24.3.2026 🟧 FIAMMETTA BORSELLINO: «Mafie, il silenzio rende complici. Ragazzi: reagite»

 

La Giornata della memoria. Non una ricorrenza formale. La Giornata della memoria e dell’impegno in ricordo delle vittime innocenti delle mafie si celebra ogni anno il 21 marzo, primo giorno di primavera. Non è una ricorrenza formale, ma un momento civile che interroga il presente. Nata per dare un nome e un volto a chi è stato ucciso dalla violenza mafiosa, restituisce dignità a storie spesso ridotte a numeri e richiama tutti a una responsabilità concreta. Dalle grandi stragi ai delitti meno noti, il filo è lo stesso: spezzare il silenzio e contrastare quella zona grigia fatta di complicità e indifferenza. Le mafie non sono solo organizzazioni criminali, ma sistemi di potere che si nutrono di con- senso. Per questo la memoria diventa azione, nelle scuole enelle comunità, dove si costruisce un’alternativa culturale. Non basta ricordare. Serve continuità: nel lavoro della giustizia, nel racconto dei fatti, nell’impegno quotidiano di chi sceglie da che parte stare per spezzare le logiche mafiose.

 

La testimonianza. Fiammetta Borsellino, figlia di Paolo «Già piccoli è importante scegliere da che parte stare»
Una lotta quotidiana contro le mafie e per la legalità La ricerca della verità senza scorciatoie, senza mai perdere l’ottimismo nell’essere in prima persona il cambiamento culturale che ci si aspetta dal proprio Paese.
L’investire nelle nuove generazioni perché la criminalità organizzata si estirpa alla radice. 
Fiammetta, figlia di Paolo e Agnese Borsellino, fino al 2017 é rimasta la più defilata della famiglia. Da allora, però, è diventata una delle voci più ferme e limpide nel reclamare giustiria, dopo decenni di ombre e depistaggi sulla strage di quella domenica d’estate del 1992 in cui suo padre venne ucciso.

La morte di un padre

«A noi, quel 19 luglio non ci è piombato addosso-dice eravamo stati preparati a quel l’evento, non a parole vivevamo una quotidianità in cui non potevi renderti  conto che Palermo, in quegli anni era in uno stato di guerra con centinaia di morti non solo tra le forze dell’ordine ma anche tra i civili. Anche se non si è mai preparati alla morte di un padre.”
La sua quotidianità si divide tra la famiglia e gli incontri con i giovani negli istituti e nelle università, in Italia e all’estero. Il suo è un messaggio di forza che porta avanti con la combattività e l’autenticità che dice di aver respirato nella sua famiglia e di aver coltivato nel dolore della tragedia che ha segnato lei e i suoi cari. Aveva 19 anni quando perse il padre. Si trovava all’estero, in una vacanza che avrebbe dovuto regalarle qualche giorno di normalità lontana da una vita blindata , fatta di scorte e paure. Quella parentesi di serenità fu spezzata dallo scoppio dell’autobomba in via D’Amelio  
«Dobbiamo parlare ai giovani inizia. Le mafie si nutrono del consenso giovanile, verranno sconfitte sicuramente quando i giovani negheranno loro il consenso e questo può avvenire parlando di mafia per le strade, nelle piazze a dire apertamente da che parte stare. In questo percorso di condivisione che sto facendo sto avendo il privilegio e la  fortuna di conoscere e confrontarmi con la parte sana di questo paese: sono i ragazzi che sto in contrando. Questo lo considero l’ennesimo regalo che mio padre mi ha fatto.  
Le fa eco Claudio Ramaccini, direttore del Centro Studi Sociali contro le mafie “Progetto San Francesco, curatore del l’Archivio Storico Digitale “Paolo Borsellino” La mafia è un’organizzazione criminale strutturata, fondata su regole rituali e gerarchie che la rendono, per certi aspetti, simile a uno Stato parallelo. Come ricorda la dottoressa Borsellino, quando incontra i giovani, per contrastarla, non servono “le conoscenze giuste“, ma la giusta conoscenza: quella che si costruisce a scuola, attraverso lo studio e la consapevolezza dei propri diritti e doveri.”
Combattiva e temprata dagli eventi Fiammetta Borsellino lotta contro omertà silenzi, impegnandosi per una società e uno Stato liberi dalla mafia, ma anche per una verità, quella sulla morte del padre, che a suo avviso continua a essere negata.
Sono ottimista. Giá da piccoli è importante scegliere da che parte stare ribadisce.  La mafia è una mentalità, un comportamento, oltre che un’organizzazione criminale l’atteggiamento di chi sa, ma fa silenzio, di chi vede, ma si gira dall’altra parte. Per combatterla bisogna lavorare nella direzione opposta, contraria; fare squadra a sostegno della scuola, delle istituzioni, delle forze dell’ordine. Io sono ottimista perché vedo che verso la mafia i giovani, siciliani e non, hanno oggi una attenzione ben diversa da quella colpevole indifferenza che io mantenni sino ai quarant’anni. Quando questi giovani saranno adulti avranno più forza di reagire di quanta io e la mia generazione ne abbiamo avuta.”

 

«Mio papà Paolo e quell’eredità lasciata a tutti noi»

IL RACCONTO

“Ma dove vai? Se poi m’ammazzano, come fanno ad avvisarti?”. Scherzava cosi Paolo Borsellino con sua figlia Fiammetta. Battute che da ragazzina servivano a trattener la, a proteggerla, ma anche a esorcizzare il pericolo e a pre parare tutti a ciò che poteva ac- cadere: piccoli segnali lanciati per non farsi trovare impreparati.
Quando usciva di casa con il padre, Fiammetta racconta che lei si lanciava per prima in strada, convinta che cosi avrebbe potuto difenderlo: Mi illudevo di poterlo salvare. Per me era un eroe invincibile.
A difendere uno dei magistrati simbolo della lotta alla mafia c’era la scorta, ma anche la famiglia, che lo ha sostenuto in ogni scelta e in ogni momento. Fiammetta, la più piccola, non ha mai rinunciato a quel ruolo che piaceva tanto a entrambi. Con il padre c’era un rapporto particolare. 
Giocava a calcio con i figli dei mafiosi, ma ha deciso di cambiare strada – ricorda oggi Fiammetta Borsellino. Palermo non gli piaceva e per questo ha deciso di amarla, perché il vero amore è amare le cose che non ci piacciono e cambiarle.
Mio padre era quello che ogni sera si guardava allo specchio e si chiedeva se quel giorno avesse meritato lo stipendio. “Qualsiasi lavoro assume una qualità diversa quando si va oltre un rapporto formale”. Era un uomo ironico. Mai banale. E dotato di grande umanità. Va ricordato soprattutto per l’eredità morale e professionale che ha lasciato, per l’impegno profuso nell’istruzione del cosiddetto maxi processo di Palermo, per ciò che lo univa a Giovanni Falcone e per ciò che da lui lo distingueva.  
Il suo lavoro è stato un atto di amore non solo nei confronti della sua città, l’amatissima Palermo, ma nei confronti di tutto l’intero paese, perché per molti anni si è preferito pensare che il problema fosse circoscritto soltanto a determinate regioni d’Italia e che dovesse riguardare soltanto giudici e magistrati. Non è cosi: per anni si è preferito pensare che non fosse un problema collettivo ed è questo che ha esposto questi uomini a un maggiore pericolo. Mio padre diceva sempre: “E la mafia che mi ucciderà, ma lo farà quando avrà avuto la completa certezza che io sia rimasto solo”  
Di suo padre Fiammetta ama sempre raccontare anche l’attenzione che aveva nei confronti dei bambini e dei giovani: «Sapeva mettersi assolutamente in una posizione di gioco. Era amato da tutti i bambini, da tutti i ragazzi, come padre e come zio, ovunque richiesto, proprio per questa sua capacità di non prendersi mai sul serio e spesso anche di non prendere sul serio certi suoi interlocutori. Questa modalità, tutta sua, gli ha permesso in ogni momento di affrontare la vita con le sue amarezze e le sue difficoltà, a testa alta. Mio padre mi ha insegnato veramente cosa vuol dire la parola “vivere”, cosa vuol dire la parola “combattere” per i propri ideali, per i quali egli stesso ha sempre detto “È bello morire”. LAURA MOSCA – La Provincia 24.3.2026

 

 

“COMITATO 5 DICEMBRE” – Per una comunità attiva e reattiva  Comuni, Progetto San Francesco e UCIIM insieme per la legalità

 

 

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