A casa Borsellino la porta era aperta, Fiammetta ricorda: “Papà amava Palermo”

 

La figlia del giudice racconta che la dimensione familiare non era separata dal resto. È lì che si riconoscono già il legame con la città e la loro idea di giustizia

 

Prima ancora di essere magistrato, Paolo Borsellino era un padre. Un uomo che apriva la porta di casa agli amici dei figli, che amava la Kalsa, il centro storico, le tradizioni popolari, il cibo tipico, che aspettava la Festa dei Morti più del Natale e che, pur conoscendo il prezzo del proprio lavoro, non volle mai trasformare la sua famiglia in una fortezza.

«Casa nostra è stata sempre un porto di mare – racconta Fiammetta Borsellino-. Una casa aperta, nonostante mio padre fosse cosciente dei pericoli che questo comportava. Aveva capito che quella libertà era fondamentale per affrontare con serenità le difficoltà legate alla precarietà giornaliera in cui vivevamo».
Quella porta aperta non era soltanto un modo di vivere la famiglia, ma una scelta. «Noi non siamo mai stati distanti dalla nostra città. L’abbiamo vissuta. Anche nei momenti della più atroce guerra di mafia ci siamo mossi nella consapevolezza che stare chiusi dentro non avrebbe avuto senso».
Nei ricordi di Fiammetta Borsellino, la dimensione familiare non resta separata dal resto. È lì che si riconoscono già il legame con Palermo, il modo di guardare le persone e l’idea di giustizia che avrebbero accompagnato suo padre nel lavoro. Lo racconta come un uomo semplice, umile, follemente innamorato della sua città. Un padre che dedicava tempo alla madre, alla moglie, ai figli e ai nipoti e che, nonostante un impegno sempre più totalizzante, continuava a proteggere gli spazi di una vita normale. È da quell’uomo, prima ancora che dal simbolo, che nasce tutto il resto.
«Se non avesse avuto questo amore infinito per la propria città, non avrebbe fatto quello che ha fatto». L’amore per Palermo, racconta, non è mai stato una dichiarazione astratta. È stato un modo di abitare la città, di conoscerla e di comprenderla. Paolo Borsellino era cresciuto alla Kalsa, in un quartiere che allora aveva ben poco dell’immagine che oggi restituisce ai visitatori. Era un luogo difficile, attraversato dalla povertà del dopoguerra e dalla presenza sempre più radicata delle famiglie mafiose. «Probabilmente crescere in quel contesto e apprendere quel tipo di linguaggio lo ha aiutato nel suo lavoro, gli è servito per comunicare con coloro che stavano dall’altra parte».
Non tentava soltanto di reprimere il crimine, provava a comprenderne le origini. «Cercava sempre di capire le storie e i vissuti che avevano portato quegli uomini a fare la scelta sbagliata. Il suo ideale di giustizia era portarli a decidere di cambiare». Per questo, aggiunge Fiammetta, l’aspetto repressivo non rappresentava mai una vittoria. «Anzi, quello forse era il momento in cui sperimentava il fallimento di uno Stato che non aveva saputo prevenire determinate situazioni».
Anche i figli erano parte di quel percorso. Non perché fossero coinvolti nelle indagini o nelle scelte professionali del padre, ma perché ne condividevano il senso profondo. «Noi abbiamo sostenuto l’impegno di nostro padre. Non ci siamo mai opposti, anzi abbiamo tifato per lui. Non gli abbiamo mai posto limiti, anche quando il pericolo l’abbiamo toccato con mano. Siamo stati sempre convinti della necessità di quello che faceva».
Tifare. È il verbo che colpisce di più. Non sopportare, non subire, non rassegnarsi. Tifare. Come se quella battaglia appartenesse a tutta la famiglia. Come se la paura non potesse diventare un limite. E come se il bene comune fosse un traguardo da raggiungere insieme, «costi quel che costi, come diceva Falcone».
A trentaquattro anni dalla strage di via D’Amelio, il ricordo di Paolo Borsellino continua a riempire piazze, cortei, anniversari e discorsi ufficiali. Eppure, ascoltando sua figlia, si ha quasi l’impressione che il 19 luglio resti sullo sfondo. Non perché quella data abbia perso significato, ma perché la memoria, per lei, non coincide con un calendario. «Io, paradossalmente, sono meno legata alla data ufficiale del 19 luglio e più a una memoria che si coltiva quotidianamente, ogni giorno».
Da anni entra nelle scuole di tutta Italia, incontra bambini, ragazzi e universitari, costruisce percorsi insieme agli insegnanti e li accompagna a conoscere non soltanto ciò che accadde nel 1992, ma le storie di uomini che fecero della legalità una scelta radicale. «Il vero impegno, la vera memoria, anche quella più difficile da coltivare, è quella che si distingue dal clamore e dal tifo da stadio che spesso accompagnano le ricorrenze».
Le commemorazioni, non sono il problema. Lo diventano quando si esauriscono lì. Perché «non basta dire di essere antimafiosi e proclamarsi tali».
Per Fiammetta Borsellino l’antimafia non è un’etichetta: è un comportamento, una pratica quotidiana, una responsabilità che si misura giorno dopo giorno.
Per questo, alla domanda su quali siano gli atti concreti in grado di rendere giustizia alla memoria del padre e degli agenti della scorta, la risposta non sorprende. «Il principale modo e strumento per combattere il crimine organizzato è coltivare la bellezza». Una bellezza che non è astratta, ma ha il volto della scuola, dello sport, del teatro, della musica e dell’arte: «tutte strade positive capaci di offrire ai ragazzi un’alternativa ai falsi miti portati avanti dalle organizzazioni criminali, che promettono potere e denaro».
Per lei l’antimafia comincia proprio da qui: dalla scuola. Studiare, dice, non significa soltanto imparare un programma. Significa insegnare ai bambini, fin da piccoli, quali siano i loro diritti e i loro doveri, perché nessuno possa convincerli che il lavoro, la ricchezza o il successo si ottengano attraverso favori o scorciatoie.
Ma la scuola, da sola, non basta. Serve anche «una politica in grado di investire davvero nei quartieri, nei centri aggregativi, nello sport, nella cultura e in un decoro urbano che rispetti la dignità delle persone».
Perché, quando intere zone della città vengono lasciate senza servizi e senza alternative, non si può scaricare tutto sui ragazzi che vi abitano. «La colpa non è del singolo ragazzo dello Zen o di Brancaccio. È facile prendersela con loro, quando questi quartieri sono totalmente abbandonati e circondati dall’orrore: dalle macchine bruciate alla mancanza d’acqua e dei servizi basilari. C’è, insomma, una grande distesa di responsabilità».
È proprio dentro questa responsabilità collettiva che prende forma l’idea di bene comune lasciata da Paolo Borsellino: una società capace di non abbandonare nessuno e di sottrarre le persone ai ricatti del bisogno. «Ha lavorato proprio per la costruzione di un bene collettivo, libero dalle schiavitù del potere, del denaro e delle carriere».
È questo il senso che Fiammetta prova a trasmettere anche alle nuove generazioni, riportando il padre e gli altri uomini uccisi dalla mafia alla loro dimensione più umana, lontana dai piedistalli su cui spesso vengono collocati. Perché Paolo Borsellino era anche il padre con cui si litigava, quello che le vietava di andare ai concerti e provocava le normali ribellioni dell’adolescenza. Episodi piccoli, domestici, che oggi racconta proprio per sottrarlo all’immagine di un uomo irraggiungibile.
«Faccio capire ai ragazzi che erano persone normali e che, se le stesse cose che hanno fatto le avessero fatte tante altre persone insieme a loro, sicuramente non sarebbero diventati degli eroi e non sarebbero stati così esposti al pericolo. Perché se un impegno diventa collettivo e viene distribuito tra tutti, si distoglie l’attenzione dai singoli bersagli».
È qui che il racconto si fa più duro. «Sono morti non solo per mano mafiosa o per l’odio che la mafia aveva nei loro confronti, viste le indagini, le inchieste e i duri colpi portati avanti contro questa organizzazione. Sono morti anche perché erano isolati, perché non c’erano tante altre persone che, come loro, perseguivano gli stessi obiettivi. Erano isolati e spesso anche traditi dagli stessi compagni di lavoro».
Da quella solitudine nasce anche l’appello che oggi Fiammetta rivolge alle nuove generazioni: non restare ai margini, non chiudersi nell’apatia, non rinunciare alla relazione con gli altri. «Continuate a impegnarvi. Lottate contro l’indifferenza. Vivete la strada», dice con fermezza, senza lasciare spazio alla retorica. E poi invita i ragazzi a uscire dagli schermi, a tornare a incontrarsi, a non smettere di guardare ciò che accade intorno. Perché soltanto fuori da una condizione di passività possono nascere la tensione che porta a impegnarsi per qualcosa o per qualcuno e il desiderio di cambiare le cose.
«Mio padre ha fatto quello che ha fatto perché viveva la strada. Viveva le persone, viveva quello che non funzionava nella società». Poi arriva quello che, forse, è il lascito più grande. Non solo di Paolo Borsellino, ma anche del suo modo di raccontarlo.
«Dedicarsi agli altri, uscire fuori da sé è quello che dà veramente dignità alla vita. Ed è stato il motore fondamentale dell’esistenza di nostro padre»
. BALARM 19.7.2026

 

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