopoli e la grande crisi di sistema che all’inizio degli anni Novanta portò al tramonto della vecchia Repubblica. Un’indagine resa possibile in seguito all’emersione di testimonianze dirette, preziosi documenti rimasti a lungo sepolti negli archivi del Viminale, piste disperse nell’immensa mole di atti giudiziari riguardanti gli attentati e le stragi che per oltre mezzo secolo hanno insanguinato il paese. Chi furono i protagonisti di quel potere invisibile e violento che ha manipolato la storia e camuffato e coperto con “false bandiere” il reale corso degli avvenimenti? Tre libri (“L’Anello della Repubblica”, “Doppio livello”, “La strategia dell’inganno”) pubblicati tra il 2009 e il 2017, e ora raccolti in un unico volume con il raccordo di una nuova introduzione, rivelano protagonisti e trame sotterranee di quell’opera di destabilizzazione, mettendo a fuoco eventi accaduti tra il 1945 e il 1992 allo scopo di indagare la natura di quelle forze occulte che hanno agito dentro lo Stato democratico senza alcuna legittimità, ma intervenendo nei rapporti sostanziali, cioè orientando le scelte dei governi. Vicende che meritano un esame di coscienza che i gruppi dirigenti del paese non hanno mai voluto affrontare.

Perché tante stragi e delitti in Italia rimangono impuniti? La ricerca della verità è un percorso a ostacoli e in troppi casi, prima ancora di cercare i colpevoli, si è messa in dubbio la credibilità di chi accusava. È accaduto a Giovanni Falcone quando si disse che la bomba dell’Addaura l’aveva piazzata lui stesso e a Paolo Borsellino la cui agenda rossa, misteriosamente scomparsa, sarebbe stata un «parasole». Don Diana? «Era un camorrista.» Peppino Impastato? «Un terrorista.» La lista dei nomi infangati per distrarre l’attenzione dai delitti è lunga. E la strategia ha un preciso nome in gergo, «mascariamento». Per comprenderne i drammatici effetti, Paolo Borrometi ci accompagna in un viaggio nella storia d’Italia in cui denuncia i traditori, i criminali che mirano a creare confusione nel Paese per raggiungere i propri interessi illegittimi. A discapito della verità. Un reportage giornalistico tra anomalie, depistaggi e buchi neri che parte dallo sbarco degli americani in Sicilia nel 1943 per arrivare ai giorni nostri, passando per le bombe degli anni Settanta e la strategia della tensione: da Portella della Ginestra a via Fani, dall’Italicus al Rapido 904, da Bologna a Capaci e Via d’Amelio, fino all’arresto del latitante Matteo Messina Denaro. Una storia, alternativa e potente, del lato oscuro del Paese.
Gli affari sporchi dei servizi segreti.
Il traffico di droga è un affare troppo grosso. Ci sono troppi soldi in ballo, troppi scambi internazionali, troppi interessi, troppi incroci con altri mercati sommersi,i n primo luogo quello delle armi. Troppi sono, inevitabilmente, gli attori coinvolti. E non sono solo folkloristici narcos nascosti nella giungla e mafiosi con la coppola e la lupara.
In questa inchiesta coraggiosa e sconvolgente, Marco Birolini indaga sugli aspetti più torbidi del moderno «grande gioco». Lo fa attraverso un approfonditissimo lavoro di ricerca che ripercorre la documentazione prodotta negli ultimi decenni da magistrati e commissioni parlamentari, decenni in cui il nostro paese, e la Sicilia in particolare, si è trovato al centro del commercio mondiale di stupefacenti. Lo fa andando in prima persona a intervistare le fonti più disparate. Lo fa, soprattutto, unificando con grande acume investigativo e chiarezza espositiva le varie piste, per tracciare un inquietante quadro d’insieme, in cui tante vicende «misteriose» della storia italiana recente (fra cui sparizioni e omicidi) trovano la loro naturale collocazione, e in cui hanno un ruolo di primo piano quegli oscuri apparati statali che, protetti dal loro essere «segreti», troppo spesso scordano di essere «servizi».
Una posta di oltre centotrenta miliardi di euro all’anno: tanto vale il mercato italiano dei giochi d’azzardo, tra i più estesi e in crescita a livello mondiale. Il suo sviluppo è dovuto soprattutto alla progressiva espansione dell’offerta di giochi negli ultimi trent’anni, favorita da scelte politiche orientate a incrementare il prelievo fiscale a beneficio del bilancio dello Stato. Una liberalizzazione che ha inoltre prodotto ingenti profitti a vantaggio delle imprese concessionarie a cui è delegata la gestione del settore. Il mercato dell’azzardo genera rilevanti esternalità negative. Oltre ai problemi connessi al gioco patologico e quindi ai conseguenti costi sociosanitari da sostenere, emerge la sua vulnerabilità rispetto alla criminalità organizzata. Su questi aspetti critici si registra un dibattito pubblico e politico fortemente polarizzato, che assume spesso la forma di una contrapposizione tra proibizionisti e antiproibizionisti. In realtà, la questione della permeabilità criminale – proprio come quella relativa alla salute pubblica – solleva problemi riconducibili agli assetti istituzionali del comparto. Costruito a partire dai risultati di una vasta ricerca empirica, questo libro approfondisce i processi di regolazione del mercato dei giochi d’azzardo, analizzando in particolare il ruolo esercitato dalle mafie. L’indagine è basata su una duplice prospettiva: una orientata a capire come funziona concretamente il settore, ricostruendo le filiere di mercato e gli interessi economici in campo; l’altra focalizzata sulle strategie dei gruppi mafiosi, con riferimento sia al gioco su rete fisica sia al gioco online, in grande espansione negli ultimi anni. Rifuggendo da una prospettiva «mafiocentrica», incentrata cioè esclusivamente sull’attore criminale, lo studio mette in evidenza la porosità della dicotomia legale-illegale che sembra contraddistinguere il mercato dell’azzardo, contribuendo a una più precisa conoscenza del rapporto tra gioco e fenomeni mafiosi per offrire proposte di policy per il dibattito pubblico in corso.

La ricostruzione avvincente da una prospettiva inedita dell’ultimo quarantennio della storia criminale della Nazione. Il volume ripercorre il lungo cammino che ha portato a introdurre una normativa premiale per proteggere e assistere efficacemente chi collabora seriamente con la giustizia nel nostro Paese. Solo il sangue versato da molti esponenti delle istituzioni e, soprattutto, da magistrati, le uccisioni di chi ha rotto il silenzio e ha eroso il muro dell’omertà e le numerose vendette trasversali nei confronti dei suoi cari hanno consentito la regolamentazione, rievocata nelle linee essenziali, di una materia estremamente delicata come quella dell’uso dei collaboratori e dei testimoni di giustizia. Uno strumento di fondamentale importanza che ha consentito di raggiungere straordinari risultati nel contrasto del fenomeno del terrorismo e della criminalità organizzata, ma che presenta, al contempo, numerose insidie e criticità.

Mafie e dintorni raccoglie gli articoli pubblicati dall’autore nel corso di un triennio su Girodivite. Il titolo contiene già la morale del volume. Non è data mafia senza il supporto di quei “dintorni” che sono, nella plurisecolare storia italiana, i poteri e i gruppi pubblici e privati che hanno consentito alle consorterie criminali di mantenere un’inossidabile longevità e di accreditarsi quali interlocutrici privilegiate nel processo di contenimento di ogni convinto slancio democratico dal basso e di erosione dei diritti collettivi e individuali. Una vicenda antica e recente che pare diffondersi ben al di là dei confini nazionali, se è vero che quello mafioso è ormai un fenomeno planetario capace di fungere da valvola regolatrice dei meccanismi economici e sociali del mondo globalizzato. Parte del ricavato della vendita del libro sarà devoluta al rifugio ‘Il Bau’ di Alpignano (TO) dell’Associazione Bastardini Odv.

Una vita infernale segue le vicende, realmente avvenute, di un impiegato campano che, per aver denunciato il legame che lega numerosi impresari alla mafia, diviene testimone di giustizia. Giovanni Falconera, sua moglie Melissa e i loro figli devono così abbandonare la loro quotidianità, costretti a spostarsi spesso per non essere trovati e uccisi dai camorristi; non mancano momenti di tensione, tanto che Melissa non riesce a sopportare la situazione e ritorna a casa dei suoi genitori con i bambini. Ormai solo e braccato, Giovanni continua per la sua strada, non pentendosi mai di ciò che ha fatto; anzi, nel toccante finale del romanzo, esorta gli studenti con cui sta parlando a farsi domande, comprendere la realtà e denunciare sempre le ingiustizie. Le vicende di Giovanni Falconera portano il lettore a riflettere su un tema sempre attuale in Italia e nel mondo: la corruzione a favore di mafia, camorra e in generale criminalità organizzata. Paolo De Chiara ha cura di accompagnare a un tema così delicato uno stile scarno ma non povero, che nella sua semplicità evidenzia con chiarezza le conseguenze dell’azione di Giovanni e descrive il mondo corrotto che egli prova a cambiare, ma allo stesso tempo tratteggia con delicatezza i turbamenti interiori del protagonista e degli altri personaggi. I comprimari, infatti, sebbene posti in secondo piano rispetto a Falconera non sono piatte figure bidimensionali, ma esternano con chiarezza le loro posizioni; da citare a questo proposito Melissa che, sebbene non condivida ciò che suo marito ha fatto, non viene però additata come un’omertosa sostenitrice dei criminali, poiché si sottolineano le sue fragilità e la sua comprensibile paura davanti a un cambiamento così radicale nella sua vita e in quella della sua famiglia.
La mafia è un’organizzazione psicopatologica oppure no? Ancor prima di rispondere a questa domanda, è necessario interrogarsi su cosa si debba intendere per “psicopatologia”. Esiste la psicopatologia o possiamo conferire a questo termine un alone semantico più ampio che prenda in considerazione aspetti della vita psichica della persona il cui valore intrinseco va inteso in rapporto al contesto culturale di riferimento? È una questione non di poco conto se si considera la mafia come un’organizzazione con una sua propria cultura, ovvero con propri codici valoriali e comportamentali. Dai contributi presenti in questo volume, non emergono nei membri della mafia quadri psicopatologici specifici, ma formazioni identitarie noi-centriche che ostacolano qualsiasi forma di crescita emotiva e individuale, autonoma e consapevole: indifferenza relazionale, distacco emotivo e una certa scissione psicologica fra ciò che è buono (la mafia) e ciò che è cattivo (chi si oppone alla mafia) sembrano caratterizzare la psicologia (patologica) di costoro. Ma è nella riflessione sulle vittime (indirette e dirette) delle mafie che la psicopatologia si rivela, in tutta la sua drammaticità, con storie di depressioni, di sindromi post-traumatiche, di comportamenti additivi, di forti stati di ansia, ecc. Articolandosi fra dati di ricerca, esemplificazioni cliniche e riflessioni teoriche sulle organizzazioni mafiose e sulle vittime di mafia, il volume si rivolge ad un ampio pubblico di lettori interessato a comprendere le dinamiche psicopatologiche che qualificano il fenomeno mafioso.
Giuseppe Monticciolo, il braccio destro di Giovanni Brusca, figura eminente del clan dei Corleonesi, si racconta, dai primi passi nel paese per diventare qualcuno – lui piccolo muratore che il dna familiare spinge subito a cercare protezione nell’ambiente “giusto” – al battesimo di fuoco come killer agli ordini di Brusca, fino alla specializzazione nella costruzione di bunker e nascondigli per capi e prigionieri. Soprattutto, la storia del rapimento di Giuseppe di Matteo, tredicenne figlio di un pentito le cui rivelazioni costarono a Brusca la prima condanna all’ergastolo, della sua brutale detenzione, dello strangolamento e della dissoluzione del corpo nell’acido per far sparire ogni tracca dell’efferato delitto. La vicenda, degna di un film di Scorsese, “turba” Monticciolo che, pensando al ragazzo chiuso nel bagagliaio, avverte un moto di pietà e la tentazione di fare qualcosa, ma ne è impedito dalla certezza di quello che accadrebbe non solo a lui ma a tutta la sua famiglia se sgarrasse. E del resto, quell’azione disumana, culmine di una serie di altri delitti spietati, segnò l’inizio della fine per un’intera generazione di mafiosi, i sanguinari corleonesi: uno dopo l’altro finiscono in galera Riina, Bagarella e Brusca, uomini-simbolo di una stagione segnata dalla violenza.
Non appaiono nelle cronache, vivono nell’ombra, ma sono pronte a tutto. E hanno avuto un ruolo chiave nelle grandi stragi di mafia. Tra il 1992 e il 1993 una serie di attentati mafiosi, dalla strage di via Palestro a quella di Capaci, segnò per sempre la storia del nostro paese. Se è vero che le indagini permisero di risalire agli esecutori materiali di questi delitti e le sentenze ne sancirono la condanna, tuttavia apparve subito chiaro che le domande rimaste senza risposta erano ancora molte. Soprattutto, nulla si sapeva dell’identità dei mandanti. In questo libro, il giornalista Massimiliano Giannantoni e il criminologo Federico Carbone tirano le fila di un’inchiesta durata oltre tre anni e, a partire da documenti inediti clamorosi, tracciano i profili e le storie di alcune donne che in quel contesto svolsero un ruolo decisivo. Fra di loro ci sono «la Libica», Antonella, Rosalba e Nina: figure tra loro diversissime, ma la cui attività e la cui responsabilità ugualmente dimostrano come, dietro a quei fatti di sangue, vada riconosciuto un sistema criminale complesso, più esteso e più inquietante di quanto non si sia creduto per oltre trent’anni.
Daniele Catelli, figlio di una ricca famiglia della Brianza, ritorna a casa dopo un periodo negli Stati Uniti. Era fuggito per far fronte ad un dolore insostenibile, ma ciò che trova al suo ritorno è ancor più inquietante: Roberto Bianchi, il suo migliore amico, è l’unico sospettato dell’omicidio di Alfredo Raggi, un giornalista che proprio Daniele è stato tra gli ultimi a vedere vivo. Mentre il cerchio dei sospetti si stringe attorno a Roberto, i due amici iniziano un’indagine parallela a quella ufficiale, per allontanare le accuse della polizia e far luce su una vicenda torbida, che qualcuno pare avere tutto l’interesse a chiudere in fretta. Comincia così un viaggio nel cuore nero della Brianza, il motore economico della Lombardia, dove imprenditori in vista intrecciano legami opachi con la politica, cosche della ‘Ndrangheta ripuliscono milioni in attività solo in apparenza lecite e l’operosa borghesia si affanna nella spasmodica corsa alla ricchezza.
Il tavolino appartato di un bar diventa luogo rievocativo e di vera amicizia. “Dialoghi con Lito” è la narrazione di un incontro, per alcuni versi reale e per altri evocativo, tra un educatore (Berrettino) e un ragazzo (Lito) che hanno in comune l’esperienza nel centro giovani a Calabria Lombardia, un’immaginaria cittadina dominata da alcune famiglie della ‘ndrangheta calabrese. A Calabria Lombardia si sono succedute diverse amministrazioni, alcuni sindaci si sono opposti alla ‘ndrangheta, finendo per essere minacciati, altri sono stati arrestati e le loro giunte commissariate. I dialoghi con Lito sono il pretesto per creare quello spazio relazionale, quel luogo umano nel quale la riflessione e la rielaborazione dei fatti, dei significati, dei gesti e delle azioni vissute dai due protagonisti, diventano condivisione allargata. Cosa è stato esattamente a definire quelle scelte di campo che hanno collocato alcuni ragazzi al di là della linea di confine tra il bene e il male? Sullo sfondo del racconto si susseguono eclatanti fatti criminali, di cronaca e di eventi di vita quotidiana. I sequestri di persona, la Milano da bere, il narcotraffico, la finanza creativa, l’edilizia e lo smaltimento dei rifiuti tossici, l’omicidio dell’educatore Gilberto, sono gli scenari di storie a tinte cupe, che troppo spesso non hanno suscitato alcuna riflessione da parte della gente comune, delle istituzioni e della politica. Prefazione di Stefano Mormile.
«Chi come me è costretto ad andare spesso per le carceri, finisce per trovare insopportabile la vista dell’uomo in catene. A parità di giustizia, è infinitamente maggiore la soddisfazione umana che si prova nello scarcerare un innocente di quella del mandare in prigione un colpevole. Anche quando si è perfettamente convinti della sua colpa». Sono parole di Cesare Terranova, il magistrato assassinato il 25 settembre 1979 insieme al maresciallo Lenin Mancuso che gli faceva da scorta. Benché emblematica della lotta contro la mafia e delle indagini sul suo rapporto con la politica siciliana, la sua oggi è una storia quasi dimenticata, ma Luca Gulisano la riporta alla memoria attraverso una solida ricerca documentaria e le testimonianze di alcuni parenti del magistrato. Oltre che resoconto molto ricco e attento ai fatti e alle analisi dei documenti, il libro mette in luce il profilo umano del giudice che fronteggiò Luciano Liggio, portò in tribunale il Gotha mafioso degli anni Sessanta e Settanta, e fu il primo a far emergere i rapporti dei boss con personaggi di spicco della politica come Lima e Ciancimino. Prefazione di Adriana Laudani.
Anna Sergi scrive questo libro partendo dalla considerazione che durante la sua infanzia, nel pieno della stagione dei sequestri di persona, la mala calabrese stava già salendo sul podio delle mafie internazionali, eppure ancora non faceva molto “rumore”. Da questa premessa scaturiscono complessi interrogativi di ricerca, ai quali l’autrice fornisce risposte non scontate, che sfidano stereotipi e visioni correnti. “Ho scoperto che alcuni dei miei ricordi d’infanzia erano più che semplici ricordi. Erano testimonianze. Anzi, potevano essere testimonianze se solo fossi stata in grado di posizionarli con precisione su una linea temporale, e di contestualizzarli. Questa è dunque la spinta di questo libro. L’intenzione di mettere un po’ d’ordine in un guardaroba stracolmo di ricordi di infanzia. Un po’ come nel guardaroba di Narnia, sono entrata e ho iniziato a scavare la strada nel mio passato in modo da poter comprendere appieno i miei preconcetti, i miei punti di partenza e, soprattutto, le mie intuizioni – così percepite – quando si parla di Calabria e della sua mafia”. Se la Calabria è l’inferno della `ndrangheta, molti calabresi hanno imparato ad ammobiliare l’inferno, per usare una felice espressione del sociologo Alessandro Pizzorno.
Le ragioni di Cosa Nostra’ il nuovo libro di Victor Matteucci, la cui analisi è, in gran parte, focalizzata sull’Italia, intesa come un laboratorio avanzato di ricerca e sviluppo delle tecniche di gestione dei conflitti sociali, con una sovranità limitata e una questione meridionale che ha la funzione di colonia o di terzo mondo interno. Secondo l’autore, “la collaborazione tra Stato e criminalità organizzata, in Italia, per ragioni storiche specifiche, è stata particolarmente necessaria e strategica, a partire dall’Unità d’Italia e fino ai giorni nostri”. Un saggio che fa luce su uno scenario nel quale “in Italia – scrive Matteucci – questa condizione di sussidiarietà tra Stato e Mafia, e questa commistione tra capitali privati legali e illegali che è locale e globale, da un lato è inevitabile, dall’altro è irreversibile”.
Partendo dalla nozione di Marx, secondo cui “il criminale produce”, l’autore sviluppa un’analisi in cui dimostra che la mafia, sul piano economico, è stata ed è una risorsa necessaria e strategica insostituibile per la massa di capitali di cui dispone e che immette nel circuito economico e finanziario, tanto da incidere per circa l’11- 13% sul Pil; sul piano politico, in cambio della garanzia e dei servizi che offre nella conservazione degli equilibri di potere, ha potuto sottrarre la sovranità allo Stato in molte regioni meridionali dove, ormai, governa come uno Stato nello Stato; sul piano culturale, la mafia utilizza gli stessi criteri della rendita e del parassitismo che ha mutuato dall’aristocrazia e dalla borghesia meridionale; sul piano sociale, infine, oltre a garantire l’ordine pubblico, la mafia assicura un’inclusione di massa con il reimpiego degli scarti e degli esuberi dal sistema produttivo, sia sul mercato illegale, sia sul mercato legale dove si è infiltrata con le sue imprese.
Da sempre, le mafie interagiscono con i processi di mutamento esterni, con i discorsi e le rappresentazioni che da oltre un secolo e mezzo si producono sul tema. L’assunzione di forme organizzative più flessibili, di modelli d’azione maggiormente complessi, la relazione dinamica con l’ambiente circostante, l’utilizzo di nuove tecnologie sono solo alcuni dei meccanismi con cui le mafie si rapportano alle più generali trasformazioni di ordine sociale, politico e economico. In che modo le indagini e le analisi del fenomeno mafioso accompagnano questi mutamenti?,Come si riflettono elementi di continuità e trasformazione sul piano identitario e operativo? In che misura è mutato il ruolo delle donne nell’universo mafioso e il modo in cui lo interpretiamo?A partire da ambiti disciplinari e settoriali diversi.
In Italia c’è sempre più mafia e ci sono sempre meno mafiosi. Dalle stragi sono passati oltre trent’anni e la Sicilia oggi si mostra felice, esotica, come un’isola da cartolina. Palermo è tornata Palermo: lontana, silenziosa, seducente, con tutti i suoi piaceri e i suoi misteri. Non si spara più e ci dicono che lo Stato ha vinto. Catturati uno dopo l’altro i boss più importanti, sono rimasti liberi, spesso incensurati, solo coloro i quali li hanno sempre appoggiati dall’esterno. Questa rete, composta innanzitutto da imprenditori, poi da commercialisti, avvocati, notai, da amministratori locali e alti burocrati, da broker, negoziatori, da esperti del lavaggio del denaro o di architetture finanziarie per nasconderlo, rappresenta la borghesia mafiosa. È quella che comanda oggi in Sicilia. I mafiosi hanno un nome e un cognome, un volto, un indirizzo, un gruppo sanguigno, una scheda segnaletica, condanne e obblighi di legge. La borghesia mafiosa al contrario è un’entità eterea, impalpabile, ignota: non lascia mai impronte. Ogni epoca ha la sua mafia e anche quella in cui viviamo ne ha una: è «la mafia degli incensurati». Attilio Bolzoni racconta un’Italia che, ancora una volta, ha perso la memoria, e ripercorrendo gli ultimi dieci anni, ci scaraventa in un passato che credevamo chiuso per sempre, con la giustizia e l’antimafia che sembrano tornate ai tempi prima del Maxiprocesso e di Giovanni Falcone. Nascosta dietro ai tamburi di guerra che minacciano l’Europa e il mondo, coperta dalla distrazione ormai pervasiva sui media,secondo i quali non fa notizia, se non quando scattano arresti di personaggi che ormai vivono da emarginati nella trama reale del potere criminale, la mafia si è ripresa il potere. È più che mai necessario un nuovo racconto per smascherarla.
«Un racconto appassionato e drammatico, ma soprattutto autentico di quegli anni e degli anni a venire, attraverso le varie esperienze di Antonio Ingroia, prima magistrato antimafia a Palermo, poi candidato in un’avventurosa e contrastata incursione in politica e infine avvocato alle prese con una giustizia che funziona sempre peggio, in un Paese che sembra avere dimenticato la lezione e il modello di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.» Massimo Giletti La storia della lotta alla mafia è una storia soprattutto di grandi tradimenti, oltre che di grandi uomini che si sono immolati per la causa. I protagonisti infatti sono stati tutti, in qualche modo, traditi da qualcuno. Antonio Ingroia, oggi avvocato, in un dialogo appassionato e senza reticenze con Massimo Giletti, racconta le sue verità di magistrato di sinistra tradito dalla sinistra politica. Il suo è una specie di memoriale in cui affida al suo interlocutore i suoi ricordi e la sua esperienza di magistrato, le tante vicende del passato che lo hanno visto in prima linea nella procura di Palermo, con i suoi maestri, Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, tra misteri ancora irrisolti, omissioni e depistaggi. Un j’accuse neanche troppo velato ai nemici e ai finti amici nelle procure, nelle correnti e della politica, una rilettura amara di cosa sia stata e abbia significato la stagione delle stragi e della Mafia corleonese; delle sue lotte intestine, tra connivenze e ambiguità intollerabili e delle domande senza risposta che ancora avvolgono le morti dei due grandi magistrati siciliani. E poi, ancora, la sua uscita improvvisa dalla magistratura per il tradimento di quegli ambienti giudiziari e politici che riteneva suoi naturali alleati, nel momento in cui alcune intercettazioni toccano il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. E la sua nuova vita di avvocato alle prese con episodi di malagiustizia quotidiana. Traditi è un libro ricco di rivelazioni, ricordi personali e riflessioni su una stagione indimenticabile, tragica, decisiva nella storia di questo Paese.
Questo libro riporta una storia vera: la scoperta di un cimitero di mafia e di come riuscii a portarmelo a casa. Una giornata passata in montagna come tante altre, vissuta con entusiasmo fino a quell’evento decisamente improbabile. Quel pezzo di morto l’ho avuto in mano, più volte, fino a quando lo consegnai all’Arma dei carabinieri. Una sequenza di eventi tragicomici, quasi fantozziani, pieni di colpi di scena, che si conclusero con lo scavo operato in una delle zone più belle della Sicilia.
Quel ritrovamento, avvenuto in un momento tra i più drammatici della storia del nostro Paese oltre che di massima presenza dei più noti latitanti di mafia sul territorio, venne ripreso da tutti gli organi di informazione sia locali che nazionali, ma a parte gli inquirenti e una presenza quasi “vestale” sul posto, nessuno, finora, ha mai saputo come andarono veramente i fatti.
Questa vicenda mi ha consentito di approfondire le mie letture provando a costruire una realtà e i suoi perché. Un evento, quello avvenuto tra i monti di San Giuseppe Jato, che inevitabilmente si è intrecciato con il mio modo di essere, fatto anche di storie familiari e di processioni con uomini vestiti di nero, nella più tradizionale Palermo. Il tutto condizionato da una sorta di “entità” molto poco soprannaturale che fin da piccolo mi ha influenzato. Una “apparizione” inquieta dalla quale mi sono sentito alleviato proprio nella Sicilia più bella, fatta di storie vere, di ribellione e di riscatto. Un mondo del quale oggi è più difficile tenere memoria.
Gli autori, dopo Mafia senza onore, ci propongono un nuovo libro in cui desiderano richiamare l’attenzione al fenomeno odioso del pizzo a Palermo e in Sicilia analizzando le cause del suo proliferarsi. Ancora oggi persiste la sub cultura di quanti hanno pensato e di chi purtroppo continua ancora a pensare che la mafia attraverso il pagamento di questa tassa in fondo li aiuti, assicuri protezione e sicurezza. Una terribile illusione che distrugge la libertà economica e danneggia le imprese rispettose delle regole e della legalità e attraverso cui Cosa Nostra impone il suo dominio sulle persone, sui beni, sulle imprese, soffocando ogni possibile crescita del sistema imprenditoriale.










































